martedì 2 agosto 2011

Scusa Jeff ma quando è caldo è caldo

Tutto ha inizio con una mail con cui l’Ale ci invita alla sua festa di compleanno in spiaggia; l’invito è per giovedì ma, sfortunatamente, per i prossimi tre giovedì siamo in servizio volontario alla Rocca di Cesena, con funzioni che spaziano dalla consegna pizze al reperimento sedie, passando per la domatura folle turbolente, quindi decliniamo anche se un po’ a malincuore.
L’Ale però non è tipo da farsi scoraggiare, quindi ci manda una controproposta: martedì al Pappafico suona un gruppo (THE GRACE) in un tributo a Jeff Buckley, perché non andiamo a cena lì?
La cosa ci stuzzica, primo perché al Pappafico ci sono i maccheroncini Pappafico (per non parlare del mascarpone col salame di cioccolato), secondo perché qualche giorno fa Andrea ci ha parlato proprio di questo nuovo gruppo in cui suona e siamo parecchio curiosi.
In realtà quello che veramente brameremmo sentire e che abbiamo proposto in varie occasioni ai Big! Bam! Boo! (altro gruppo di cui fa parte) è un tributo ai Beehive (sì, quelli di Kiss me Licia), anche solo strumentale, con tanto di parrucche viola e ciuffi rossi, ma possiamo capire che serva tempo per mettere su un repertorio così esteso e complesso (da Freeway a Baby I love you) e per trovare dei passamontagna che assicurino l’anonimato ai musicisti, quindi per il momento portiamo pazienza e perlustriamo i negozi in cerca di parrucche.

