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venerdì 1 maggio 2020

Coronadiario - Nostalgia canaglia

Come ho avuto occasione di dire più di una volta, spesso per l'interprete la vera sfida è arrivarci al lavoro; qui sotto trovate gli appunti presi durante il mio ultimo viaggio  di lavoro, ai bei tempi quando ancora ne avevo uno.

Oggi ho l'unico lavoro non annullato in tutto il mese quindi, nonostante il diluvio e le previsioni di Armageddon per chiunque metta il naso fuori di casa, esco e vado in stazione a prendere il treno. Sul binario siamo pochi e ci sistemiamo strategicamente a debita distanza gli uni dagli altri, avrei dovuto portare il metro di carta dell'ikea, che pesa poco e oggi mi tornerebbe utile.
Stessa cosa in treno, ognuno in un sedile, quella dietro di me ha la mascherina, per non parlare di quelli con la sciarpa avviluppata intorno alla testa come un cobra, novelli Ataru Moroboshi in giro a combinare casini.
Scendo nel girone dell'alta velocità e prima di prendere il treno faccio una capatina alla toilette. Avevo già avuto modo di notare la mestizia di questi bagni, a vederli sembrano rassegnati, come a dirti che meglio di così proprio non si poteva fare. 
A pensarci bene, ha dell'incredibile: hanno scavato le profondità della terra per farsi il privé ferroviario lontano dalla plebe e poi nel bagno se vuoi toglierti il cappotto o appoggiare una borsa c'è solo un gancetto striminzito che sembra stia per svenire, al massimo ci appendi una camicetta. Se poi vai a lavarti le mani, nel distributore trovi ancora il sapone liquido, niente fighissima mousse di sapone. Tutto questo in sé mi scivolerebbe addosso senza scalfirmi, il dramma è quando ti giri per asciugarti le mani e c'è questo robo bianco da cui esce un soffio cosi tenue da farti sospettare che dietro al robo ci sia un paziente asmatico che arrotonda la pensione facendo il soffione umano. Oltretutto l'aria è alla temperatura ambiente e, di questi tempi l'ambiente è freddo assai, quindi ti chiedi se le mani si asciugheranno prima di andare in ipotermia. 
Mentre smadonni contro quei rabighini che hanno comprato un asciugatore che non scalda perché di sicuro costava meno, avverti un impercettibile cambiamento nella temperatura; all'inizio non sei sicura ma poi col tempo la certezza arriva, il robo manda aria meno fredda. 
Quindi l'attrezzo scalda ma solo la terza generazione di avventori, per cui l'unica soluzione è aspettare altre due persone e lavarsi le mani dopo di loro, cosa che in questi tempi di coronavirus si rivela davvero difficile.
Arrivo finalmente alla sede del convegno e insieme a Cristina, la mia collega di oggi, raggiungiamo la sala regia tallonando l'organizzatore, perché ci troviamo in un labirinto così intricato che Dedalo prenderebbe appunti. 
La sala regia non offre tante opzioni quindi per oggi invece della cabina abbiamo un ripostiglio e, dato il ristrettissimo spazio vitale, il mio computer è appoggiato sulla valigiona che usano per trasportare le cuffie per i partecipanti; fin qui la cosa non mi preoccupa, non è la prima volta che traduco da un ripostiglio e ce ne sono stati di peggiori, ne ricordo uno a cui si accedeva solo abbassandosi ad altezza da gara di limbo.
Quello che invece mi dà da pensare è il buco nel soffitto da cui pende un preoccupante groviglio di cavi, sarà meglio andare subito in bagno perché se mi alzo durante il lavoro rischio di finire impiccata o folgorata, a scelta.

Nonostante le premesse, la giornata di lavoro filò liscia, senza impiccagioni o folgorazioni e, pur con un viaggio di ritorno un po' affollato, a distanza di due mesi sono ancora qui, quindi nessuno mi contagiò.
Ho usato di proposito il passato remoto perché, rileggendo adesso gli appunti, mi sembra si riferiscano a un periodo molto lontano, è difficile credere che sono passati solo un paio di mesi.
Mi manca il mio lavoro, mi mancano i colleghi con cui fare due chiacchiere, mi manca persino Trenitaglia con i suoi tradizionali ritardi.
In sostanza mi manca la mia vita di prima, come immagino a tutti noi.
Concludo augurando un buon primo maggio a tutti i lavoratori, spero di poter ritornare presto anch'io nel gruppo.

martedì 14 gennaio 2020

E oltretutto si lamentano!

Foto di Giacomo Zanni
L'anno scorso mi era capitata la fortuna di dormire per un paio di notti nell'equivalente italiano della casa di Psycho (vedi Mai chiedere cose strane, o forse sì) e mangiare nella vicina trattoria a conduzione familiare, un'esperienza decisamente memorabile.
Mi trovo nuovamente in quella zona per lavoro e il ristorante dove di solito si va a pranzo è chiuso e quindi qualcuno, non sappiamo esattamente chi, ha chiesto in giro e trovato un altro locale.
Immaginate la mia sorpresa quando mi accorgo che stiamo andando verso la stessa trattoria in cui andavo a cenare quando uscivo da casa-Psycho.
Mentre scendiamo nella sala ristorante informo le mie colleghe che conosco il posto e che stiamo sostanzialmente entrando nel salotto di una casa ma mi trattengo dal fare commenti negativi sulla cucina, nella speranza che le cose siano cambiate.
Non è così.
Ci sistemiamo in un paio di tavoli e il cameriere ci informa che come primo possiamo scegliere tra:
a) tagliatelle ai funghi, al ragù o al pomodoro,
b) ravioli con pomodorini e bufala.
Scegliamo i ravioli e io chiedo se per me li possono fare senza la bufala perché non mi piace; il cameriere va a consultare la cuoca e poi mi fa sapere che posso averli con la panna o con il pomodoro. Senza farmi scomporre dall'inspiegabile comparsa della panna nella categoria sughi (e i funghi? E il ragù?) scelgo il pomodoro.
Di secondo ordiniamo il roast beef con verdure (broccoli e patate al forno).
Dopo qualche minuto, mentre servono le tagliatelle a quelli del tavolo a fianco, il cameriere ci porta roast beef (in realtà è tipo arrosto, ben cotto) e verdure.
Io - Noi veramente avremmo prima i ravioli
Cameriere - Tra un po' arrivano
E se ne va.
Foto di skeeze
Vista l'aria che tira, decidiamo di prenderla con filosofia e ci mettiamo a mangiare il secondo, tentando di non macchiarci, cosa non semplice perché la carne nuota in un lago di olio quindi, quando tiri su una fetta, schizzi gocce ovunque.
Mentre ci serviamo del secondo, arriva il cameriere con il primo: un unico vassoio con dei cuoricioni di pasta ripieni e conditi con salsa di pomodoro. Decido di indagare:
Io: Questi sono i ravioli senza la mozzarella di bufala?
Cameriere: No, sono tutti uguali.
Io: Ma la mozzarella di bufala dov'è?
Cameriere: Nel ripieno.
Io: Allora io non posso mangiarli, non mangio la bufala.
Sguardo sconvolto del cameriere, come se gli fosse appena arrivata un'informazione sconvolgente.
Mi trattengo dal chiedere che fine abbiano fatto i pomodorini e mi butto sul roast beef.
Mentre mi servo di broccoli e patate, il cameriere porta il secondo anche a quelli dell'altro tavolo e scopro che tra le loro verdure ci sono anche i carciofi. A noi nessuno ha parlato di carciofi, si vede che noi non ce li meritiamo.
Sara, dopo aver provato i cuoricioni mi informa che la mozzarella di bufala non si sente, quindi provo timidamente ad assaggiarli e in effetti la bufala non si sente anzi, non c'è proprio traccia di mozzarella di bufala, sarà andata a fare due passi con i famosi pomodorini di prima.
Foto di Oberholster Venita
Chiediamo se possono portarci un altro po' di roast beef con verdure e dalla cucina arrivano una piccola porzione di patate e broccoli (i carciofi li portano solo nel privé) e una porzione monumentale di roast beef, paiono fette di brontosauro.
Nel frattempo il cameriere urta la nuca di Sara con il vassoio e, alla domanda se sono previsti dolce e frutta ci risponde che andrà a chiedere in cucina, poi torna e ci ignora.
Io a quel punto trattengo a stento le lacrime, scoppierei a ridere ma sul muro davanti a me c'è il ritratto di una signora che mi fissa con aria arcigna, probabilmente indignata di fronte a tutti questi sconosciuti che mangiano a scrocco nel suo salotto.
E oltretutto si lamentano!



