Con quella di stasera si conclude la rassegna Rocca in concerto che ogni anno per cinque giovedì ospita gruppi rock alla Rocca di Cesena. La rassegna avrebbe dovuto concludersi il 4 agosto ma, causa maltempo, uno dei concerti (quello di The Rose) è stato rimandato.
Ovviamente, anche in questa occasione siamo stati precettati per fornire tutti quei servizi complementari che l’organizzazione (leggi la Ste) richiede: Paolo fa il pony express per portare le pizze ai tecnici che non hanno il tempo di scendere a cenare, Rico presenta al posto dell’Albertini che piuttosto che parlare in pubblico si fa sparare in un piede, io faccio la buttafuori e oblitero l’occasionale abbonamento, oltre a correre a chiamare Otello tutte le volte che arriva qualcuno con un cane perché non si è ancora capito se e come possono entrare (alla fine entrano ma c’è sempre da sudare) e la Clodia fa un po’ il jolly, scendendo in piazza a controllare la navetta che porta su la gente, informando quelli in fila che chi ha l’abbonamento può passare avanti e domando l’occasionale folla turbolenta.
Si dà il caso però che questo sia un giovedì particolare, infatti la Rinaldi è in pieno trasloco e oggi pomeriggio andiamo da lei per darle una mano. Per offrire un quadro più completo della situazione, preciso che la temperatura si aggira sui 35 gradi e l’appartamento da sgombrare è una mansarda, vi lascio immaginare il resto.
Arriviamo armati delle migliori intenzioni e ci mettiamo subito al lavoro; la Clodia ci indica uno sgabuzzino dicendo che è da svuotare e tutto il contenuto va buttato via però, una volta tirate fuori le scatole, troviamo chilometri di nastro e carta da regalo praticamente nuovi, parecchie decorazioni natalizie ancora incellofanate e una strepitosa befana di pezza. Approfittando dell’assenza della padrona di casa, scesa a caricare scatoloni in macchina, appendo qualche decorazione in giro per la stanza; intanto Rico ha trovato due scatole di cancelleria ed è andato in estasi, in questo momento sta provando penne e pennarelli uno a uno, seduto per terra e felice come una pasqua.
Quando la povera Clodia torna, aspettandosi di trovare sacchi dell’immondizia pieni e pronti da portare alla stazione ecologica, trova sì un paio di sacchi corrispondenti alle aspettative ma, aimè, anche parecchia roba messa da parte e noi che insistiamo che è nuova e non va buttata via. La Rinaldi oppone una strenua resistenza (come tutti quelli che traslocano sanno, arriva un momento in cui non ne puoi più e daresti fuoco a tutto) ma alla fine raggiungiamo un accordo: tutto quello che è ancora impacchettato/incellofanato, lo si dona al locale mercatino di beneficienza, qualcosa lo tiene lei (poca roba) mentre io porto a casa abbastanza carta e nastri da regalo da impacchettare tutta la mia via. Ci sarebbe un altro sgabuzzino da svuotare ma, visto come le è andata con il primo, la Clodia decide saggiamente di mandarci a casa con la scusa che dobbiamo prepararci per il lavoro alla Rocca, salvo poi schiavizzare l’Umberta qualche giorno dopo.
Arrivo alla Rocca in perfetto orario (per una volta) e avvicinandomi al cancello noto che è assolutamente deserto, ancora nessuno in attesa di entrare; non mi sorprende, quando rimandi un concerto dai già per scontato che verrà meno gente, tra quelli che si dimenticano, quelli che non lo vengono a sapere e quelli che magari avevano già un altro impegno, i numeri calano sempre.
Di lì a poco compare la Clodia e, vista la tranquillità della situazione, abbandoniamo la biglietteria e saliamo verso il palco alla ricerca della Ste. Paolo è già lì e partirà a breve sulla sua fedele vespa per il servizio di consegna pizze.
Le cose procedono più o meno come sempre, salvo per il fatto che il popolo, inizialmente scarso, poco a poco si riprende e alla fine ci ritroviamo, senza sapere bene come, con una rocca quasi piena. Non mancano ovviamente i borderline: da quello che quando gli strappi il biglietto ti fa la battuta ma quando tu gli rispondi con una battuta resta lì a guardarti come uno stoccafisso, neanche avessi tirato fuori un coniglio dal cilindro, a quello che tenta di infilarsi senza pagare e quando tu avanzi verso di lui ti dice che ha bisogno di parlare con Giorgio, salvo poi battere in ritirata dopo aver farfugliato un cognome a caso appena tu indaghi chiedendo “Giorgio chi?”
Altra grossa novità: per la prima volta nessuno ha chiamato i vigili per lamentarsi del casino. Dovete sapere che puntualmente ogni giovedì, esattamente cinque minuti dopo l’inizio del concerto (9.45, 9.50), i soliti noti telefonavano ai vigili per lamentarsi che il volume era troppo alto e nonostante i misuratori mostrassero che si era entro i limiti consentiti, non hanno mai mutato il loro modus operandi. Con tutta probabilità a salvarci dall’ennesima sgardellatura di zebedei è stato il rinvio per maltempo che ha stravolto la loro tabella di marcia. Probabilmente avevano già in agenda di telefonare per lamentarsi del casino di qualcos’altro.
Dopo aver dato il mio modesto contributo in zona biglietteria, ho deciso di godermi la vita e salire a vedere il resto del concerto. C’è voluto un po’ per trovare la Clodia e l’Ale tra la folla ma, conoscendo i miei polli, sono andata davanti. E infatti erano là, sedute sul prato a destra del palco. Di lì a poco ci hanno raggiunti anche Rico e l’Anna, dopo una rapida incursione in zona piadina salsiccia e cipolla.
