Visualizzazione post con etichetta diario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diario. Mostra tutti i post

giovedì 10 dicembre 2020

Si può fare!

Finalmente sabato 28 novembre 2020 ho tenuto il mio webinar Blogging: istruzioni per l'uso per i colleghi di Tradinfo, l'associazione professionale di cui faccio parte. 
Dico finalmente perché in realtà il mio avrebbe dovuto essere un workshop in aula ed era previsto per lo scorso marzo, poi però è arrivata la maledetta pandemia e quindi ci è toccato rimandare tutto a novembre e optare per un webinar.

Quando lo scorso autunno ho letto la mail in cui mi proponevano di parlare di come si crea e si gestisce un blog, la mia prima reazione è stata: 
Io? E cosa gli dico? 
Poi mi è venuto in mente che nel 2020 avrei festeggiato i 10 anni di vita di questo blog e, ripensando a tutto quello che mi è capitato in questi anni, mi sono resa conto che gli argomenti non mi sarebbero mancati di sicuro. 

---

E in un attimo, eccoci arrivati alla mattina di sabato 28 novembre. Ci siamo, è tutto pronto, non resta che sistemare gli ultimi dettagli:
- dopo  aver fatto colazione sono scesa fino all'atrio del mio condominio, armata di forbici e scotch, per attaccare al campanello un biglietto come quello che vedete nella foto. Questa mossa astutissima mirava a evitare che il postino o un corriere suonasse il campanello proprio nel bel mezzo della formazione. 
Non che un biglietto attaccato al campanello offrisse grandi garanzie; nel periodo in cui ho lavorato come volontaria all'ingresso di concerti ed eventi locali, ho imparato che la gente semplicemente non legge i cartelli, anche quelli che gli metti davanti agli occhi. Possiamo anche capirli, poverini, perché fare tutta quella fatica per leggere due intere righe quando basta stracciare le balle alla sfortunata in piedi di fianco alla cassa per avere le risposte? 
Poi però non lamentatevi se improvvisamente vi ritrovate con problemi di calvizie, diarrea, impotenza ecc.

- una volta tornata di sopra, ho acceso i pc, controllato le luci, attaccato il post-it con le cose che rischiavo di dimenticarmi e, solo alla fine, ho srotolato il cavo ethernet per collegare il pc direttamente al modem, sapendo che da quel momento in poi avrei avuto un'anaconda plasticosa che attraversava il salotto, a rischio inciampo, trauma cranico e danni vari.
626 Rip. 

Mentre aspettavo che scoccasse l'ora X, nella mia testa si affollavano i pensieri più assurdi: E se il microfono non funziona? E se il vicino del piano di sopra decide di attaccare un quadro e usa il trapano? E se cade un meterorite sulla centralina Telecom e si interrompe la connessione? Poi però è iniziato il collegamento su Zoom e tutto il resto è sparito, c'erano solo le slide e la lucina bianca in cima al pc, quella benedetta luce che puntualmente mi dimenticavo di guardare, presa com'ero a ricordarmi cosa dovevo dire in ogni slide. Sì perché qualche settimana prima avevo avuto una delle mie brillanti idee: essendomi accorta da tempo che quando proietti una slide tutti si mettono a leggerla e nessuno ti si fila più, ho deciso di scrivere sulle slide solo il minimo indispensabile, in modo che i partecipanti ascoltassero quello che avevo da dire. 

L'idea era sensata e direi che ha funzionato, però non avevo considerato che le scritte sulle slide aiutano anche chi la presentazione la deve fare, quindi la sopracitata brillante idea mi aveva lasciato in balia della mia sola, vacillante memoria; in realtà avevo approntato anche un secondo schermo con degli appunti ma, se guardi gli appunti non guardi la stramaledetta lucina, e uno dei dogmi della comunicazione online è che devi sempre, comunque, a qualunque costo, parlare guardando la webcam. Fortunatamente avevo fatto molte prove nei giorni precedenti, quindi la memoria ha tenuto, quasi sempre.

La cosa più fastidiosa della modalità online è stata il fatto che quando condividevo lo schermo e avviavo la presentazione delle slide, non vedevo più nessuno, quindi ogni tanto il cervello partiva per la tangente e iniziava a fantasticare: ci sarà ancora qualcuno dall'altra parte? Ed è pericolosissimo immaginare che non ci sia più nessuno di là dallo schermo perché, non so voi, io ho delle difficoltà a parlare senza un interlocutore umano; lo scorso Natale mi hanno regalato Google Home e il poverino da mesi se ne sta lì, abbandonato accanto alla televisione. Ho provato qualche volta a usarlo ma questa cosa di parlare con un oggetto inanimato mi inibisce; oltretutto spesso non capisce cosa dico e la cosa mi irrita, poi mi rendo conto che mi sto irritando con un altoparlante e l'irritazione cresce. Non c'è modo di uscirne in modo onorevole.


Una volta messo da parte il pensiero che tutti i partecipanti se ne fossero andati, proprio quando iniziavo a rilassarmi, ecco arrivarne un altro: magari sono ancora lì ma si stanno annoiando a morte e, preda della disperazione, hanno preso la Settimana Enigmistica e si sono messi a unire i puntini o annerire gli spazi, quelle attività che per me stanno appena un attimo prima di legarsi un mattone al collo e buttarsi giù da un ponte.  

A pensarci bene però, non è che una presentazione tradizionale offra maggiori garanzie di attenzione da parte del pubblico. Negli ultimi vent'anni mi è capitato un sacco di volte, mentre traducevo chiusa nella mia cabina in fondo alla sala, di vedere gente nelle ultime file che faceva di tutto: chiacchierava, mangiava, leggeva il giornale, a volte addirittura dormiva con la testa abbandonata all'indietro. Tutto sommato mi è andata bene, se anche qualcuno ha annerito gli spazi mentre parlavo, si porterà il segreto nella tomba.

Tutti questi dubbi si sono fortunatamente risolti al momento delle domande, quando è diventato evidente che qualcuno mi aveva davvero ascoltato ed era pure abbastanza interessato da chiedere chiarimenti. Il momento delle domande mi ha riservato anche qualche sorpresa: mi hanno chiesto come ho imparato a scrivere, se ho fatto dei corsi o cose del genere e lì, su due piedi non sapevo bene cosa rispondere. Sì, perché quando ho aperto il blog io non mi sono proprio posta il problema: il blog era mio, oltretutto ero sul web con uno pseudonimo (Estrema Riluttanza), quindi ho adottato l'approccio E qui comando io, e questa è casa mia, sbattendomene bellamente di cosa avrebbe pensato chiunque non fosse uno degli amici che di solito leggevano le mie cronache su Facebook, una filosofia che sicuramente non aiuta a conquistare lettori ma ti rende la vita molto più facile. 