venerdì 7 dicembre 2018

Mai chiedere cose strane, o forse sì?

Torno a scrivere per raccontarvi di una trasferta di lavoro che ha fatto di tutto per diventare
indimenticabile; questa volta mi trovavo in un piccolo paesino delle Marche per tre giorni di simultanea in una ditta e, avendo bisogno di un posto dove dormire, avevo prenotato un appartamento vicinissimo al posto di lavoro che, oltretutto, aveva un prezzo molto conveniente.
A una prima occhiata dal vivo, l'appartamento in oggetto si sarebbe potuto definire vintage, volendo essere molto, molto positivi: arredamento da casa dei nonni, mobili massicci e ninnoli ovunque, il tipico set da film dell'orrore. Mi aspettavo in ogni momento che da qualche angolo buio saltasse fuori una vecchia con un coltellaccio; per fortuna, non c'erano bambole vestite di pizzo sul comò, altrimenti non sarei riuscita a chiudere occhio per tutta la notte.
L'impressione era che in quelle stanze da parecchi decenni nessuno avesse fatto migliorie, tutto era rimasto come allora e vi lascio immaginare come chiudono bene gli infissi agé. Per lo stesso motivo ho evitato di usare la cucina a gas, non volendo rischiare di saltare per aria proprio prima di Natale, perderei i cappelletti in brodo di mia mamma e sarebbe un peccato.
Un altro problema è emerso al momento di caricare il telefono: immaginate la sottoscritta che gira per l'appartamento come un cane da tartufo alla ricerca di una presa di corrente post Concordato e alla fine si trova costretta a staccare la televisione dall'unica spina a disposizione in camera da letto, rinunciando a vedere la tv dopo cena.
Avrei scoperto solo dopo che l'apparecchio comunque non funzionava.

Appena entrati nell'appartamento, io e il proprietario avevamo constatato che sua moglie era passata a pulire ma si era dimenticata di accendere il riscaldamento.
Volendo vederla positivamente, potevo stare tranquilla in merito a topi e compagnia bella, solo La Cosa sarebbe sopravvissuta a quelle temperature.
Il tipo aveva immediatamente acceso il riscaldamento ma, essendo io impegnata con la valigia e la borsa del pc, non avevo prestato sufficiente attenzione alla manovra e quindi alle 2 di notte, quando il clima era ormai diventato tropicale, non sapevo come spegnere il riscaldamento.
Ho tentato di chiudere la manopola del singolo termosifone ma, per quanto la girassi, il termosifone in questione non si è fatto influenzare e ha continuato a lavorare alacremente, neanche dovesse scaldare l'Inferno.
La cena è stata un altro momento memorabile; su consiglio del proprietario sono scesa alla trattoria a conduzione familiare lì vicino e mi sono trovata in quello che sembrava un salotto di casa: a parte un paio di clienti seduti a un tavolo, c'era solo una tavolata di persone che guardavano Striscia la Notizia e sembravano gente di casa. Mi sono sentita in colpa per essere arrivata così, senza una bottiglia di vino o un mazzo di fiori.
Per quanto riguardava il menu, mi era stato dato un consiglio un po' preoccupante: non chieda cose strane, quindi per stare dalla parte del sicuro ho optato per un primo del luogo e mi sono ritrovata a mangiare pasta tipo capelli d'angelo con un ragù di non so quale bestia, magari era fatto bene ma a me non piaceva; per alleggerire un po' il pasto, di secondo ho chiesto solo un'insalata verde, insalata che è arrivata, già condita e annegata in un Missisipi di aceto.
A volte la vita è matrigna.
Dopo cena ho chiesto il conto e la signora mi ha risposto che per pagare sarei dovuta salire al bar per una scala interna; una volta al bar ho spiegato che volevo pagare la cena e la barista mi ha fatto aspettare mentre telefonava al ristorante di sotto per chiedere quanto dovevo pagare.

Il bagno merita un discorso a parte:
1) gli asciugamani erano di quegli anni là, quindi ti asciugavi e ti esfoliavi allo stesso tempo,
2) c'erano due asciugamani da bidet e uno da viso, telo da bagno non pervenuto,
3) le due estremità del porta-asciugamani erano ricoperte di carta stagnola (vedi foto), non ho avuto il coraggio di sollevarla per scoprirne la ragione,
4) c'erano i tappetini intorno a water e bidè (sentitevi liberi di rabbrividire),
5) niente doccia, solo una vasca da bagno con telefono della doccia vintage e quindi intasato di calcare giurassico, acqua spruzzata dai pochi fori non ostruiti, con una violenza di getto inaudita.
6) in bagno c'era la seconda e ultima presa di corrente utilizzabile, sarebbe stata utilissima per asciugarsi i capelli, se solo non mi fossi dimenticata il phon. Per un attimo ho considerato la possibilità di asciugarmeli davanti al calorifero scalda- Inferno.


