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mercoledì 28 giugno 2017

L'accorato appello di un vampiro

In questi giorni di caldo torrido l'unica possibilità di sopravvivere, per chi come me non ha ancora l'aria condizionata in casa, è rifugiarsi al mare per godere della brezza marina o almeno di quel filo d'aria che si degna di circolare; purtroppo io e il sole non andiamo d'accordo quindi al momento gran parte della giornata la passo in casa con le tapparelle tirate giù, aspettando la sera per mettere fuori timidamente il capino; in sostanza ho tutte le beghe dei vampiri (se mi espongo alla luce non credo di prendere fuoco ma, bianca come sono, ci andrei vicino), senza nessuno dei vantaggi.
Sabato sera col favore delle tenebre ho raggiunto la Rinaldi che lavorava come cassiera a una festa in spiaggia; per l'occasione, onde evitare di perdere anni di vita cercando un parcheggio, ho tirato fuori lo scooter e rischiato la pelle sulla via Cesenatico, che in certi punti è ormai allo stesso livello di una mulattiera.
Quando finalmente sono arrivata nella zona di Ponente, mi sono trovata davanti il trenino che porta in giro bambini e turisti, ovviamente a una velocità massima di 25 km/ora; per aggiungere il danno alla beffa, i bambini che occupavano l'ultimo vagone cantavano in coro Occidentalis Karma, con tanto di coreografia. Sono abbastanza sicura di non aver fatto niente di tanto orrendo da meritare una cosa simile.
La Rinaldi era già in posizione ma non particolarmente indaffarata, erano le 23 e c'erano quattro gatti, non fa figo farsi vedere prima dell'una, sospetto che il vampirismo di stia diffondendo tra le nuove generazioni.
Io e la Piraccini (arrivata prima di me, per lei niente trenino), ce ne stavamo a lato cassa sorseggiando roba piena di ghiaccio nella speranza di abbassare la temperatura corporea mentre, dietro di noi, uno degli addetti alla sicurezza vegliava sull'incolumità della cassa (la cassiera alla sua incolumità ci pensa tranquillamente da sola).
Da quella posizione si ha un quadro perfetto della situazione (prima o poi tutti prendono qualcosa da bere) e devo dire che negli anni non ho visto grandi cambiamenti nella fauna che popola questo particolare tipo di evento (a suo modo è rassicurante notare che in fondo siamo tutti uguali), ci sono alcune categorie sempre rappresentate, a volte con qualche perla inattesa.
C'è per esempio quello inesperto che arriva alla festa in spiaggia con le scarpe di tela scure e lo vedi fermarsi davanti a quel mare di sabbia candida che lo separa dal pubblico danzante, incerto se sacrificare le scarpe alla possibilità di trovare da far del buono; la sua controparte femminile arriva con i tacchi a spillo e si trova suo malgrado costretta a scendere, decisione non facile visto che la mise per la serata è stata accuratamente pensata intorno a quei quindici centimetri in più e quindi scendendo dai tacchi si rovina tutto l'effetto.
Poi ci sono gli habitué, quelli che salutano i baristi (e la cassiera), che fanno un salto in bagno quando è ancora umano, quelli insomma che sanno come muoversi e non combinano casini.
La parte più interessante arriva più tardi, quando i livelli etilici si alzano e il lavoro della cassiera diventa complicato; è lì che l'esperienza fa la differenza.
Perché non si tratta solo di capire cosa ti dice gente che biascica come se avesse un tordo in bocca, devi anche gestire quello che ha finito i soldi e vuole barat tareil suo cellulare con un paio di birre, per non parlare della Splendida, quella che arriva alla cassa e ti chiede quanto costa l'upgrade. Alla tua richiesta di spiegazioni, questa ti risponde che lei vuole cocktail con alcool di migliore qualità. Purtroppo non ero presente quindi non so se teneva il mignolo alzato mentre faceva siffatta richiesta.
Un capitolo a parte merita colui (generalmente un uomo) che vive la festa in spiaggia come un momento di assoluta libertà e quindi a un certo punto decide di togliersi la maglia e ballare a torso nudo.
Ora, se da una parte plaudo all'uomo che si sente così a suo agio col proprio corpo da non avere
timore a mostrarlo, dall'altra devo riconoscere che la situazione si presenta alquanto delicata: mentre tu, ignara di tutto stai ballando, entri in contatto con l'uomo questione il quale, oltre essere a torso nudo è spesso anche abbondantemente sudato, un po' come prendere in mano una lumaca gigante.
Vorrei anche fare un appello all'intera comunità degli allergici alla t-shirt: capisco le vostre esigenze di libertà e spensieratezza ma mi aspetterei una maggiore sensibilità da parte vostra nei confronti dei meno fortunati; non è bello constatare che la maggior parte voi è più prosperoso della sottoscritta, lo trovo francamente ingiusto quindi, in futuro, prima di togliere quella t-shirt, fermatevi un secondo a riflettere, la vostra felicità non dovrebbe costruirsi sulle sofferenze di noi minoranze svantaggiate.
Cordialmente.