Poi la palestra, quella che ti insegna davvero, te la fai negli anni, post dopo post, errore dopo errore. Se vogliamo darle un nome, si tratta del famoso metodo Trial and error che, detto così, suona molto figo ma in realtà si traduce in: quando sbaglio ci metto una pezza e spero di non farlo più. 



sabato 16 maggio 2020

Persino la Luna vuole andare al mare


Oggi voglio parlarvi di una canzone che ho ritrovato sul mio pc un po' di tempo fa, mentre approfittavo della quarantena per fare pulizia di file obsoleti.
Si tratta di una cover di Mr Moon di Kate Micucci che registrammo per gioco parecchi anni fa; mi è tornata in mente perché, in queste ultime settimane di quarantena, uno degli argomenti più caldi è il divieto di andare al mare e questa canzone parla proprio della Luna che è stanca di stare in cielo e decide scendere fino al mare per divertirsi un po'.
Ascoltando la canzone, che è molto solare, ho pensato che sarebbe stato bello condividerla in questo momento in cui, ammettiamolo, l'ottimismo non vola.
All'inizio non sembrava una cosa così difficile, dopotutto un canale youtube ce l'ho già, si trattava solo di caricare il file; però caricare un file audio così, senza neanche un'immagine di copertina, è un po' triste quindi mi sono detta facciamo un video! 
Una frase del genere, detta da una che ha un approccio paleolitico alle tecnologie, non può che essere foriera di indicibili sciagure, e così è stato.
Non avendo idea di come creare un video, ho chiesto consiglio al prode Riccardo Lolli, il quale mi ha inizialmente suggerito di leggere cosa dice Aranzulla sull'argomento, essendo che le sue spiegazioni sono spesso a prova di gente come me, salvo poi offrirsi lui di fare il video, in un impeto di compassione per noi meno fortunati. 
Ora, pur apprezzando enormemente l'offerta, ho avuto un moto d'orgoglio e deciso di fare un primo tentativo da sola, con il tacito accordo che se non fossi stata in grado, sarei tornata a capo chino a chiedere assistenza.
Sono quindi andata sul sito di Aranzulla e ho scaricato uno degli editor che lui consigliava, peccato che il tutorial non sia partito, costringendomi ad adottare un approccio trial and error: ravanare tra i comandi andando a naso, non è stato uno dei miei momenti migliori.
Poco a poco le cose sono migliorate e, dopo vari tentativi e qualche madonna, sono riuscita a caricare il file audio. Dovevo però ancora trovare foto di mari e spiagge da aggiungere al video e, non volendo rischiare che un cecchino del copyright mi chiudesse l'account, ho tirato fuori l'hard disk esterno dove sono salvate le foto dei miei viaggi e trovato abbondanza di spiagge e mare. 
A quel punto ho dovuto scoprire come modificare la durata delle foto in modo da coprire tutto il video, cosa banalissima solo se uno sa prima come fare, com'è altrettanto ovvio che, se dopo aver sistemato tutto decidi di rimodificare la durata della prima foto, poi ti tocca riguardare tutte le altre che si sono inevitabilmente spostate rispetto a dove le avevi messe. Tante, tante, madonne.
Alla fine di tutto, dopo aver addirittura aggiunto un effetto che, Aranzulla lévate, ho mandato fierissima il video a Lolli per vantarmi di cotanta prodezza. 
Qualche ora dopo ho controllato la posta elettronica e c'era un messaggio di WeTransfer che diceva che avevo ricevuto da me stessa un link per scaricare il video. Mi ero mandata il video.
Credo proprio sia ora di smettermi.




P.s. Qui sopra trovate il frutto di tanto tribolare.


P.p.s. Rileggendo il post mi è saltato agli occhi il titolo della canzone, soprattutto quel Mr; in italiano la luna può essere solo femmina ma, in una lingua come l'inglese in cui le parole non hanno genere, sei libero di immaginarti la luna al maschile o al femminile.

venerdì 1 maggio 2020

Coronadiario - Nostalgia canaglia

Come ho avuto occasione di dire più di una volta, spesso per l'interprete la vera sfida è arrivarci al lavoro; qui sotto trovate gli appunti presi durante il mio ultimo viaggio  di lavoro, ai bei tempi quando ancora ne avevo uno.

Oggi ho l'unico lavoro non annullato in tutto il mese quindi, nonostante il diluvio e le previsioni di Armageddon per chiunque metta il naso fuori di casa, esco e vado in stazione a prendere il treno. Sul binario siamo pochi e ci sistemiamo strategicamente a debita distanza gli uni dagli altri, avrei dovuto portare il metro di carta dell'ikea, che pesa poco e oggi mi tornerebbe utile.
Stessa cosa in treno, ognuno in un sedile, quella dietro di me ha la mascherina, per non parlare di quelli con la sciarpa avviluppata intorno alla testa come un cobra, novelli Ataru Moroboshi in giro a combinare casini.
Scendo nel girone dell'alta velocità e prima di prendere il treno faccio una capatina alla toilette. Avevo già avuto modo di notare la mestizia di questi bagni, a vederli sembrano rassegnati, come a dirti che meglio di così proprio non si poteva fare. 
A pensarci bene, ha dell'incredibile: hanno scavato le profondità della terra per farsi il privé ferroviario lontano dalla plebe e poi nel bagno se vuoi toglierti il cappotto o appoggiare una borsa c'è solo un gancetto striminzito che sembra stia per svenire, al massimo ci appendi una camicetta. Se poi vai a lavarti le mani, nel distributore trovi ancora il sapone liquido, niente fighissima mousse di sapone. Tutto questo in sé mi scivolerebbe addosso senza scalfirmi, il dramma è quando ti giri per asciugarti le mani e c'è questo robo bianco da cui esce un soffio cosi tenue da farti sospettare che dietro al robo ci sia un paziente asmatico che arrotonda la pensione facendo il soffione umano. Oltretutto l'aria è alla temperatura ambiente e, di questi tempi l'ambiente è freddo assai, quindi ti chiedi se le mani si asciugheranno prima di andare in ipotermia. 
Mentre smadonni contro quei rabighini che hanno comprato un asciugatore che non scalda perché di sicuro costava meno, avverti un impercettibile cambiamento nella temperatura; all'inizio non sei sicura ma poi col tempo la certezza arriva, il robo manda aria meno fredda. 
Quindi l'attrezzo scalda ma solo la terza generazione di avventori, per cui l'unica soluzione è aspettare altre due persone e lavarsi le mani dopo di loro, cosa che in questi tempi di coronavirus si rivela davvero difficile.
Arrivo finalmente alla sede del convegno e insieme a Cristina, la mia collega di oggi, raggiungiamo la sala regia tallonando l'organizzatore, perché ci troviamo in un labirinto così intricato che Dedalo prenderebbe appunti. 
La sala regia non offre tante opzioni quindi per oggi invece della cabina abbiamo un ripostiglio e, dato il ristrettissimo spazio vitale, il mio computer è appoggiato sulla valigiona che usano per trasportare le cuffie per i partecipanti; fin qui la cosa non mi preoccupa, non è la prima volta che traduco da un ripostiglio e ce ne sono stati di peggiori, ne ricordo uno a cui si accedeva solo abbassandosi ad altezza da gara di limbo.
Quello che invece mi dà da pensare è il buco nel soffitto da cui pende un preoccupante groviglio di cavi, sarà meglio andare subito in bagno perché se mi alzo durante il lavoro rischio di finire impiccata o folgorata, a scelta.

