giovedì 28 aprile 2011

Quella volta dalle parti di Stoccolma - 1a parte

Stavolta non mi va di andare sempre in fila quindi salterò di palo in frasca, statemi dietro.
Il viaggio è iniziato rispettando la tradizione: il babbo che doveva darci un passaggio all’aeroporto di Rimini è arrivato con 15 minuti di anticipo, incasinando tutti i miei programmi e facendomi dimenticare metà della roba ma, essendo tradizione, avrei dovuto prevederlo. Dopo un’immissione sulla Via Cervese che mi ha fatto perdere almeno cinque anni di vita (e alla nostra età non è che si possano tirar dalla finestra così senza pensarci), il pilota si è comportato bene e ci ha recapitato a destinazione senza ulteriori intoppi. Santo Antenato.

Il volo non è degno di particolare menzione, eccezion fatta per l’inspiegabile fila che si è creata intorno alle 10.15 davanti al nostro gate; delle hostess non c’era neppure l’ombra e l’imbarco non sarebbe cominciato se non dopo venti minuti (a esser fortunati), la cosa però non sembra aver influito sul processo decisionale del gregge di pecoroni che, vedendo uno che si alzava (probabilmente per andare in bagno), si è fatto prendere dal panico e ha generato l’equivalente di una stampede bovina: decine di personesi sono ritrovate in fila in piedi davanti al gate per mezzora senza sapere bene il perché. I meccanismi psicologici del viaggiatore andrebbero studiati.
Dimenticavo il genio che al controllo di sicurezza, quando gli hanno chiesto di togliere tutti gli
oggetti metallici che aveva addosso, ha  mostrato il pataccone al polso e chiesto incredulo: “Anche questo?” Chissà, forse l'orologio era di marzapane effetto metallo…
Ovviamente le previsioni davano parecchio freddo e noi ci si era vestiti di conseguenza; altrettanto ovviamente, arrivati in quel di Stoccolma faceva parecchio caldo. Per i successivi quattro giorni i giacconi pesanti sono stati una rottura di palle per buona parte della giornata (sei al sole apri il giubbotto perché fa caldo, poi vai all’ombra allora chiudi che è freddo e magari aggiungi la sciarpa perché tira vento). Dico buona parte della giornata perché al tramonto, come d'incanto, si trasformavano nei nostri migliori amici, essendo che al calar del sole si presentavano un freddo boia e un vento siberiano.

Una volta atterrati ci siamo fermati allo sportello del cambio per acquistare un po’ di corone; questi svedesi molto civili hanno i bigliettini numerati per fare la fila, peccato che il dispensatore sia introvabile. Quando finalmente lo si scova, il numero che dà non corrisponde a quello che c’è sullo schermo e tu realizzi che non funziona. Intanto però, mentre giocavi a Indiana Jones, ti sono passate avanti nella fila quelle dieci-dodicimila persone. Ovviamente ci sono due file e, nella nostra, davanti allo sportello c’è la classica signora con messa in piega da bigodino che sta parlando con la cassiera da una vita. Ipotizziamo che abbiano rivangato i bei tempi delle elementari e adesso si stiano scambiando la ricetta della salsa ai lamponi da servire con le polpette. Purtroppo però, essendo che parlano svedese, non c’è modo di provare quanto sospettiamo quindi ci tocca rimanere lì ad aspettare sentendoci un po’ dei pipilochi. E intanto l’altra fila va che vola.
Usciamo finalmente dall’aeroporto e sembra di entrare sul set fotografico di IKEA.

Il nostro ostello è in una delle isole principali ma le indicazioni non sono precisissime per cui quando arriviamo e ci troviamo di fronte a un hotel con tanto di targhetta “tre stelle”, ci guardiamo un po’ perplessi. E invece siamo nel posto giusto, è parte albergo e parte ostello: ci danno la chiave della camera che è una scheda perforata e quando tentiamo di entrare scopriamo che per assicurare la massima tenuta termica, le porte sono inamovibili per cui l’accesso alla camera te lo devi guadagnare con una di quelle spallate da irruzione della polizia.
Ovvio che non ci lasciamo scoraggiare da così poco e dopo un paio di tentativi riusciamo a entrare; ci accolgono due allegri letti a ribalta, come i taglieri per fare la sfoglia. se quello sopra cede finisco come il ripieno dei sandwich.
Sembra un po’ una galera ma in fondo non è male; l’unica difficoltà è quel pensiero che fa capolino tutte le volte che ti stendi (se sei nel letto sotto, ovvio).


Fine prima parte

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