Arriva martedì e dire che è caldo è un eufemismo. Tutto suda.
Partiamo da casa nostra alle 20.40: io, la Clodia, Mohuro e Rico con il giubbotto. IL GIUBBOTTO. Non ci è dato di sapere quale processo mentale abbia portato alla scelta del giubbotto con 35 gradi, scelta che il tapino difende a spada tratta contro qualsiasi critica; devo però ammettere che, quando la Clodia alla guida dell’Incudine attacca l’aria condizionata a palla, mi trovo a rimpiangere di non avere un colbacco e a pensare che, se non avessi usato pesante sarcasmo nei confronti di Rico e giubbotto, adesso potrei elemosinarne almeno una manica. A volte, la migliore musica è il silenzio.
A ristabilire l’equilibro termico ci pensa Mohuro il quale, senza minimamente accorgersi dell’aria condizionata in piena attività, abbassa il finestrino e appoggia fuori il gomito con evidente soddisfazione. Se guidasse l’Albertini, il poveretto si troverebbe presto separato dal suo avambraccio da una repentina e letale alzata di finestrino ma per sua fortuna questa sera la Ste è a Perugia da Santana e al volante c’è la Clodia che invece non fa una piega, anzi, quando Rico suggerisce di spegnere l’aria condizionata, visto il sabotaggio di Mohuro, rifiuta con decisione sostenendo che il finestrino aperto aiuta la circolazione dell’aria condizionata. Quei due potrebbero essere fratelli di camicia di forza.
Arriviamo in vista del Pappafico e parcheggiamo prudentemente a qualche centinaio di metri, non senza sorbirci le lamentele dell’ala scansafatiche della macchina. Il locale è già pieno di gente (perlomeno la zona all’aperto) ma noi, astuti come il diavolo, abbiamo prenotato e il nostro tavolo è proprio di fronte al gruppo.
Trattasi di un trio: chitarra, violino (Andrea) e batteria. Apprendo con un certo stupore che il batterista è anche il cantante e mi gira la testa; io già non riuscirei a fare due cose diverse con le mani (per non parlare dei piedi), figuriamoci cantare.
Arriva il cameriere con i menù e la fame mi riporta bruscamente alla realtà: dobbiamo ordinare. Ripercorrendo mentalmente la serata mi rendo conto che è proprio questo il momento chiave, l’istante in cui commettiamo l’errore madornale che influenzerà tutto il resto. Pur sapendo che quando tutto suda è meglio consumare cibi freddi, di fronte al maccheroncino Pappafico la carne (almeno la mia) è debole; mi consola però pensare che erro in buona compagnia: io vado di maccheroncino mentre la Clodia, che è vegetariana, si butta (dietro mio consiglio) sui cappelletti alle erbe profumate e gli altri si distribuiscono equamente su garganelli, cozze ecc.
Intanto la folla è aumentata e si è infilata in tutti i buchi possibili, rendendo praticamente l’area a tenuta stagna, non entra un filo d’aria neanche a morire.
Quando finalmente arrivano le cibarie, noi siamo già un pezzo in là, causa frizzantino fresco che va giù benissimo ma poi lo sudi tutto e ti taglia le gambe.
Mentre arpiono maccheroncini come fossi un baleniere, mi cade l’occhio sulla Clodia che sta fissando il suo piatto con aria sconsolata. Strano – penso – lì non c’è né aglio né cipolla (torneremo in un altro momento sull’affascinante tema della Rini e del suo regime alimentare); dando un’occhiata da vicino al piatto scopro però che, per una ragione che non riesco a immaginare, i cappelletti sono conditi con burro, erbe profumate come da titolo, e…un’abbondante dose di salsiccia. Come mai? – vi chiederete. Ce lo chiediamo pure noi ma sappiamo per esperienza che catturare l’attenzione del cameriere all’ora di cena, in un locale pieno, è impresa disperata e non ci resta che rassegnarci.
Facendo mente locale alle mie precedenti esperienze di cappelletti,  non ricordo di aver mai visto la salsiccia in questo piatto ma l’ho pur sempre consigliato io quindi l’ondata di senso di colpa è tale che ci potresti fare il surf; mi prostro in scuse, vorrei offrire in cambio il mio maccheroncino ma nel sugo c’è la pancetta, Rico ha  preso le cozze, Mohuro i bruciatini (sempre di pancetta), insomma, tutto quello che abbiamo ordinato contiene cadaveri. La nostra eroina sospira un “non fa niente” e inizia a rimuovere la salsiccia (tutta sbriciolata, un po’ un delirio) dai cappelletti mentre noi, dopo un buon mezzo minuto di parole consolatorie e sguardi mesti, ci ributtiamo allegramente sui nostri manicaretti animali. Ah, gli amici!
Quando scocca l’ora d’inizio del concerto, i musicisti imbracciano gli strumenti (tranne il batterista) e danno fuoco alle polveri;  noi vorremmo essere un pubblico all’altezza della situazione ma ormai l’errata scelta di menù si sta facendo sentire pesantemente. La situazione è talmente grave che quando arrivano le due porzioni di patatine fritte ordinate in precedenza da due incoscienti che resteranno anonime (visto come sono stata discreta, Ale e Clodia?!), io rifiuto categoricamente di mangiarle (è praticamente uno dei segni dell’Apocalisse).
Accanto a me Mohuro pare ancora più provato dal caldo e, guardandolo bene, è facile capirne il motivo: indossa jeans lunghi e scarpe chiuse. Interrogato sull’argomento mi informa che il vero uomo elegante aborre indumenti plebei e trasandati quali bermuda e sandali, certi standard vanno mantenuti.
Il fazzoletto dell'uomo elegante
In linea con questo pensiero sfoggia un fazzoletto di stoffa che utilizza per detergersi frequentemente la fronte imperlata di sudore. La vita dell’uomo elegante non è una passeggiata.
Il concerto prosegue ma per me rimane avvolto in una specie di nebbia, ho i neuroni ovattati dalla digestione e dal caldo, non ne posso veramente più; a un certo punto scoppio, mi alzo e fendo la folla puntando verso l’esterno come un naufrago che ha intravisto terra. Fuori dal locale mi accoglie un venticello che sa di mare e che mi restituisce alla vita; nel giro di qualche minuto la pressione si alza, l’occhio torna vispo e tutto ricomincia a funzionare, anche se a regime ridotto.
Guardandomi intorno mi accorgo di aver fatto tendenza: l’Ale e la Clodia mi hanno seguito come il popolo Mosè. I due baldi uomini sono rimasti dentro, un po’ perché trattandosi di musicisti secondo me non se la sentivano di alzarsi, un po’ perché il vero uomo non accusa debolezze di questo tipo, salvo poi sudare sette camicie e rischiare uno svenimento.
Una volta riprese le forze mi si sono riaperte le orecchie e il caso vuole che proprio in quel momento stessero suonando Halleluja. Tempismo perfetto.
Da quel momento in poi abbiamo seguito il concerto dall’esterno, e siamo riuscite a godercelo davvero, salendo a turno sul muretto perimetrale per sbirciare al di là della folla. Ogni tanto si riusciva a intravedere la testa del batterista/cantante, a volte un manico di chitarra o l’archetto del violino; però, si poteva ascoltare, guardando il mare seduti sul muretto e godendosi una signora stellata. Tutto considerato, proprio niente male.



Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

lunedì 1 agosto 2011

La battaglia di Branzolino

Intorno a questa serata c’è stato lo stesso livello di dubbio e incertezza che c’è riguardo al mostro di Lochness o al triangolo delle Bermuda; per giorni, quando incontravi qualcuno, dopo le solite due chiacchiere arrivava puntuale la domanda: ma poi domenica sera siamo a cena da Fabio? E la risposta: boh?
Tutto è iniziato di domenica a casa della Cecca e di U; Fabio ha proposto di fare una cena a casa sua la domenica successiva per salutare la Grazia che tornava in Messico.
La proposta è piaciuta al popolo, una serata in compagnia è sempre accolta con favore; e tuttavia, nel giro di qualche minuto ognuno ha iniziato a scervellarsi sul metodo migliore per compiere l’impresa: passare una serata a casa di Fabio evitando però di essere costretti a mangiare le 40 tonnellate di cibo che puntualmente prepara per le sue cene e che, se non trovi il modo di difenderti, possono ridurti in stato vegetativo per parecchie ore. 
Il problema origina fondamentalmente dal suo metabolismo alieno che ne farebbe un perfetto supereroe Slimfast o Figurella: quest’uomo mangia quantitativi di cibo che ucciderebbero lo yeti, eppure è secco come un chiodo. L’invidia è d’obbligo, in fondo siamo umani anche noi (Fabio non si sa).
La settimana trascorre così tra un non so e un chissà; arrivati al venerdì sera, l’amletico dubbio è sempre lì che rode: cena o non cena? Giro l’interrogativo alla Clodia che decide di prendere il toro per le corna e telefonare al gigino: estrae il cellulare e vi trova un sms che dice Sto preparando la lista della spesa per domenica, quanti siamo? Indovinate di chi è.
Alla fine, dopo una breve conversazione Clodia-Fabio, parte un vagone di sms d’invito e la situazione si sblocca.
Torniamo quindi a domenica sera: docciati e sistemati (io ho un look un po’ ghiacciolo: maglia giallo limone e bermuda verde bottiglia, farà parlare di sé), carichiamo in macchina sei sedie (dietro richiesta della Berti che ha ricevuto un SOS da Fabio) e una torta pere e cioccolato acquistata all’Ipercoop (con questo caldo in casa nostra chi tocca il forno muore, nel senso che lo uccido).
Prima di partire mi viene in mente che non so la strada per Branzolino, quindi chiedo a Rico se devo prendere su il navigatore. Risposta: no, tanto la strada me la ricordo (segnatevi queste parole).
Partiamo già un po’ in ritardo ed essendo domenica, decidiamo che non è prudente prendere l’autostrada, c’è il rischio di finire imbottigliati nel rientro dei turisti e passare la notte al Bevano mangiando rustichelle. Ci buttiamo sulle stradine alternative e tutto sembra filare liscio, almeno fino a quando l’autista, con la massima naturalezza, si gira e mi fa: Mi sa che di qui in avanti non la so più la strada. Peccato che siamo nel mezzo del nulla e non ci sia anima viva in giro, un cartello “Fine del mondo km 2” non mi stupirebbe.
A peggiorare la situazione c’è il fatto che non ho con me l’indirizzo, PERCHÉ LUI LA STRADA SE LA RICORDAVA!!!!!
Prendo il cellulare e comincio a chiamare ma, ovviamente, nel mezzo del nulla non c’è campo, solo il nulla. Quando finalmente riesco a parlare con Fabio, tra la linea che cade ogni tre per due e la mia totale incapacità di spiegare dove ci troviamo, l’impresa pare disperata e continuerà a sembrarlo fino a quando, quasi per caso, ci troveremo a destinazione. Resta il sospetto che una certa persona di mia conoscenza abbia finto di non sapere la strada per arrivare più tardi e ridurre il rischio indigestione.

Facciamo il nostro ingresso in giardino carichi come muli (sedie, torta, borse, felpe), solo per scoprire che ci sono altre sei sedie (nel marasma dell’invito last minute Fabio ha inviato SOS impazziti un po’ a tutti). Vorrei incazzarmi ma non ne ho il tempo: mentre avanzo verso il tavolo il piede incontra una buca abilmente mimetizzata dall’erba con conseguente inciampo e rischio di morire travolta dalle sedie. Le maledizioni volano come rondini a primavera.
Provvisto di grembiule da pizzaiolo, il nostro ospite presiede l’angolo forno, dove ciascuno deve recarsi a scegliere la guarnizione per la sua pizza; trattasi di un vero e proprio campo di battaglia perché lui non concepisce una pizza con meno di cinque ingredienti (pomodoro e mozzarella sono a parte) e fargli accettare una prosciutto e funghi richiede non poco impegno. Il popolo seduto in giardino si prepara al suo turno, come un esercito alla guerra, facendo gesti scaramantici e ripetendo dei mantra del tipo: solo rucola e crudo, solo rucola e crudo. Salvo poi tornare puntualmente sconfitto, con almeno due ingredienti in più.
Vista la situazione, Enrico decide di andare per ultimo nella speranza che finiscano le provviste. Io combatto la tensione ingurgitando smodate quantità di patatine fritte che qualche anima buona ha pensato di farci trovare belle croccanti sul tavolo.
Di lì a poco, però, la fortuna corre in nostro soccorso per la seconda volta: dato che le pizze vengono cotte nel fornetto elettrico, secondo le leggi della fisica non possono superare certe dimensioni, né essere troppo cariche quindi, dopo un paio di disastri con collasso della struttura portante, Fabio è costretto a cedere, piegato dall’universo e dalle sue strane regole.
Quando arriva il mio turno, affronto la tenzone con un piano ben preciso, sapendo che già il fatto di non volere la mozzarella mi mette in cattiva luce. Parto astutamente chiedendo zucchine e olive nere e, dopo un breve negoziato, torno al mio posto soddisfatta, avendo ottenuto la sola aggiunta del salame piccante (che si rivelerà poi essere la morte sua, fortuna che Fabio ha insistito).
La pizza, quando non è affogata di roba, è veramente da leccarsi i baffi; però una è più che sufficiente, soprattutto dopo il metro cubo di patatine ingerite e in previsione dei dolci (tutti dell’Ipercoop, evidentemente il caldo non spaventa solo me). Ragion per cui quando il pizzaiolo passa per il secondo giro di pizze, il popolo rifiuta compatto, con solo qualche eccezione nelle persone di Filo e della Cecca che chiedono di fare a metà di una pizza e, ovviamente, gliene arrivano due.
Finiamo le nostre pizze (c’è il dubbio che non siano le nostre, visto il semi-buio dato dai due timidissimi lampioni e da un cero che dovrebbe illuminare ma in realtà fa solo atmosfera, molto vecchio maniero), per poi buttarci allegramente sui dolci, mentre poco più in là, Fabio mangia soddisfatto la sua seconda pizza ultrafarcita.
La serata prosegue piacevolmente nel fresco del giardino; c’è chi si fotografa indossando maschere e alette d’angelo di provenienza sconosciuta, chi cade nella maledetta buca traditrice e ne dice di ogni, chi cerca di farmi tradurre all’esotico Paul delle robacce (che, se proprio le vuole dire, va là che se le traduce da solo) e, soprattutto, chi sta sempre in guardia, pronto a infrattarsi dietro a un cespuglio, nel caso lo chef opti per un ultimo attacco a sorpresa sotto forma di pizze alla nutella.