Nonostante le premesse, la giornata di lavoro filò liscia, senza impiccagioni o folgorazioni e, pur con un viaggio di ritorno un po' affollato, a distanza di due mesi sono ancora qui, quindi nessuno mi contagiò.
Ho usato di proposito il passato remoto perché, rileggendo adesso gli appunti, mi sembra si riferiscano a un periodo molto lontano, è difficile credere che sono passati solo un paio di mesi.
Mi manca il mio lavoro, mi mancano i colleghi con cui fare due chiacchiere, mi manca persino Trenitaglia con i suoi tradizionali ritardi.
In sostanza mi manca la mia vita di prima, come immagino a tutti noi.
Concludo augurando un buon primo maggio a tutti i lavoratori, spero di poter ritornare presto anch'io nel gruppo.

venerdì 17 aprile 2020

Coronadiario - Ommmmmmmmmmmmmm

Foto di PublicDomainPictures
Tra gli appuntamenti giornalieri più seguiti in questo periodo c'è la conferenza stampa quotidiana della Protezione Civile, però dopo le prime volte ho deciso di astenermi: guardare la diretta mi aumenterebbe l'ansia e non saprei dove metterla, è già parecchio affollato qui.
Siamo in casa ormai da oltre un mese e vi confesso che, dopo quattro settimane chiusa in un bilocale, mi aspettavo che avrei cominciato come minimo ad andare su per i muri come la bambina dell'Esorcista, invece le pareti del salotto sono ancora sorprendentemente immacolate.
Aggiungo che non ho rincorso nessuno per le scale con un'accetta e non mi sono neanche buttata dal balcone, anche perché abito al secondo piano, se mi butto dal balcone  al massimo mi rompo qualcosa e mi tocca andare al Pronto Soccorso, dove di sicuro mi menano perché gli faccio perdere tempo per delle sciocchezze.
Dato che secondo le direttive regionali posso farmi una corsetta solo intorno al mio condominio, cosa piuttosto deprimente, ho ridotto le uscite e ripreso a fare yoga.
Devo dire che le lezioni con insegnante americano che parla sottovoce per avere un tono più rilassante mentre tu, contorcendoti come un cobra, tenti di leggere il labiale per capire cosa diavolo devi fare, sono esperienze a volte surreali. Forse avrei dovuto capire che aria tirava già dalla prima lezione, che è iniziata davvero col botto: ho steso il mio tappetino e mi sono vestita prendendo direttamente pantaloni e maglietta dallo stendibiancheria sul balcone, per godere del profumo dei panni asciugati all'aperto e sognare di essere fuori.
Mi stavo vestendo quando all'improvviso ho sentito due fitte sotto il braccio, mi sono strappata la maglia di dosso e, immaginate la mia faccia quando ho scoperto una vespa furibonda intrappolata in una delle maniche.
Vorrà dire che d'ora in avanti prima di vestirmi passerò tutto nel microonde.
Fortunatamente, una volta ogni tanto metto un piede fuori di casa per andare a rifornirmi di cibo; l'ultima volta al supermercato c'era la fila quindi mi sono armata di pazienza, nonché di guanti e mascherina, dato che l'OMS comincia ad avere dei ripensamenti e quindi la mascherina è il nuovo nero.
A questo riguardo vorrei dare una pacca sulla spalla a tutti i portatori di occhiali che a ogni respiro vedono tutto appannato: prima di entrare al supermercato ho messo l'accessorio in posizione e il mondo è diventato improvvisamente Londra, in autunno, negli anni 80.
Mentre me ne stavo in fila con il carrello, ho fatto una serie di esperimenti che mi hanno permesso di eliminare il problema appannamento, costringendomi però a contorcere la bocca in posizioni da fare invidia alla maschera di Scream.
In attesa che arrivasse finalmente il mio turno, ho spostato più di una volta il carrello per fare spazio a quelli che uscivano con la spesa, tentando di mantenere l'ormai famoso metrodidistanza; questo almeno fino a quando una tizia, comparsa all'improvviso alle mie spalle, mi ha spinto da un lato per passare, metrodidistanza RIP, speriamo solo lui.

foto di Pexels
Con questo ho concluso il coronadiario, vi lascio con una chicca: anche da noi come in altri Comuni c'è la diretta quotidiana su Facebook, durante la quale il Sindaco ci aggiorna sulla situazione della nostra città; scrivo Sindaco con la maiuscola perché effettivamente il nostro ha una pazienza che va oltre ogni umana capacità (almeno la mia), riuscendo a mantenere la calma di fronte alla stessa domanda ripetuta millemila volte (ne cito una assolutamente a caso:  ma quindi non ci posso più andare a correre?), a commenti fuori tema, alla signora che gli chiede di rispondere solo alle domande intelligenti, per non parlare dei mille anatemi contro quegli untori che non stanno mai a casa. Una calma davvero imperturbabile.
Tutto questo si potrebbe forse considerare normale amministrazione per uno che fa il suo mestiere; quello però che lo eleva oltre il livello di noi comuni mortali è l'essere riuscito a mantenere la calma quando il mercoledì prima di Pasqua, dopo il quotidiano conteggio di nuovi ricoveri, persone in terapia intensiva e pazienti deceduti, seguito dal suo appello a uscire SOLO in caso di assoluta necessità, è arrivata la domanda delle domande, quella che al momento vince la coppa, LA DOMANDA:

"Quando posso andare a fare benedire le uova?"












mercoledì 25 marzo 2020

Coronadiario - Voi ce l'avete il Metrodidistanza?

Foto di Mahesh Patel
Ieri pomeriggio mentre ero sul balcone intenta a sistemare le piante mi sono sentita chiamare e ho visto la mia vicina sul balcone di fronte; ci siamo salutate e abbiamo fatto quattro chiacchiere, forti del fatto che tra i nostri due balconi c'è ben più del regolamentare metrodidistanza.
Quando sono tornata in casa mi sono resa conto all'improvviso che quella che avevo appena avuto era la prima conversazione con un essere umano in carne e ossa negli ultimi dieci giorni; avevo chattato con parenti e amici, fatto videochiamate su skype ma, avere una persona vera davanti in 3D è molto diverso.
Oddio, dipende anche dalla persona: quella che mi sono vista arrivare contro a tutta velocità con il carrello del supermercato, che neanche Keanu Reeves in Speed, ecco, lei avrei preferito vederla solo su skype. 
Qualche giorno fa ho aperto il frigo e di fronte al vuoto cosmico mi sono arresa, dopo due settimane era ora di fare la spesa; essendo la mia prima uscita dall'inizio della quarantena, ho cercato su facebook dei consigli su come equipaggiarsi per non correre rischi e ho letto davvero di tutto, mancava solo che mi suggerissero di cospargermi di alcol e darmi fuoco per sterilizzarmi post-spesa.
Per stare dalla parte del sicuro, ho chiesto a LaDottora e lei mi ha dato qualche semplice indicazione che ho seguito scrupolosamente; confesso che avrei voluto prendere su una scopa per assicurarmi che gli altri mantenessero il famoso metrodidistanza, ma poi al mio rientro avrei dovuto darle fuoco per sterilizzarla, non mi è parso il caso.
Fortunatamente vicino a casa mia ci sono ben tre supermercati; dico fortunatamente perché nel primo c'era una fila tipo quelle degli Uffizi a Firenze nel weekend di Pasqua, tutti rigorosamente a un metrodidistanza con il loro carrello in paziente attesa. Ho ripreso la macchina e tentato con il secondo punto vendita; lì sono stata più fortunata, c'era gente ma niente orde, sono entrata senza grosse difficoltà. 
L'esperienza-spesa è stata a dir poco surreale: dentro il supermercato c'era un silenzio talmente forte da essere quasi una presenza, interrotto solo dagli annunci che ricordavano di tenere il metrodidistanza, ogni volta che vedevo avvicinarsi qualcuno mi mettevo a calcolare furiosamente quanto fosse sto benedetto metrodidistanza senza ricavarne grosse certezze, io con le misure a occhio non sono mai stata un granché
Dopo un po' ho ripensato con un certo rimpianto tutti quei metri di carta dell'Ikea che mi ritrovo sempre tra le balle a casa e che mi sarebbero tornati utilissimi, oltretutto avrei potuto dargli fuoco appena rientrata, sterilizzazione al 100%.
Ovviamente non ho comprato tutto quello che mi serviva, alcune cose me le sono dimenticate (la cocacola, sigh), altre erano finite, per esempio la farina 0, mentre c'erano quintali di pacchi di farina 00, a riprova del fatto che soffriamo della sindrome-da-guerra per cui facciamo provviste in quantità insensate, però i nostri standard di qualità non vacillano, la farina ultra-raffinata continuiamo a schifarla.
Un ultimo dettaglio degno di nota: sono andata a fare la spesa con un paio di guanti monouso ma SENZA mascherina, e mi sono trovata in un modo di gente mascherinata come neanche a Carnevale o tra gli Ultrà la domenica del derby. Quando mi incrociavano mi guardavano come un'appestata, mi ha ricordato quelle pubblicità degli anni 90 in cui il malato di AIDS aveva il contorno fucsia.
Fortuna che il fucsia mi dona.
Appena tornata a casa sono andata subito a controllare se c'era stato qualche cambiamento nelle indicazioni di comportamento e no, il ministero spiega che se sei in salute non serve a niente la mascherina per fare la spesa, è molto più importante mantenere il famigerato metrodidistanza, quello che ti protegge da eventuali goccioline prodotte da starnuti o colpi di tosse.
Quindi? Evidentemente la gente si è convinta che sia tutto un complotto, che ci stiano tenendo all'oscuro della verità e che il virus in realtà viaggi nell'aria, un po' come come il polline o la polvere; mi aspetto da un momento all'altro la pubblicità delle mascherine fatte con lo Swiffer.
Per le prossime due settimane con le provviste sono a posto, e anche di umanità penso di aver fatto il pieno; resterò a casa e magari scriverò qualche post, quindi per ora vi saluto, questo sì, da un buon metrodidistanza.