E qui arriviamo a parlare del fenomeno paranormale della serata: misteriose apparizioni e sparizioni. Il primo fenomeno si è verificato dopo una decina di minuti dal mio arrivo: alzo la testa e c’è un uomo in piedi davanti al palco. Se ne sta lì in evidente estasi di fronte al gruppo, peccato che tutto il resto del mondo sia seduto e che lui non sia né snello né figlio di vetrai. C’è il dubbio che sia anche completamente sordo, se ne sta lì davanti a quattro quintali di casse che hanno la potenza di suono di una portaerei e non fa una piega! Fortunatamente è abbastanza vicino al palco da coprire solo parzialmente la visuale ma comunque…
Non abbiamo ancora finito di smoccolare contro sto tizio che ne compare un altro; due secondi prima c’era il palco e due secondi dopo solo una maglietta rossa con dentro una schiena. Il tizio in questione si accompagna a una ragazza che però si siede subito; lui invece, pur essendo chiaramente insieme a lei, rimane tranquillamente in piedi. E diversamente dal non-figlio-di-vetrai di cui sopra, che perlomeno era attaccato al palco, il nuovo arrivato è proprio a un metro da noi. A quel punto, prima di compiere atti estremi, mi sono consultata con gli altri, chiedendo se secondo loro sarebbe stato scortese alzarmi e andare a chiedergli di sedersi. Purtroppo il verdetto del gruppo è stato unanime e mi ha ridotto al silenzio. Verbale, perché il mio cervello ha continuato ad arrovellarsi: perché diavolo sta in piedi? Non è che sia più comodo. Anche dall’altra parte c’era gente in piedi ma in quel caso era perlomeno comprensibile, stavano ballando. Qui invece l’immobilità totale. Ho anche ipotizzato che fosse talmente preso dal gruppo da non accorgersi di niente, come il non-figlio-di-vetrai là davanti, ma a una seconda occhiata quello non stava neanche guardando il concerto, si stava rullando una sigaretta!
Mi sono persa per qualche minuto in queste riflessioni e quando sono riemersa mi attendeva un’ulteriore sorpresa: il non-figlio-di-vetrai era scomparso. Mi sono guardata intorno pensando si fosse spostato/seduto ma niente, non ce n’era più traccia. E qui le opzioni non sono molte:
a) Si era rotto e se n’è andato (dato il rapimento e l’estasi con cui seguiva il concerto è poco plausibile)
b) Emorragia dai timpani, convulsioni e collasso, seguiti da rimozione del corpo mediante barella (altrettanto poco plausibile, qualcuno se ne sarebbe accorto).
c) Un rapimento alieno (fa troppo X-files).
d) Attacco di diarrea fulminante e conseguente corsa verso la toilette (questa vince).
Speravo che l’evento creasse un trend, infettando i vicini (in particolar modo la schiena rossa davanti a me) e invece ciccia. Ogni tanto ci illudeva andandosi a spostare di fianco al palco (sempre in piedi ovvio) per poi tornare tristemente al suo posto.
A questo proposito vorrei aggiungere un punto al mio vademecum per maschi frequentatori di concerti (per maggiori info vedi Tacco quindici, paillettes e formaggio di fossa: Lou Reed a Sogliano sul Rubicone): se siete tra quei buontemponi che si piazzano in piedi davanti a gente seduta, prendetevi almeno il disturbo di indossare una maglia con le scritte su entrambi i fronti, almeno quelli dietro hanno qualcosa da fare e ciò li distrae dal prendervi a badilate.
Mi rendo conto di non poter pretendere che si piazzino davanti a me solo atleti con glutei scolpitissimi e schiene di ampiezza autostradale, fasciati in abiti seconda pelle, ma perlomeno venitemi incontro!
Nel frattempo, mentre io mi trastullavo con le mie considerazioni, sul palco si stavano creando le condizioni per il disastro: la cantante del gruppo faceva salire due bambine sul palco.
Da dove comincio? I bambini sul palco durante un concerto rock ti fanno sorridere i primi due minuti, dopodiché sono di troppo. E soprattutto, una volta fatti salire non ci sono garanzie che accettino di scendere, soprattutto se i loro genitori si guardano bene dal venirli a prendere a fine canzone, salvo poi denunciare a destra e a manca nel caso i giovani virgulti: a) cadano dal palco, b) inciampino in uno dei novemila cavi elettrici che ci sono e (vedi a), c) vengano calpestati da uno del gruppo preso dalla performance e non avvezzo ad avere intorno a sé roba sotto il metro di altezza.
Abbiamo guardato con preoccupazione l’Albertini che si avvicinava al palco tentando invano di convincere le virgulte a scendere; di genitori neppure l’ombra, neppure quando la cantante ha ringraziato le bambine in quello che era inequivocabilmente un gesto di congedo. Solo parecchi minuti dopo una mamma si è fatta avanti per far scendere le due gigine e ho scoperto in seguito che Paolo, avendola individuata, era andato da lei a chiederle d’intervenire. Altrimenti forse sarebbero ancora là.
Risolta anche l’ultima emergenza, si sono fatte le 11.45; il gruppo ha iniziato a congedarsi, salvo poi rientrare come previsto su richiesta dei molti fan. Peccato però che quello che doveva essere il pezzo finale si sia trasformato in un altro quarto d’ora di concerto.
Dalle nostre parti ormai anche i muri sanno che, in caso di concerti dal vivo, devi chiudere baracca e burattini entro mezzanotte, pena sanzioni, scudisciate e marchiature a fuoco. È quindi con una certa preoccupazione che abbiamo seguito la Ste mentre si avvicinava al palco facendo segni al gruppo. Onde evitare fraintendimenti vorrei precisare che la preoccupazione non era per lei ma per i membri del gruppo. C’è voluto qualche minuto perché l’effetto dello sguardo Albertini (quello che fonde il metallo e secca le piante) raggiungesse tutti i membri del gruppo, quindi la serata si è conclusa con ben cinque minuti di ritardo. Sono lieta di poter affermare che non sono state riportate vittime tra gli artisti.
Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271
lunedì 12 settembre 2011
mercoledì 7 settembre 2011
Campeggio last minute: una vacanza bestiale - Seconda Parte
La mattina dopo le cose mi appaiono un po’ più rosee, anche se ho i muscoli irrigiditi dal freddo e un sonno boia. Vado in bagno e solo una volta arrivata là mi viene in mente che in campeggio la carta igienica te la devi portare tu. Io lì non ho neanche un fazzoletto di carta. Un grugnito, una maledizione e si ritorna alla tenda dove scopro che ci siamo dimenticati pure la carta igienica.
Una volta superato anche questo scoglio, è ora di far colazione quindi metto a bollire l’acqua per il tè e apparecchiamo la tavola: pane preso al negozio del campeggio, nutella e marmellata, biscotti, miele e caffè. Tutto a posto, eccetto le tazze che sono rimaste a casa, insieme alla carta igienica, ai cucchiai, al coperchio. La lista si allunga.
Viste le condizioni pietose della nostra attrezzatura, l’obiettivo della mattinata diventa il reperimento di tutto ciò che manca. Partiamo diretti verso il locale supermercato conad ma quello che troviamo è un negozio sì a marchio conad ma molto molto piccolo; una volta arrivati alla cassa avendo trovato solo un misero pacco di carta igienica, la commessa ci informa che il vero supermercato conad è lì vicino ma dobbiamo fare attenzione perché non c’è l’insegna. E in effetti, quando arriviamo là è solo un edificio rosso come gli altri, devi guardare bene per capire cos’è. Ti viene da chiederti cos’abbiano avuto in mente i genialoidi che l’hanno progettato, forse volevano metter su un supermercato esclusivo, per pochi intimi, come quei ristoranti che fingono di essere altro per farti credere che sei un gran figo perché vai in un posto che conoscono solo gli eletti. Contenti loro.
Una volta entrati all’uberconad, con l’aiuto di un sollecito commesso (un po’ perplesso di fronte alla nostra richiesta di due coperte di pile), riusciamo a recuperare buona parte dell’equipaggiamento, eccetto i cucchiai che lì costano come l’oro e visto che non mangeremo brodo o zuppe, glieli lasciamo senza rimpianti.
Torniamo al campeggio e ci sistemiamo all’ombra del nostro melo per un aperitivo. Dopo pranzo pennichella e poi cazzeggio totale leggendo stesi all’ombra. Si potrebbe rimanere a poltrire tutto il pomeriggio e difatti è proprio quello che facciamo e che faremo nei giorni seguenti. Le uniche varianti saranno rappresentate da modifiche nella composizione dell’aperitivo (patatine al pepe, rustiche, standard, salamino, birretta, vinello, cocacola) e qualche puntatina in piscina (perché di notte ci saranno 8 gradi ma di giorno arriviamo anche a 30). Dette puntatine sono necessariamente brevi, data la densità di bimbi-minchia/m³. Si definisce bimbo-minchia un giovinetto di età compresa tra gli otto e i quindici anni che fa un casino insopportabile; inspiegabilmente, il bimbo-minchia è sempre italiano e quasi sempre maschio. Facciamo un esempio: in una di queste gioiose occasioni, arrivati in piscina ci sediamo a uno dei tavolini a bordo acqua per leggere un po’, essendo che la vasca straborda di gente. Trattasi di un desiderio irrealizzabile, considerando la tribù di bimbi-minchia che infesta i paraggi. Tra questi includo anche due individui che, seppur anagraficamente adulti, rientrano appieno nella categoria, essendo che non si vede alcuna differenza tra loro e i bimbi-michia di cui sopra: ridono a crepapelle delle varie bravate, anche quando esse consistono nello sputare l’acqua della piscina verso l’esterno (indovinate verso chi) e spintonare gli altri bimbi-minchia sparandoli in acqua incuranti di chi investono, salvo poi cadere dalle nuvole quando, dopo mezzora di gente che si salta sulla schiena, c’è quello che si fa male. Come diceva la mamma di Rico: a ridì, a ridì e po’ a rugì (traduzione libera: ridete ridete e poi piangete). Unica buona notizia: tra i mille urli dei troll mi è parso di sentire “Ultimo giorno”.
Da parte loro i gestori del campeggio fanno del loro meglio per incoraggiare la socializzazione, per esempio organizzando allegre cene con intrattenimento musicale. Quando ci propongono la prima alla modica somma di quindici euri a cranio, visto che la nostra tenda è a dieci metri dalla piscina e quindi non c’è alcuna possibilità di sfuggire al pianobar, decidiamo di accettare, attirati anche dalla promessa di un menù di piatti locali (e dal sogno di cenare al caldo).
L’appuntamento è per le 20.30 ma, quando ci presentiamo alle 20.20, i quattro miseri tavolini disponibili all’interno sono già stati occupati e riusciamo a malapena a sederci a uno dei tavoli fuori. FUORI. Per un attimo il dubbio mi attanaglia ma l’alternativa è mangiare in sala con il piatto sulle ginocchia e vi sfido a tagliare il prosciutto tenendo un piatto di plastica sulle ginocchia (e il bicchiere poi? Serve la mano di riserva). Finiamo col cenare fuori, ovviamente coperti come eschimesi (noi, i nordici sono più spavaldi, c’è qualcuno in maglietta). Gli affettati però sono buoni. Fortunatamente, quando attacca il pianobar siamo già alla frutta (in più di un senso), quindi ci dileguiamo lasciando il campo a provetti ballerini e al revival anni ottanta con musica a palla.
La seconda notte va un po’ meglio, essendo il sacco a pelo avvolto in due coperte di pile; purtroppo però la felpa termica con cappuccio aumenta notevolmente il mio volume, rendendo difficili i movimenti all’interno del budello e più di una volta rischio lo strangolamento causa cappuccio, coperte o sacco.