sabato 16 luglio 2011

Mozart in babydoll

Siamo in due, vestite come delle gemelline, siamo sorelle e abbiamo appena tagliato la corda da un matrimonio parenti. Potrebbe essere l’inizio di un film alla Thelma e Louise, se non fosse che 1) a noi nessuno c’insegue, 2) non siamo armate e 3) al momento la nostra sola priorità è arrivare al teatro Alighieri a Ravenna in tempo utile per ritirare un paio di biglietti. 

Facciamo un passo indietro: più o meno in questo periodo è il compleanno di mia sorella e da qualche anno a questa parte come regalo di compleanno compro sempre due biglietti per un musical. Quest’anno il Ravenna Festival mi ha un po’ spiazzato, proponendo Il flauto magico nella sua versione sudafricana “Mozart’s The Magic Flute - Impempe Yomlingo” ma, viste le strepitose performance degli anni precedenti, dopo un breve consulto con la sorella si è deciso di accettare a scatola chiusa.

E adesso siamo qui che ci scapicolliamo per andare da Cesenatico a Ravenna senza stirare pedoni innocenti ma abbastanza dinamicamente da arraffare sti benedetti biglietti prima che abbassino la saracinesca. Mentre la voiture divora la strada, noi si chiacchiera di questo e quello e, tra un questo e due quelli, ci rendiamo conto che non è che abbiamo un’idea proprio precisissima della trama. Con gesto sicuro estraggo il cellulare e mi metto alla ricerca. Wikipedia non delude: schiarisco la voce e inizio a leggere. Per fortuna siamo ancora all’altezza della ruota panoramica di Mirabilandia, perché la storia pare non finire mai e i nomi dei personaggi di sicuro non aiutano; sono certa che nel 1700 fossero comunissimi, del tipo Andrea o Maria, per me invece Papageno, Monostato e compagnia bella non risultano proprio ricordabilissimi. Pamina la lasciamo stare perché quando sei la figlia della Regina della Notte non si può certo pretendere che tu abbia un nome normale. (Mi sovviene una scena di Mr Hobbs va in vacanza in cui una procace bagnante, parlando di Guerra e Pace, sentenzia: con tutti quei nomacci russi non riuscivo a distinguere le femmine dai maschi! A noi va un po’ meglio, i nomi delle femmine finiscono per a.

Probabilmente anche l’autore a suo tempo si è reso conto della difficoltà e infatti a un certo punto ha gettato la spugna, come dimostrano i tre fanciulli che ricorrono nel testo sempre e solo come i tre fanciulli, equivalente settecentesco di quei tre tizi là.

Fortunatamente a Ravenna il sabato sera i parcheggi abbondano (perlomeno in luglio), quindi tutto fila liscio e stringendo in mano con orgoglio i nostri biglietti varchiamo la soglia del foyer giusto qualche minuto prima dell’inizio. Ci tengo a sottolineare che siamo un po’ trafelate e non proprio lucidissime, questo per giustificare il fatto di aver dimenticato la divisione pari/dispari della platea e aver costretto quasi un’intera fila di gente ad alzarsi per arrivare dall’altra parte. Per fortuna era un teatro signorile e nessuno ci ha tirato le uova. Quando finalmente siamo arrivate ai nostri posti, la principessa sul pisello seduta di fianco (l’unico ostacolo rimasto tra noi e le agognate poltrone) non ha reagito bene alla mia gentile richiesta di farci passare, si è alzata con estrema lentezza e con un’espressione piuttosto seccata. Il volgo alza un po’ troppo la testa di questi tempi.
Poi però si sono spente le luci e mi sono dimenticata tutto. Mi sono dimenticata dov’ero, delle corse fatte, della paura di non fare in tempo; c’ero solo io. E c’erano loro. 