domenica 24 marzo 2019

Quei momenti da incorniciare

Stamattina devo andare in centro e fuori c'è il sole, sarà meglio prendere lo scooter per evitare il problema parcheggio. Pronta per uscire cerco le chiavi ma non le trovo, penso che probabilmente saranno rimaste in garage, non è la prima volta che le lascio infilate nel bauletto dello scooter.
Quando apro il garage lo scooter è lì che mi aspetta, con le chiavi infilate ma non nel bauletto, nell’ACCENSIONE. Ovviamente il mezzo non si accende, batteria RIP.
Smadonnando con vigore, salgo in macchina e passo dall’officina moto che fortunatamente è a due passi da casa. Spiego al meccanico il problema, aggiungendo che il garage è sotterraneo e quindi non ho modo di portare lo scooter fin lì.
Il meccanico nella sua ingenuità di professionista pronuncia la seguente frase: Perché non mi porti semplicemente la batteria? Poi vede la mia espressione  e capisce che per me la parola semplicemente non si collega al concetto di portargli la batteria; a quel punto si rassegna e si fa lasciare il cellulare, promettendomi che cercherà di fare un salto da me prima di sera.

Fortunatamente devo studiare per un convegno di chirurgia plastica che ho a breve, quindi aspettare in casa la sua chiamata non è un problema.
O meglio, non lo sarebbe, se questa benedetta chiamata arrivasse, invece scruto inutilmente per ore il deserto dei Tartari che c'è fuori dalla mia finestra. Ore 20, meccanico non pervenuto. Sospiro e metto un promemoria nel telefono, tornerò all'attacco domani mattina.
Nel corso della serata però il pensiero ritorna a quella frase Perché non mi porti semplicemente la batteria? Già, perché non gliela porto? La prima ragione è che non so neanche dove stia la batteria in quello scooter, poi però mi ricordo che il meccanico ha detto che probabilmente si trova sotto il poggiapiedi, potrei anche provare a toglierla da sola, in fondo mica mi chiedono di fondere l'atomo!
L'indomani mattina faccio una ricerca su internet e trovo il tutorial di un tipo amerregano che cambia la batteria a uno scooter della stessa marca del mio. Ok, non sembra poi così difficile.
Ora, non è che sia proprio un’urgenza, siamo in marzo è il clima è fresco, però io preferisco togliermi il dente subito quindi, armata di cacciaviti a stella, spaccati, lunghi e corti, scendo in garage.
Una volta arrivata esamino lo scooter e il poggiapiedi dove il mio collega d’oltreoceano aveva trovato la sua batteria; c’è effettivamente uno sportellino e la sottoscritta si butta con entusiasmo nell’operazione di svitamento viti di fissaggio batteria (i nomi tecnici me li invento, sia chiaro).
Peccato che dietro lo sportellino non ci sia la batteria ma un altra roba non meglio identificata, mi sembra di stare osservando l’intestino di qualcuno. Richiudo tutto in preda allo sconforto, poi però mi sovviene che lo scooter è accompagnato da un simpatico manuale d’uso, gelosamente conservato nel vano sotto la sella. Vuoi che nel manuale non ci sia scritto dove trovare la batteria?
Con una rapida occhiata scopro che la gigina è sul lato destro dello scooter, mi sposto e ricomincio l’operazione di svitaggio; smonto il coperchio protettivo e dopo qualche incertezza libero tutte le viti tranne una. Sì perché evidentemente al costruttore non piace essere prevedibile, quindi l'ultima vite te la posiziona verticale, proprio sotto la sella dove il cacciavite non arriva.
Servirebbe una chiave inglese, peccato che tutte le chiavi, inglesi e non, siano rimaste nella cassetta degli attrezzi, nel mio appartamento tre piani più sopra. Chiudo il garage smadonnando e sto per prendere l'ascensore, quand'ecco che un'illuminazione mi coglie: in cantina a pochi passi dal garage c'è la vecchia cassetta degli attrezzi dello zio Giovanni il quale, avendo le manine d'oro, faceva un sacco di lavoretti da solo, vuoi che non avesse delle chiavi inglesi?
E infatti una volta aperta la cassetta, in mezzo a un casino inimmaginabile, trovo parecchie chiavi inglesi di varie misure e, usando il robo tondo che c'è su un lato, riesco a svitare anche l'ultima vite.

La batteria è libera! Yes, we can!

Estraggo con qualche difficoltà l'aggeggio e torno dal meccanico. 
Quando arrivo in officina il nostro uomo sta parlando con un cliente ma appena si libera si affretta a dirmi:”Non mi sono dimenticato, è solo che ho avuto...”
La gioia mi impedisce di farlo finire, lo interrompo e con un sorriso da orecchio a orecchio rispondo: “Tranquillo, ti ho portato la batteria”

Ci sono momenti che una vorrebbe incorniciare.

Il giorno dopo torno a prendere la batteria che ha passato la notte in officina a ricaricarsi. 
Il meccanico, sant'uomo, non mi fa pagare nulla per la ricarica, assicurandosi così una cliente da qui all'eternità.
Scendo in garage e dopo qualche altra madonna, la batteria è montata, trattengo il fiato e giro la chiave. 
Lo scooter parte.
Anche se il mondo finisse adesso, io morirei contenta.

mercoledì 26 dicembre 2018

La Tombola del Baffo

Non c'è Natale senza tombola. Per rispettare questa antica tradizione, la sera della vigilia di Natale sono andata con Piraccini e la Rinaldi al Magazzino Parallelo dove ogni anno si tiene la Tombola del Baffo.
Siamo arrivate ingenuamente alle 21.30, pensando di poter bere qualcosa prima dell'inizio della tombola ma il locale era già affollatissimo, non c'era un tavolo libero.
Forti nelle nostre conoscenze nell'ambiente, non ci siamo lasciate scoraggiare e abbiamo trovato posto dietro al bancone con le spine della birra, quello che si usa d'estate ma non d'inverno, abbiamo rimediato due sgabelli e approntato una sistemazione per la Rini, impilando le sedute di vari sgabelli sopra un fusto di birra.
Volendo accentuare l'atmosfera della tombola natalizia, nel corso della serata ho bevuto due tazze di vin brulè, caldo e profumatissimo; quanto vado a raccontare però non è frutto dei fumi dell'alcol ma della vita che, come sempre, ci supera.
Quando la tombola in questione ha finalmente avuto inizio, il centro dell'attenzione di tutto il circolo si è spostato sul banditore, che si sarebbe rivelato l'incontrastata star della serata.
Abbiamo capito subito che non sarebbe stata una tombola come le altre; l'uomo ci ha tenuto a precisare che i premi erano esclusivamente per ambo, cinquina e tombola, aggiungendo Per la decina andate al Lugaresi (un altro circolo dove evidentemente hanno un approccio più tradizionale).
La nostra star era già parecchio avanti con i lavori: estraeva una pallina, la guardava per un tempo infinito, come se non riuscisse a riconoscere quegli strani simboli e poi, finalmente, gridava il numero, seguito dalla sua personale versione della Smorfia, di cui trovate alcuni esempi qui sotto:

- Il numero uno - il Cesena
- 11 - i fratelli della morte
- 29 - il piscirillo (il pene)
- 19 - i carabinieri o, in alternativa, la comunista incarcerata
- 66 - e jeval (il diavolo)
- 78 la putena
- 45 il proletario.

