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mercoledì 28 giugno 2017

L'accorato appello di un vampiro

In questi giorni di caldo torrido l'unica possibilità di sopravvivere, per chi come me non ha ancora l'aria condizionata in casa, è rifugiarsi al mare per godere della brezza marina o almeno di quel filo d'aria che si degna di circolare; purtroppo io e il sole non andiamo d'accordo quindi al momento gran parte della giornata la passo in casa con le tapparelle tirate giù, aspettando la sera per mettere fuori timidamente il capino; in sostanza ho tutte le beghe dei vampiri (se mi espongo alla luce non credo di prendere fuoco ma, bianca come sono, ci andrei vicino), senza nessuno dei vantaggi.
Sabato sera col favore delle tenebre ho raggiunto la Rinaldi che lavorava come cassiera a una festa in spiaggia; per l'occasione, onde evitare di perdere anni di vita cercando un parcheggio, ho tirato fuori lo scooter e rischiato la pelle sulla via Cesenatico, che in certi punti è ormai allo stesso livello di una mulattiera.
Quando finalmente sono arrivata nella zona di Ponente, mi sono trovata davanti il trenino che porta in giro bambini e turisti, ovviamente a una velocità massima di 25 km/ora; per aggiungere il danno alla beffa, i bambini che occupavano l'ultimo vagone cantavano in coro Occidentalis Karma, con tanto di coreografia. Sono abbastanza sicura di non aver fatto niente di tanto orrendo da meritare una cosa simile.
La Rinaldi era già in posizione ma non particolarmente indaffarata, erano le 23 e c'erano quattro gatti, non fa figo farsi vedere prima dell'una, sospetto che il vampirismo di stia diffondendo tra le nuove generazioni.
Io e la Piraccini (arrivata prima di me, per lei niente trenino), ce ne stavamo a lato cassa sorseggiando roba piena di ghiaccio nella speranza di abbassare la temperatura corporea mentre, dietro di noi, uno degli addetti alla sicurezza vegliava sull'incolumità della cassa (la cassiera alla sua incolumità ci pensa tranquillamente da sola).
Da quella posizione si ha un quadro perfetto della situazione (prima o poi tutti prendono qualcosa da bere) e devo dire che negli anni non ho visto grandi cambiamenti nella fauna che popola questo particolare tipo di evento (a suo modo è rassicurante notare che in fondo siamo tutti uguali), ci sono alcune categorie sempre rappresentate, a volte con qualche perla inattesa.
C'è per esempio quello inesperto che arriva alla festa in spiaggia con le scarpe di tela scure e lo vedi fermarsi davanti a quel mare di sabbia candida che lo separa dal pubblico danzante, incerto se sacrificare le scarpe alla possibilità di trovare da far del buono; la sua controparte femminile arriva con i tacchi a spillo e si trova suo malgrado costretta a scendere, decisione non facile visto che la mise per la serata è stata accuratamente pensata intorno a quei quindici centimetri in più e quindi scendendo dai tacchi si rovina tutto l'effetto.
Poi ci sono gli habitué, quelli che salutano i baristi (e la cassiera), che fanno un salto in bagno quando è ancora umano, quelli insomma che sanno come muoversi e non combinano casini.
La parte più interessante arriva più tardi, quando i livelli etilici si alzano e il lavoro della cassiera diventa complicato; è lì che l'esperienza fa la differenza.
Perché non si tratta solo di capire cosa ti dice gente che biascica come se avesse un tordo in bocca, devi anche gestire quello che ha finito i soldi e vuole barat tareil suo cellulare con un paio di birre, per non parlare della Splendida, quella che arriva alla cassa e ti chiede quanto costa l'upgrade. Alla tua richiesta di spiegazioni, questa ti risponde che lei vuole cocktail con alcool di migliore qualità. Purtroppo non ero presente quindi non so se teneva il mignolo alzato mentre faceva siffatta richiesta.
Un capitolo a parte merita colui (generalmente un uomo) che vive la festa in spiaggia come un momento di assoluta libertà e quindi a un certo punto decide di togliersi la maglia e ballare a torso nudo.
Ora, se da una parte plaudo all'uomo che si sente così a suo agio col proprio corpo da non avere
timore a mostrarlo, dall'altra devo riconoscere che la situazione si presenta alquanto delicata: mentre tu, ignara di tutto stai ballando, entri in contatto con l'uomo questione il quale, oltre essere a torso nudo è spesso anche abbondantemente sudato, un po' come prendere in mano una lumaca gigante.
Vorrei anche fare un appello all'intera comunità degli allergici alla t-shirt: capisco le vostre esigenze di libertà e spensieratezza ma mi aspetterei una maggiore sensibilità da parte vostra nei confronti dei meno fortunati; non è bello constatare che la maggior parte voi è più prosperoso della sottoscritta, lo trovo francamente ingiusto quindi, in futuro, prima di togliere quella t-shirt, fermatevi un secondo a riflettere, la vostra felicità non dovrebbe costruirsi sulle sofferenze di noi minoranze svantaggiate.
Cordialmente.


venerdì 7 agosto 2015

Oltremare con Estrema Riluttanza n. 5 - Autobus, autobus delle mie brame


Dopo due lunghe settimane a spasso per Londra con i boccia, torno in Italia, tocco terra e riparto per Malta, nuovo giro, nuova corsa (e nuovo gruppo).
Questa volta niente campus, alloggiamo in albergo, ho una camera grande con bagno e sarei una persona felice se non fosse che l'aria condizionata non dà segno di vita e in un'isola dove la temperatura raggiunge allegramente i 40 gradi (causa umidità saliamo a 43), ciò equivale a un suicidio programmato.
Dopo la prima notte insonne ho avuto un franco scambo di vedute con la reception e quelli della manutenzione si sono dati subito da fare, peccato che al momento in camera continui a esserci l'Africa ma almeno di notte un refolo di aria mi permette di dormire.
Le cose qui sono molto diverse da Londra: si mangia meglio (non era difficile) e usare i mezzi pubblici è fuori discussione, per cui per le nostre attività dipendiamo interamente dai pullman privati e dalla loro proverbiale puntualità: forza e coraggio!

Cambiamo spesso pullman o autista, quindi in "zona guida" si vede un po' di tutto, dalle cose più assurde appese a fianco dell'autista (cd, enormi peluche, collane di Abre Magique ecc)  o inchiodate (statue di madonne, alberi di natale ecc) fino all'inspiegabile pellicciotto tipo Mocio Vileda (vedi foto) che quest'uomo tiene appoggiato al cruscotto dell'autobus (fuori ci sono 33 gradi). Se avete una spiegazione sono tutta orecchi.
Nel corso di due settimane se ne sono viste veramente di tutti i colori:
- saliamo sul bus e ci accorgiamo che piove sui sedili (e sul volante dell'autista che è a rischio folgorazione) perché il sistema dell'aria condizionata perde; ovviamente ci lamentiamo tutti a gran voce (salute e sicurezza non pervenute) e il cielo implacabile ci punisce: sul bus successivo l'aria condizionata è rotta quindi si va con la portiera del bus aperta x arieggiare, chi osa lamentarsi vola fuori dal bus. A volte la migliore musica è il silenzio.
In un altro caso il nostro bus non arriva proprio, davanti all'albergo ce ne sarebbe uno ma sul vetro c'è un foglio con scritta una destinazione diversa; dopo mezz'ora di attesa e millemila telefonate scopriremo che quello è effettivamente il nostro pullman ma il conducente ha lasciato il cartello con la destinazione precedente. 
L'autista deve trasportare un altro gruppo dopo di noi quindi ci chiede di partire 15 min prima dell'orario stabilito ma per noi non è possibile (se dico ai boccia che devono alzarsi 15 minuti prima mi scuoiano e usano la mia pelle per rilegare il libro di testo), però gli garantiamo che saremo pronti a partire alle 8.30 spaccate, peccato che, una volta trascinati tutti i boccia nella hall a suon di maledizioni, il bus arrivi solo alle 8.40.
Concludo la panoramica trasporti con l'autsta ciarliero che mi attacca una gran pezza mentre guida; peccato che su quell'autobus non ci sia l'aria condizionata e quindi i finestrini sono tutti spalancati per cui mi trovo a dover rispondere a domande che non sento e a commenti che volano fuori dal finestrino.
Lui però sembra contento, evidentemente ho un futuro come veggente.