Sono stati rari i momenti in cui sono uscita dalla trance in cui la performance ti risucchia. Mi sono trovata a riflettere su questa compagnia in cui pare che tutti facciano tutto, a partire dal giovane direttore in pantaloni e maglietta che ha condotto la parte iniziale in un tripudio di marimbe e tamburi, per poi suonare la tromba e uno strano corno in momenti successivi e infine passare a un marimbone enorme in fondo al palco. Lo stesso hanno fatto altri, passando con naturalezza dagli strumenti al ballo e al canto.
Un altro momento speciale è stato l’entrata in scena dei famosi tre fanciulli, che aspettavamo con una certa curiosità e che non ci ha deluso: sono comparse tre signore rotondette vestite in babydoll e provviste di orsacchiotto e alette d’angelo. 


Per non parlare di Papageno vestito mimetico che balla con Papagena, anch’essa vestita mimetica però in rosa.  In casi come questi non c’è trance che tenga.
Mi chiedo come avrebbe reagito Mozart, si sarebbe spellato le mani? Chissà.

A questo punto, se ne sapessi un po’ di più, potrei parlare delle marimbe e dei tamburi, dei musicisti e delle musiciste che li suonavano, menzionando en passant il nome di quel corno ricurvo che è comparso all’improvviso per poi sparire altrettanto rapidamente. Ma io non ne ho un’idea. Posso dirvi che da quel palco l’energia arrivava a ondate, forti, potenti e gioiosissime, e che a un certo punto mi sono resa conto che già da un po’ avevo gli occhi spalancati e la bocca aperta e ho sperato che non ci fossero telecamere a riprendere la serata, altrimenti sarei finita su qualche video con quella faccia da pipiloca. Ma pur sapendolo, mi è capitato ancora e ancora di scoprirmi a bocca aperta di fronte a quello spettacolo meraviglioso, è stato come avere di nuovo sette anni.
E quando si sono accese le luci, l’ovazione del teatro mi ha fatto pensare che forse, in quelle due ore, di bocche se n’erano aperte parecchie.
Che altro dire: Ravenna Festival, chapeau.



Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

 
P.S. Un’immagine vale mille parole, dicono.





lunedì 11 luglio 2011

Rocca in concerto: partenza col botto.