Tra un numero e l'altro l'uomo ripeteva il valore dei premi in palio ma, causa l'avanzamento lavori etilici di cui sopra, non c'era una chiara distinzione tra i due momenti per cui, in più di un'occasione, mi sono ritrovata a chiudere la finestrella di uno dei numeri della mia cartella, solo per riaprirla dieci secondi dopo, quando capivo che non si trattava di un numero ma del valore del cesto.
Sono volate parole poco gentili.
Finita la prima tombola c'è stato un momento di pausa e, in quel momento, Paolo ci ha raggiunto; ci avrebbe rivelato solo in seguito che aveva deciso di venire pensando di passare una serata tranquilla senza fare troppo tardi. L'abbiamo già iscritto a un corso di recupero in chiaroveggenza.
Il momento più critico della serata è arrivato verso l'una, quando ancora dovevamo fare un ultimo giro di tombola: eravamo finalmente riusciti  a cominciare e il popolo, avendo ormai capito che la star aveva i suoi tempi (direi biblici), aveva deciso di eliminare la cinquina per velocizzare le cose.
Quand'ecco che, dal pubblico, si leva un grido: Barzelletta!
Siamo impalliditi tutti, memori delle due precedenti barzellette (una per ogni tombola), ci siamo forse ingobbiti un po' ma senza fare tragedie, pensando che in fondo era come un cerotto, lo tiri via e lì per lì fa un gran male ma poi è tutto finito.
Grosso errore, enorme.
La differenza sta in poche semplici parole: questa è una barzelletta che NON HA UNA FINE. Dopodiché è iniziata una storia in cui il protagonista copulava con chiunque gli capitasse a tiro, incluso un cane, e la cosa sembrava non voler proprio finire.
Io ogni tanto urlavo Numeri! oppure Mescola! sperando di riportarlo sulla retta via ma c'è voluto l'intervento del dj (Marco Turci, santo subito) che, alzando il volume di una canzone, l'ha  distratto quanto bastava per fargli dimenticare la barzelletta.
Quindi per riassumere: siamo stati al Magazzino dalle 21.30 alle 2 di notte, non abbiamo vinto niente, però io mi sono divertita un sacco (io e la tombola abbiamo sempre avuto un rapporto privilegiato), il vin brulè era buono e la compagnia altrettanto. Resta solo il rammarico di non aver trascritto le varie voci della Smorfia cesenate, la cultura merita sempre di essere condivisa.

mercoledì 19 settembre 2018

Disegno Brutto, perché no?

Sabato scorso si è tenuto a Cesena  un evento organizzato da TEDxCesena sul tema dei rifugiati a cui ho partecipato come interprete.
L'esperienza del TEDxCesena è stata molto positiva e quello che ho sentito mi ha dato parecchio da riflettere, però non è di rifugiati che vorrei parlarvi oggi.
L'incontro è iniziato con un piccolo workshop di Disegno Brutto di Alessandro Bonaccorsi, che purtroppo non ho potuto seguire perché la nostra cabina era in una stanza separata; ricordo però di aver sentito l'inizio, quando Alessandro raccontava che quando un bambino si accorge di disegnare male rispetto agli altri, semplicemente smette di farlo e quindi si nega la possibilità di migliorare in futuro.
Una volta finito il lavoro di traduzione, mentre si svolgeva la seconda parte del workshop di disegno brutto, commentavo con Omar e Silvia quanto fosse vero quanto detto da Alessandro: io che da piccola con una matita in mano non sapevo fare altro che teste grosse e dita tozze, non ho più disegnato da allora. E anche adesso non mi verrebbe mai in mente di iscrivermi a un workshop di disegno ma, quando ho letto il titolo: Disegno Brutto, ho pensato che quello era un corso che avrei potuto fare anch'io.

Però, pensandoci bene, anche quando ho iniziato a giocare a pallavolo non ero capace ma in quel caso tutti mi dicevano che con l'allenamento si migliora e così è stato.
Perché nessuno l'ha pensato per il disegno?
E mi torna in mente anche quello che mi diceva la logopedista anni fa, che nessuno è condannato a essere stonato per sempre, ci sono solo persone più o meno portate, però tutti possono migliorare.
Eppure mia mamma mi ha raccontato che da piccola, quando nel coro si sono accorti che non cantava bene, le hanno detto di smettere di cantare ed è finita lì.
Chissà perché pensiamo che in certe aree possiamo migliorare, evolvere; quando però si tratta di attività "artistiche" allora no, non puoi andare oltre quello con cui nasci. Un po' una condanna al silenzio artistico per tanti.
Mi viene in mente il verso di  una canzone di Eloisa Atti:

Volevo disegnare l'arcobaleno
ma avevo solo il nero
avevo solo il nero

Che fare? Non so voi, io mi sa che andrò a vedere quando c'è il prossimo corso di Disegno Brutto dalle mie parti; se si tratta di disegno brutto, al momento posso battermi con i migliori e in futuro poi chissà, il mio arcobaleno potrebbe recuperare i suoi colori.

venerdì 7 settembre 2018

Corri Cesena, corri

Alle ore 20.15 di mercoledì  scorso mi trovavo insieme a mia mamma in Piazza del Popolo a Cesena, per partecipare a una camminata alla scoperta delle mura della città.
In piazza si era già radunata una discreta folla e quindi, dopo un breve discorso di presentazione, che non sono riuscita a sentire causa lontananza e vicini casinisti, gli organizzatori sono partiti, seguiti a ruota da un'orda di camminatori.
Non ci è voluto molto per capire che la velocità di crociera impostata dai capofila era eccessiva. A pochi minuti dalla partenza, un bambino è inciampato rovinando al suolo e solo il fatto di trovarsi a lato del gruppo l'ha salvato dall'essere calpestato dalla folla marciante.
Per tutta la prima parte del percorso, nella mia testa è frullata sempre la stessa domanda: che senso ha fare un giro delle mura se non riesci neanche a guardarti intorno, costretta a tenere sempre gli occhi fissi a terra, onde evitare di inciampare e sfracellarti al suolo?
Dopo qualche minuto di maratona mi sono ricordata di quella volta che partecipai a una delle camminate di Cesena cammina (lodevole iniziativa, beninteso) qualche anno fa; la situazione era identica, non facevo che pensare: Ma che fretta c'è? In fondo è Cesena Cammina, mica Cesena Corre!
Per fortuna, quando si trova in situazioni difficili, l'essere umano sa reagire con ironia: di lì a poco tra le persone intorno a noi si sprecavano le battute sul tema:

- Ma perché corrono così? Che fretta hanno?
- Per me gli hanno detto che all'arrivo c'è il buffet gratis.
- Probabile, porchetta e Franciacorta.