La mattina dopo mentre facciamo colazione compare un gruppo di giovani a cavallo che sfila a fianco della nostra tenda; in testa al gruppo c’è l’istruttore del vicino maneggio che offre ai campeggiatori la possibilità di affittare i cavalli per fare lunghe passeggiate nei dintorni. Veder passare un gruppo a cavallo mentre fai colazione è una cosa molto bucolica, e altrettanto bucolico è il quintale di cacca che gli enormi quadrupedi depositano davanti alla tenda dei nostri vicini nordici, che essendo nordici non fanno una piega. Ma aimè, la puzza è cittadina del mondo e pare trovarsi piuttosto bene anche dalle nostre parti. Nella mia ingenuità passo tutta la mattina aspettandomi di veder arrivare qualcuno del campeggio armato di paletta per rimuovere l’odoroso cadeau, invece ciccia.
Nel pomeriggio decidiamo di andare a fare una passeggiata nei dintorni, ci armiamo di bottiglie d’acqua, cappellino, ecc e partiamo con un obiettivo preciso in mente: durante il nostro breve spostamento motorizzato verso la conad, il navigatore insisteva per farci passare da una strada che pareva un tratturo e, temendo per l’incolumità della mia povera macchina che non è più una ragazzina, l’ho bellamente ignorato. Ci è rimasta però la curiosità di sapere dove saremmo arrivati se fossimo sopravvissuti a quel Camel Trophy.
La partenza è difficile, il campeggio è in una conca e la strada per uscirne è a tratti verticale (o almeno sembra), per non parlare del caldo torrido e della notevole distanza da percorrere per raggiungere il tratturo. Lungo la strada incontriamo vari cespugli di more e altri con strane bacche scure, seguiti a breve distanza da una fila di cassonetti per la raccolta di carta, vetro e… multe e sanzioni. Sono strani questi umbri.
Arrivati all’inizio del tratturo siamo più morti che vivi, ci facciamo un paio di foto per dimostrare che lì almeno ci siamo arrivati e poi torniamo sui nostri passi.
È stata una giornata intensa e il pensiero di cenare al freddo non ci va, in più siamo o non siamo in vacanza? Bene, allora stasera si mangia fuori.
Il primo locale che troviamo è un albergo ristorante pizzeria; ci sono dei tavoli fuori ma non se ne parla assolutamente, li ignoriamo e c’infiliamo dentro. L’arredamento è molto vecchio maniero, con un grande camino, mazze ferrate e spade sparse per la sala; credo ci fosse anche una testa di bestia ma non sono sicura.
Il cameriere ci dice di sedere dove vogliamo e dopo un po’ viene a prendere l’ordine, ci porta da bere e sparisce. In sala ci sono solo due tavoli occupati oltre il nostro, fuori ce ne saranno al massimo sei, non proprio una seratona. Eppure il servizio è lentissimo, passano venti minuti e neppure gli altri tavoli sono stati serviti, per fortuna c’è il cestino dei grissini. Mi distraggo guardando la pizzaiola che stende la pizza usando la macchina a rulli che vedo sempre nei chioschi di piadina; ma la pizza non si stende a mano? Boh, forse fanno tutti così e non me n’ero mai accorta. La osservo mentre impiatta sei pizze, peccato che di camerieri neanche l’ombra. Quelli del tavolo in fondo alla sala sembrano aver riconosciuto le loro pizze (o forse fingono pur di mangiare qualcosa) e dopo un po’, vista la penuria di personale, si alzano e se le vanno a prendere da soli mentre la pizzaiola si scusa imbarazzatissima. Quando finalmente compare il cameriere e lei gli fa presente la cosa questo si stizzisce e ribatte che è molto impegnato, deve preparare un tavolo da sette, non può fare tutto lui. Noi che seguivamo lo scambio ci siamo arenati sul numero sette. In che universo è un’impresa titanica apparecchiare un tavolo da sette? Forse qui ricamano le iniziali dei clienti sui tovaglioli.
Quando finalmente ce la portano (si vede che il tavolo da sette era pronto), la pizza è buona, ben condita anche se decisamente troppo sottile, non amo quelle pizze che appena le mordi ti si sbriciolano sotto i denti ma mi dicono che è una sclerosi mia quindi…
Chiediamo di pagare il conto e il cameriere ci risponde che il conto si paga alla reception dell’albergo per cui dobbiamo uscire dal ristorante e rientrare in albergo. Questi hanno una gran fiducia nell’umanità. Stavolta gli va bene, invece di fuggire verso la macchina, entriamo, paghiamo e ce ne andiamo, preparandoci mentalmente a un’altra nottata difficile.
Continua…
giovedì 1 settembre 2011
Campeggio last minute: una vacanza bestiale - Prima Parte
E finalmente anche quest’estate siamo riusciti a ritagliarci sei giorni di meritata vacanza. Ok, a questo punto dove si va? Mandiamo una mail al campeggio “da Quinto” di Pennabilli, dove abbiamo passato una splendida settimana un paio di anni fa e, lode lode, ci arriva la conferma il giorno successivo. Tutto sistemato.
E invece il solito contrattempo dell’ultimo minuto (ho mandato accidenti su accidenti, mi aspetto di vedere quanto prima obesità e calvizie nei destinatari) ci obbliga a una riorganizzazione totale: cancelliamo tra le lacrime la prenotazione e ci mettiamo a cercare un altro campeggio in Umbria. Non è così facile, primo perché questa è la settimana di ferragosto, secondo perché noi siamo di gusti un po’ difficili. Mi spiego: il campeggio non deve essere al mare perché noi di spiaggia, in agosto, preferiamo vederne il meno possibile, non deve avere l’animazione per i bambini perché questo significa che se ne prevede una densità/mq troppo alta e deve assolutamente avere la piscina.