Sono le 20.10 e sto sfrecciando sul mio bolide a due ruote verso la Rocca Malatestiana; stasera c’è la prima serata di Rocca in Concerto e mi sono offerta come addetta strappamento biglietti ma sono in leggero ritardo. Arrivo su e vedo l’enorme cancellata di ferro, chiusa, con dietro la biglietteria e un paio di persone che armeggiano lì intorno; però (ed è un però grande come una casa), non c’è traccia neanche in lontananza di quello che mi sta più a cuore al momento: il baracchino che vende le piadine farcite. So che non è molto artistico ma io non mangio niente dalle due ed è solo perché sono arrivata in scooter che nessuno ha sentito il brontolio del mio stomaco che pare un cumulonembo sul piede di guerra.
Appoggio armi e bagagli in un angolo della biglietteria (una cavità polverosa scavata nel muro) e con la scusa di andare a cercare un paio di sedie mi lancio in perlustrazione. E in risposta alle mie preghiere mi appare un omino vestito di bianco in piedi tra piadine, affettati e verdure. Sta mangiando con evidente soddisfazione una piadina farcita, probabilmente approfittando degli ultimi momenti di calma prima dell’apertura dei cancelli. Tentenno per un po’, divisa tra l’opzione sana (prosciutto stracchino e rucola) e quella lova (salsiccia e cipolla), poi cedo di schianto e dopo qualche minuto torno tutta pimpante sul posto di lavoro, reggendo in mano una fumante (diciamo anche un po’ ustionante) piadina lova. Sono quasi le 20.30, orario previsto per l’apertura della biglietteria e dietro la cancellata c’è già una nutrita folla ma il gruppo (i Floyd Machine) non ha ancora finito di fare le prove dei suoni e a noi è stato detto di non aprire finché si sente suonare. Certo, è facile da dirsi ma un po’ meno da farsi quando senti su di te le occhiatacce torve del popolo al di là delle sbarre che ti fissa pensando che se non apri è per una qualche tua forma di sadismo. Dietro suggerimento delle più esperte, faccio finta di nulla e continuo a mangiare la mia piadina, pregando che ste benedette prove finiscano prima che la muraglia umana al di là del cancello si scateni in una stampede degna delle migliori. E indovinate di chi sarebbero i corpi a terra tutti calpestati.
Improvvisamente tutto tace, ci arriva il via libera e noi si corre ad aprire, accompagnate da sospiri di sollievo da entrambi i lati della barricata. Da questo momento per le successive due ore la biglietteria sarà letteralmente sommersa da una fiumana di gente arrivata per l’occasione. Io sono l’addetta all’obliterazione biglietto, mentre la Clodia è stata mandata giù in piazza, da dove parte la navetta che porta su la gente che, per vari motivi (alcuni validissimi, altri decisamente meno), farebbe fatica a fare tutto il percorso in salita e sull’acciottolato. Tra questi segnaliamo le solite soggette che vengono a vedere un concerto sul prato della Rocca con zeppe trampolate o addirittura tacchi a spillo. Ho assistito alla scena di una ragazza taccatissima che si è trovata improvvisamente scalza perché una delle sue scarpe era rimasta conficcata nel terreno. E non è neanche venuta fuori tanto facilmente.
Come in ogni evento che si rispetti, c’è stato l’inevitabile contrattempo che andiamo a illustrare:
- essendo che in piazza del popolo proiettano un film all’aperto, l’amministrazione comunale ha deciso un po’ all’ultimo che il concerto alla rocca non poteva cominciare prima delle 22.15, per non disturbare la proiezione. Ovviamente, appena scoperta la cosa, si è provveduto a informare tutti quelli sul Faccione usando la pagina di Rocca in Concerto e poi si è messo l’avviso sui cartelloni. Il problema è che molta gente ha fatto come faccio sempre io, che non guardo mai da nessuna parte, e quando è arrivata lassù (magari senza uso navetta quindi dopo la scarpinata di cui sopra), ha scoperto che si iniziava alle 22.15 e non l’ha presa bene.
Ora, nessuno meglio di me capisce lo stato d’animo di quello che arriva in cima alla vetta sudato fradicio, stanco, assetato e, dopo aver fatto la fila per entrare, scopre che s’inizia più tardi e che quindi poteva anche partire mezzoretta dopo. Io in questi casi avverto un forte bisogno di masticare le ossa di qualcuno; però, quando un tizio se la prende con te, umile strappa biglietti, sostenendo che “potevate anche avvisare”, cominci a farti delle domande: siamo forse veggenti capaci d’indovinare chi verrà al concerto e chiamarlo per avvisare? O secondo lui avremmo dovuto affittare l’aereo pubblicitario del Crodino e passare per ore sopra la città, facendo anche qualche picchiata (non tutti ci vedono a quelle distanze)? O magari gli organizzatori dovevano infischiarsene delle richieste del Comune e far partire il concerto? Salvo poi essere costretti a chiudere baracca e burattini poco dopo causa intervento vigili urbani? Il tema è complesso e gli interrogativi abbondano.
Come pure i dubbi circa la propria e altrui sanità mentale quando, dopo aver strappato un biglietto d’ingresso ti senti chiedere E’ compreso anche il giro? Che giro?! Il giro di do? Il girotondo? Il giro sulla navetta? E come sempre la realtà va oltre: alla tua richiesta di chiarimento ti rispondono Il giro sulle mura! Ti verrebbe da rispondere Come no, con sette euro ti diamo il trasporto in navetta, il concerto, il giro notturno sulle mura e alla fine sull’ultima torre c’è anche uno che ti scaraventa giù. Tutto compreso. Ma ste straccia palle delle buone maniere s’intromettono e ti tocca tacere.

Prima dell’inizio del concerto c’è bisogno di qualcuno che salga sul palco per ringraziare il pubblico, gli sponsor ecc ma, quando la vittima sacrificale di turno (il baldo Enrico) ha accettato il compito, non poteva sapere dello slittamento di orario che il Comune avrebbe imposto e quindi non è proprio con animo serenissimo che sale sul palco. Seguono le inevitabili proteste della folla che però il nostro affronta con sommo sprezzo del pericolo.
Poi, finalmente, il gruppo inizia il concerto e ogni altro pensiero scompare magicamente.
Intorno alle 22.40 l’afflusso di gente si tranquillizza quindi, deposte le armi (nel mio caso l’aggeggio per bucare gli abbonamenti), salgo fino sul prato a vedere come vanno le cose. Un vero spettacolo: centinaia e centinaia di persone, un mare di gente che applaude o canta (quando c’è una di quelle canzoni che non è proprio possibile starsene lì a bocca chiusa).
A quell’ora la stanchezza inizia a farsi sentire quindi insieme ai vari compagni di avventura mi siedo sul prato a godermi il venticello, le stelle e la musica che di bello ha che, se anche non la vedi, lei ti abbraccia comunque. Ce ne stiamo lì sul prato a mangiare un ghiacciolo e a chiacchierare anche quando, finito il concerto, la folla si riversa verso l’uscita e per un attimo il pensiero oddio ci calpestano! fa prepotentemente capolino.
Ci sarei rimasta ancora lassù al fresco, solo noi quattro gatti sul prato; purtroppo però lo spirito è forte ma la stanchezza e il sonno giocano sporco. Ci avviamo verso l’uscita e proprio in quel momento il mistero ci assale: dall’altoparlante una voce proclama: Romi, ho un bacione per te, ripeto, Romi, ho un bacione per te. Dopo, soltanto silenzio.
Cosa volete che vi dica: se questo è l’inizio non oso immaginare  cosa succederà giovedì prossimo.