martedì 3 settembre 2013

Ferragosto sì ma in edizione limitata

Come ho già detto in altre occasioni, in quel della riviera romagnola siamo ormai rassegnati al fatto che ci sono periodi in cui tocca voltare le spalle alla terra natia, schifare il mare e cercare rifugio altrove. La settimana di ferragosto è uno di questi periodi.
Normalmente, nei due giorni che precedono e seguono ferragosto, per convincermi a uscire di casa per andare al mare dovrebbero bombardare casa mia e tutto l'entroterra per chilometri, in questo caso invece ho deciso di trasgredire il santo precetto, sfidare gli dei e osare l'impensabile: venerdì 16 agosto, in pieno ponte di ferragosto, ho preso lo scooter per andare a Valverde di Cesenatico.
La meta del mio breve viaggio era il bagno Bahamas dove, quella sera, il duo Formazione Minima (anche noto agli amici come i Lorenzi) si sarebbe esibito verso le 21.30 in uno spettacolo di teatro-canzone.
Riesaminando la situazione col senno di poi, mi rendo conto che nel corso della serata il cielo mi ha mandato diversi segnali (stai a casa!), in effetti me ne ha inviati a frotte ma, purtroppo, non me ne sono mai accorta. Facciamo qualche esempio:
1) sono nell'ingresso di casa poco prima della partenza: prendo la borsa, ci infilo la felpa e la sciarpina di sicurezza (abbiamo una certa età e con gli spifferi non si scherza), esco di casa, chiudo la porta, metto le chiavi di casa nella borsa, apro il bauletto dello scooter per estrarre il casco e metterci la borsa ma dentro invece del mio casco ci trovo quello di Farnedi. Mi maledico per non averci pensato, apro la borsa, estraggo le chiavi di casa, afferro il casco Farnedi, riapro la porta di casa, prendo il mio casco, appoggio l'altro sul mobile, esco e richiudo a chiave.
2) sbuffando mi metto la felpa e il casco e, proprio in quel momento mi viene in mente che il portafogli non è nella borsa come al solito, l'ho usato nel pomeriggio per un acquisto online ed è quindi tuttora di sopra, in salotto; altre maledizioni, devo tornare a prenderlo ma non posso farlo messa così, suderei fino al midollo! Mi tolgo casco e felpa, riapro il bauletto, dove nel frattempo avevo messo la borsa, e riparte la trafila chiavi-apri porta-vai in salotto-scendi. Una volta di sotto, accendo la luce dell'ingresso per controllare di avere almeno cinque euri nel portafogli ma mi sbaglio e accendo la luce fuori sotto il portico, per fortuna riesco comunque a scorgere dieci euri nella penombra, per stasera mi bastano, siamo a posto. Chiudo tutto, porta, borsa, bauletto, indosso felpa e casco e finalmente sfreccio via verso sabbiosi orizzonti.
3) mentre mi allontano a tutta velocità (ormai sono oltre il ritardo), con la coda dell'occhio registro qualcosa di strano, mi volto un secondo e...la luce del portico è accesa! Mi sono dimenticata di spegnerla, e ovviamente l'interruttore è dentro casa. Per un istante accarezzo la possibilità di fregarmene e andare via, dopotutto sono sicura che Farnedi, se gli dicessi che mi sono dimenticata la luce accesa per quattro ore, sarebbe più che comprensivo ma, essendo che io sono io, non resisto e torno indietro, meditando sul numero di capelli bianchi che mi regalerà la serata.

Come previsto, una volta giunta in zona Cesenatico, mi trovo a combattere con un traffico a dir poco folle: macchine che vanno ai due nella speranza (vana, però chi ha il coraggio di dirglielo?) di trovare un parcheggio sul lungomare, gente in bicicletta contromano e/o senza lume, carrozzelle/risciò condotti da cerebrolesi con un misteriosi andamenti slalomistici (che ci sia all'orizzonte una gincana  coi risciò di cui nessuno mi ha informata?), insomma, tutto il prevedibile repertorio dei vacanzieri di ferragosto.
Arrivo indenne in zona Valverde e, una volta raggiunto il Bagno Bahamas, inizia la ricerca di un parcheggio per lo scooter. Sì, lo so che potrei anche parcheggiare sul marciapiede come fanno molti ma l'esperienza insegna che, se solo mi azzardo a parcheggiare in divieto in una strada che appare completamente deserta, immediatamente esce da una finestra un vigile/ausiliario del traffico col blocchetto delle multe già sguainato, preferisco non correre rischi. Peccato però che a Valverde non sia ancora arrivata notizia dell'esistenza delle due ruote né, quindi, della necessità di moto-parcheggi; dopo aver percorso circa un chilometro di lungomare imprecando dietro a risciò e autobus, trovo finalmente un parcheggio per moto con ben tre-dico-tre posti, due dei quali già occupati. Sistemo il mio scooter, raggiungendo la quota massima di due- ruote permessa dalla zona, e mi avvio di buon passo verso il lontano Bagno Bahamas.
Quando finalmente arrivo in loco, la performance è ovviamente già in pieno svolgimento, quindi recupero una sedia e vado a sedermi al tavolo della Piraccini, scusandomi per il ritardo e chiedendo se hanno iniziato da molto; lei mi risponde che non lo sa perché, causa disguido fantozziano al chiosco della piadina è arrivata a concerto già iniziato (avevano ordinato i crescioni per tutti ma quando lei è passata a ritirarli, dopo ben 40 minuti di attesa, ha scoperto che questi avevano perso l'ordine e le è toccato aspettare ancora: in sostanza c'è voluto più di un'ora per avere tre crescioni e una piadina col prosciutto).
Al momento il vassoio incriminato giace intonso sul tavolo e la cosa in sé ha implicazioni che obbligano a una riflessione: da una parte significa che i due artisti in piena performance sono a stomaco vuoto da ore e, con l'appetito che si ritrova Gasperoni, temo che finisca col mangiarsi Bartolini facendo diventare ancor più minima la formazione (da i Lorenzi a il Lorenzo, riga), dall'altra implica che le signore hanno deciso di aspettare le loro metà e cenare insieme a fine concerto.
Provo a calarmi per un attimo nella medesima situazione: sono andata io dalla piadinaia a prendere le piadine per tutti, ho aspettato io un'ora lì da sola e alla fine mi tocca avere davanti agli occhi la mia cena per due ore senza poterla mangiare? Va là che non è vero!! Non ho mica ammazzato nessuno!!
Duole ammetterlo ma, tutto considerato, temo che mi beccherei un debito formativo in moglie.
Devo riconoscere però che le privazioni sembrano dare ulteriore slancio alla performance: un Bartolini scoppiettante divora un pezzo dopo l'altro mentre Gasperoni, senza mai perdere un colpo, sorseggia appena può la sua birra, probabilmente confidando che le calorie ivi contenute gli permetteranno di sopravvivere fino al termine del concerto senza fare vittime.
In questi casi le richieste di bis pesano come macigni su quegli stomaci vuoti ma i nostri, consapevoli di aver voluto la bicicletta dell'arte, fanno un ultimo sforzo e, seppur ostacolati da un venditore di rose che si piazza davanti al pubblico schiodando solo una volta venduto anche l'ultimo stelo, danno il tutto per tutto e ne escono vincitori.
Radunando le poche forze rimaste, i due eroi si siedono al tavolo sotto gli occhi preoccupati delle rispettive compagne, afferrano ciascuno un crescione e consumano il loro mesto pasto. Sono momenti difficili da ricordare, non c'è niente di più immangiabile di un crescione tenuto per due ore a contatto con l'umidità marina sembrano dire gli occhi dei nostri, forse solo la piadina col prosciutto cotto ribattono gli occhi della Piraccini, mentre ella mastica rassegnata la sua piadina. In effetti, per quanto deliziosi se consumati subito, il crescione o la piadina lasciati in balia dell'umidità marina si trasformano in un masgotto gommoso che ti fa sudare per mandarlo giù anche dopo averlo masticato a lungo.
Di fronte al dramma che si consuma a quel tavolo, dimentico per un attimo (ma solo per un attimo) le mie preoccupazioni, nello specifico il fatto che nonostante sia il 16 agosto è calato sulla riviera un freddo boia e io, che dispongo solo della misera felpa che indosso, dovrò affrontare i rigori di un viaggio di ritorno in scooter. Riflettendoci meglio però non posso che concludere che, in fondo, anch'io ho voluto la mia bicicletta, ora tocca pedalare.
Saluto tutti e mi avvio, sperando di riscaldarmi un po' nel chilometro di strada che mi separa dallo scooter e da quei tre parcheggi limited edition. 