Rileggendomi, non credo che sarei riuscita a inventare una storia con una trama così assurda neanche se mi ci fossi messa d'impegno, mi inchino alla realtà.

mercoledì 20 giugno 2018

Il diritto al numero 100

Sono in cabina e sto traducendo da una ventina di minuti un tizio che parla di barattoli, argomento sicuramente affascinante ma non abbastanza da rendermi insensibile ad altre necessità più mondane: devo fare pipì. 
Passo la palla alla mia collega e me la filo dalla porta dietro la cabina.
Scendo una rampa di scale e apro la porta del numero 100 (per chiarimenti, vedi l'ultima parte di Post speciale a colori!), contrassegnata dal classico disegnino con uomo, donna e figura in sedia a rotelle; mi trovo di fronte a ben due bagni contraddistinti dal disegno dell'omino, mentre c'è un solo bagno con la figura della donnina
Sono dentro da dieci secondi e già mi girano le balle; fatemi capire, siamo più della metà del mondo e abbiamo la metà dei bagni? 
O forse in questa amena cittadina la maggioranza delle donne ha deciso di emigrare e quindi ci sono rimasti quasi solo uomini?
Vorrei analizzare meglio il problema ma la necessità si fa prepotentemente sentire quindi, senza perdere altro tempo, entro nel bagno delle donne e chiudo la porta scorrevole. 
Ormai a un passo dall'agognata meta, cerco il lucchetto per bloccare la porta ma del suddetto non c'è traccia. Smadonno e mi guardo intorno alla ricerca di un qualche tipo di fermo, qualcosa che blocchi la dannatissima porta. Niente, non c’è niente; non è che il lucchetto sia rotto, come a volte succede, la chiusura non è proprio contemplata!
Ma dove sono capitata, in un hotel di naturisti dove tutti vanno in giro come mamma li ha fatti? 
Che facciano come gli pare, io alla mia privacy in certi casi ci tengo, quindi esco dal bagno delle donne e tento con uno dei due bagni per gli uomini e, guarda caso, lì la chiusura c'è. 
Mi viene un terribile sospetto, vado subito a controllare il secondo bagno degli uomini e anche lì c'è una robusta chiusura, proprio sotto la maniglia. Bastardi. 
Che il cielo li strafulmini.
Aggiungo un po' di alopecia, che non guasta.

Non ho tempo da perdere maledicendo l'intera Direzione dell'albergo, mi chiudo nel bagno degli uomini, faccio quello che devo fare e torno di sopra. 
Solo una volta seduta in cabina realizzerò che del bagno dei disabili, chiaramente indicato dal relativo disegnino sulla porta esterna della toilette, non c'era alcuna traccia. 

Non c'è fine al peggio, Murphy docet.


giovedì 24 maggio 2018

Ma le taglie, chi le sceglie?

Arrivo in ditta e la prima cosa che mi dicono è che per girare devi indossare i DPI, anche noti come quelle robe scomode che però, se le metti, almeno non perdi un arto.
Vado dal responsabile che mi chiede il nome e poi mi allunga un casco con occhiale di protezione incorporato; tempo dieci secondi e due tentativi e l’amico casco viene restituito al mittente, perché non c’è modo di abbassare gli occhiali di protezione sopra i miei occhiali, almeno senza causarmi danni permanenti. 
Passiamo al camice: chiedo una S ma mi dicono che ci sono solo la S/M o la L/XL. Vabbè, vada per la S/M. 
Me la metto ed è enorme, se allungo le braccia vedo solo l’ultima falange, la manica ha inghiottito tutta la mano. E ci tengo a precisare che io non sono fatta in economia, evidentemente qui assumono solo energumeni.
Per le scarpe chiedo una misura 40, confidando di starci comodamente ma, una volta indossata, mi accorgo che il piede ci naviga dentro, questa cosa nei numeri unisex non è una gran bazza.
In fondo però la cosa non mi dispiace, mi basta stringere i lacci fino a interrompere la circolazione e il piede, seppur fermo ha le dita libere. Finché non cadono.
I tappi per le orecchie invece non mi hanno ancora dato problemi, ma solo perché lavoro in zone dove non è obbligatorio metterli.

A conti fatti, la mattina e la sera il processo di vestizione in azienda richiede almeno una ventina di minuti, mi sento un po' la Regina Elisabetta: cambio le scarpe, il vestito, metto i guanti e indosso pure un cappello giallo, proprio come piace a lei.

A conti fatti, faccio un lavoro molto regale, no?

domenica 13 maggio 2018

Hulk Hogan aiutami tu!

Ho ritrovato degli appunti, presi qualche tempo fa dopo una giornata di interpretazione tutto sommato normale ma, comunque, costellata di memorabili dettagli. 
Quindi, questo è quanto vi offro: pochi, memorabili dettagli.
Enjoy.


Mi sono appena seduta di fianco al relatore per cui dovrò tradurre in inglese per le prossime due ore; purtroppo, gli schienali delle sedie sono uniti in un unico blocco quindi, come su un tappeto elastico, ogni volta che quel marcantonio si lascia cadere contro lo schienale, è come se mi dessero un calcio volante nella schiena. Hulk Hogan, aiutami tu.

Onde non lavorare digiuna, prima di arrivare alla sede del convegno mi sono fermata in un bar e ho ordinato un panino che si è rivelato fecciosissimo: per fare un panino salame e formaggio hanno usato un panino dolce. Perché? Cosa gli ho fatto?
Oltretutto, al mio ingresso in sala, ho scoperto che c'era un pranzo a buffet gratuito.

Faccio subito un salto alla toilette, quando ancora non c'è fila ma scopro che l'accesso al bagno non è proprio facilissimo: qualche genio ha fatto passare un cavo elettrico in mezzo alla porta che, oltretutto, è una di quelle porte da saloon senza maniglie, porte sadiche che già di per sé sono complicate da aprire (vedi foto). 
Vista la situazione, le opzioni sono due, puoi scegliere se:
a) inciampare e romperti una caviglia o 
b) morire fulminato (Viva la 626).
Eventualmente, entrambe le cose.

Uscita incolume dal bagno, raggiungo il relatore sul palco dove i tecnici hanno deciso di impegnarsi a fondo e ci hanno puntato in faccia un migliaio di fari, neanche dovessimo fare un intervento a cuore aperto.
Alla mia destra trovasi il relatore, alla mia sinistra c'è un tizio pelato, il quale, per vedere meglio l'oratore di turno, decide di darmi le spalle e sposta la testa, arrivando con la suddetta a 20 cm dal mio naso, per poi iniziare a grattarsi ferocemente la pelata. 
Distolgo subito lo sguardo ma è troppo tardi, l'immagine della pioggia di forfora che cade sul quella giacca scura resta stampata a fuoco sulla mia retina, nevica in aprile.

Dato il freddo improvviso dei giorni scorsi, stamattina ho deciso di indossare una maglia di lana ma ovviamente in questa sala fa un caldo torrido, qualcuno deve aver acceso il riscaldamento a pieno regime.
Decido di togliere il cardigan ma sfortuna vuole che questa mattina abbia scelto di mettermi una camicia sinteticissima, quindi ogni volta che tento di sfilare la maglia si sente un crepitio preoccupante (Sempre Viva la 626). 

Quindi, per riassumere: oggi, per portare a casa la pelle e lo stipendio, ho dovuto fare fronte a: panini insensati, trabocchetti con cavi elettrici degni di Mai dire Banzai, nevicate di pelle morta, calci volanti e rischio autocombustione.