martedì 5 luglio 2011

Un sabato al fulmicotone, tra cori, strozzapreti e coprispalle dimenticati

E’ mattina presto e nel torpore del dormiveglia avverto uno strano ticchettio. Porcaccia miseria! Piove!
Normalmente, il fatto che in luglio si metta a piovere io lo celebro come la manna, essendo che ho la pressione bassa e il caldo mi prostra, oggi però c’è un però: questo pomeriggio si sposa mio cugino e il voltafaccia meteorologico mi obbliga a un rapido cambio di mise. Il vestito anni ottanta a righe blu e spalla sbilenca, corredato da zeppe trampolate blu, dovrà lasciare il posto a qualcosa di più coprente perché va bene tirarsi a balestra ma, quando si tratta di patire del freddo, io tiro la riga. Un po’ mi dispiace perché sto benedetto vestito l’ho comprato un paio d’anni fa ma non ha mai visto la luce, anche a causa della citata spalla sbilenca che va sempre giù (poverina l’hanno fatta così) e rompe non poco le scatole.

Dopo un rapido esame delle possibilità che offre l’armadio opto per una combinazione vestitino+pantalone già usata in un paio di altri matrimoni con un certo successo, tutto risolto ma un po’ con l’amaro in bocca perché avevo dichiarato pubblicamente la mise e prevedo lamentele.

Lascio come sempre tutto all’ultimo momento e finisco col vestirmi di corsa sperando che mia sorella (che si è offerta di passarmi a prendere) non arrivi troppo presto altrimenti mi trova in mutande. La preoccupazione si rivelerà infondata, essendo la Francesca imbottigliata nel traffico dei vacanzieri che scendono in riviera e che, contrariamente a ogni pronostico, alle tre del pomeriggio di sabato sono ancora lì che scendono.
Quando arriva mi fiondo in macchina e vedo che mi guarda strano; la squadro a mia volta e noto che ha un vestitino di cotone rosa antico, colore quasi identico al mio. I sandali sono neri come i miei ma per fortuna la borsa è diversa. Scoprirò poi che ha portato anche un paio di pantaloni neri (e indovinate cosa indosso io), in caso fosse freddo. Fortunatamente quelli rimangono in macchina ma tra vestito rosa, sandalo e capello corto, sembriamo quelle povere gemelline che i genitori vestono identiche per andare a passeggio.
Una volta superato lo shock-da-vestito-identico ci dirigiamo di buon passo verso Cesenatico (dopo aver caricato un paio di ombrelli per sicurezza) ostentando una certa sicurezza, dato che la chiesa sappiamo bene dov’è. Quello che non sappiamo è che dall’ultima volta che siamo passate da quelle parti sono cresciute case come i funghi dopo il diluvio e per un attimo la cosa ci spiazza, mentre i minuti scorrono inesorabili verso le quattro-zero-zero. Arriviamo finalmente a destinazione, parcheggiamo e corriamo verso la chiesa battendo sul filo di lana la sposa che, essendo la sposa, deve gestire un vestito ingombrante e muoversi con passo dignitoso ed elegante e non può certo scapicollarsi come invece facciamo noi.

Dopo una breve pausa (la mandria umana deve sistemarsi in chiesa) la cerimonia ha inizio e il coro della parrocchia dà subito prova di essere un coro coi controfiocchi, niente a che vedere con certe performance che in passato animavano le funzioni religiose di altre chiese quando tra i quattro gatti del coro cantava anche la sottoscritta. Tra i sacerdoti  presenti sull’altare (una masnada, corredati di nugoli di testimoni) scorgo Don Virgilio e la mente torna a quel famoso Giovedì Santo di mille anni fa quando, dopo una stecca colossale di una delle stars del nostro coro, con conseguente crisi di riso di tutti gli altri e brutale chiusura della canzone a opera della chitarrista (un delicato arpeggio stile sega nastro), il povero don a fine messa scese dall’altare e ci disse:”Avete rovinato la mia canzone preferita”. Il sacerdozio è una strada irta di difficoltà.
Purtroppo, essendo la chiesa piena di gente fino all’orlo, dalla nostra posizione si vedeva ben poco, soprattutto a causa del simpatico padre di famiglia che aveva amorevolmente preso sulle spalle il figlio, trasformandosi in una creatura di due metri e rotti e impedendo la visuale a parecchi dei presenti. Spiace pensare all’alopecia che l’avrà sicuramente colpito a seguito della caterva di accidenti che gli abbiamo mandato. Simpaticamente, ovvio.
Dimenticavo di dire che mentre scendevamo dalla macchina io avevo in mano un coprispalle e, essendo il vestito senza maniche, ho chiesto a mia sorella:” Boh, lo prendo su? Per non andare in chiesa a spalle nude” E lei:”Ma no, non c’è bisogno”. Ovviamente, io appena entrate in chiesa mi do un’occhiata intorno e constato con sgomento che ci sono solo spalle coperte; dopo un primo momento di comprensibile smarrimento però non posso fare a meno di notare che, le spalle sì saranno anche coperte ma ci sono scollature vertiginose a volontà e chilometri di gambe nude che neanche una pubblicità Golden Lady. Tutto regolare, la cosa importante è che le peccaminosissime spalle siano coperte. Mah.