P.SQuesto articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press


venerdì 31 agosto 2012

Un animale tipo topo ma più lungo

E' sabato, sono le 20 e fa veramente un caldo boia, però stasera c'è una festa in spiaggia: tutto sommato poteva andare peggio. 
L'evento su facebook sostiene che il concerto di apertura della serata inizia alle 22 ma l'Ale, che di ste feste se ne intende, è categorica: prima delle 23 non si farà veder nessuno, quindi l'appuntamento slitta di un'ora.
L'arrivo è ovviamente su due ruote (provate voi a trovare parcheggio a Cesenatico in agosto, io preferisco vivere), dopo aver evitato per un soffio di stirare un ciclista adolescente che pedalava allegramente contromano, sistemo lo scooter negli appositi spazi e via verso Bagno Universale; L'Ale mi aspetta davanti all'ingresso e, mentre ce ne stiamo lì a far delle chiacchiere, arrivano Paolo e Mohuro con i quali per un po' ammazziamo il tempo guardando il passeggio sul lungomare che offre sempre spunti stilistici a dir poco interessanti (ancora niente ghette di jeans ma non perdo la speranza).
Essendosi fatte le 23.30 decidiamo di raggiungere l'Albertini che questa sera è presente in veste di cassiera; ci spostiamo sul retro dello stabilimento e solo allora ci rendiamo conto che sulla spiaggia c’è già parecchia gente e il concerto è in pieno svolgimento. Come ci sia stato possibile chiacchierare per venti minuti senza accorgercene rimane un mistero.
L'artista in onda è HUBERT THE STOMPER e in effetti l'uomo stompa come se non ci fosse un domani; trattasi di una one-man-band, o meglio, qualcuno ha detto che sulla locandina era pubblicizzato anche uno special guest ma noi non se n'è vista traccia, forse ce lo siamo persi mentre giocavamo a Ma come ti vesti? sul lungomare.
Nonostante lo avessi davanti, ammetto che c'è voluto parecchio prima che mi rendessi conto che Hubert the Stomper indossava una maschera; ci tengo a precisare che stavo bevendo una semplice cocacola, non ero offuscata dall'alcol ma quella specie di taglio a caschetto che aveva gli copriva parte della faccia e le luci facevano il resto.
E' chiaro però che, una volta assodata la cosa, le domande son fiorite come tulipani: V for Vendetta? Venerdì 13? Il silenzio degli innocenti? 
Lo ammetto, la curiosità mi rodeva, cosa diavolo ci faceva un uomo mascherato a stompare in spiaggia? Anche la Ste, interrogata tra uno scontrino e l'altro, non aveva risposte da offrire; però mi ha rivelato che nel corso del concerto l'artista aveva menzionato spesso le pantegane, sottolineando che a volte te le ritrovi dentro casa (viene da chiedersi dove viva esattamente quest'uomo). Alla fine della conversazione avevo ancora più domande di prima; ho anche notato che pur parlando di luridi, schifosi ratti, la nostra cassiera non faceva una piega ma in fondo la cosa era facilmente spiegabile: per l'Albertini una volta assodato che non è un gatto, va bene anche Alien. 
Come la pantegana si collegasse alla maschera non era però ancora chiaro, non avevo altra scelta che calare l'asso: ho individuato Ale Monogawa (il deus ex machina della serata) in avvicinamento e gli ho girato la domanda. Ho così appreso che la maschera in questione era una maschera da lontra e che Hubert l'aveva fatta da solo. Le pantegane erano state quindi un balzo dell'immaginazione albertinesca, troppo presa da scontrini e resti per prestare più che un briciolo di attenzione al concerto. 
Quando sono tornata a riferire l'esito delle mie ricerche al gruppo s'è presentata un'altra difficoltà: Paul, che è forestiero, voleva sapere cosa fosse una lontra e mi son resa conto che, a parte non sapere come si dice lontra in forestiero, non ho un'idea precisa di come sia fatta una lontra, l'unica definizione che mi veniva in mente era un animale tipo topo ma più lungo, e ciò non era di grande aiuto. Mi tocca anche ammettere che, se qualcuno di noi si fosse sprecato a dare un'occhiata agli articoli online che pubblicizzavano la serata, la nostra vita sarebbe stata molto più facile; sarebbe bastato leggere il riferimento a Hubert e al suo otter boogie e il mondo ci avrebbe nuovamente sorriso. Branco di poltroni.
Alla fine della fiera però non ho trovato risposta al mio primo e più bruciante interrogativo: why? Perché?