MacGyver fatti da parte, è arrivata la professionista.






venerdì 13 aprile 2018

Signori della Televisione, siete lì?

Confesso di non avere mai guardato Hotel da incubo in TV, anche se ho spesso l'impressione di trovarmi dentro una puntata, mio malgrado.
- Entrate in un hotel che sulla carta sarebbe un quattro stelle ma si trova proprio in bocca alla superstrada; le cose peggiorano ulteriormente quando scoprite che le vostre camere sono lato strada e gli infissi sono quelli della casa di marzapane di Hansel e Gretel.
Per fortuna, precedenti esperienze (vedi Hotel delle Bolle ) vi hanno preparato a ogni evenienza, in valigia mettete sempre un paio di tappi per le orecchie.
- Prima di andare in camera chiedete informazioni per la cena e il ragazzo della reception pronuncia questa frase: se volete cenare, vi consiglio di prenotare.
Seguendo il suo consiglio, prenotate per le 21 e all'orario stabilito scendete al ristorante.
Quando finalmente il cameriere esce dalla cucina, lo informate della prenotazione; lui vi fissa per un momento e poi vi fa segno di sedere dove volete, tanto di tavoli apparecchiati per voi non c'è traccia. In Umbria prenotare avrà un altro significato?

Di lì a poco il cameriere torna e cala sul vostro tavolo un fagotto che, una volta aperto, conterrà un origami-tovagliolo, le posate e un bicchiere.
Per l'altro coperto devono essersi stancati di fare origami, perché il giovine butta lì una tovaglietta americana, due posate e un tovagliolo piegato alla buona.
- Finita la cena tornate in camera per fare una doccia ma il 4 stelle non prevede la cuffia per la doccia in bagno; oltretutto, il portasapone del bidet è posizionato in modo da ledervi il menisco se solo tentate di sedervi.
- Quando poi aprite il frigo bar, lo trovate vuoto, ci sono solo due tristissime bottigliette d'acqua; ciononostante, al checkout il conciergie vi chiederà se avete consumato qualcosa dal bar.
- Avete chiesto alla reception la sveglia per le 7.15 mentre la collega, che preferisce riposare un po' di più, ha optato per le 7.30; non che importi, vi sveglieranno entrambi alle 7.15.
- La colazione è un altro momento interessante; il cameriere esce dalla cucina con varie bevande sul vassoio ma non ricorda di chi siano, quindi vi tocca agire velocemente, altrimenti qualcuno si approprierà del vostro tè e a voi toccherà aspettare il prossimo giro, tra chissà quanto.

Ce ne sarebbero ancora ma per questa volta non voglio strafare, mi fermo qui e lancio la mia proposta ai Signori della Televisione: in caso vi servissero idee nuove per rendere più frizzanti e imprevedibili i prossimi episodi del programma, la sottoscritta è ben lieta di offrire i suoi servigi; questo sì, in cambio di una fornitura a vita di patatine di qualità.

Per contatti: estremariluttanza12@gmail.com




lunedì 6 novembre 2017

Per fortuna pago l'IMU dentro

Rileggendo i vecchi post sulle mie esperienze lavorative, mi è venuto spontaneo chiedermi se ci fosse ancora qualcosa da dire al riguardo; dopo vent'anni di simultanee - mi sono detta - la maggior parte delle cose che capitano le abbiamo già viste, una rischia di ripetersi.
Ho evidentemente peccato di presunzione e l'Universo si è visto costretto a rimettermi al mio posto, regalandomi un'altra infilata di perle di notevole valore. Vediamole brevemente:
Perla n.1) Sono ad Ancona per una simultanea in spagnolo su un tema mega-tecnico e tutto sta filando liscio, il treno era in orario, niente fila per il taxi, il lavoro è impegnativo ma ce la stiamo cavando bene, insomma c'è da essere soddisfatti.
Arriva l'agognata pausa pranzo e finalmente posso rilassarmi un po', chiacchierando con la collega e il tecnico; stiamo per tornare in sala quando, passando davanti al tavolo del buffet, notiamo dei bicchierini pieni di quello che sembra mascarpone. La collega ne prende uno e me lo porge, io sto per rifiutare (non sono una gran appassionata di dolci) ma noto che, per una volta, non ci hanno messo il caffè. Lo prendo come un segno, afferro il mini-dessert e un cucchiaino da una ciotola a fianco; ho appena mangiato con gusto la prima cucchiaiata quando la collega scopre che i cucchiaini nella ciotola erano....USATI.
Qualche minus habens ha preso il cucchiaino dalla ciotola, mangiato il mascarpone, gettato il bicchierino di plastica e, non sapendo cosa fare del cucchiaino, l'ha rimesso nella ciotola.
Il mio primo pensiero è stato una sfilza di maledizioni all'indirizzo del mentecatto in questione (che spero a quest'ora sarà calvo e depresso causa disfunzione erettile), il secondo pensiero è stato invece ODDIO LE MALATTIE.
Però poi riflettendoci meglio mi sono tranquillizzata; dopo quindici anni passati a fare campeggi con gli scout mangiando le sbobbe orrende cucinate dai boccia, credo che i miei globuli bianchi abbiano raggiunto dimensioni tali da dover pagare l'IMU.
Ricordo in particolare quella volta che, per rappresaglia, sputarono tutti nel risotto e poi ce lo diedero da mangiare (ho scoperto solo quella lì, chissà quante altre volte sarà successo), senza dimenticare i mille altri casi in cui, in fase di scolatura, la pasta cadeva per terra, veniva tirata su in qualche modo, sciacquata frettolosamente sotto l'acqua e poi propinata ai malcapitati di turno. Direi che sono in una botte di ferro; comunque, l'alopecia e la disfunzione erettile continuo ad augurargliele.

Perla n.2) Convegno di odontoiatria in zona Firenze; raggiungo la sede del convegno e scopro dalla collega che il cliente non ha richiesto la cabina; hanno organizzato un convegno spendendo chissà quante migliaia di euro ma, quei due soldi in più per la cabina proprio non c'erano (però sicuramente ci sarà un ricco buffet di pesce, le priorità innanzitutto).
Segue inevitabile sfilza di madonne (quelle in toscano della collega sono molto più espressive) e si comincia a lavorare; ovviamente durante tutta la prima parte del convegno riceviamo occhiatacce dai partecipanti che ci scambiano per fancazziste interessate solo ai crediti ECM. Evidentemente quei due neuroni attivi la mattina alle 9 non riescono a processare la presenza di cuffie e microfono e inviare le relative informazioni al "cervello".
2-bis) Mi chiamano per un altro convegno di odontoiatria, questa volta mi hanno assicurato che la
cabina c'è e, in effetti, quando arrivo non posso negare che la cabina ci sia, peccato che sia solo la metà davanti, il retro non c'è, si vede che per loro il suono va solo in avanti.