venerdì 31 agosto 2012

Un animale tipo topo ma più lungo

E' sabato, sono le 20 e fa veramente un caldo boia, però stasera c'è una festa in spiaggia: tutto sommato poteva andare peggio. 
L'evento su facebook sostiene che il concerto di apertura della serata inizia alle 22 ma l'Ale, che di ste feste se ne intende, è categorica: prima delle 23 non si farà veder nessuno, quindi l'appuntamento slitta di un'ora.
L'arrivo è ovviamente su due ruote (provate voi a trovare parcheggio a Cesenatico in agosto, io preferisco vivere), dopo aver evitato per un soffio di stirare un ciclista adolescente che pedalava allegramente contromano, sistemo lo scooter negli appositi spazi e via verso Bagno Universale; L'Ale mi aspetta davanti all'ingresso e, mentre ce ne stiamo lì a far delle chiacchiere, arrivano Paolo e Mohuro con i quali per un po' ammazziamo il tempo guardando il passeggio sul lungomare che offre sempre spunti stilistici a dir poco interessanti (ancora niente ghette di jeans ma non perdo la speranza).
Essendosi fatte le 23.30 decidiamo di raggiungere l'Albertini che questa sera è presente in veste di cassiera; ci spostiamo sul retro dello stabilimento e solo allora ci rendiamo conto che sulla spiaggia c’è già parecchia gente e il concerto è in pieno svolgimento. Come ci sia stato possibile chiacchierare per venti minuti senza accorgercene rimane un mistero.
L'artista in onda è HUBERT THE STOMPER e in effetti l'uomo stompa come se non ci fosse un domani; trattasi di una one-man-band, o meglio, qualcuno ha detto che sulla locandina era pubblicizzato anche uno special guest ma noi non se n'è vista traccia, forse ce lo siamo persi mentre giocavamo a Ma come ti vesti? sul lungomare.
Nonostante lo avessi davanti, ammetto che c'è voluto parecchio prima che mi rendessi conto che Hubert the Stomper indossava una maschera; ci tengo a precisare che stavo bevendo una semplice cocacola, non ero offuscata dall'alcol ma quella specie di taglio a caschetto che aveva gli copriva parte della faccia e le luci facevano il resto.
E' chiaro però che, una volta assodata la cosa, le domande son fiorite come tulipani: V for Vendetta? Venerdì 13? Il silenzio degli innocenti? 
Lo ammetto, la curiosità mi rodeva, cosa diavolo ci faceva un uomo mascherato a stompare in spiaggia? Anche la Ste, interrogata tra uno scontrino e l'altro, non aveva risposte da offrire; però mi ha rivelato che nel corso del concerto l'artista aveva menzionato spesso le pantegane, sottolineando che a volte te le ritrovi dentro casa (viene da chiedersi dove viva esattamente quest'uomo). Alla fine della conversazione avevo ancora più domande di prima; ho anche notato che pur parlando di luridi, schifosi ratti, la nostra cassiera non faceva una piega ma in fondo la cosa era facilmente spiegabile: per l'Albertini una volta assodato che non è un gatto, va bene anche Alien. 
Come la pantegana si collegasse alla maschera non era però ancora chiaro, non avevo altra scelta che calare l'asso: ho individuato Ale Monogawa (il deus ex machina della serata) in avvicinamento e gli ho girato la domanda. Ho così appreso che la maschera in questione era una maschera da lontra e che Hubert l'aveva fatta da solo. Le pantegane erano state quindi un balzo dell'immaginazione albertinesca, troppo presa da scontrini e resti per prestare più che un briciolo di attenzione al concerto. 
Quando sono tornata a riferire l'esito delle mie ricerche al gruppo s'è presentata un'altra difficoltà: Paul, che è forestiero, voleva sapere cosa fosse una lontra e mi son resa conto che, a parte non sapere come si dice lontra in forestiero, non ho un'idea precisa di come sia fatta una lontra, l'unica definizione che mi veniva in mente era un animale tipo topo ma più lungo, e ciò non era di grande aiuto. Mi tocca anche ammettere che, se qualcuno di noi si fosse sprecato a dare un'occhiata agli articoli online che pubblicizzavano la serata, la nostra vita sarebbe stata molto più facile; sarebbe bastato leggere il riferimento a Hubert e al suo otter boogie e il mondo ci avrebbe nuovamente sorriso. Branco di poltroni.
Alla fine della fiera però non ho trovato risposta al mio primo e più bruciante interrogativo: why? Perché?

Kudos per il djset che è seguito (han messo pure blister in the sun che tutte le volte penso sia dei Blur e invece poi risulta che è dei Violent Femmes), peccato che fosse arrivata talmente tanta gente che ballare era praticamente impossibile. 
Ci siamo spostati al riparo di un paio di lettini dove almeno non rischiavamo di essere calpestati dalla mandria assetata che calava sul bar e, mentre mi guardavo intorno, ho avuto una strana sensazione: all'inizio non riuscivo a metterla a fuoco, solo dopo un po’ mi sono resa conto che c’era un sacco di gente parecchio più alta di me, mi guardavano tutti dall'alto in basso, una cosa per me piuttosto insolita (non sarò una vatussa ma mi difendo). Quando l’ho fatto notare agli altri è stata l’Ale, che è oriunda di Cesenatico, a svelare il mistero: pare ci fosse un torneo di beach volley, da cui l’eccedenza di spilungoni. Peccato che lì in spiaggia non tornassero particolarmente utili: non avevamo scaffali alti da aprire né frisbee finiti su rami irraggiungibili, quindi sostanzialmente erano solo di troppo, come le altre tremila persone che si accalcavano ovunque. Almeno, essendo tutti atleti erano magri e quindi prendevano poco spazio dabbasso, dove era importante; ovviamente si allargavano parecchio più in alto ma tanto lassù noi non ci arrivavamo, quindi potevano coprire svariati metri quadrati senza dar fastidio a nessuno.
Devo ammettere che, nonostante la folla un po' soffocante, in spiaggia si stava decisamente bene, il caldo era finalmente calato concedendoci un po' di tregua e lasciandoci soli di fronte a una stellata strepitosa; però si eran già fatte le ore piccole e le mie possibilità di conquistarmi uno spazio sulla pista, circondata com'ero da tutti quei perticoni, oltretutto muscolosissimi, tendeva a zero quindi, da brava anziana, ho preferito ritirarmi quando ancora i ricordi della serata erano tutti positivi (eccetto il mistero della maschera, tutt'ora irrisolto). Dopo un rapido saluto ai presenti ho levato le tende, o piuttosto, ho tentato di levar le tende: avevo lasciato i sandali sotto lo sgabello dell’Albertini, di fianco alla cassa, quindi mi è toccato fendere la folla in fila per il bar e poi chiedere al nerboruto della sicurezza che vegliava sulla Ste di spostarsi per farmi recuperare i sandali.
Onde evitare un cartone sul naso, prima di agire ho chiacchierato un po’ con l’Albertini perché Maciste si rendesse conto che non ero una malintenzionata scippacasse ma avevo semplicemente lasciato i sandali nel posto sbagliato. Per fortuna l’uomo ha afferrato la situazione, mi ha lanciato un’occhiataccia del tipo ti spezzo in due quando voglio ma non una di quelle serie, era piuttosto un’occhiataccia di routine, di quelle che secondo me ormai lancia anche senza volere, un po’ come i ballerini che, dopo anni e anni di danza, camminano sempre con la posa da ballerini. Ricevuta l'occhiataccia di ordinanza, non me ne son rimasta lì a sfidar la sorte, ho afferrato i sandali, salutato la Ste e mi sono dileguata.
L’ultimo meraviglioso momento della serata è stato tornare a casa in scooter lungo quelle vie tra i campi dove anche in agosto fa freddo e ti trovi, incredula, a rabbrividire. 
Di questi tempi è la sensazione più bella del mondo.