Kudos per il djset che è seguito (han messo pure blister in the sun che tutte le volte penso sia dei Blur e invece poi risulta che è dei Violent Femmes), peccato che fosse arrivata talmente tanta gente che ballare era praticamente impossibile. 
Ci siamo spostati al riparo di un paio di lettini dove almeno non rischiavamo di essere calpestati dalla mandria assetata che calava sul bar e, mentre mi guardavo intorno, ho avuto una strana sensazione: all'inizio non riuscivo a metterla a fuoco, solo dopo un po’ mi sono resa conto che c’era un sacco di gente parecchio più alta di me, mi guardavano tutti dall'alto in basso, una cosa per me piuttosto insolita (non sarò una vatussa ma mi difendo). Quando l’ho fatto notare agli altri è stata l’Ale, che è oriunda di Cesenatico, a svelare il mistero: pare ci fosse un torneo di beach volley, da cui l’eccedenza di spilungoni. Peccato che lì in spiaggia non tornassero particolarmente utili: non avevamo scaffali alti da aprire né frisbee finiti su rami irraggiungibili, quindi sostanzialmente erano solo di troppo, come le altre tremila persone che si accalcavano ovunque. Almeno, essendo tutti atleti erano magri e quindi prendevano poco spazio dabbasso, dove era importante; ovviamente si allargavano parecchio più in alto ma tanto lassù noi non ci arrivavamo, quindi potevano coprire svariati metri quadrati senza dar fastidio a nessuno.
Devo ammettere che, nonostante la folla un po' soffocante, in spiaggia si stava decisamente bene, il caldo era finalmente calato concedendoci un po' di tregua e lasciandoci soli di fronte a una stellata strepitosa; però si eran già fatte le ore piccole e le mie possibilità di conquistarmi uno spazio sulla pista, circondata com'ero da tutti quei perticoni, oltretutto muscolosissimi, tendeva a zero quindi, da brava anziana, ho preferito ritirarmi quando ancora i ricordi della serata erano tutti positivi (eccetto il mistero della maschera, tutt'ora irrisolto). Dopo un rapido saluto ai presenti ho levato le tende, o piuttosto, ho tentato di levar le tende: avevo lasciato i sandali sotto lo sgabello dell’Albertini, di fianco alla cassa, quindi mi è toccato fendere la folla in fila per il bar e poi chiedere al nerboruto della sicurezza che vegliava sulla Ste di spostarsi per farmi recuperare i sandali.
Onde evitare un cartone sul naso, prima di agire ho chiacchierato un po’ con l’Albertini perché Maciste si rendesse conto che non ero una malintenzionata scippacasse ma avevo semplicemente lasciato i sandali nel posto sbagliato. Per fortuna l’uomo ha afferrato la situazione, mi ha lanciato un’occhiataccia del tipo ti spezzo in due quando voglio ma non una di quelle serie, era piuttosto un’occhiataccia di routine, di quelle che secondo me ormai lancia anche senza volere, un po’ come i ballerini che, dopo anni e anni di danza, camminano sempre con la posa da ballerini. Ricevuta l'occhiataccia di ordinanza, non me ne son rimasta lì a sfidar la sorte, ho afferrato i sandali, salutato la Ste e mi sono dileguata.
L’ultimo meraviglioso momento della serata è stato tornare a casa in scooter lungo quelle vie tra i campi dove anche in agosto fa freddo e ti trovi, incredula, a rabbrividire. 
Di questi tempi è la sensazione più bella del mondo.

P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

lunedì 2 luglio 2012

L'aria buona del Biker Bikini Benefit

Sabato pomeriggio casa mia ricordava parecchio un bunker antiatomico: porta e finestre rigorosamente sigillate e scuri accostati nel vano tentativo di combattere l'ennesimo anticiclone africano che soffrigge gli zebedei a tutto lo stivale. Una volta calato il buio ho timidamente aperto le finestre ma niente, fuori il caldo era ancora soffocante, mi è toccato aspettare la mezzanotte per spalancare finalmente le finestre ma la situazione non è cambiata molto, di dormire non se ne parlava proprio, sudavi anche solo a pensare.
Messa di fronte alla cruda realtà, ho deciso di fare di necessità virtù e acceso l'irrigatore per annaffiare il prato che era parecchio provato (in effetti anche l'irroratore non era messo meglio, recentemente deve aver deciso che dopo dieci anni in servizio per lui era ora di pensione e quindi adesso annaffia un po' come e dove gli pare). Mentre il prato si faceva una bevuta, mi son messa al pc e ho buttato giù le due righe che seguono.
In quel momento il cervello preferiva fuggire altrove, alla ricerca di pensieri più leggeri e meno soffocanti quindi, quasi senza accorgersene, è tornato indietro a un paio di settimane fa, più precisamente domenica 10 giugno.