Tra i pochi campeggi che rispondono a questi requisiti (e soprattutto che rispondono in giornata) ne scegliamo uno nella zona di Gubbio. Purtroppo la riorganizzazione ci ha portato via quasi tutta la giornata, quindi raduniamo in tutta fretta i bagagli, li sistemiamo alla meglio nella mia attempata macchina e la mattina dopo si parte.
Se posso fare un appunto alle strade/autostrade italiane è che i cartelli dei limiti di velocità ti fanno venir voglia ti prendere a schiaffi qualcuno. Facciamo un esempio, siamo sulla A14 diretti verso Ancona e, dati gli immancabili lavori, c’è un cartello che dice 110. Ok. Peccato che dopo cento metri ce ne sia un altro che dice 90 e dopo altri cento metri si torna a 110. Ogni tanto appare anche un 60 e vi sfido ad andare in autostrada ai sessanta all’ora, con i tir che vi alitano sul collo! Ma non c’è di che preoccuparsi, tanto dopo cento metri si torna a 90 e dopo altri cento a 110. Per fortuna non sono da sola e Rico mi rassicura, non ho assunto nessuna droga pesante, sta tutto succedendo davvero.
Arriviamo al campeggio senza troppi problemi (grazie navigatore, grazie!) e dopo un rapido giro di perlustrazione scegliamo di posizionarci vicino alla piscina in una zona piena di meli selvatici che ci fanno da tetto, un gran bel posto. Montiamo la tenda e iniziamo a sistemarci. Intorno ci sono varie famiglie, alcune con bambini ma sono molto tranquilli. Scopriremo dopo che il campeggio è frequentato in gran parte da turisti stranieri (ecco spiegata la tranquillità).
Il clima è più fresco di quanto ci aspettassimo ma non ci diamo troppo pensiero, in fondo siamo in vacanza. Peccato che già verso le 20 calino l’oscurità e un freddo boia che ci costringe a indossare jeans, scarpe, felpa e giubbotto per poter cenare all’aperto. Stasera in programma per cena c’è la pasta; cominciamo a preparare la tavola e mettiamo su l’acqua ma dopo qualche minuto il fornellino si spegne, è finito il gas. Per fortuna abbiamo la bombola di ricambio quindi anche se con un po’ di ritardo ci rimettiamo in carreggiata, salvo poi scoprire che nella fretta di partire ci siamo dimenticati il coperchio della pentola, che non è solo un semplice coperchio ma funge anche da scolapasta (nel senso che io lo uso per tappare la pentola e scolare la pasta). Tentiamo una prima soluzione con il sottopentola (sì, non abbiamo coperchi ma abbiamo un sottopentola, misteri della psiche umana), peccato che questo sia di sughero (o di turacciolo, come dico io) e quindi dopo qualche minuto ci ritroviamo con un coperchio preoccupantemente gonfio. Immediata la rimozione e sostituzione con un piatto di plastica rigida che compirà il suo dovere senza tante ripercussioni. Solo una volta buttata la pasta ci accorgiamo di un altro problema: cerchiamo un cucchiaio per mescolare ma ci sono solo quattro cucchiaini da tè, nessun cucchiaio grande. Vista la piega della serata ovviamo al problema con una forchetta e io inizio a buttare giù una lista di cose da comprare l’indomani in paese.
Alla fine però riusciamo a cuocere la pasta e il sugo zucchine e gamberetti portato da casa è una bomba. Ci sediamo attorno al tavolo con i nostri piatti di pasta e Rico accende le lucine bianche (quelle del nostro albero di Natale) che ha avvolto intorno al ramo del melo che ci fa da tetto. Sembra di essere in una favola.
Una volta lavati i piatti torniamo alla tenda e constatato che, incredibilmente, si è fatto ancora più freddo, ci rifugiamo nel bar del campeggio per evitare l’assideramento. Tiriamo fuori il mazzo di carte da vacanza e ordiniamo un caffè e un tè. Chiedo alla barista se può darmi la teiera perché nella micro-tazzina che usano la bustina ci sta a fatica. Nessun problema, torno al tavolo con la mia teiera, la micro-tazza e lo zucchero. La pazienza non è tra le mie principali virtù quindi non è neanche immaginabile che io aspetti cinque lunghissimi minuti prima di bere il tè, di solito lo bevo bollente e mi ustiono; in questo caso dopo appena un paio di minuti alzo il coperchio per vedere se è pronto e noto con piacere che hanno riempito la teiera fino all’orlo, peccato che manchi la bustina. Torno al bar e ottengo finalmente la mia dose di droga; l’acqua non sarà più bollente ma ormai sono esaurita, voglio solo un po’ di broda calda nella pancia. Ne bevo tre tazze e mi sento subito meglio.
Una volta riacquistata una temperatura che ci garantisca la sopravvivenza, torniamo in tenda e ci prepariamo per la notte. In vacanza c’è chi porta il babydoll, chi il completo pizzoso supersexy, questa sera invece io alla partenza indosso il pigiama con calzoni lunghi ma nel corso della notte aggiungerò tutta una serie di indumenti fino ad arrivare a quanto segue: calzetti, mutande, canottiera, pigiama, felpa, felpa termica con cappuccio. Sono ovviamente rannicchiata nel sacco a pelo e mi sono avvolta intorno una coperta di pile. La notte più fredda del mondo. E non è ancora finita: alle tre e mezza di notte mi sveglio, semi congelata e con un gran bisogno di andare in bagno, le maledette tre tazze di tè non perdonano. Combatto per parecchi minuti, l’ultima cosa che vuoi quando sei rannicchiata nel sacco a pelo semi congelata è uscirne per affrontare il gelo della notte; aggiungo che il bagno non è vicinissimo ed essendo un po’ rimbambita dal sonno, il rischio di andare a sbattere in un albero non è remoto. Alla fine cedo, mi alzo e noto con sorpresa che sembra quasi meno freddo quando cammini. Fuori c’è una stellata spettacolare e mentre torno alla tenda per un attimo penso che questi sono proprio i giorni delle stelle cadenti, magari se aspetto un po’ ne cade qualcuna. O magari mi cadono le dita dei piedi. Sospiro e torno in tenda.
martedì 23 agosto 2011
Tacco quindici, paillettes e formaggio di fossa: Lou Reed a Sogliano sul Rubicone
“Sabato andiamo al concerto di Lou Reed, ti va di venire?” La Clodia mi sta guardando in attesa di una qualche reazione. Faccio una rapida ricerca mentale ma brancolo nel buio assoluto. “Chi è già Lou Reed?”