P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

sabato 28 luglio 2012

Morrissey, la banda Fratelli e il sacco di Firenze

Ogni anno, suppergiù in questo periodo, si verifica un fenomeno con cadenza misteriosamente regolare: mia sorella compie gli anni.
Altrettanto regolarmente, la sottoscritta qualche mese prima parte, munita di cappello e frusta, alla ricerca del regalo che deve essere rigorosamente...come posso dire...intangibile; questo si deve principalmente al fatto che tutto ciò che è tangibile ella già lo possiede (o, se non lo possiede, le sta arrivando per corriere), quindi regalarle un oggetto diventa un'impresa a dir poco disperata. Qualche anno fa, giunta alla conclusione che ogni mio tentativo tangibile-oriented era inevitabilmente destinato al fallimento, mi sono convertita all'intangibile con estrema soddisfazione (mia e spero anche sua).
Quest'anno la ricerca era stata inizialmente deludente e irta di ostacoli, nonostante le innumerevoli ricerche sul web, pareva non esserci il barlume di un musical/concerto che non fosse a Milano, Roma o Canicattì. La soluzione è arrivata sulle ali di un colpo di scena: la diretta interessata mi ha accennato che le sarebbe piaciuto andare a Firenze a vedere Morrissey in concerto e io, rapida come la folgore ho comprato due biglietti per il concerto dell'11 luglio alla Cavea del Teatro dell'Opera.
Lasciamo da parte i dettagli logistici e concentriamoci sul giorno in questione: siamo arrivate a Firenze e abbiamo parcheggiato, incredibilmente, a neanche 500 metri dal luogo del concerto; anche dopo essere scesa dalla macchina ho continuato a guardarmi intorno per un pezzo, temendo che ci fosse un motivo se questi posti macchina gratuiti erano ancora liberi, tipo che avevano trovato una mina della Seconda Guerra Mondiale e l'avrebbero fatta brillare a breve; invece niente, mi è toccato rassegnarmi a questa botta di fortuna e portarmi, seppur con una certa titubanza, verso l'ingresso dell'arena.

Il procedimento per entrare era un po' lungo: c'era un primo punto in cui verificavano che tu avessi il voucher e solo in quel caso ti permettevano di proseguire verso l'area ritiro biglietti. Una volta entrata in possesso dell'ambito talloncino, potevi dirigerti ai piedi della scalinata che portava all'arena e lì altri quattro omoni della security ti avrebbero finalmente strappato il biglietto.
Erano circa le 19 e noi si aveva un po' fame per cui, appena ritirato il biglietto, abbiamo pensato di uscire e andare a mangiare un panino; il problema era che i biglietti non erano numerati e tardando si rischiava di andare a finire nei posti dei reietti, quelli nell'angolo in alto dietro il mixer dove, se il fonico è capellone, non vedi praticamente una mazza. Ci siamo rivolte agli omoni ai piedi della scalinata chiedendo se in cima ci fosse un bar e, ottenendo una risposta positiva, abbiamo deciso che per una volta potevamo anche tirare dalla finestra una vagonata di euri per un paio di panini  a prezzo d'oro nel bar ufficiale. Si vive una volta solo, giusto?
A quel punto ci siamo avviate lungo la scalinata che portava all'ultimo ingresso, quello definitivo. Mentirei se dicessi che l'ascesa è stata piacevole; immaginate il caldo africano di Firenze in luglio, la stanchezza e la sete di due ore di macchina e, come ciliegina sulla torta, aggiungete una scalinata di quelle lunghissime che sembrano senza fine. Per un attimo mi è tornata in mente la gita di quinta elementare quando la maestra Egle ci portò nella sua città natale, Trieste e, già che c'era, ci fece visitare quel luogo ameno che è il cimitero militare di Redipuglia. Il ricordo di quella scalinata non mi abbandonerà facilmente, mi dicono che coi traumi capita così.
Raggiunta finalmente la vetta, la prima fermata è stata il bar e immaginate lo sgomento quando ci siamo accorte che trattavasi di una roba messa su alla buona per cui scorreva birra a profusione, con un po' d'impegno potevi ottenere acqua e cocacola ma l'unico cibo solido in vendita erano le patatine. Panico! Dovevamo fare qualcosa, non si può mica andare avanti di patatine per una sera intera, o meglio, puoi anche tentare ma poi muori di sete perché col caldo che fa sudi come una fontana e se oltretutto l'unica cosa che mangi è salatissima, rischi la mummificazione.
Abbiamo rapidamente scelto i posti (centrali davanti al mixer, come da suggerimento dell'esperto), poi la Checca è rimasta a difenderli e io sono uscita a caccia.
Prima di avventurarmi giù dai mille gradini di Redipuglia, forte delle mie precedenti esperienze di maschera ai concerti, mi sono avvicinata a due del servizio security e ho chiesto se mi dovevano fare un timbro o altro per poter rientrare con le vettovaglie; la prima risposta è stata negativa, non era previsto che si uscisse, poi vedendo la disperazione nel mio sguardo sono stati mossi a compassione e uno di loro ha chiamato quelli ai piedi della scalinata dicendo di farmi passare; a quel punto, dopo essermi profusa in ringraziamenti, sono scesa celermente giù da Redipuglia. Arrivata alla base però i security boys, con un voltagabbana degno dei politici più navigati, mi hanno comunicato che non potevo uscire e, nonostante io menzionassi quanto dettomi dal loro collega sulla vetta, sono stati irremovibili.
La risalita su per Redipuglia è stata più lenta (un gradino, una maledizione) ma poco a poco ce l'ho fatta.