La domenica in questione faceva già piuttosto caldo ma niente di paragonabile all'atmosfera da piscina incandescente di questi giorni; quel pomeriggio ho ricevuto un sms dall'Albertini che voleva fare un giro e, dopo un rapido esame delle opzioni, abbiamo deciso di andare a Cesenatico e dare un'occhiata alla Colonia dell'Agip dove quel fine settimana si teneva un Biker Bikini Benefit.
Quando è passata a prendermi sotto casa, la Ste ha esordito dicendo:
"Dai che al mare c'è l'aria buona, ho bisogno di respirare un po' di iodio!"
Entrambe però sapevamo che era il suo DNA motociclistico a spingerla inesorabilmente verso quella distesa di cromature che è il Biker Bikini Festival. Io in effetti non ci ero mai stata e devo dire che partivo un po' perplessa, essendo che lo scorso anno mi avevano raccontato di pornodive a cavallo delle moto e, cosa volete che vi dica, guardare donne seminude dotate di una quarta di reggiseno ma vestite solo della quarta, non del reggiseno, non è proprio la mia idea di un pomeriggio ideale; però è anche vero che son tutte esperienze e magari possono anche stupirti, quindi ho messo da parte i dubbi e siamo partite.
Ovviamente, trovare un parcheggio a Cesenatico in una domenica di giugno è impresa pressoché impossibile ma, dopo varie perlustrazioni infruttuose, la nostra perseveranza è stata finalmente premiata e ci siamo sbarazzate del mezzo.
A quel punto il mio principale problema era ricordarmi dove avevamo messo la macchina, onde evitare di passare una mezzora a girare per le strade come una deficiente; è vero che la Ste per queste cose ha una memoria di ferro ma mi scocciava dover sempre chiedere come una palla persa, quindi mi sono guardata intorno alla ricerca di un punto di riferimento e sono stata fortunata, la via di fronte a noi era via Sozzi, cognome praticamente indimenticabile dopo il video di Farnedi.
L'unica cosa che mancava era un riferimento per la via in cui ci trovavamo, essendo che era una delle mille traverse del lungomare. Con il senno di poi mi rendo conto che la preoccupazione era fuori luogo, appena arrivate all'incrocio col lungo mare, il bramato punto di riferimento si è palesato (in effetti era evidente come un dito in un occhio).
Il bar sulla nostra destra aveva pensato di rendere più artistica la zona all'aperto posizionando qua e là alcune leggiadre statue in gesso; fin qui nulla di strano, peccato che poi le statue in questione fossero state letteralmente incatenate onde impedirne l'appropriazione indebita da parte di terzi.
Ovviamente posso comprendere il naturale desiderio del proprietario di assicurarsi la permanenza in loco delle citate sculture, però date un'occhiata alla foto e ditemi voi se vedere la figura di una giovine, seppure in gesso, incatenata a un palo, non tende a incrinare la leggiadria del momento....

Noi comunque i nostri problemi logistici li avevamo risolti, quindi con animo leggero e senza un pensiero al mondo ci siamo incamminate sul lungomare verso la Colonia dell'Agip; i pensieri però sono arrivati quasi subito, risvegliati dal casino infernale prodotto dalla marea di auto e moto d'epoca parcheggiate lungo il viale; per dio sa quale motivo, molti di questi mezzi erano in moto e, oltre a fare un rumore assordante, immettevano nella sanissima aria marina quantità di CO2 degne di una Milano nell'ora di punta. 
W l'aria buona del mare.
Una volta attraversato il girone dei cromati si arrivava all'ingresso della Colonia e al centro dell'evento; un palco sulla nostra destra ospitava un gruppo in pieno concerto e, sparse un po' ovunque c'erano bancarelle con oggetti di ogni tipo: serbatoi disegnati, giubbotti di pelle, caschi, tatuatori, ecc, tutte posizionate tatticamente in modo da evitare il vento che soffiava con entusiasmo su tutta la zona.
Mi sono avvicinata a una bancarella che vendeva magliette e ne ho notata una gialla che non mi dispiaceva affatto, me la sono appoggiata addosso guardandomi allo specchio e confesso che mi immaginavo già con la maglietta addosso, poi però l'immaginazione è stata costretta a una rapida marcia indietro quando mi hanno detto che la gigina costava 25 euri; non che sia un prezzo assurdo, se mi avessero detto 10 o 15, l'avrei presa senza pensarci un momento, il pensiero dei 25 euri invece mi ha fatto riflettere per alcuni secondi che mi sono stati fatali, nel senso che mi è venuta in mente la montagna di magliette che avevo già a casa e quindi sulla maglietta in questione è calata una cappa di piombo, come se l'avessero incatenata. Addio acquisto spensierato. 
Dato il caldo, abbiamo deciso che una bevuta ci stava bene; al bar le bariste si producevano in urla belluine ogni tre per due e non mi sento di dar loro torto, se fin dalla mattina ti trovi in mezzo a un gran casino, con musica a palla, vento sferzante e gente che reclama a gran voce la birra, una valvola di sfogo la devi avere, altrimenti, di fronte all'ennesimo baluba che si lamenta che c'è troppa schiuma, parti e fai una strage.
Mentre sorseggiavo la mia cocacola ho notato un cambio di scena sul palco: evidentemente era arrivato il momento del burlesque. Non so voi ma io associo sempre lo spogliarello a un contesto notturno, un po' velato, quindi vedere ste ragazze in piedi sul palco sotto un sole battente mi faceva un po' strano, però devo dire che le condizioni atmosferiche davano decisamente una mano, tutte le volte che una si toglieva qualcosa, il vento lo faceva allegramente volar via, il problema sarà stato il recupero dei pezzi a fine spettacolo...
Noi comunque non siamo rimaste oltre, quello che c'era da vedere l'avevamo visto quindi siamo ripartite, abbiamo riattraversato il girone dei cromati, dove i motori erano accesi e si sgasava come se la benzina non costasse quello che costa, e, forti dei nostri punti di riferimento, abbiamo ritrovato la macchina al primo colpo.
A conti fatti è stata, come previsto, un'esperienza. E poi volete mettere tutta l'aria buona che abbiamo respirato?

sabato 16 luglio 2011

Mozart in babydoll

Siamo in due, vestite come delle gemelline, siamo sorelle e abbiamo appena tagliato la corda da un matrimonio parenti. Potrebbe essere l’inizio di un film alla Thelma e Louise, se non fosse che 1) a noi nessuno c’insegue, 2) non siamo armate e 3) al momento la nostra sola priorità è arrivare al teatro Alighieri a Ravenna in tempo utile per ritirare un paio di biglietti. 