Perla n.3) La simultanea è terminata e noi stiamo pranzando velocemente al buffet prima di ripartire; ci si avvicina una dipendente dell'azienda e ci confida che, all'ultima mega riunione dei superdirettori generali, essendo lei di madrelingua inglese, ha tradotto tutto da sola per otto ore, aggiungendo che è andato tutto bene.
Queste situazioni sono sempre un po' delicate, da una parte è evidente che non può essere andata poi così bene, (altrimenti il mondo sarebbe pieno di interpreti che traducono da soli facendosi pagare il doppio), dall'altra però sai benissimo che se dici qualcosa questi penseranno che lo fai per denigrare l'eroe/eroa di turno, nel tentativo di tenerti il lavoro. Si sceglie prudentemente un semi-silenzio.
La vera perla però arriva dopo, quando lei ti chiede se esistono corsi per imparare il mestiere e, quando tu le menzioni il corso di laurea specialistica biennale, ti risponde che lo conosce già ma lei lavora e quindi non ha molto tempo, le servirebbe un corso di un paio di mesi.
Perché ovviamente per noi che siamo zuccone e italiane ci è voluto prima un corso di laurea generalista in traduzione e poi la specializzazione di due anni ma lei che è un genio, oltretutto di madrelingua inglese, di sicuro in due mesi se la cava.
Gesù dammi la forza.

sabato 29 aprile 2017

Schivare le bombe non è così semplice

Avete presente quando vi dicono che l'importante non è la destinazione ma il viaggio? Ecco, nella maggior parte dei casi a me quello che mi ammazza non è dover tradurre a un convegno ma il dover raggiungere la maledetta sede dell'evento.
Mi spiego: una volta iniziato il convegno, per quanti brutti tiri il destino decida di giocarmi, so che in qualche modo ne uscirò; il vero problema è arrivare indenni fino lì.
E ogni volta è come la prima volta, tu pensi che l'esperienza di anni e anni ti abbia ormai indurito e resa impervia a qualunque contrattempo ma neppure tu puoi riuscire a immaginare la sfilza di assurdità che l'universo ha in serbo per la sua interprete preferita.
Esempio n.1
Prenoto all'ultimo minuto una camera singola con bagno ma, una volta arrivata in loco, mi 
rendo conto che trattasi di un ostello, quindi gli asciugamani non te li danno. Azz
A quel punto il mio passato scout entra in azione: ringrazio il cielo per aver fatto doccia e capelli prima di partire, pensando che è solo per una notte e come asciugamano posso adattarmi a usare la maglietta extra che ho messo in valigia.
Sembrerebbe tutto risolto (che tenerezza le illusioni), quand'ecco che entro in camera e vedo la parete proprio sopra il letto. Secondo loro io dovrei dormire con questa roba che incombe su di me? Perché, parliamoci chiaro, questo può essere solo il risultato di una possessione demoniaca e, chi mi dice che l'artista non torni nottetempo munito di mannaia per qualche simpatico sacrificio umano?
L'unica altra opzione è che chi ha messo insieme questo agglomerato di vernice non abbia un amico con abbastanza fegato per dirgli la verità e chiamare un prete per un esorcismo.
Se avete altre ipotesi, sono tutta orecchi.
Esempio n.2
Primo giorno di lavoro: ho prenotato su booking un agriturismo carinissimo vicino al fiume ma quando arrivo in loco scopro che per raggiungere la casa devo per forza passare sopra il citato fiume, percorrendo un ponticello microscopico, adatto al massimo a un'Ape-car. Stringo i denti e tento l'impresa ma sono già rassegnata e difatti nella curva rigo la macchina, guarda caso proprio la macchina acquistata solo quattro mesi prima (la vendetta della Fiesta). 
Dopo le madonne d'ordinanza, riesco a rasserenarmi pensando che, in fondo, i graffi alla vernice diventano un problema solo se vuoi ripararli, cosa che non mi sogno minimamente di fare, quindi... Raggiungo il teatro, sede del convegno, e lì scopro che ci hanno sistemato sul palco di fianco ai relatori, quindi la cabina pende, tipo torre di Pisa, ogni volta che ti sposti ti viene la nausea.
Una volta finito il lavoro vado sul sito di Booking per leggere le valutazioni dell'agriturismo e trovo tutti giudizi stellari, ce n'è solo uno che menziona il ponte anoressico, ammettendo di aver rigato anche lui la macchina, poi però gli dà 9. Perché gli dà 9? Forse perché, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, avrebbero potuto bombardarlo e non l'hanno fatto? 
E tutti gli altri? Come diavolo hanno fatto a non notare questo benedetto micro ponte? Avranno tutti la Smart? Tutti cicloturisti? Si è diffuso il teletrasporto e nessuno me l'ha detto?
La mia vita è sempre più piena di domande. Cercansi risposte.

Potrei fare molti altri esempi ma onestamente ho fame e anche voi avrete le vostre cose da fare, quindi concludo: 

con questo tipo di esperienze alle spalle, se al convegno in cui lavori un relatore americano inizia a leggere, senza preavviso, la traduzione inglese di un Canto della Divina Commedia (perché essendo tu italiana, è ovvio che tu sappia a memoria tutti i Canti e possa declamarli alla bisogna), tu sospiri e tiri avanti, pensando che in fondo poteva andare peggio, avrebbero potuto bombardarti.