Essendo ormai avvezza alle lacune della mia cultura musicale, lei non si scompone “Dai, abbiamo visto un film su di lui, Berlin, era uno di quelli di Across the Movies!” Questo almeno restringe il campo, trattasi di rassegna di film musicali che si tiene da tre anni a Cesena; debole, debolissima, si accende una lucina “Ah, era quel film rosso?”
E qui anche la Clodia non ce la può fare, mi guarda perplessa “Ma che film rosso?”
“Dai, quel film che le immagini si vedevano un po’ così, sul rossiccio” La vedo annuire rassegnata e mi sento subito meglio, almeno il film l’ho inquadrato; peccato che avendolo visto l’anno scorso non è che mi ricordi molto.
“Allora cosa fai, vieni? Prendo il biglietto anche per te?”
Ci penso un momento. Vabbè, vediamo un po’ com’è.
“Costa 34,5 euro in prevendita”
EEEEEEEE!!!!!!! 35 euri!!!!!!!! Ma con quelli ci compro trentacinque sacchetti di patatine light dell’Eurospin!!!! Rinunciare alla droga è dura, una lotta che va combattuta giorno per giorno, a volte vinci a volte perdi. Oggi vinco. “Ok, ci sono.” Vediamo un po’ com’è.
Arriva il sabato. Siamo in cinque: Clodia, Ste, Io-me, Mohuro e Ale. L’appuntamento è alle 19 davanti all’Esquisito, dato che il concerto è a Sogliano e ci vuole circa un’ora per arrivare (trentacinque minuti se guida l’Albertini). L’Ale passa a prendermi e una volta caricati felpa, giubbotto, ombrello (previsioni incerte) si parte. Peccato che dopo cinque minuti arrivi una telefonata furibonda della Clodia “Sono passata a prendere Mohuro ma lui aveva capito che l’appuntamento era alle 20.45 invece che alle 18.45!” Come potesse pensare che saremmo arrivati in tempo per il concerto alle 21 è un mistero (forse stava guardando Star Trek) “Mi ha chiesto di ripassare dopo venti minuti ma gli ho detto che ha cinque minuti di tempo per scendere altrimenti lo lascio qui!” Meglio non scherzare con la Rinaldi furibonda.
Mi torna in mente che la settimana scorsa ci eravamo trovati in centro per pranzo e Mohuro aveva capito che l’appuntamento era alle 12.30 invece che alle 13.20, evidentemente legge troppo in fretta e con cento altre cose in mente. D’ora in poi gli manderemo gli orari scritti in lettere.
Riusciamo miracolosamente a riunirci e saliamo sul bolide sportivo della Ste; la strada per Sogliano è alquanto tortuosa e l’Albertini ci va a nozze, tagliando le curve come se fossimo in un videogame. Noi tapine sedute dietro ci avvinghiamo ai sedili nel disperato tentativo di non finire con la faccia spiaccicata sul vetro. Mi sa che a suo tempo la Ste ha visto troppe puntate di Automan.
Contrariamente ai miei timori, troviamo da parcheggiare abbastanza facilmente; adesso non resta che scendere dalla macchina. Uscire incolumi dalla tre porte dell’Albertini non è cosa facile, il sedile dietro è talmente indietro che occorrerebbe uno skilift per portarti fino allo sportello, in più devi essere celere, se esiti anche solo un po’ la pilota sospetta subito che tu stia facendo velata ironia sulla comodità della sua macchina e ti becchi uno sguardo bieco di quelli che gelano il sangue.
Saliamo verso la piazza centrale del paese dove, a rigor di logica, dovrebbe tenersi il concerto (non è che Sogliano sia questa megalopoli che brulica di luoghi adatti); anche per un forestiero il rischio di perdersi è nullo, basta seguire le bancarelle che vendono magliette rock. Una banana ci salverà.
C’è già parecchia gente e tra questa le facce note sono tante. Seduti a un tavolino troviamo la Cecca e U che sono astutamente partiti prima e infatti hanno già cenato. La cosa ci fa riflettere: non sarebbe bello trovarsi a metà concerto a ululare per i morsi della fame (fa molto rock da vedere ma per i protagonisti è un’altra cosa), quindi optiamo per una frugale cena e ci mettiamo in fila davanti a un cartello che promette piadina farcita più bibita alla modica cifra di cinque euri.
L’idea non è proprio originalissima e infatti la fila è lunghina, però essendo che si snoda lungo la via, vediamo passare tutti quelli diretti alla piazza e c’è l’occasione di fare due chiacchiere con le famose facce note di cui sopra. Dopo una mezzora, se dio vuole, arriva anche il mio turno. Ordino piadina prosciutto cotto e formaggio (purtroppo un misto standard, niente fossa di Sogliano) e, sorpresa sorpresa, una cocacola. A quel punto il cassiere mi spiazza chiedendo “La coca la vuoi subito?”
In che senso? Mi sforzo ma non ci arrivo proprio, che sia una domanda trabocchetto? Indago. “Perché?” In risposta mi rifila un bigliettino numerato e mi fa “Sei il numero 102, ci vorrà una mezzora” Neanche avessi chiesto un soufflé.