Facciamo un passo indietro: più o meno in questo periodo è il compleanno di mia sorella e da qualche anno a questa parte come regalo di compleanno compro sempre due biglietti per un musical. Quest’anno il Ravenna Festival mi ha un po’ spiazzato, proponendo Il flauto magico nella sua versione sudafricana “Mozart’s The Magic Flute - Impempe Yomlingo” ma, viste le strepitose performance degli anni precedenti, dopo un breve consulto con la sorella si è deciso di accettare a scatola chiusa.

E adesso siamo qui che ci scapicolliamo per andare da Cesenatico a Ravenna senza stirare pedoni innocenti ma abbastanza dinamicamente da arraffare sti benedetti biglietti prima che abbassino la saracinesca. Mentre la voiture divora la strada, noi si chiacchiera di questo e quello e, tra un questo e due quelli, ci rendiamo conto che non è che abbiamo un’idea proprio precisissima della trama. Con gesto sicuro estraggo il cellulare e mi metto alla ricerca. Wikipedia non delude: schiarisco la voce e inizio a leggere. Per fortuna siamo ancora all’altezza della ruota panoramica di Mirabilandia, perché la storia pare non finire mai e i nomi dei personaggi di sicuro non aiutano; sono certa che nel 1700 fossero comunissimi, del tipo Andrea o Maria, per me invece Papageno, Monostato e compagnia bella non risultano proprio ricordabilissimi. Pamina la lasciamo stare perché quando sei la figlia della Regina della Notte non si può certo pretendere che tu abbia un nome normale. (Mi sovviene una scena di Mr Hobbs va in vacanza in cui una procace bagnante, parlando di Guerra e Pace, sentenzia: con tutti quei nomacci russi non riuscivo a distinguere le femmine dai maschi! A noi va un po’ meglio, i nomi delle femmine finiscono per a.

Probabilmente anche l’autore a suo tempo si è reso conto della difficoltà e infatti a un certo punto ha gettato la spugna, come dimostrano i tre fanciulli che ricorrono nel testo sempre e solo come i tre fanciulli, equivalente settecentesco di quei tre tizi là.

Fortunatamente a Ravenna il sabato sera i parcheggi abbondano (perlomeno in luglio), quindi tutto fila liscio e stringendo in mano con orgoglio i nostri biglietti varchiamo la soglia del foyer giusto qualche minuto prima dell’inizio. Ci tengo a sottolineare che siamo un po’ trafelate e non proprio lucidissime, questo per giustificare il fatto di aver dimenticato la divisione pari/dispari della platea e aver costretto quasi un’intera fila di gente ad alzarsi per arrivare dall’altra parte. Per fortuna era un teatro signorile e nessuno ci ha tirato le uova. Quando finalmente siamo arrivate ai nostri posti, la principessa sul pisello seduta di fianco (l’unico ostacolo rimasto tra noi e le agognate poltrone) non ha reagito bene alla mia gentile richiesta di farci passare, si è alzata con estrema lentezza e con un’espressione piuttosto seccata. Il volgo alza un po’ troppo la testa di questi tempi.
Poi però si sono spente le luci e mi sono dimenticata tutto. Mi sono dimenticata dov’ero, delle corse fatte, della paura di non fare in tempo; c’ero solo io. E c’erano loro. 

Sono stati rari i momenti in cui sono uscita dalla trance in cui la performance ti risucchia. Mi sono trovata a riflettere su questa compagnia in cui pare che tutti facciano tutto, a partire dal giovane direttore in pantaloni e maglietta che ha condotto la parte iniziale in un tripudio di marimbe e tamburi, per poi suonare la tromba e uno strano corno in momenti successivi e infine passare a un marimbone enorme in fondo al palco. Lo stesso hanno fatto altri, passando con naturalezza dagli strumenti al ballo e al canto.
Un altro momento speciale è stato l’entrata in scena dei famosi tre fanciulli, che aspettavamo con una certa curiosità e che non ci ha deluso: sono comparse tre signore rotondette vestite in babydoll e provviste di orsacchiotto e alette d’angelo. 


Per non parlare di Papageno vestito mimetico che balla con Papagena, anch’essa vestita mimetica però in rosa.  In casi come questi non c’è trance che tenga.
Mi chiedo come avrebbe reagito Mozart, si sarebbe spellato le mani? Chissà.

A questo punto, se ne sapessi un po’ di più, potrei parlare delle marimbe e dei tamburi, dei musicisti e delle musiciste che li suonavano, menzionando en passant il nome di quel corno ricurvo che è comparso all’improvviso per poi sparire altrettanto rapidamente. Ma io non ne ho un’idea. Posso dirvi che da quel palco l’energia arrivava a ondate, forti, potenti e gioiosissime, e che a un certo punto mi sono resa conto che già da un po’ avevo gli occhi spalancati e la bocca aperta e ho sperato che non ci fossero telecamere a riprendere la serata, altrimenti sarei finita su qualche video con quella faccia da pipiloca. Ma pur sapendolo, mi è capitato ancora e ancora di scoprirmi a bocca aperta di fronte a quello spettacolo meraviglioso, è stato come avere di nuovo sette anni.
E quando si sono accese le luci, l’ovazione del teatro mi ha fatto pensare che forse, in quelle due ore, di bocche se n’erano aperte parecchie.
Che altro dire: Ravenna Festival, chapeau.



Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

 
P.S. Un’immagine vale mille parole, dicono.





martedì 5 luglio 2011

Un sabato al fulmicotone, tra cori, strozzapreti e coprispalle dimenticati

E’ mattina presto e nel torpore del dormiveglia avverto uno strano ticchettio. Porcaccia miseria! Piove!
Normalmente, il fatto che in luglio si metta a piovere io lo celebro come la manna, essendo che ho la pressione bassa e il caldo mi prostra, oggi però c’è un però: questo pomeriggio si sposa mio cugino e il voltafaccia meteorologico mi obbliga a un rapido cambio di mise. Il vestito anni ottanta a righe blu e spalla sbilenca, corredato da zeppe trampolate blu, dovrà lasciare il posto a qualcosa di più coprente perché va bene tirarsi a balestra ma, quando si tratta di patire del freddo, io tiro la riga. Un po’ mi dispiace perché sto benedetto vestito l’ho comprato un paio d’anni fa ma non ha mai visto la luce, anche a causa della citata spalla sbilenca che va sempre giù (poverina l’hanno fatta così) e rompe non poco le scatole.

Dopo un rapido esame delle possibilità che offre l’armadio opto per una combinazione vestitino+pantalone già usata in un paio di altri matrimoni con un certo successo, tutto risolto ma un po’ con l’amaro in bocca perché avevo dichiarato pubblicamente la mise e prevedo lamentele.

Lascio come sempre tutto all’ultimo momento e finisco col vestirmi di corsa sperando che mia sorella (che si è offerta di passarmi a prendere) non arrivi troppo presto altrimenti mi trova in mutande. La preoccupazione si rivelerà infondata, essendo la Francesca imbottigliata nel traffico dei vacanzieri che scendono in riviera e che, contrariamente a ogni pronostico, alle tre del pomeriggio di sabato sono ancora lì che scendono.
Quando arriva mi fiondo in macchina e vedo che mi guarda strano; la squadro a mia volta e noto che ha un vestitino di cotone rosa antico, colore quasi identico al mio. I sandali sono neri come i miei ma per fortuna la borsa è diversa. Scoprirò poi che ha portato anche un paio di pantaloni neri (e indovinate cosa indosso io), in caso fosse freddo. Fortunatamente quelli rimangono in macchina ma tra vestito rosa, sandalo e capello corto, sembriamo quelle povere gemelline che i genitori vestono identiche per andare a passeggio.
Una volta superato lo shock-da-vestito-identico ci dirigiamo di buon passo verso Cesenatico (dopo aver caricato un paio di ombrelli per sicurezza) ostentando una certa sicurezza, dato che la chiesa sappiamo bene dov’è. Quello che non sappiamo è che dall’ultima volta che siamo passate da quelle parti sono cresciute case come i funghi dopo il diluvio e per un attimo la cosa ci spiazza, mentre i minuti scorrono inesorabili verso le quattro-zero-zero. Arriviamo finalmente a destinazione, parcheggiamo e corriamo verso la chiesa battendo sul filo di lana la sposa che, essendo la sposa, deve gestire un vestito ingombrante e muoversi con passo dignitoso ed elegante e non può certo scapicollarsi come invece facciamo noi.

Dopo una breve pausa (la mandria umana deve sistemarsi in chiesa) la cerimonia ha inizio e il coro della parrocchia dà subito prova di essere un coro coi controfiocchi, niente a che vedere con certe performance che in passato animavano le funzioni religiose di altre chiese quando tra i quattro gatti del coro cantava anche la sottoscritta. Tra i sacerdoti  presenti sull’altare (una masnada, corredati di nugoli di testimoni) scorgo Don Virgilio e la mente torna a quel famoso Giovedì Santo di mille anni fa quando, dopo una stecca colossale di una delle stars del nostro coro, con conseguente crisi di riso di tutti gli altri e brutale chiusura della canzone a opera della chitarrista (un delicato arpeggio stile sega nastro), il povero don a fine messa scese dall’altare e ci disse:”Avete rovinato la mia canzone preferita”. Il sacerdozio è una strada irta di difficoltà.
Purtroppo, essendo la chiesa piena di gente fino all’orlo, dalla nostra posizione si vedeva ben poco, soprattutto a causa del simpatico padre di famiglia che aveva amorevolmente preso sulle spalle il figlio, trasformandosi in una creatura di due metri e rotti e impedendo la visuale a parecchi dei presenti. Spiace pensare all’alopecia che l’avrà sicuramente colpito a seguito della caterva di accidenti che gli abbiamo mandato. Simpaticamente, ovvio.
Dimenticavo di dire che mentre scendevamo dalla macchina io avevo in mano un coprispalle e, essendo il vestito senza maniche, ho chiesto a mia sorella:” Boh, lo prendo su? Per non andare in chiesa a spalle nude” E lei:”Ma no, non c’è bisogno”. Ovviamente, io appena entrate in chiesa mi do un’occhiata intorno e constato con sgomento che ci sono solo spalle coperte; dopo un primo momento di comprensibile smarrimento però non posso fare a meno di notare che, le spalle sì saranno anche coperte ma ci sono scollature vertiginose a volontà e chilometri di gambe nude che neanche una pubblicità Golden Lady. Tutto regolare, la cosa importante è che le peccaminosissime spalle siano coperte. Mah.