venerdì 25 novembre 2016

Trasferte tra mammut, gatti e neonati grossi

Ho in programma una quattro giorni in Toscana ma prima devo arrivarci e, con le condizioni meteo di questo periodo non è proprio così scontato.
Sfidando pioggia raffiche di vento e compagnia, arrivo in zona Firenze e quando ormai sto tirando un sospiro di sollievo mi trovo davanti un camion che trasporta tronchi, oltretutto con rimorchio.
Il mammut va a 30 km/h e, in quelle strade strette e piene di curve, è insorpassabile; la mia mezza età scivola via aspettando che le nostre strade si dividano.
Viste le lunghe distanze da percorrere, ho chiesto in prestito la macchina di Enrico che è a gpl (la macchina, non lui) ma, avendo scoperto che per fare rifornimento serve la presenza di un baldo operatore, vivo nel terrore di rimanere senza gas.
Poco prima di arrivare a destinazione comincio la ricerca di un punto rifornimento: passo diversi distributori che però non hanno il gpl, quando finalmente ne trovo uno sono le 19.05 e quindi gli addetti hanno già messo la giacca e chiuso il gabbiotto del distributore, li vedo allontanarsi e sembra mi salutino con la mano. Va là che un mese in miniera...
Sono ormai in prossimità di casa di Ilaria e vorrei avvisarla del mio arrivo ma, inspiegabilmente, il cellulare non si sblocca, striscio il dito sullo schermo ma lui non dà udienza.
Non è la prima volta che mi ritrovo con le dita talmente fredde che i sistemi che reagiscono al calore non si attivano, in passato rimasi bloccata e disperata nell'ascensore di casa Rinaldi; appoggiavo il dito sul numero ma l'ascensore non dava udienza. La cosa si risolse solo grazie a un vigoroso sfregamento delle mani sui pantaloni.
In questo caso però le mani sono calde, quindi non è colpa mia ma della stupida tecnologia. Mi rassegno e vado a cercare il campanello, sperando vivamente che funzioni perché ho appena fatto tre rampe di scale con:
- un trolley carico del necessario per un soggiorno di quattro giorni (utilissime le ruote quando ci sono le scale),
- la borsa porta-computer che pesa come un neonato grosso.
Rifarle non è un'opzione.
La mattina dopo mi trovo con Ilaria fuori dal palazzo del convegno a Colle di Val d'Elsa, il panorama è stupendo ed è pure uscito il sole ma la gioia dura poco, scopriamo che la sala convegni si trova due piani sottoterra e, una volta raggiunta la grotta tramite ascensore, precipitiamo nell'Era Glaciale, il riscaldamento è spento.
Ci chiudiamo in cabina di traduzione, stringendoci nel cappotto e confidando nel cosiddetto "effetto-asino-bue" per scaldare l'interno, se poi finisce l'ossigeno, pazienza, sarà una dolce morte.
Sopravviviamo fino alla pausa caffè e risaliamo in superficie a prendere un po' d'aria e di sole (il sole scalda, almeno lui), quand'ecco arrivare un tizio alla guida del solito SUV obeso (il SUV, non lui); l'individuo in questione vuole per forza infilarsi nel parcheggio, anche se non ci sono posti liberi.
Deciso a non lasciarsi scoraggiare dalle leggi della fisica e del buon senso, l'uomo si lancia in una serie di manovre degne di Austin Powers con la macchinina del golf e alla fine riesce a infilarsi con la macchina ma non ci vuole un genio a capire che non può lasciarla lì, è insensato, ha bloccato tutte le altre macchine!
Lo splendido però non si lascia turbare da queste plebee considerazioni, molla il SUV ed entra nell'edificio. La tentazione di dire qualcosa è forte ma, pensandoci bene, uno che ha fatto un lavoro così non può essere del tutto a posto con la testa quindi, onde evitare una coltellata, riprendiamo il nostro ascensore per l'inferno e torniamo al lavoro; alle 13 si conclude la mattinata di lavoro e ci buttiamo letteralmente verso il buffet, il freddo mette appetito.
Peccato che il pranzo non sia pronto perché, ci dicono, il camioncino non riesce a raggiungere la sala, essendo l'entrata bloccata da un SUV.
Ovviamente il gigino responsabile si guarda bene dall'andare a spostare l'obeso mezzo, immagino per paura di un meritato linciaggio (la folla affamata non usa guanti bianchi) e, purtroppo, quando lo splendido mi è passato di fianco io avevo il sole in faccia quindi non potrei riconoscerlo e smascherarlo, posso solo mangiarmi le mani e maledirlo in silenzio.
Finito il primo convegno parto per la destinazione del lavoro successivo e mi trovo in un bed and breakfast decisamente insolito; il gestore è un ragazzo giovane che l'ha messo in piedi da zero e si occupa di tutto da solo quindi a volte mancano la carta igienica in bagno, le grucce nell'armadio, la tapparella non scende, però ogni volta che gli chiedi aiuto lui si fa in quattro e gli si perdona molto, soprattutto perché per due giorni consecutivi a colazione mi ha preparato i pancake.
La legge di Murphy (Sorridi, domani sarà peggio) si rivela ancora una volta esatta: dopo essermi lamentata del freddo di Colle di Val d'Elsa, scopro che l'ultimo convegno è in un albergo per cui in sala c'è un bel teporino, però il cliente per risparmiare non ha messo la cabina quindi ci tocca tradurre esposte a tutti i rumori possibili, incluso quello che produce la griglia metallica del parcheggio vibrando ogni volta che una macchina ci passa sopra.
Il tutto aggravato da un relatore francese che parla un inglese, diciamo parallelo (es. lui vorrebbe dire cut-tagliare ma pronuncia cat-gatto e questa è la più inoffensiva del mucchio).
Quando finalmente esco dall'albergo, sulle spalle sento chiaramente tutti e quattro i giorni di questo tour toscano, però fuori c'è un bel sole e sono le 17, se parto subito dovrei riuscire a evitare il traffico spaventoso della Firenze Bologna e arrivare a casa prima di cena, questo sì, SUV obesi permettendo.






giovedì 5 novembre 2015

Fate largo ai tecnomostri!

Ammetto di avere un rapporto difficile con la tecnologia, non so perchè ma Ella non mi ama e si premura di dimostrarlo a mezzo telecomandi, computer e tecnomostri vari.
Ne consegue che questa mattina, trovandomi in un'azienda altamente tecnologizzata, dovrei essere perlomeno terrorizzata ma al contrario mi sento piuttosto tranquilla, l'unica tecnologia che devo utilizzare oggi è quella per la simultanea e, quella, la so.
Sono seduta in un ufficio a vetri che dà sulla sala convegni, ho le cuffie in testa e sto aspettando impazientemente che inizino questa benedetta conferenza (prima si inizia, prima vado a casa), quand'ecco che all'improvviso una voce di donna rompe il silenzio con questa frase: il signor XY è atteso alla reception. Ma porc...non dovrebbe essere isolata questa stanza?! Questa voce da dove arriva? Devo fare qualcosa, mica posso fare una simultanea con la voce di una tizia che fa la lista degli assenti! 
Mi guardo intorno ma l'unico oggetto sul tavolo è il telefono, sarà una qualche specie di vivavoce? Per stare dalla parte del sicuro lo stacco e incrocio le dita. 
Trascorsi un paio di minuti la signorina nomina un altro assente e a quel punto non so proprio a che santo votarmi, nella stanza non c'è nient'altro da scollegare, cosa faccio?!
Come spesso accade quando gli eventi precipitano, se c'è da ballare io ballo: faccio spallucce, prendo un bel respiro e mi preparo a tradurre con signora.   
La mia nuova amica mi farà compagnia per tutto il tempo, scoprirò solo in seguito che si tratta di un altoparlante aziendale che sgardella gli zebedei a tutti i dipendenti, probabilmente confidando nel fatto che questi a loro volta si rifaranno sui colpevoli, i famigerati assenti.
Poco prima che inizino i lavori mi alzo per spegnere la luce dato che, essendo io parte vampiro, la luce mi dà fastidio, preferisco lavorare al buio. Certo, per farlo servirebbe un interruttore da spegnere e in questa stanza non ve n'è traccia alcuna.
Perlustro attentamente la stanza ma interruttori, ciccia, quindi mi arrendo e scendo in sala per chiedere spiegazioni; esco portando al collo i DUE cartellini identificativi che mi hanno dato, sembro una mucca col campanaccio al collo.
Faccio due chiacchiere in sala e scopro così l'esistenza del maledetto altoparlante aziendale, nonché la presenza di sensori di movimento che accendono la luce solo quando ti sentono nella stanza, l'unico modo per ottenere il buio è rimanere assolutamente immobili. Che bello il progresso!
Mi consolo con una pizzetta dal buffet e poi torno rassegnata nella mia stanza. Peccato che la porta non si apra; so che dovrebbe aprirsi, se sei una porta aprirti è nella tua job description, non puoi mica far finta di niente, questa qui però non dà alcun segno di voler collaborare.
Torno giù e confesso un po' imbarazzata che non sono capace di aprire la porta, mi sento come se stessi confessando di non sapermi allacciare le scarpe.
Ripensandoci adesso, non era poi così difficile: la porta, come tutte le porte in azienda, si apre passando davanti ai soliti fottutissimi sensori una delle due tesserine che porto appese al collo. E per fortuna che me le sono messe prima di uscire dalla stanza, perché solo la mia tessera apre quella porta, sarei rimasta chiusa fuori per chissà quanto.
Come minimo questi producono segretamente armi di distruzione di massa, altrimenti non si spiega questo deliro di sicurezza. Manca solo lo scan della retina.