-Per favore non illudete il Popolo, se quando arriviamo non trovano niente, rischiamo la
sommossa.
- Che abbiano il parchimetro che scade?

La mia preferita l'ho sentita una volta arrivati a Porta Santi, di fronte a una brevissima ma ripida salita:

- ma non avevano parlato di percorso pianeggiante? 
Questo cos'è, il Pordoi?

Tutto sommato, è stata un'oretta divertente, mi sono fatta parecchie risate e anche due passi, che non fanno mai male. La salute innanzitutto.

Veni, vidi e siamo a posto così.

venerdì 31 agosto 2018

Diffondete il messaggio! Tutti devono sapere!

Stavo riguardando le foto sulla mia pagina Instagram e mi sono resa conto di un dettaglio importante: c'è un tema che si ripete a distanza di tempo e, riflettendoci meglio, sono giunta a conclusioni inquietanti che non posso continuare a nascondervi. Tutti devono sapere.
Gli alieni sono tra noi.

La prima evidenza oggettiva di quanto dico è la foto qui a lato, scattata sul mio balcone una mattina, subito dopo aver fatto colazione. Qui evidentemente la tecnologia aliena, sempre celata ai nostri occhi umani, ha avuto un guasto, palesandosi in tutta la sua spaventosa potenza.

Mi pare evidente però che gli studi non si limitano alla semplice osservazione di noi umani, come nel caso qui sopra; gli alieni sembrano prediligere infatti un esame più particolareggiato del soggetto, come dimostrano i tanti rapimenti nei quali mi sono imbattuta per puro caso nel corso del tempo.

Il primo rapimento di cui ho avuto notizia si è verificato nei dintorni di casa mia ma in quel momento non ho dato importanza alla cosa, attribuendo la presenza di quelle scarpe abbandonate fuori dal cassonetto alla pigrizia di qualche vicino buzzurro.







Poi le cose si sono complicate quando, durante la mia abituale corsa vicino allo stadio, ne ho scoperto un altro in una zona non molto trafficata, se non dai tifosi nei giorni delle partite.
Che volessero studiare un Ultrà?
In questo caso, quello che ha attirato la mia attenzione sono quelle scarpe disposte in modo così preciso, come se il proprietario se le fosse tolte con cura prima di andarsene.









A una rapida occhiata, i soggetti esaminati dagli alieni sembrano essere estremamente diversi tra loro, perlomeno a giudicare dalle scarpe rinvenute sui luoghi dei rapimenti, si passa dalle Clark ai mocassini, fino ad arrivare alle scarpe portate senza lacci dal dandy di turno; il poveretto probabilmente non immaginava che la sua scelta di stile avrebbe avuto implicazioni così drammatiche.










La foto che osservate qui a lato rappresenta una importante evoluzione nel percorso dei rapimenti; fino a questo momento infatti erano stati rapiti solo singoli individui, probabilmente sorpresi in un momento di solitudine, invece qui gli alieni tentano di fare le cose in grande con il rapimento simultaneo di una coppia di persone, probabilmente appena uscite dal supermercato, a giudicare dalla busta di carta rinvenuta a lato delle loro scarpe.
Data la situazione, la tentazione di considerare Cesena come una potenziale nuova Roswell è forte ma le evidenze che ho raccolto sembrerebbero portare in tutt'altra direzione.
La foto che vedete qui a fianco è stata scattata dalla sottoscritta a Venezia, a riprova del fatto che i rapimenti di cui ci stiamo occupando non conoscono limiti geografici, il problema è nazionale.
Resta l'interrogativo di quella piuma abbandonata vicino alle scarpe, quasi a voler suggerire che nel corso del rapimento i Visitatori abbiano pensato di prelevare anche lo sfortunato piccione che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Si saranno certamente pentiti nei giorni successivi; me li immagino che vagano per l'astronave, pulendo cacche di piccione un po' ovunque e smadonnando in alieno.
Ovviamente uno studio degno di questo nome deve analizzare l'umanità considerando entrambi i generi e, infatti, qui vediamo un altro caso di rapimento di un soggetto chiaramente femminile. Tuttavia in questo caso sembra che la loro tecnologia abbia fatto fiasco, destrutturando le scarpe e lasciandone a terra solo la parte interna.
L'impressione è che in quel periodo i Visitatori si siano accorti per la prima volta di quegli oggetti che restavano abbandonati a terra e abbiano deciso di studiare meglio il fenomeno scarpe.







Anche quest'ultima foto sembra sostenere l'ipotesi di un tentativo alieno di estendere lo studio degli umani anche alle loro calzature, studio sempre un po' ostacolato dagli evidenti problemi tecnici che ha ancora la tecnologia aliena e che hanno probabilmente causato la perdita dei calzini.

Questa foto in particolare ci fornisce nuovi indizi, non meno preoccupanti: l'ho scattata lo scorso anno a Londra e dimostra quello che già da un po' venivo sospettando: gli alieni sono ormai in tutto il mondo, l'invasione è già cominciata.
Beware! They are coming!

giovedì 30 novembre 2017

Quando hai finito lui fai me?

Questo post appartene al filone "Parrucchiere - non aprite quella porta", una serie che mi ha dato grandi soddisfazioni in passato, ripagandomi (anche se solo in parte) dei traumi subiti nel corso degli anni a opera della categoria.
Arrivata a questo punto, dopo aver cambiato milemila parrucchieri, italiani e non, mi trovo costretta ad ammettere che il problema sono io: ho evidentemente delle difficoltà di comunicazione (ironico per una che fa l'interprete) con la parte coiffeur del mondo.
In questo specifico caso, ammetto apertamente le mie colpe, sono stata frettolosa e poco precisa; avrei dovuto esordire dicendo voglio solo spuntarli ai lati e dietro, sopra lasciali come sono e invece quando lui mi ha chiesto: Taglio? io ho semplicemente risposto di sì, aggiungendo li voglio dritti senza pensare che la mano del parrucchiere è un purosangue scalpitante che va tenuto a freno, altrimenti comincia a sforbiciare furiosamente e addio capelli.
Inoltre, essendo io parecchio miope, una volta tolti gli occhiali in sede di lavaggio, sono nelle mani dello sforbiciatore di turno fino alla fine, quindi diventa ancora più importante arrivare a un accordo blindato, prima che la mano impugni l'acciaio.
A volte l'Universo si impietosisce e prova a lanciarmi un segnale di allarme ma ahimè, rintronata come sono, il più delle volte non me ne accorgo.
In questo caso il segnale somigliava molto a un allarme tsunami: un tizio entrato mentre io ero sotto taglio, si è seduto alle mie spalle dicendo al parrucchiere Quindi quando hai finito lui fai me?
E in effetti, quando mi sono messa gli occhiali mi sono trovata davanti mio fratello, quello arruolato in Marina.
Il parrucchiere dispiaciutissimo continuava a ripetermi dimmi cosa vuoi e ti sistemo ma come facevo a dirgli che non c'era abbastanza materia prima da sistemare, avendo i miei capelli una lunghezza massima di 5-6 cm? L'ho comunque rassicurato, ammettendo le mie responsabilità, dopodiché mi sono messa una berretta in testa (per fortuna ce l'avevo) e me ne sono tornata a casa a testa bassa.
Fortunatamente, un rapido cambio di pettinatura (non più dritti ma tutti pettinati in avanti) mi ha permesso di mostrarmi al mondo senza fare svenire le vecchiette o piangere i bambini.
Questa volta però ho imparato la lezione e, visto che un'immagine vale mille parole (soprattutto le mie), prima del prossimo appuntamento dal parrucchiere (che vista la situazione sarà almeno a marzo 2018) scandaglierò la Rete e mi procurerò una valanga di foto con cui seppellirò il malcapitato sforbiciatore di turno.
Sbagliare sì, arrendersi, mai.