Dopo circa un’ora e venti di messa si comincia ad accusare la fatica. Non aiuta il fatto che siamo solo poco oltre la metà del corposo libretto del matrimonio, la strada è tutta in salita. Lancio uno sguardo pieno di desiderio verso l’uscita e mi accorgo che c’è un folto capannello di gente che sembra aver avuto la mia stessa idea e averla anche messa in pratica. La cosa mi restituisce la speranza. Sì, però noi come facciamo? Siamo sedute su una panca laterale verso la metà della chiesa, non possiamo semplicemente alzarci e andare via. A questo punto la sorella maggiore salva la situazione con un’idea geniale: al momento della comunione ci alziamo in piedi e ci avviamo verso il fondo della chiesa ma invece di metterci in fila per la comunione, guadagniamo l’uscita e la tanto agognata libertà.
Ad attenderci fuori c’è una nutrita schiera di parenti che evidentemente ha dato il collo prima di noi e la cosa mi rincuora. Diversamente da quanto previsto, i commenti nei nostri confronti non sono tanto rivolti ai look-fotocopia, quanto al nostro colorito non proprio ambrato. La Stefania che sfoggia un’abbronzatura degna di luglio, mi guarda i piedi (che in effetti farebbero la loro figura in un obitorio) e sospira “e pensare che da piccola diventavi così nera!” Non posso darle torto, ma è anche vero che a) non amo il sole b) ho lavorato tutto il mese di giugno quindi l’unico modo per sembrare vagamente più abbronzata sarebbe stato vestirmi di bianco neve da capo a piedi e quello ai matrimoni non si può fare, pena la lapidazione, quindi metto subito una pietra sopra a qualsiasi rimpianto e mi rituffo nella chiacchiera.
Il rinfresco si svolge nel cortile della parrocchia dove ci accolgono tavole imbandite di ogni ben di dio (tutto a buffet), musica e panche dove sedersi liberamente, niente posti assegnati o cena ingessata a sedere, una vera gioia.
Il prato è molto grande e quindi non ti rendi conto di quanta gente ci sia se non quando ti dicono che servono i primi e, arrivata al tavolo dei cappelletti al ragù, ti trovi di fronte una fila chilometrica; butti un occhio alla fila di fianco che pare più corta e lasci, non senza qualche rimpianto, i cappelletti per gli strozzapreti. La fila è composta in gran parte da parenti e si chiacchiera in attesa di mettere le mani sullo strozzaprete panna radicchio e salsiccia. Lo zio Massimo tenta un’incursione a inizio fila ma trova un parentado decisamente affamato e poco incline a fare sconti, per cui viene infamato e accusato a gran voce di voler passare avanti. In quel momento la fila pare muoversi piuttosto spedita, grazie alle abili mani di alcune signore che servono piatti di pasta a una velocità smodata; mi sento ottimista quindi azzardo a voce alta un pronostico positivo che viene immediatamente massacrato da mio cugino Luca con un ferale “Tanto quando arriva il nostro turno vedrai che la pasta finisce”. Una gufata coi controfiocchi. Gufata che oltretutto si avvera, costringendoci lì in prima fila a fissare i piatti vuoti in affamata attesa. Ad aggiungere la beffa al danno, il cugino iettatore non lo posso neanche menare come meriterebbe perché finirei sicuramente col prenderle io, a volte la vita è ingiusta.
Fortunatamente, le signore sono rapide come la folgore anche nei rifornimenti e una volta arraffato il mio piatto di strozzapreti, torno sui miei passi e collasso su una delle panche in zona parenti. Le figlie piccole delle mie cugine scorrazzano allegramente tra i tavoli mentre noi si chiacchiera degli esami di maturità (la Cate fa il membro interno e sta soffrendo molto), dei maledetti provider di telefonia che ti fanno aumentare le rughe (salvo poi per la legge del contrappasso imbattersi nella zia Agnese che deve avergli fatto vedere i sorci verdi, almeno a giudicare dalla vagonata di ricariche gratis che le hanno mandato). L’Agnes mi fa notare con disappunto che avevo annunciato tutta un’altra mise e si dichiara delusa dall’ensemble troppo discreto; non mi sento di darle torto, però faccio presente che quando il gioco si fa freddo le fighine iniziano a giocare, io invece mi copro. Non è bello passare metà festa di matrimonio in un bagno sconosciuto e coi foroni.
Siamo lì che ce la passiamo da papi quando, senza volerlo, mi cade un occhio sull’orologio: sono LE OTTO!!!!!!!! AGITAZIONE DI ESTREMITÀ!!!!!!!


Urge chiarimento: quando i miei genitori mi hanno detto che Stefano si sposava e che loro non ci sarebbero stati perché in Sicilia, io avevo appena acquistato due biglietti per Il flauto magico come regalo di compleanno per mia sorella. Ovviamente in tutta un’estate è inevitabile che le uniche due cose a cui non vuoi mancare siano esattamente lo stesso giorno, quindi avevamo deciso di rimanere al matrimonio fino alle sette e mezza per poi correre a Ravenna. Peccato che fossero già le otto. Ci siamo alzate un po’ di corsa e, salutati tutti quelli che si trovavano a portata di voce, siamo corse verso la macchina. Purtroppo gli sposi erano ancora tra le grinfie del fotografo e quindi non siamo riusciti a salutarli.
Siamo andati via con un po’ di rimpianto, non capita spesso che il clan si riunisca così numeroso e ci sono un sacco di persone con cui non siamo riuscite a scambiare più di quattro parole.
In più non c’è stato il tempo di scoprire quale fosse la macchina del babbo-con-bambino-in-spalla, una rigatina lì ci sarebbe stata bene. Ma, correndo il rischio di non arrivare in tempo a teatro, la vendetta è passata in secondo piano, siamo balzate in macchina e via verso nuove avventure, o meglio, via verso Ravenna, il teatro, le marimbe e gli umidificatori, ma di questo parleremo la prossima volta (come dicevano sempre in Heidi).