Pensate per un momento a tutto quello che avete appena letto: non vi sembra abbastanza per un  giorno, per una sola, povera, sfortunata interprete? E invece inizia questa benedetta conferenza e con essa una delle esperienze più surreali che abbia mai vissuto: la sala conferenze è completamente al buio e, volendo mantenere al buio anche la mia stanza, mi sforzo di rimanere immobile; purtroppo ogni tanto (distratta da lavoro) mi dimentico e allungo una mano per bere un sorso d'acqua: zac! La stanza si illumina stile sala operatoria, bruciandomi la retina (oltre a quella dei presenti in sala).
Dopo qualche minuto di rinnovata immobilità la luce cala fino a spegnersi...almeno fino al mio successivo movimento. Nuovo giro, nuova corsa.
Venghino signori venghino!

martedì 15 settembre 2015

Siamo tutti un po' Febbraio

Non ricordo più la prima volta che qualcuno mi ha detto che ero strana, a quel tempo immagino che mi abbia fatto un po' impressione, adesso (sarà forse l'abitudine) quando capita in genere mi viene da ridere, sono strana rispetto a cosa? Perché se vi guardate intorno, la maggior parte della gente che ci circonda sembra, come dicono in Bielorussia, un po' Febbraio (il mese a cui manca sempre qualche giorno), o forse è solo che ognuno di noi ha quei momenti in cui il cervello si alza, saluta e va a bersi un crodino, lasciandoti lì privo di cervello e incapace di funzionare come un essere umano sano di mente.
Facciamo un esempio assolutamente di fantasia (qualunque fatto o riferimento a persone veramente esistite è puramente casuale): siamo a un convegno e la Natura chiama, quindi ci si alza e si va in bagno. Arrivati in loco la porta della toilette appare chiusa, si prova la maniglia ma non c'è niente da fare, è proprio chiusa.
A questo punto voi cosa fareste? La conclusione logica sarebbe pensare c'è qualcuno in bagno, mi tocca aspettare che esca. 
C'è invece chi, in questa situazione, spiazza i pronostici e bussa vigorosamente sulla porta.
Perché? Quale assurdo processo mentale ti porta a bussare sulla porta chiusa di un bagno? Pensi che dentro ci sia qualcuno che si è addormentato, cedendo alla universalmente nota comodità dei bagni pubblici? Sei un venditore di enciclopedie e di fronte a una porta chiusa non sai resistere?
Poi quando la poveretta  (tutto sempre puramente casuale) da dentro il bagno risponde con tono parecchio incazzato "è OCCUPATO!" tu ti scusi con tono contrito, come se il pensiero che il bagno fosse occupato non ti avesse mai sfiorato prima. Evidentemente il cervello ha finito l'aperitivo ed è tornato a fare il suo lavoro. Welcome back.
C'è poi  quello che arriva nella sala conferenza e, guardandosi intorno alla ricerca di un posto dove sedersi, scorge una sedia vuota con sopra una borsa e un foulard, secondo voi cosa fa questa canocchia in forma umana? Pensa il posto è già occupato, devo cercarne un altro?
Ma va là! Si siede spostando borsa e foulard di lato col sedere, fregandosene altamente della povera proprietaria (che in quel momento magari è in bagno a fare i conti con un bussatore impazzito), salvo poi mostrarsi sorpresissimo quando questa torna e gli comunica che deve andare a sedersi da un'altra parte.

Cosa volete che vi dica, gli strani siete voi.


venerdì 19 giugno 2015

Dai che manca poco! Gomme permettendo...

In questi giorni sto stringendo i denti e lavorando agli ultimi convegni, mentre la mente corre verso le agognate ferie, mai tanto agognate come quest'anno; nell'attesa colleziono un altro simpatico sassolino da aggiungere al già corposo mucchio di cose di cui nella vita si farebbe volentieri a meno.
Nella giornata in questione dobbiamo tradurre in simultanea a un covegno uber-stra-ultra-tecnico e l'unica cosa che ci hanno fatto avere è il programma; sono previsti almeno dodici interventi ma, nonostante le nostre richieste di ricevere materiale,(es. file, slide, anche due appunti scritti su un tovagliolo), nessuno si è degnato di mandarci alcunché. 
Ormai  queste cose le prendiamo con filosofia, facendo spallucce e ripetendoci che faremo il meglio possibile con quello che c'è (cioè zero), ovviamente dopo aver maledetto i relatori fino alla nona generazione ed esserci astenute dall'uso di bamboline vudù solo perché non abbiamo mai visto in faccia sto branco di lavativi, troppo pigri per digitare un indirizzo e cliccare "invia mail". Che li possino...
La mattina arriviamo in sala mezz'ora prima dell'inizio e la troviamo deserta, eccezion fatta per un tipo seduto in un angolo che supponiamo essere il tecnico.
Salutiamo, ci presentiamo ed entriamo in cabina ma, quando cerco di accendere il PC, mi accorgo che l'impianto di traduzione è ancora spento; metto il naso fuori dalla cabina e chiedo al tecnico se per favore lo può accendere ma lui mi risponde che non sa come si fa.
Non so se il concetto è chiaro: il tecnico della simultanea NON SA come si accende l'impianto. 
Un po' come se il vostro idraulico non sapesse come si chiude l'acqua.
Dopo qualche smanettamento a caso del nostro uomo, l'impianto miracolosamente si accende ma la nostra fiducia non riesce a riemergere dalla Fossa delle Marianne dove è precipitata, se il buon giorno si vede dal mattino...