Arrivata all'altezza del security man, l'ho ringraziato per aver tentato, concludendo con un purtroppo non è andata. Quando l'uomo ha capito che non mi avevano fatto passare è andato su tutte le furie e ha chiamato giù dicendone di ogni, poi mi ha detto di tornare giù che era tutto sistemato.
Ora, mettetevi un po' nei miei panni: avevo appena percorso due volte Redipuglia, sotto il sole e invano, non è che avessi una gran voglia di ripetere l'esperienza; d'altra parte non avevo neanche una gran voglia di dire al gentilissimo omaccione della security che, dopo tutto quel can can che aveva fatto per me, avevo cambiato idea e preferivo suicidarmi nutrendomi di sole patatine. Insomma, alla fine terza discesa di Redipuglia, sempre sotto il sole e sempre con il dubbio che poi giù non mi facessero uscire. Dabbasso mi hanno guardato un po' male ma mi hanno fatto passare e mi sono avviata verso l'ultimo lontanissimo cancello; francamente ero in uno stato di prostrazione tale che se mi avessero fermato mi sarei messa a piangere lì davanti senza problemi pur di commuoverli e arrivare all'agognato bar.
Una volta raggiunto il famoso agognato bar, sul bancone era praticamente finito tutto, evidentemente l'affamato pubblico del concerto era anche astutissimo e si era fermato prima di entrare, a differenza di certe pipiloche di mia conoscenza. Scartando le piadine di gomma con salumi vari (preferisco vivere), ho scovato due focacce con prosciutto e un paio di croissant vuoti e pure una frolla con crema e frutta che sapevo la sorella avrebbe apprezzato e sono tornata all'ingresso in un batter d'occhio, riuscendo a rientrare senza problemi, se si eccettua la TERZA risalita di Redipuglia che qualche anno di vita me l'ha tolto.
Quando ho raggiunto la vetta, confesso di essermi sentita un po' Messner.
A quel punto, seduta al mio posto con un panino in mano e una bottiglia d'acqua nell'altra, mi sono rilassata e ho iniziato a guardarmi intorno. Non mi dilungo sul luogo, la Cavea, bello, molto bello ma le luci della mia ribalta erano tutte puntate sul pubblico, che riuniva tutto lo spettro di umanità visibile, o quasi. Capigliature in gara con la forza di gravità, oppure domatissime, stile signorina Rottenmeier, magliette stropicciate o vestiti vintage e, inevitabilmente, tatuaggi ovunque.
Assiepati davanti al palco, tutti pressati contro le transenne c'erano i fan, quelli che mica sian qui a pettinar le bambole, noi siam dei fan per davvero, quelli che non si siedono perché la loro distanza dal palco aumenterebbe di un metro e mezzo. E per fortuna che ci sono, così noialtri della plebe che pettina le bambole ci possiamo sedere comodamente e goderci il concerto dietro di loro (che non abbiamo più quindici anni e le ossa si fan sentire).
Dopo il concerto di apertura, opera di Kristeen Young, han calato gli assi e la band è uscita al gran completo: batterista, bassista, tastierista e due chitarristi, oltre ovviamente alla star. La distanza dal palco non era enorme ma sufficiente a farci dubitare dei nostri sensi; a una prima occhiata uno dei chitarristi poteva essere una donna tra le più befane mai viste, oppure un uomo vestito da donna. La Checca, consultata in merito, concordava con me sulla seconda ipotesi però questo poneva tutta una serie di interrogativi senza risposta: una scommessa persa? Un vile ricatto? Un trauma cranico con conseguente sdoppiamento di personalità? Mistero.
Di tanto in tanto, con tutte quelle luci in faccia che mi ostacolavano la vista, la possibilità che quella fosse semplicemente la donna più brutta del mondo faceva capolino ma veniva immediatamente spazzata viadal soggetto in questione che si toglieva le scarpe (i tacchi, anche se bassi, se non sei abituato dopo un po' fanno male), muoveva qualche passo con la grazia dell'orso Yogi ecc. L'unica cosa che realmente mi disturbava era che trovavo quel viso stranamente familiare; ci ho dovuto pensare un po' ma alla fine ho capito: da dove ero io sembrava la mamma della Banda Fratelli, i cattivi dei Goonies. 
I chitarristi cambiavano chitarra quasi a ogni pezzo (Mrs. Fratelli perlomeno, il suo collega spesso non l'ho notato, ero ipnotizzata dalla signora) ma anche in questo caso la differenza tra i due era evidente: mentre uno afferrava virilmente la chitarra che gli porgevano e la imbracciava, l'altra sporgeva in fuori la testa tenendo le braccia lungo il corpo e si lasciava infilare la chitarra come una miss a cui infilano la fascia. 
Nonostante la megera rubasse spesso la scena ai colleghi della band, batterista riusciva comunque a farsi notare, circondato com'era da un armamentario che sembrava urlare alla folla neanch'io son qui a pettinar le bambole. Non so se anche tra i batteristi vada di moda fare a gara a chi ce l'ha più grosso ma in questo caso lui avrebbe vinto; a parte il gong che fa sempre la sua porca figura, aveva un tamburone enorme (l'esperto mi ha detto trattarsi di una grancassa da banda ma tamburone suona molto meglio) che percuoteva con inesauribile entusiasmo.
Di tanto in tanto dalle file dei superfan, un eroe si lanciava in un esperimento di stage diving alla rovescia, nel tentativo di raggiungere l'amato Morrissey, tentativo che veniva puntualmente sventato dagli energumeni della security che quella sera il loro stipendio se lo sono guadagnato eccome!
Alla fine, dopo il terzo tentativo infruttuoso, ho visto Morrissey dire qualcosa a uno degli omoni nerboruti, il quale ha aperto un varco e fatto passare uno dei superfan; questo è scattato in avanti e ha chiuso Morrissey in un abbraccio improvviso e tenerissimo, per poi tornare subito al suo posto dietro le transenne. Da vedere è stato molto bello e anche credo indicativo del rapporto stretto che il cantante ha con i suoi fan: per tutto il concerto si è sporto in avanti di tanto in tanto per stringere mani e farsi toccare dal pubblico in delirio, tutto con estrema tranquillità e naturalezza. E ovviamente il pubblico ha risposto con grande calore, il pavimento ha tremato quasi ininterrottamente per i 90 minuti del concerto.
Devo ammettere che per me il momento più difficile da gestire è stato quando hanno suonato Meat is murder, accompagnati da un video che mostrava le mille torture che gli animali subiscono per mano nostra ma, dato che immagino l'obiettivo fosse proprio farti star male, dal loro punto di vista è stato sicuramente un pezzo molto efficace.
L'unico neo del concerto è stata proprio la sua conclusione che ha lasciato francamente tutti di stucco: a un certo punto tutta la band è scesa rapidamente dal palco senza neppure congedarsi dal pubblico, come normalmente ci si aspetterebbe in questi casi. Inizialmente mi sono chiesta se non ci fosse un galateo dei suoi concerti che magari io ignoravo ma, quando si sono accese le luci e i tecnici hanno iniziato a smontare, la gente si guardava intorno perplessa, era evidente che eravamo rimasti tutti spiazzati.
Durante la discesa lungo la scalinata abbiamo valutato le possibili spiegazioni (malore, calo di voce, diarrea fulminante) ma poi abbiam lasciato perdere: in fondo era stato un gran bel concerto, non ci restava altro da fare che tornare al nostro parcheggio, scandalosamente vicino e gratuito, e dirigere la nostra prora fortunata verso casa.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

lunedì 2 luglio 2012

L'aria buona del Biker Bikini Benefit

Sabato pomeriggio casa mia ricordava parecchio un bunker antiatomico: porta e finestre rigorosamente sigillate e scuri accostati nel vano tentativo di combattere l'ennesimo anticiclone africano che soffrigge gli zebedei a tutto lo stivale. Una volta calato il buio ho timidamente aperto le finestre ma niente, fuori il caldo era ancora soffocante, mi è toccato aspettare la mezzanotte per spalancare finalmente le finestre ma la situazione non è cambiata molto, di dormire non se ne parlava proprio, sudavi anche solo a pensare.
Messa di fronte alla cruda realtà, ho deciso di fare di necessità virtù e acceso l'irrigatore per annaffiare il prato che era parecchio provato (in effetti anche l'irroratore non era messo meglio, recentemente deve aver deciso che dopo dieci anni in servizio per lui era ora di pensione e quindi adesso annaffia un po' come e dove gli pare). Mentre il prato si faceva una bevuta, mi son messa al pc e ho buttato giù le due righe che seguono.
In quel momento il cervello preferiva fuggire altrove, alla ricerca di pensieri più leggeri e meno soffocanti quindi, quasi senza accorgersene, è tornato indietro a un paio di settimane fa, più precisamente domenica 10 giugno.