P.S. Vi terrò aggiornati.

venerdì 8 settembre 2017

Se sei fuori squadra , ti serve il negozio universale

Quando metti su casa hai un sacco di roba da fare, da trovare, da sistemare, qualcosa sfugge sempre; per mesi continui a comprare cose che credevi di avere e invece...
A volte compri cose e poi scopri che non sono della misura giusta (es il porta-posate di 1 cm più grande del cassetto delle posate), oppure le compri e poi ti chiedi come diavolo ti è venuto in mente di comprarle (es il porta-spaghetti quando tu gli spaghetti non li cucini mai); il momento più alto arriva però quando compri oggetti che si rivelano poi posseduti dal Demogno, il quale Demogno ha un senso dell'umorismo tutto suo.
Nel caso in questione, dopo qualche mese dal trasloco ho deciso che era ora di comprarmi una bilancia (rimpiangendo di non aver comprato a suo tempo la splendida bilancia con ippopotamo che vendete in foto) ed essendomi imbattuta in una favolosa offerta per cui con solo dieci euri ti tiravano nella schiena una bilancia, ne ho portato a casa un esemplare e l'ho sistemato orgogliosamente in bagno.
Il primo dubbio mi è venuto due giorni dopo, quando mi sono pesata per la seconda volta (come sempre col giochino nuovo inizio con entusiasmo, salvo poi dimenticarmi che esiste dopo qualche giorno): tra la prima e la seconda pesata c'erano due chili di differenza. Ora, potrà anche essere che ci siano fluttuazioni di peso anche significative ma, se avessi perso due chili in un giorno, credo che me se sarei accorta. Ho quindi deciso di pesarmi di nuovo e, dopo quattro o cinque tentativi, ne ho ricavato la seguente ipotesi: la bilancia in questione calcola il peso in base a una serie di parametri tra cui l'oroscopo, le fasi lunari, il giorno della settimana e il numero di passerotti che solcano il cielo ogni giovedì e martedì. In parole povere, ogni pesata dà un valore diverso.
Questa scoperta, che normalmente porterebbe a un immediato defenestramento del marchingegno, in realtà mi ha fatto ridere, ho deciso che terrò la gigina e, quando sentirò l'assoluta necessità di pesarmi, lo farò tre volte consecutive per poi fare una media. A ripensarci, è stato un po' come quando ho scoperto che il parquet della camera da letto non era liscio ovunque o che, montando il rubinetto della cucina, l'operaio aveva lasciato incastrata in mezzo l'etichetta dell'Ikea (vedi foto a lato); in fondo l'idea che la mia casa non sia perfetta, che sia un po' storta, non mi dispiace, me la fa sembrare più mia: in fondo è un po' fuori squadra, come sono io.
Comunque, tornando all'argomento cose mancanti, il fatto in sè non sarebbe una tragedia, è la tempistica che spesso ti frega; per esempio ieri sera, complice la pioggia, la temperatura era scesa abbastanza da farmi correre un rischio mai neppure contemplato negli ultimi mesi: accendere il forno e fare la pizza.
Avevo preparato tutto sul piano della cucina: l'impasto pronto da stendere, i pelati da passare, il prosciutto cotto e i funghi (la mozzarella no perchè se ne fa volentieri a meno), si trattava solo di procedere. Peccato che quando ho preso in mano il barattolo dei pelati, il maledetto traditore si sia rivelato privo di linguetta per aprirlo, toccava usare l'apriscatole. Avercelo, l'apriscatole.
Una rapida occhiata nel cassetto delle posatone (mestoli, coltellacci, roba così) mi ha confermato il terribile sospetto: apriscatole, ciccia. Ovviamente erano le sette e venti di sera e fuori piovigginava.
Quando il gioco si fa duro, i duri non so esattamente cosa facciano, io mi rivolgo ai professionisti: mi sono vestita alla velocità della luce e sono corsa al negozio dei cinesi vicino a casa (quello che in questi mesi mi ha salvato la vita parecchie volte, dato che dentro c'è praticamente tutto) dove, alla modica cifra di 6 euri e 95, ho portato a casa il necessario aggeggio e di lì a poco infornato gloriosamente la mia pizza.
Tu, universo, divertiti pure coi tuoi tiri mancini, finché ho il negozio universale vicino, non ti temo.

mercoledì 28 giugno 2017

L'accorato appello di un vampiro

In questi giorni di caldo torrido l'unica possibilità di sopravvivere, per chi come me non ha ancora l'aria condizionata in casa, è rifugiarsi al mare per godere della brezza marina o almeno di quel filo d'aria che si degna di circolare; purtroppo io e il sole non andiamo d'accordo quindi al momento gran parte della giornata la passo in casa con le tapparelle tirate giù, aspettando la sera per mettere fuori timidamente il capino; in sostanza ho tutte le beghe dei vampiri (se mi espongo alla luce non credo di prendere fuoco ma, bianca come sono, ci andrei vicino), senza nessuno dei vantaggi.
Sabato sera col favore delle tenebre ho raggiunto la Rinaldi che lavorava come cassiera a una festa in spiaggia; per l'occasione, onde evitare di perdere anni di vita cercando un parcheggio, ho tirato fuori lo scooter e rischiato la pelle sulla via Cesenatico, che in certi punti è ormai allo stesso livello di una mulattiera.
Quando finalmente sono arrivata nella zona di Ponente, mi sono trovata davanti il trenino che porta in giro bambini e turisti, ovviamente a una velocità massima di 25 km/ora; per aggiungere il danno alla beffa, i bambini che occupavano l'ultimo vagone cantavano in coro Occidentalis Karma, con tanto di coreografia. Sono abbastanza sicura di non aver fatto niente di tanto orrendo da meritare una cosa simile.
La Rinaldi era già in posizione ma non particolarmente indaffarata, erano le 23 e c'erano quattro gatti, non fa figo farsi vedere prima dell'una, sospetto che il vampirismo di stia diffondendo tra le nuove generazioni.
Io e la Piraccini (arrivata prima di me, per lei niente trenino), ce ne stavamo a lato cassa sorseggiando roba piena di ghiaccio nella speranza di abbassare la temperatura corporea mentre, dietro di noi, uno degli addetti alla sicurezza vegliava sull'incolumità della cassa (la cassiera alla sua incolumità ci pensa tranquillamente da sola).
Da quella posizione si ha un quadro perfetto della situazione (prima o poi tutti prendono qualcosa da bere) e devo dire che negli anni non ho visto grandi cambiamenti nella fauna che popola questo particolare tipo di evento (a suo modo è rassicurante notare che in fondo siamo tutti uguali), ci sono alcune categorie sempre rappresentate, a volte con qualche perla inattesa.
C'è per esempio quello inesperto che arriva alla festa in spiaggia con le scarpe di tela scure e lo vedi fermarsi davanti a quel mare di sabbia candida che lo separa dal pubblico danzante, incerto se sacrificare le scarpe alla possibilità di trovare da far del buono; la sua controparte femminile arriva con i tacchi a spillo e si trova suo malgrado costretta a scendere, decisione non facile visto che la mise per la serata è stata accuratamente pensata intorno a quei quindici centimetri in più e quindi scendendo dai tacchi si rovina tutto l'effetto.
Poi ci sono gli habitué, quelli che salutano i baristi (e la cassiera), che fanno un salto in bagno quando è ancora umano, quelli insomma che sanno come muoversi e non combinano casini.
La parte più interessante arriva più tardi, quando i livelli etilici si alzano e il lavoro della cassiera diventa complicato; è lì che l'esperienza fa la differenza.
Perché non si tratta solo di capire cosa ti dice gente che biascica come se avesse un tordo in bocca, devi anche gestire quello che ha finito i soldi e vuole barat tareil suo cellulare con un paio di birre, per non parlare della Splendida, quella che arriva alla cassa e ti chiede quanto costa l'upgrade. Alla tua richiesta di spiegazioni, questa ti risponde che lei vuole cocktail con alcool di migliore qualità. Purtroppo non ero presente quindi non so se teneva il mignolo alzato mentre faceva siffatta richiesta.
Un capitolo a parte merita colui (generalmente un uomo) che vive la festa in spiaggia come un momento di assoluta libertà e quindi a un certo punto decide di togliersi la maglia e ballare a torso nudo.
Ora, se da una parte plaudo all'uomo che si sente così a suo agio col proprio corpo da non avere
timore a mostrarlo, dall'altra devo riconoscere che la situazione si presenta alquanto delicata: mentre tu, ignara di tutto stai ballando, entri in contatto con l'uomo questione il quale, oltre essere a torso nudo è spesso anche abbondantemente sudato, un po' come prendere in mano una lumaca gigante.
Vorrei anche fare un appello all'intera comunità degli allergici alla t-shirt: capisco le vostre esigenze di libertà e spensieratezza ma mi aspetterei una maggiore sensibilità da parte vostra nei confronti dei meno fortunati; non è bello constatare che la maggior parte voi è più prosperoso della sottoscritta, lo trovo francamente ingiusto quindi, in futuro, prima di togliere quella t-shirt, fermatevi un secondo a riflettere, la vostra felicità non dovrebbe costruirsi sulle sofferenze di noi minoranze svantaggiate.
Cordialmente.