Dato che l'accensione dell'apparecchiatura già poneva dei problemi, non chiediamo di testare i microfoni per non sembrare crudeli, pensando che se non si sente benissimo, pazienza, faremo con quello che c'è.
Ovvio che però qualcosa deve esserci e invece, quando inizia la conferenza, in cuffia non si si sente assolutamente nulla, il moderatore sta parlando ma in cabina tutto tace; proviamo tutti i microfoni a disposizione ma non c'è niente da fare, silenzio assoluto.
Per i successivi 10 minuti si assiste a una specie di minuetto tra la sottoscritta e il tecnico che cerca di far funzionare il sistema, che evidentemente non conosce, con risultati surreali: prima si sente, poi c'è un fruscio, poi silenzio, poi fischi, tutto nel giro di un minuto; nel mezzo di questa baraonda scopriamo che lui non è affatto il tecnico della simultanea, l'hanno mandato quelli della fiera come rimpiazzo perché il tecnico della simultanea non si è visto. Conscio del macello che aveva fatto con l'impianto, il debosciato si sarà dato alla macchia temendo rappresaglie.
Dopo l'ennesimo tentativo fallito, l'uomo corre a chiamare rinforzi mentre io elaboro possibili piani B, tutti invariabilmente defenestrati perché una traduzione consecutiva a un convegno del genere è impensabile, o simultanea o morte. 
Quando il nervosismo ha ormai raggiunto vette himalayane, ecco materializzarsi un altro tecnico con un microfono a gelato e, dopo vari spippolamenti in zona mixer, qualcosa almeno si sente. 
E così finalmente possiamo iniziare la nostra meravigliosa conferenza i cui relatori, come da copione, si presentano ognuno con il proprio file di minimo cinquanta pagine.
Che care persone, gli auguriamo ovviamente ogni bene.

Concludo col botto: alla prima pausa vado in bagno e lì trovo il cartello che vedete qui a lato, appeso sopra un lavandino dentro cui è infilata una gomma verde di quelle da giardino, collegata a un rubinetto che esce dal muro.
Quel dopo averla usata continua a tormentarmi, usata per fare cosa? Nel bagno di un centro congressi? Si fanno il bidet? Lavano la macchina attraverso la finestra?


P.S. Apprezzerò qualunque ipotesi che getti luce sul mistero  :)



lunedì 1 giugno 2015

La fede salta fuori quando meno te lo aspetti

La psiche della folla è un mistero insondabile, all'aumentare della densità umana in una stanza diminuisce inspiegabilmente il QI, un fenomeno noto ai più come invornimento collettivo. 
Arriviamo in aeroporto e raggiungiamo il gate ancora deserto (hostess non pervenute), trovandoci
davanti una fila interminabile di gente e trolley. 
In passato avrei trovato questa scena estremamente divertente ma perlomeno comprensibile, chi viaggiava con Ryanair infatti non aveva il posto assegnato e quindi se proprio volevi sederti accanto a qualcuno non ti restava che infilarti un pugnale tra i denti e gettarti nella mischia per accaparrarti due posti vicini; negli ultimi tempi invece la situazione è cambiata radicalmente con l'introduzione da parte della compagnia aerea del più civile sistema del posto numerato. 
Oddio, cambiata si fa per dire, almeno a giudicare dall'anaconda di passeggeri e bagagli che ho davanti agli occhi. 
La scena mi fa tornare in mente quella volta a Cuba che io e Rico decidemmo di prendere l'autobus per andare in spiaggia; anche in quel caso avevamo i biglietti numerati ma la gente continuava a spingere a destra e a sinistra tentando di avvicinarsi alla porta. A un certo punto, temendo che mi fosse sfuggito qualcosa causa lingua straniera, ho consultato una signora vicino a me: 
"Scusi, ma non abbiamo tutti i posti numerati?" 
"Sì"
"Ma allora perché tutti spingono, tanto entra solo chi ha il biglietto giusto!"
"Abitudine"
Evidentemente tutto il mondo è paese.
Iniziano finalmente a imbarcare e, dopo una buona mezz'ora, quando l'anaconda si è ormai ridotta a un'anguilla, io e Sara, la mia collega, ci alziamo e passiamo il gate pronte a salire sull'aereo, peccato che una volta varcato il maledetto cancelletto scopriamo che l'anaconda di cui sopra non è affatto scomparsa, si snoda allegramente per ben quattro rampe di scale, fin dentro all'aereo.
Tutto sto casino è dovuto al fatto che ci fanno salire solo dalla porta anteriore e ci vuole una vita, questo nonostante le posteriore sia già in posizione, il mistero s'infittisce.
Ci mettiamo tutti in fila rassegnati, pare che la cosa andrà per le lunghe... Inizia pure a cadere una leggera pioggerella, un po' come in Frankenstein Junior:
"Potrebbe andare peggio"
"E come?"
"Potrebbe piovere"
Finalmente ci danno il permesso di usare anche la porta posteriore e io che ho il posto numero 25 non me lo faccio dire due volte; guadagno finalmente il portellone d'ingresso e sto per sospirare di sollievo ma qualcosa non va, nonostante ci provi non riesco ad arrivare al mio posto perché parecchia gente con i posti dal 20 in poi è entrata dalla porta anteriore quando quella dietro ancora era bloccata e ora vuole che io mi faccia da parte per raggiungere il proprio posto. Credo che si chiami impasse.
Alla fine, grazie a un fine lavoro di coltello (leggi mettendomi di traverso e strisciando come una biscia) conquisto l'agognato posto e collasso, non ne ho proprio più da spendere...
Una penserebbe di averne avute abbastanza per una sola giornata e invece le sorprese continuano; all'arrivo in hotel scopriamo, per puro caso, che il convegno non si terrà i quell'albergo ma altrove, peccato che nessuno si sia preso il disturbo di informarci. Alla reception non sanno nulla ma hanno sentito altri ospiti parlare di una navetta alle 8 di mattina. Ringraziamo e  diamo la buonanotte, domani saliremo su quel maledetto pullman e speriamo che sia quello giusto altrimenti chissà dove finiamo...
In camera mi faccio una doccia e mi infilo a letto. Sono sul punto di spegnere quando mi arriva una mail dell'organizzatrice che, a mezzanotte e venti, ci manda gli interventi del giorno dopo e ci tiene a precisare che stava per dimenticarsene.
È così bello quando ti fanno sentire importante.
Faccio l'una per leggere almeno il primo intervento poi li maledico fino alla terza generazione e spengo la luce ripetendomi che domani è un altro giorno.
La sveglia suona alle 6.30, devo leggere almeno un altro discorso e farmi una doccia prima di uscire.
Li odio tutti.
I testi non sarebbero così difficili se fosse pomeriggio e io fossi comodamente seduta sul divano di casa mia ma la mattina presto in pigiama e con cinque ore di sonno all'attivo mi sembrano incunaboli.
Scendo a fare colazione e poi via sul pullman verso la misteriosa destinazione; almeno in teoria perché per minimo venti minuti ce ne stiamo seduti ad aspettare gli inevitabili ritardatari. Penso a quanto mi avrebbero fatto comodo venti minuti di sonno in più  e ricomincio a maledirli sottovoce, penseranno che sto recitando il rosario.
Non credo serva descrivere il resto della giornata, va da sè che una volta sopravvissuta a tutto quello che ho descritto mi poteva abbattere solo Godzilla. E almeno lui, grazie a Dio, aveva altro da fare.