La domenica in questione faceva già piuttosto caldo ma niente di paragonabile all'atmosfera da piscina incandescente di questi giorni; quel pomeriggio ho ricevuto un sms dall'Albertini che voleva fare un giro e, dopo un rapido esame delle opzioni, abbiamo deciso di andare a Cesenatico e dare un'occhiata alla Colonia dell'Agip dove quel fine settimana si teneva un Biker Bikini Benefit.
Quando è passata a prendermi sotto casa, la Ste ha esordito dicendo:
"Dai che al mare c'è l'aria buona, ho bisogno di respirare un po' di iodio!"
Entrambe però sapevamo che era il suo DNA motociclistico a spingerla inesorabilmente verso quella distesa di cromature che è il Biker Bikini Festival. Io in effetti non ci ero mai stata e devo dire che partivo un po' perplessa, essendo che lo scorso anno mi avevano raccontato di pornodive a cavallo delle moto e, cosa volete che vi dica, guardare donne seminude dotate di una quarta di reggiseno ma vestite solo della quarta, non del reggiseno, non è proprio la mia idea di un pomeriggio ideale; però è anche vero che son tutte esperienze e magari possono anche stupirti, quindi ho messo da parte i dubbi e siamo partite.
Ovviamente, trovare un parcheggio a Cesenatico in una domenica di giugno è impresa pressoché impossibile ma, dopo varie perlustrazioni infruttuose, la nostra perseveranza è stata finalmente premiata e ci siamo sbarazzate del mezzo.
A quel punto il mio principale problema era ricordarmi dove avevamo messo la macchina, onde evitare di passare una mezzora a girare per le strade come una deficiente; è vero che la Ste per queste cose ha una memoria di ferro ma mi scocciava dover sempre chiedere come una palla persa, quindi mi sono guardata intorno alla ricerca di un punto di riferimento e sono stata fortunata, la via di fronte a noi era via Sozzi, cognome praticamente indimenticabile dopo il video di Farnedi.
L'unica cosa che mancava era un riferimento per la via in cui ci trovavamo, essendo che era una delle mille traverse del lungomare. Con il senno di poi mi rendo conto che la preoccupazione era fuori luogo, appena arrivate all'incrocio col lungo mare, il bramato punto di riferimento si è palesato (in effetti era evidente come un dito in un occhio).
Il bar sulla nostra destra aveva pensato di rendere più artistica la zona all'aperto posizionando qua e là alcune leggiadre statue in gesso; fin qui nulla di strano, peccato che poi le statue in questione fossero state letteralmente incatenate onde impedirne l'appropriazione indebita da parte di terzi.
Ovviamente posso comprendere il naturale desiderio del proprietario di assicurarsi la permanenza in loco delle citate sculture, però date un'occhiata alla foto e ditemi voi se vedere la figura di una giovine, seppure in gesso, incatenata a un palo, non tende a incrinare la leggiadria del momento....

Noi comunque i nostri problemi logistici li avevamo risolti, quindi con animo leggero e senza un pensiero al mondo ci siamo incamminate sul lungomare verso la Colonia dell'Agip; i pensieri però sono arrivati quasi subito, risvegliati dal casino infernale prodotto dalla marea di auto e moto d'epoca parcheggiate lungo il viale; per dio sa quale motivo, molti di questi mezzi erano in moto e, oltre a fare un rumore assordante, immettevano nella sanissima aria marina quantità di CO2 degne di una Milano nell'ora di punta. 
W l'aria buona del mare.
Una volta attraversato il girone dei cromati si arrivava all'ingresso della Colonia e al centro dell'evento; un palco sulla nostra destra ospitava un gruppo in pieno concerto e, sparse un po' ovunque c'erano bancarelle con oggetti di ogni tipo: serbatoi disegnati, giubbotti di pelle, caschi, tatuatori, ecc, tutte posizionate tatticamente in modo da evitare il vento che soffiava con entusiasmo su tutta la zona.
Mi sono avvicinata a una bancarella che vendeva magliette e ne ho notata una gialla che non mi dispiaceva affatto, me la sono appoggiata addosso guardandomi allo specchio e confesso che mi immaginavo già con la maglietta addosso, poi però l'immaginazione è stata costretta a una rapida marcia indietro quando mi hanno detto che la gigina costava 25 euri; non che sia un prezzo assurdo, se mi avessero detto 10 o 15, l'avrei presa senza pensarci un momento, il pensiero dei 25 euri invece mi ha fatto riflettere per alcuni secondi che mi sono stati fatali, nel senso che mi è venuta in mente la montagna di magliette che avevo già a casa e quindi sulla maglietta in questione è calata una cappa di piombo, come se l'avessero incatenata. Addio acquisto spensierato. 
Dato il caldo, abbiamo deciso che una bevuta ci stava bene; al bar le bariste si producevano in urla belluine ogni tre per due e non mi sento di dar loro torto, se fin dalla mattina ti trovi in mezzo a un gran casino, con musica a palla, vento sferzante e gente che reclama a gran voce la birra, una valvola di sfogo la devi avere, altrimenti, di fronte all'ennesimo baluba che si lamenta che c'è troppa schiuma, parti e fai una strage.
Mentre sorseggiavo la mia cocacola ho notato un cambio di scena sul palco: evidentemente era arrivato il momento del burlesque. Non so voi ma io associo sempre lo spogliarello a un contesto notturno, un po' velato, quindi vedere ste ragazze in piedi sul palco sotto un sole battente mi faceva un po' strano, però devo dire che le condizioni atmosferiche davano decisamente una mano, tutte le volte che una si toglieva qualcosa, il vento lo faceva allegramente volar via, il problema sarà stato il recupero dei pezzi a fine spettacolo...
Noi comunque non siamo rimaste oltre, quello che c'era da vedere l'avevamo visto quindi siamo ripartite, abbiamo riattraversato il girone dei cromati, dove i motori erano accesi e si sgasava come se la benzina non costasse quello che costa, e, forti dei nostri punti di riferimento, abbiamo ritrovato la macchina al primo colpo.
A conti fatti è stata, come previsto, un'esperienza. E poi volete mettere tutta l'aria buona che abbiamo respirato?

mercoledì 4 gennaio 2012

Affrontando gli sgherri del Nero Signore, la nebbia e pure un caldo boia.