martedì 13 giugno 2017

Schivando i barbari tra fragole e maionese

E finalmente si è concluso il periodo di lavoro matto e disperatissimo che, associato al dover seguire i lavori di ristrutturazione, comprare i mobili e traslocare nel nuovo appartamento, mi ha portato a tanto così dall'emulare Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia.
Adesso, pur correndo comunque tutto il giorno alla ricerca delle mille cose ancora da fare o da comprare (es. stai per entrare nella doccia e ti rendi conto di non avere lo shampoo), mi sento moralmente autorizzata a prendermela un po' più comoda.
Naturale quindi che, quando la Rini mi ha proposto di andare a fare un giro a Milano sabato 10 giugno, non l'abbia neanche lasciata continuare, non mi interessava sapere cosa avremmo fatto, una gita era proprio ciò che aveva ordinato il dottore.
Questa volta avrei guidato io (mica puoi sempre farti scarrozzare), quindi ho deciso di fare un colpo di mano e dichiarato che, essendo la Kia Rio il mio regno (sorvolo sulla concatenazione di eventi che hanno portato all'acquisto di questa macchina da tamarri, ormai c'è e me la tengo), all'interno vigono le mie leggi e quindi le tre ore di viaggio sarebbero state interrotte da una sosta in autogrill.
La dichiarazione era temeraria ma quanto mai necessaria poiché la Rinaldi, se al posto di guida, rifiuta ostinatamente di concedere qualsiasi sosta, implacabile anche di fronte alle più elementari necessità (es. la pausa sigaretta per la Piraccini), quindi era necessario preparare il terreno a questo radicale cambio di paradigma.
Il viaggio di per sè è filato liscio, se escludiamo la faida interna tra due opposte fazioni: da una parte la Rinaldi e la Piraccini che, causa probabili antenati islandesi, non concepiscono una temperatura dell'abitacolo superiore ai 12 gradi, dall'altra la sottoscritta e Monogawa che non inseguono il sogno dell'eterna giovinezza a mezzo congelamento.
Sapendo di aver già traumatizzato la Rinaldi con la pausa in autogrill, ho deciso di cedere almeno sulla temperatura e quindi, novella Capitan Findus, ho condotto a destinazione il mezzo (però con il senno di poi avrei dovuto portare almeno un plaid) e parcheggiato in prossimità della Fondazione Prada e della sua torre dorata, dettaglio che ricorda molto certi tempi thailandesi.
Dopo una breve sosta al bar Luce, perfetto in ogni dettaglio ma fin troppo finto per i miei gusti, abbiamo passato un paio d'ore visitando ogni angolo della Fondazione, esclusa l'installazione di Alejandro Iñarritu, che era uno dei motivi del nostro viaggio ma che, incautamente, avevamo trascurato di prenotare.
Nel pomeriggio siamo andati a vedere la mostra di Keith Haring e devo ammettere che anche questa mostra mi ha menato, magari non forte come quelle di Basquiat o Francis Bacon, però alla fine le ho prese anche stavolta. Forse il problema sono io.
All'uscita dalla mostra il calo di zuccheri era evidente, quindi ci siamo fermati a farci derubare di 7 euri per una cocacola e poi, dopo una breve sosta per vedere le foto vincitrici del Wordpress Photo 2017 (ci sono appassionati di fotografia tra noi, io ho semplicemente preso altre botte), siamo tornati verso la macchina. Prima di ripartire però abbiamo deciso di fermarci per un aperitivo e un po' di sano relax in un ostello molto carino in cui ci eravamo imbattuti proprio quella mattina; usciti dalla metro ci siamo avviati con passo stanco verso il locale e io già pregustavo un'oretta di chiacchiere seduta comodamente all'ombra degli alberi, sorseggiando qualcosa di fresco e mangiando patatine (in fondo non serve molto per la felicità) ma evidentemente l'universo aveva altri piani, sintetizzabili con una sola parola: karaoke.
Intorno ai tavoli dell'ostello si agitava un'orda di barbari mentre, al centro della scena alcuni individui, sicuramente posseduti dal Demogno, emettevano rumori che si potrebbero definire note musicali solo in senso molto lato.
Messi di fronte alla tragedia, abbiamo scelto la fuga e ci siamo rifugiati all'interno del locale al riparo da quelle urla belluine ma, purtroppo, la sofferenza non era finita. Dopo aver pagato altri 7 euri per usufruire dell'aperitivo, siamo stati aggrediti da pasta scotta, frittatine insipide e crocchette di pollo ultra-unte, l'unica cosa mangiabile erano le patatine pai, la cui fornitura ovviamente scarseggiava.
Abbiamo resistito tenacemente per una mezz'ora, poi abbiamo tagliato la corda mentre quelli del karaoke attaccavano con Miserere di Zucchero, il colpo di grazia.
Durante la fuga, mentre ancora ci perseguitavano brandelli di suono, siamo passati davanti a una gelateria e la Piraccini, che dalla mattina ci ripeteva di volere un gelato, ha deciso di fermarsi.
La gelateria in questione era parte di uno di quei locali che nelle intenzioni vorrebbero essere ultra-ricercati ma finiscono con risultare un chiaro esempio del famoso monito: se la maionese è buona e le fragole sono buone, non è detto che le fragole con la maionese siano buone.
Chiudendo gli occhi ci siamo avvicinato al banco gelati, scoprendo solo allora che i gelatai avevano schifato i nomi tradizionali dei gusti, optando per la creatività: c'erano gusti come Marco Carta, Al Jarreau, Lady Gaga ecc. Per fortuna in basso in piccolo c'era anche il nome plebeo, almeno capivi cosa stavi per ordinare, anche se purtroppo lo capivi solo tu: quando la Piraccini avvicinandosi al bancone ha elencato al gelataio i gusti che voleva, l'uomo le ha chiesto a quali gusti corrispondessero perché lui quei nomi lì non se li ricordava mica!
Dulcis in fundo.