Mi rassegno all’attesa e insieme alla Clodia perlustriamo l’area individuando una panca e una sedia appena liberatesi su cui ci fiondiamo senza esitazione. L’Ale e la Ste ci raggiungono dopo poco, l’Ale brandisce un ghiacciolo al mojito di un verde talmente fosforescente che pare kriptonite. La Ste dà un’occhiata dubbiosa alla panca e chiede “C’è posto anche per me?” Risponde un attempato latin lover locale seduto di fianco a noi “Ma sì che ci sta! Con quel sederino…” Per fortuna del nonno, il suo commento è andato perso nella marea dei nostri “Sì, certo!”, “Ma figurati!” e “Dai siediti!”, quindi gli anni che gli restano potrà goderseli su tutte e due le gambe.
Nel frattempo Mohuro ci confida preoccupato di avvertire una certa, inspiegabile debolezza. Azzardo che forse deve mangiare qualcosa ma lui ribatte che non è possibile, ha mangiato cinque biscotti a merenda! Inevitabile l’infamata collettiva che lo spedisce a comprare della piadina.
Una volta rifocillati e riguadagnate le forze, ci avviamo verso la piazza. Tira un curioso venticello ma per fortuna il popolo bove scalda. Devo dire che, non avendo una gran esperienza di questo genere di eventi rimango un po’ sorpresa constatando che c’è veramente di tutto: dalle signore con passeggino ai teenager capelloni con maglia sanguinaria, fino alle panterone inguainate in roba scintillante e paiettosa. Non mancano le fighe di legno tirate a balestra con schiena nuda e tacco quindici, calzatura ideale per andare a un concerto dove si sta in piedi per ore; mi chiedo se anche sulla ciambella del wc (dove indubbiamente passeranno la notte, risultato inevitabile dell’addizione freddo + pelle di fora) terranno i tacchi. Toglietemi tutto ma non lo stiletto.
Minuto dopo minuto si accumula un’ora di ritardo; Mauro sostiene che lui in fondo doveva saperlo e che sicuramente il suo inconscio gli ha detto che era meglio partire alle 20.45. Il rumore delle unghie sui vetri è assordante.
Quando ormai s’inizia a disperare, la luminaria si risveglia, Lou esce sul palco e dà inizio alle danze. Mi alzo sulle punte tentando di vedere oltre il mare di teste e mi chiedo come mai in un paese mediterraneo dove in teoria l’altezza media è pari alla mia, ogni volta che vai a un concerto finisci col trovarti in un gruppo di Vatussi. Iella? Epidemia di tacco quindici? Boh.
Osservando meglio l’uomo sul palco, non posso fare a meno di notare la sua riga da una parte, gonfia come un nido di rondini. Mi sa che la parrucchiera ha avuto la mano un po’ pesante con la lacca.
Intanto la temperatura si è ulteriormente abbassata (è luglio, porcaccia paletta! Luglio!!!!!), costringendomi a indossare tutto quello che possiedo; noi ovviamente siamo in zona poveri, non al centro dove si trovano le sedie per la nobiltà che ha sborsato ben 57,50 euri, però noto con una certa maligna soddisfazione che, essendo un po’ meno fitta di noi, la crème se ne sta lì come un mucchio di calippi, preda del vento siberiano che sferza la piazza. Rabbrividisco e mi torna in mente l’Impero colpisce ancora, non dico che sarei disposta a infilarmi negli intestini di una bestia ma un pensierino…. Il mio regno per una coperta di pile.
Dopo aver passato la prima ora a maledire le quattro biondone accanto a noi che invece di guardare e ascoltare passano tutto il tempo a chiacchierare e a ridere sguaiatamente, decidiamo di spostarci un po’ indietro ma più centrali, nella speranza di stare più tranquille e goderci il concerto. Peccato che là troviamo due coppie che fanno altrettanto casino e raccontano pure barzellette (l’uomo cresciuto che racconta male una barzelletta è la cosa più triste del mondo).
Nel vano tentativo di ignorare il barzellettiere improvvisato mi concentro sul pubblico in piazza e non posso fare a meno di notare che c’è parecchia gente che sta andando via. Ma non siamo neanche ai bis! Questa è una cosa che mi lascia sempre molto perplessa: hai pagato il biglietto, fatto un’ora di macchina e adesso te ne vai quando potrebbero mancare ancora venti minuti? Hai paura di rimanere imbottigliato nel traffico? Ma quale traffico? SIAMO A SOGLIANO!!!!!!!
Dopo i tre bis di ordinanza, Lou si congeda e inizia il deflusso. Noi ci riuniamo nel punto di ritrovo astutamente concordato pre-inizio; Mohuro arriva con un’espressione soddisfatta, evidentemente la sua decisione d’infilarsi là davanti nella bolgia ha dato i suoi frutti; ci raggiungono anche la Cecca e U per un ultimo saluto. La Cecca si sta infilando un maglino di cotone e qualcuno (non mi ricordo chi) commenta che avrebbe potuto portare una maglia di lana, viste le previsioni per la serata. Al che lei ribatte serafica che quella maglia è sì di cotone ma se la scrolla un po’ prima di metterla diventa di lana. Vorrei tanto poter pensare che era ubriaca.
Salutiamo tutti e ci avviamo verso la macchina; lungo la strada vediamo venirci incontro un gattino piccolo e tenero ed essendo tutti consapevoli della gattofobia dell’Albertini (avrei potuto dire ailurofobia ma sembra il nome di una medicina e poi, santo cielo, siamo a un concerto rock!), ci dirigiamo verso l’animale facendo muro per separarlo dalla Ste e producendo tutti quei suoni idioti che è inevitabile emettere di fronte a un cucciolo. Il quale cucciolo, evidentemente infastidito dal nostro casino, cambia repentinamente direzione nel tentativo di sfuggirci e si dirige proprio verso la gattofobica. Veniamo ripetutamente maledetti e per un istante si teme di dover tornare a casa a piedi ma poi per fortuna la crisi passa e l’Albertini ci riammette in macchina.