E’ un po’ che non scrivo un post di lavoro e questo potrebbe sembrare evidenza di un miglioramento delle condizioni professionali/umane; in realtà è solo che la pigrizia ha avuto il sopravvento e, in alcuni casi, la rimozione è stata l’inevitabile reazione al trauma.
Il lavoro di cui vi parlo oggi iniziava il pomeriggio di un venerdì e terminava il sabato all’ora di pranzo. Una cosa tranquilla, almeno sulla carta. Purtroppo sul programma l’orario d’inizio era le 14.30 quindi mi è toccato uscire di casa all’una, dovendo essere a destinazione per le due. Il viaggio non ha dato problemi, arrivata, parcheggiato e via verso il centro congressi.
Quando sono entrata in sala i tecnici, poveri, stavano ancora montando le cabine per la traduzione, mi sono avvicinata e mi hanno comunicato che non c’era posto sufficiente per inserire una porta normale, quindi avevano optato per una porta scorrevole sul retro della cabina. Purtroppo però la porta scorrevole in questione non scorreva neanche morta, trattandosi di una volgare asse di compensato rimediata lì per lì, per cui l’abbiamo lasciata aperta tutto il tempo e addio isolamento acustico. Il problema era però un altro, questa penuria di spazio li aveva obbligati a una sistemazione di fortuna, quindi per entrare in cabina mi è toccato appiattirmi contro il muro come una blatta e strisciare fino al pertugio, ringraziando il cielo che la corsa mi mantiene entro certi limiti di spessore oltre i quali non sarei mai riuscita a entrare, rimanendo probabilmente bloccata a mezza via in modo ben poco dignitoso. 
A rendere le cose ancor più gioiose ci aveva pensato l’addetto al sistema di condizionamento aria, impostando la temperatura della sala su quei 28-30 gradi. Ho iniziato a rimuovere il vestiario strato dopo strato (l’esperienza insegna che se c’è un caldo così in sala, dentro la cabina è come essere sul Sole) e, una volta rimasta in maniche corte, ho preso posizione. A quel punto abbiamo iniziato il controllo microfoni, un’operazione che se fila liscia ti occupa esattamente due minuti, se invece s’intoppa, son tragedie greche. Nel nostro caso ovviamente s’è intoppata, soprattutto perché quelli in regia con cui si doveva interfacciare il sistema per la traduzione simultanea, erano chiaramente posseduti dal Nero Signore.
Quando ho messo le cuffie per controllare che funzionasse l’audio, ho sentito una voce maschile che cantava una non meglio identificata ballata in cui l’autore magnificava le doti della sua bicicletta. E, prima che qualcuno possa chiedermelo, no, non ci avevo dato dentro con l’ammazzacaffè. Per i successivi venti minuti la situazione non si è modificata, nel senso che grazie a dio non si sentiva più il cantore di velocipedi, però non si sentiva nient’altro, se non qualche fischio fortissimo di tanto in tanto (evidente attentato ai miei timpani da parte degli indemoniati in regia). Aggiungo che grazie all’illuminato progetto di un geniale architetto, per avere accesso alla regia, i tecnici erano costretti a uscire dal centro congressi per poi entrare nella banca vicina e da lì percorrere un corridoio che portava all’antro della bestia. Mancava solo di dover far la riverenza e far la penitenza.
Tra un fischio e una maledizione mi sono improvvisamente resa conto che in sala c’eravamo solo io, i tecnici e le hostess; strano che non fosse arrivata neppure la mia collega, il convegno si supponeva iniziasse a minuti! Ho dato un’occhiata al pieghevole col programma e la rivelazione è arrivata con la dolcezza di un dito in un occhio: alle 14.30 era prevista solo la registrazione dei partecipanti ma il convegno vero e proprio iniziava alle 15. Avevo mangiato con l’imbuto per passare mezzora in più tra ronzii, biciclette e indemoniati. Son cose brutte che non dovrebbero capitare. Troppo poco pesce nella dieta.

Una volta arrivata anche la mia collega, siamo andate a parlare con il relatore ospite vip della giornata, un simpatico ottuagenario che ha esordito scusandosi per come parlava e aggiungendo allegramente che tutti gli dicevano sempre che era incomprensibile. Pur apprezzando il gesto, devo dire che aveva assolutamente ragione: intere frasi che volavano fuori dalla finestra in un susseguirsi di suoni assolutamente alieni. E con lui si è conclusa in gloria la prima giornata.
Il sabato mattina ho spalancato gli scuri abbastanza di buonumore, probabilmente al pensiero che tutto si sarebbe concluso entro pranzo; in realtà avrei potuto tranquillamente fare a meno di aprire le finestre al nuovo sole, c’era una nebbia da film horror di quelli di una volta. Dopo cinque minuti di guida in superstrada ero già stressatissima e ho iniziato ad aver delle visioni finché, all'udir la voce di Marco Masini che cantava perché ti fai del male, perché ce l'hai con te, ho scelto la Vita e mi sono messa dietro a un camion che mi ha amorevolmente accompagnato fin quasi a destinazione.
Chi tra voi ha sospirato di sollievo leggendo la frase qui sopra non deve aver letto molti dei miei post: non si pubblica niente che non superi una certa soglia di assurdità, abbiamo degli standard da rispettare. Ovviamente l'incubo era appena cominciato; in quell'edificio all'apparenza così innocuo mi aspettava una seconda erculea fatica a cui però non ero del tutto impreparata. Qualche giorno prima avevo ricevuto un file con il discorso di uno dei relatori del sabato, accompagnato da un commento della responsabile dell’agenzia di traduzione Buon divertimento! e devo dire che non aveva tutti i torti: a una prima (e seconda lettura) il testo risultava pressoché incomprensibile e il pensiero più agghiacciante era se scrive così male, chissà come parla!
Fortunatamente, il relatore in questione era indiano (dell’India, niente piume) e dunque facilmente individuabile, quindi siamo andate a chiedergli info sul suo discorso (ci avevano detto che non avrebbe avuto il tempo per leggere la relazione, grazie al cielo). E invece questo, tranquillo come pochi, ha detto che avrebbe letto il testo per intero (andando quindi alla velocità della luce, senza dar senso a niente), fregandosene altamente dei limiti di tempo imposti.
Se non altro eravamo riuscite a capire cosa aveva detto.
Alla fine di una mattinata sempre in bilico tra la candid camera e le comiche, abbiamo portato a casa la pelle, in un modo o nell'altro, nonostante alcuni momenti burrascosi in cui l’audio improvvisamente sveniva e la tentazione di raccontare una barzelletta si faceva forte; mi dà una certa soddisfazione poter affermare che siamo comunque riuscite, in barba a tutto e tutti, a fare un buon lavoro e il convegno si è concluso senza spargimento di sangue (qualcuno in regia però i capelli li perderà, temo, sempre che non li abbia già sacrificati al Nero Signore).


 Mentre navigavo alla ricerca della canzone sulla bicicletta, ho trovato questa che, pur non essendo quella giusta, penso possa rendere l'idea :)

mercoledì 19 ottobre 2011

Piano B: calo l'asso e salto dalla finestra

La serata che vado a raccontare risale a un paio di mesi fa, quel tempo che fu quando ancora era piena estate e faceva un caldo infernale. L’Albertini mi messaggia quanto segue: stasera vado al Festival di XXX, devo parlare con la cantante di un gruppo, vieni anche tu?  Rispondo di sì quasi subito, in fondo ho voglia di fare un giro e poi la casa è un forno in questi giorni. La Clodia, forse presagendo il dramma in agguato, accusa stanchezza e si eclissa, quindi partiamo solo io e la Ste. Arriviamo a destinazione e, dopo un parcheggio improvvisato a bordo strada, nel buio più nero della notte nera, ci avviamo verso il centro della metropoli. Il caldo non dà tregua, nonostante il paese sia un po’ in alto rispetto a casa mia, l’unico respiro arriva da un accenno di brezza.
Partendo dal basso iniziamo a setacciare il paese alla ricerca del gruppo in questione ma la fortuna ci irride: ci sono tre band che suonano in tre punti diversi ma di quella che cerchiamo noi neppure l’ombra. Continuiamo a salire sempre più in alto e io inizio a preoccuparmi, tra un po’ il paese finisce, resta solo il cielo. Fortunatamente la Ste conosce il mondo e, mentre sostiamo perplesse di fronte al terzo palco, incontra degli amici da cui scopriamo che quelli che cerchiamo suoneranno a fine serata, verso le 23.45, lasciando poi il palco per la conclusione a un altro gruppo. Il concerto si terrà all’interno di un edificio proprio in cima al paese. ALL’INTERNO? MA CI SONO 35 GRADI!!

Decidiamo di raggiungere l’edificio nella speranza di trovarvi il gruppo e riuscire a parlare con sta benedetta cantante, per poi ovviamente tagliare la corda. E invece anche qui picche, la frontwoman (che pare sia influenzata) si è rintanata in camerino e non ha nessuna intenzione di uscire prima dello spettacolo, almeno stando a quello che ci dicono. Tutto sembra cospirare per costringerci a rimanere fino alla fine (non so se sarà la fine del concerto o la nostra). Mi consolo con una coca ghiacciata e inganniamo l’attesa facendo due chiacchiere con un paio di amici; quando entriamo in sala, il concerto è già iniziato ed è pieno di gente, il caldo ve lo potete immaginare. Individuo due sedie libere a metà sala e non ho dubbi: mi siedo dicendo alla Ste che lei vada pure davanti, io sono stanca morta e tanto il concerto di questo gruppo l’ho già visto, meglio dare un po’ di respiro alla schiena (che vecchiaia). L’Albertini avanza verso le prime file, salvo poi tornare a sedersi di fianco a me, non so se per farmi compagnia o perché anche lei accusa stanchezza. Guardandoci intorno notiamo un altro paio di sedie più avanti e ci buttiamo. Adesso siamo a due metri dai musicisti e spostandoci un po’ lateralmente riusciamo a vedere quasi tutto; o almeno ci riesco io, la Ste infatti è ostacolata da una tipa in piedi che ostruisce il campo e oltretutto balla totalmente fuori tempo rispetto alla musica, se la fissi troppo a lungo ti sbalestra. Mi fa quasi rimpiangere il gigino in maglietta rossa che era alla Rocca a Cesena, anche lui verticale ma perlomeno statico (vedi Il mio regno per il figlio di un vetraio). Ormai il concerto è in pieno svolgimento e, compresse tra queste quattro pareti, le urla della cantante fanno francamente paura; è a questo punto, proprio a questo punto, che parte la macchina del fumo. La macchina del fumo in uno stanzone dove si fa già fatica a respirare. MA SIAMO IMPAZZITI!!!! Mentre sono lì che m’indigno contro quella macchina di morte, l’occhio mi cade su una tizia che con la massima tranquillità si sta rullando una sigaretta, sigaretta che poi si accenderà, sempre senza fare una piega. E non è mica l’unica! Le fa compagnia un nutrito numero di soggetti che infestano l’area. OOOOOOOO!!!! Sarà che con l’aumento dell’altitudine si rarefanno anche i neuroni. Oppure da queste parti offrono incentivi per la lobotomia.
Esamino le pareti alla ricerca di un allarme antincendio, sarebbe il massimo che scattasse  e arrivassero i pompieri. Andrebbe bene anche una bella retata, non sono mai stata in una retata. Ma dove diavolo sono finiti quei nuguli di vigili che piombano sulla Rocca ogni volta che c’è un concerto? Saranno mica tutti in ferie! Purtroppo di allarmi antincendio neanche l’ombra e, quando lo faccio presente alla Ste, lei mi fa notare che non sono neppure accesi i segnali per le uscite di sicurezza. Mi viene in mente che, se per caso uno dei fari sopra il palco cade e nel buio fumoso si scatena il panico, rischio di morire calpestata dalla folla impazzita. Urge piano B, mi rifiuto categoricamente di crepare al concerto degli urlatori folli solo per colpa di una manica di cerebrolesi nicotinomani che non possono fare dieci metri per andare a fumare fuori. C’è una finestra aperta proprio dietro al palco, bene, se succede qualcosa io salto sul palco, scavalco la cantante (non è difficile) e mi butto a volo d’angelo dalla finestra. Sottopongo il piano all’Albertini-approvazione ma lei obietta che, per quanto ne possiamo sapere noi, al di là della finestra potrebbe esserci benissimo un baratro o un deposito di vetri. Ed è qui che calo l’asso di briscola: avendo davanti la donna tronco tarantolata, lei non può vedere le tre persone che stanno assistendo al concerto affacciate proprio a quella finestra; tutto sistemato, se cadiamo, cadiamo sul morbido. Vedendomi alquanto turbata, la Ste mi rassicura dicendo che a breve dovrebbero concludere e lasciare il posto all’altro gruppo, si tratta di portare pazienza ancora per un po’. L’avverso destino però non è ancora soddisfatto (sto stronzo) quindi quando finalmente arriva il momento del cambio di gruppo (si nota dal fatto che gli altri musicisti sono già tutti lì in attesa), da sopra il palco non si muove nessuno e la cantante continua imperterrita con le sue urla belluine, senza curarsi minimamente dei colleghi. I quali colleghi, con il passare del tempo, hanno facce sempre più annuvolate. Finalmente qualcosa sembra smuoversi, c’è un cambio alla batteria e il cantante del nuovo gruppo improvvisa un duetto con il batterista del vecchio, peccato però che l’altra cantante sia ancora lì e sembri non avere la minima intenzione di schiodarsi. Si arriva a un momento surreale in cui il tastierista sale sul palco in mezzo a un assolo e inizia a montare i suoi strumenti mentre il pezzo si stiracchia sempre più, perdendo qualsiasi senso. A quel punto dico alla Ste che io non ne posso più, ho bisogno d’aria; lei concorda e ci alziamo. E quindi uscimmo a riveder le stelle.
Temporeggiamo per un po’ prendendo il “fresco”, poi dei rumori ci illudono e rientriamo convinte che il concerto sia finito. Errore, la cantante è ancora tenacemente ancorata al palco, come una cozza al suo scoglio, e fa degli urli che ti si coagula il sangue. Sopra di lei vedo un cartello al neon, dice ERRARE È UMANO, PERSEVERARE È DA DEFICIENTI. Per una volta ascoltiamo il monito divino e abbandoniamo il campo di battaglia. Per darvi un’idea del mio stato d’animo posso dirvi che, passando di fianco a un chiosco che friggeva dorate e croccantose patatine, non ho avuto neppure un attimo di esitazione, l’ho ignorato puntando a testa bassa verso la macchina.
Sono ormai le due di notte e in piazza il termometro segna 29°, non voglio immaginare la temperatura lassù nel camerone della morte.

All’improvviso casa mia è il posto più bello del mondo.





Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

martedì 2 agosto 2011

Scusa Jeff ma quando è caldo è caldo

Tutto ha inizio con una mail con cui l’Ale ci invita alla sua festa di compleanno in spiaggia; l’invito è per giovedì ma, sfortunatamente, per i prossimi tre giovedì siamo in servizio volontario alla Rocca di Cesena, con funzioni che spaziano dalla consegna pizze al reperimento sedie, passando per la domatura folle turbolente, quindi decliniamo anche se un po’ a malincuore.
L’Ale però non è tipo da farsi scoraggiare, quindi ci manda una controproposta: martedì al Pappafico suona un gruppo (THE GRACE) in un tributo a Jeff Buckley, perché non andiamo a cena lì?
La cosa ci stuzzica, primo perché al Pappafico ci sono i maccheroncini Pappafico (per non parlare del mascarpone col salame di cioccolato), secondo perché qualche giorno fa Andrea ci ha parlato proprio di questo nuovo gruppo in cui suona e siamo parecchio curiosi.
In realtà quello che veramente brameremmo sentire e che abbiamo proposto in varie occasioni ai Big! Bam! Boo! (altro gruppo di cui fa parte) è un tributo ai Beehive (sì, quelli di Kiss me Licia), anche solo strumentale, con tanto di parrucche viola e ciuffi rossi, ma possiamo capire che serva tempo per mettere su un repertorio così esteso e complesso (da Freeway a Baby I love you) e per trovare dei passamontagna che assicurino l’anonimato ai musicisti, quindi per il momento portiamo pazienza e perlustriamo i negozi in cerca di parrucche.