Dal basso della mia limitatissima esperienza, avrei compilato un piccolo vademecum per il maschio frequentatore di concerti che a mio avviso potrebbe migliorare notevolmente l’esperienza per il pubblico:
1) Qualche consiglio tricologico:
a) Il giorno prima del concerto, fai un favore a tutti e tagliati quei capelli.
b) Se proprio non vuoi tagliarteli, legali o appiattiscili col gel.
c) Per l’amor di dio, non li cotonare!!!!!
2) Se sei alto come una pertica, trova un palo/lampione e appoggiatici, così minimizzi l’area di limitata visibilità per i diversamente alti.
3) Se vai a prendere una birra, bevine almeno tre sorsi prima di tornare tra la folla così non la rovesci su degli innocenti oppure, in alternativa, dirigiti verso la figa di legno più vicina.
4) Lo so che sai tutte le canzoni a memoria ma io preferirei sentirle da quello sul palco, quello intonato.
Il vademecum per le femmine non lo faccio, tra tacchi, paillettes, gridolini e risatine è un’impresa superiore alle mie forze, mi tremano le ginocchia al solo pensiero.
Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271
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martedì 9 agosto 2011
Gli spifferi ai tempi del Muto
Da alcuni giorni nella nostra ridente Cesena era in corso la manifestazione “Piazze di Cinema” e, quali orgogliosi cittadini, abbiamo deciso di dare il nostro contributo ingrossando le file degli spettatori.
Il venerdì sera in Piazza del Popolo era prevista alle 21.30 la proiezione di un film muto, “La caduta della casa Usher”, un horror degli anni venti con accompagnamento musicale live dei Massimo Volume, quindi con un giro di sms ci siamo dati appuntamento in piazza alle 21.
Parto con il mio solito ritardo ma recupero qualcosa bruciando l’asfalto sullo scooter, una scelta praticamente obbligata se consideriamo che parcheggiare l’auto in centro a Cesena il venerdì sera rischia di toglierti quei due-tre anni di vita e io ormai ho parecchie lune, quelle che restano me le tengo strette.
Al mio arrivo in piazza trovo già una certa folla (anche se sospetto sia più per l’apertura serale dei negozi che per il film muto horror anni venti) ma dei miei compagni di serata neanche l’ombra: chiamo la Clodia e scopro che, visto il mio ritardo sono andati a prendersi un gelato bio. Mi chiedono di tenere tre posti fino al loro arrivo e, trovandomi dalla parte del torto, non mi resta che accettare.
A me questa cosa di tenere i posti mi mette sempre un po’ d’ansia, probabilmente perché ricordo perfettamente i casini che montava mio babbo quando si arrivava al cinema e c’era qualcuno che aveva sparso il proprio guardaroba nel tentativo di occupare quattro o cinque poltrone; ancora adesso quando mi capita di dover tenere più di un paio di posti ho il terrore che sbuchi il genitore da dietro una fila e me ne dica quattro
Non avendo alcuna esperienza di cinema di quel periodo, ero un po’ preoccupata perché io i film horror non posso guardarli, altrimenti non dormo più (mai più); in realtà sarebbe bastato riflettere sul fatto che, se proiettano un film in piazza alle nove di sera, è altamente improbabile che detto film sia spaventoso, ma in questi giorni fa un caldo africano e io non funziono bene oltre i 28 gradi.
Devo ammettere che la mia totale ignoranza sull’argomento cinema francese degli anni venti, non mi ha permesso di assaporare l’opera d’arte in tutta la sua pienezza. Del film conservo alcuni ricordi di cui farei volentieri a meno: ore e ore di occhi pallati e sguardi allucinati, chilometri di tende che svolazzano ovunque, causa vento imperversante, altri chilometri di velo bianco che seguono lo stesso copione, sopracciglia inquietanti, uomo sordo con cornetto acustico lungo quanto un avambraccio. Senza dimenticare che gli unici testi a fare capolino nel corso del film, quelli a cui ti saresti aggrappato come un naufrago a una scialuppa, erano in francese. Evidentemente il pubblico doveva essere cinefilo e francofono.
E poi, va bene la sospensione dell’incredulità ma, dopo mezz’ora di bora è possibile che a nessuno venga in mente di chiudere almeno una finestra?
A ben pensarci, però, il cinema muto presenta alcuni vantaggi non trascurabili, uno su tutti il fatto che quando durante il film ti capita di condividere con i vicini di posto alcuni dubbi cinematografici che ti attanagliano (ma quante matite per occhi avranno consumato? Che lei si stia lasciando morire per sfuggire all’orrore di quella pettinatura?), la cinefila della fila davanti non può apostrofarti con parole pungenti sostenendo di non riuscire a sentire i dialoghi ma deve limitarsi a uno sguardo bieco. Una volta terminata la proiezione, il desiderio di affogare i ricordi di cui sopra in una cocacola gelata si fa pressante, quindi attraversiamo il centro, passando dalla piazza a fianco dove sta iniziando Senso di Luchino Visconti e puntiamo verso il NeroSuBianco dove perlomeno si può star sicuri che la cocacola c’è e non ti rifilano della pepsi calda.
Propongo di sederci a uno dei pochi tavolini liberi ma la Clodia preferisce il muretto (per ulteriori evidenze della sua mania per le superfici in muratura, vedi la mia nota In fondo Bob è Bob). Una volta trovato posto sul famoso muretto e con il fresco beveraggio stretto in mano, mi capita di ripensare al film appena visto: non posso proprio affermare di averlo apprezzato, non potendo cogliere gli elementi rivoluzionari dell’opera che, mi assicurano alcuni più esperti, ha precorso i tempi. Però una cosa mi sento di dirla: a differenza di alcune recenti opere cinematografiche, celebrate come capolavori da critica e festival, se durante la proiezione avessero invertito primo e secondo tempo, ce ne saremmo accorti. E, coi tempi che corrono, non mi pare poco.
N.B. Si sconsiglia la visione di questo video a chi soffre di otite.
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