Arriva martedì e dire che è caldo è un eufemismo. Tutto suda.
Partiamo da casa nostra alle 20.40: io, la Clodia, Mohuro e Rico con il giubbotto. IL GIUBBOTTO. Non ci è dato di sapere quale processo mentale abbia portato alla scelta del giubbotto con 35 gradi, scelta che il tapino difende a spada tratta contro qualsiasi critica; devo però ammettere che, quando la Clodia alla guida dell’Incudine attacca l’aria condizionata a palla, mi trovo a rimpiangere di non avere un colbacco e a pensare che, se non avessi usato pesante sarcasmo nei confronti di Rico e giubbotto, adesso potrei elemosinarne almeno una manica. A volte, la migliore musica è il silenzio.
A ristabilire l’equilibro termico ci pensa Mohuro il quale, senza minimamente accorgersi dell’aria condizionata in piena attività, abbassa il finestrino e appoggia fuori il gomito con evidente soddisfazione. Se guidasse l’Albertini, il poveretto si troverebbe presto separato dal suo avambraccio da una repentina e letale alzata di finestrino ma per sua fortuna questa sera la Ste è a Perugia da Santana e al volante c’è la Clodia che invece non fa una piega, anzi, quando Rico suggerisce di spegnere l’aria condizionata, visto il sabotaggio di Mohuro, rifiuta con decisione sostenendo che il finestrino aperto aiuta la circolazione dell’aria condizionata. Quei due potrebbero essere fratelli di camicia di forza.
Arriviamo in vista del Pappafico e parcheggiamo prudentemente a qualche centinaio di metri, non senza sorbirci le lamentele dell’ala scansafatiche della macchina. Il locale è già pieno di gente (perlomeno la zona all’aperto) ma noi, astuti come il diavolo, abbiamo prenotato e il nostro tavolo è proprio di fronte al gruppo.
Trattasi di un trio: chitarra, violino (Andrea) e batteria. Apprendo con un certo stupore che il batterista è anche il cantante e mi gira la testa; io già non riuscirei a fare due cose diverse con le mani (per non parlare dei piedi), figuriamoci cantare.
Arriva il cameriere con i menù e la fame mi riporta bruscamente alla realtà: dobbiamo ordinare. Ripercorrendo mentalmente la serata mi rendo conto che è proprio questo il momento chiave, l’istante in cui commettiamo l’errore madornale che influenzerà tutto il resto. Pur sapendo che quando tutto suda è meglio consumare cibi freddi, di fronte al maccheroncino Pappafico la carne (almeno la mia) è debole; mi consola però pensare che erro in buona compagnia: io vado di maccheroncino mentre la Clodia, che è vegetariana, si butta (dietro mio consiglio) sui cappelletti alle erbe profumate e gli altri si distribuiscono equamente su garganelli, cozze ecc.
Intanto la folla è aumentata e si è infilata in tutti i buchi possibili, rendendo praticamente l’area a tenuta stagna, non entra un filo d’aria neanche a morire.
Quando finalmente arrivano le cibarie, noi siamo già un pezzo in là, causa frizzantino fresco che va giù benissimo ma poi lo sudi tutto e ti taglia le gambe.
Mentre arpiono maccheroncini come fossi un baleniere, mi cade l’occhio sulla Clodia che sta fissando il suo piatto con aria sconsolata. Strano – penso – lì non c’è né aglio né cipolla (torneremo in un altro momento sull’affascinante tema della Rini e del suo regime alimentare); dando un’occhiata da vicino al piatto scopro però che, per una ragione che non riesco a immaginare, i cappelletti sono conditi con burro, erbe profumate come da titolo, e…un’abbondante dose di salsiccia. Come mai? – vi chiederete. Ce lo chiediamo pure noi ma sappiamo per esperienza che catturare l’attenzione del cameriere all’ora di cena, in un locale pieno, è impresa disperata e non ci resta che rassegnarci.
Facendo mente locale alle mie precedenti esperienze di cappelletti,  non ricordo di aver mai visto la salsiccia in questo piatto ma l’ho pur sempre consigliato io quindi l’ondata di senso di colpa è tale che ci potresti fare il surf; mi prostro in scuse, vorrei offrire in cambio il mio maccheroncino ma nel sugo c’è la pancetta, Rico ha  preso le cozze, Mohuro i bruciatini (sempre di pancetta), insomma, tutto quello che abbiamo ordinato contiene cadaveri. La nostra eroina sospira un “non fa niente” e inizia a rimuovere la salsiccia (tutta sbriciolata, un po’ un delirio) dai cappelletti mentre noi, dopo un buon mezzo minuto di parole consolatorie e sguardi mesti, ci ributtiamo allegramente sui nostri manicaretti animali. Ah, gli amici!
Quando scocca l’ora d’inizio del concerto, i musicisti imbracciano gli strumenti (tranne il batterista) e danno fuoco alle polveri;  noi vorremmo essere un pubblico all’altezza della situazione ma ormai l’errata scelta di menù si sta facendo sentire pesantemente. La situazione è talmente grave che quando arrivano le due porzioni di patatine fritte ordinate in precedenza da due incoscienti che resteranno anonime (visto come sono stata discreta, Ale e Clodia?!), io rifiuto categoricamente di mangiarle (è praticamente uno dei segni dell’Apocalisse).
Accanto a me Mohuro pare ancora più provato dal caldo e, guardandolo bene, è facile capirne il motivo: indossa jeans lunghi e scarpe chiuse. Interrogato sull’argomento mi informa che il vero uomo elegante aborre indumenti plebei e trasandati quali bermuda e sandali, certi standard vanno mantenuti.
Il fazzoletto dell'uomo elegante
In linea con questo pensiero sfoggia un fazzoletto di stoffa che utilizza per detergersi frequentemente la fronte imperlata di sudore. La vita dell’uomo elegante non è una passeggiata.
Il concerto prosegue ma per me rimane avvolto in una specie di nebbia, ho i neuroni ovattati dalla digestione e dal caldo, non ne posso veramente più; a un certo punto scoppio, mi alzo e fendo la folla puntando verso l’esterno come un naufrago che ha intravisto terra. Fuori dal locale mi accoglie un venticello che sa di mare e che mi restituisce alla vita; nel giro di qualche minuto la pressione si alza, l’occhio torna vispo e tutto ricomincia a funzionare, anche se a regime ridotto.
Guardandomi intorno mi accorgo di aver fatto tendenza: l’Ale e la Clodia mi hanno seguito come il popolo Mosè. I due baldi uomini sono rimasti dentro, un po’ perché trattandosi di musicisti secondo me non se la sentivano di alzarsi, un po’ perché il vero uomo non accusa debolezze di questo tipo, salvo poi sudare sette camicie e rischiare uno svenimento.
Una volta riprese le forze mi si sono riaperte le orecchie e il caso vuole che proprio in quel momento stessero suonando Halleluja. Tempismo perfetto.
Da quel momento in poi abbiamo seguito il concerto dall’esterno, e siamo riuscite a godercelo davvero, salendo a turno sul muretto perimetrale per sbirciare al di là della folla. Ogni tanto si riusciva a intravedere la testa del batterista/cantante, a volte un manico di chitarra o l’archetto del violino; però, si poteva ascoltare, guardando il mare seduti sul muretto e godendosi una signora stellata. Tutto considerato, proprio niente male.



Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271