Dopo circa un’ora e venti di messa si comincia ad accusare la fatica. Non aiuta il fatto che siamo solo poco oltre la metà del corposo libretto del matrimonio, la strada è tutta in salita. Lancio uno sguardo pieno di desiderio verso l’uscita e mi accorgo che c’è un folto capannello di gente che sembra aver avuto la mia stessa idea e averla anche messa in pratica. La cosa mi restituisce la speranza. Sì, però noi come facciamo? Siamo sedute su una panca laterale verso la metà della chiesa, non possiamo semplicemente alzarci e andare via. A questo punto la sorella maggiore salva la situazione con un’idea geniale: al momento della comunione ci alziamo in piedi e ci avviamo verso il fondo della chiesa ma invece di metterci in fila per la comunione, guadagniamo l’uscita e la tanto agognata libertà.
Ad attenderci fuori c’è una nutrita schiera di parenti che evidentemente ha dato il collo prima di noi e la cosa mi rincuora. Diversamente da quanto previsto, i commenti nei nostri confronti non sono tanto rivolti ai look-fotocopia, quanto al nostro colorito non proprio ambrato. La Stefania che sfoggia un’abbronzatura degna di luglio, mi guarda i piedi (che in effetti farebbero la loro figura in un obitorio) e sospira “e pensare che da piccola diventavi così nera!” Non posso darle torto, ma è anche vero che a) non amo il sole b) ho lavorato tutto il mese di giugno quindi l’unico modo per sembrare vagamente più abbronzata sarebbe stato vestirmi di bianco neve da capo a piedi e quello ai matrimoni non si può fare, pena la lapidazione, quindi metto subito una pietra sopra a qualsiasi rimpianto e mi rituffo nella chiacchiera.
Il rinfresco si svolge nel cortile della parrocchia dove ci accolgono tavole imbandite di ogni ben di dio (tutto a buffet), musica e panche dove sedersi liberamente, niente posti assegnati o cena ingessata a sedere, una vera gioia.
Il prato è molto grande e quindi non ti rendi conto di quanta gente ci sia se non quando ti dicono che servono i primi e, arrivata al tavolo dei cappelletti al ragù, ti trovi di fronte una fila chilometrica; butti un occhio alla fila di fianco che pare più corta e lasci, non senza qualche rimpianto, i cappelletti per gli strozzapreti. La fila è composta in gran parte da parenti e si chiacchiera in attesa di mettere le mani sullo strozzaprete panna radicchio e salsiccia. Lo zio Massimo tenta un’incursione a inizio fila ma trova un parentado decisamente affamato e poco incline a fare sconti, per cui viene infamato e accusato a gran voce di voler passare avanti. In quel momento la fila pare muoversi piuttosto spedita, grazie alle abili mani di alcune signore che servono piatti di pasta a una velocità smodata; mi sento ottimista quindi azzardo a voce alta un pronostico positivo che viene immediatamente massacrato da mio cugino Luca con un ferale “Tanto quando arriva il nostro turno vedrai che la pasta finisce”. Una gufata coi controfiocchi. Gufata che oltretutto si avvera, costringendoci lì in prima fila a fissare i piatti vuoti in affamata attesa. Ad aggiungere la beffa al danno, il cugino iettatore non lo posso neanche menare come meriterebbe perché finirei sicuramente col prenderle io, a volte la vita è ingiusta.
Fortunatamente, le signore sono rapide come la folgore anche nei rifornimenti e una volta arraffato il mio piatto di strozzapreti, torno sui miei passi e collasso su una delle panche in zona parenti. Le figlie piccole delle mie cugine scorrazzano allegramente tra i tavoli mentre noi si chiacchiera degli esami di maturità (la Cate fa il membro interno e sta soffrendo molto), dei maledetti provider di telefonia che ti fanno aumentare le rughe (salvo poi per la legge del contrappasso imbattersi nella zia Agnese che deve avergli fatto vedere i sorci verdi, almeno a giudicare dalla vagonata di ricariche gratis che le hanno mandato). L’Agnes mi fa notare con disappunto che avevo annunciato tutta un’altra mise e si dichiara delusa dall’ensemble troppo discreto; non mi sento di darle torto, però faccio presente che quando il gioco si fa freddo le fighine iniziano a giocare, io invece mi copro. Non è bello passare metà festa di matrimonio in un bagno sconosciuto e coi foroni.
Siamo lì che ce la passiamo da papi quando, senza volerlo, mi cade un occhio sull’orologio: sono LE OTTO!!!!!!!! AGITAZIONE DI ESTREMITÀ!!!!!!!


Urge chiarimento: quando i miei genitori mi hanno detto che Stefano si sposava e che loro non ci sarebbero stati perché in Sicilia, io avevo appena acquistato due biglietti per Il flauto magico come regalo di compleanno per mia sorella. Ovviamente in tutta un’estate è inevitabile che le uniche due cose a cui non vuoi mancare siano esattamente lo stesso giorno, quindi avevamo deciso di rimanere al matrimonio fino alle sette e mezza per poi correre a Ravenna. Peccato che fossero già le otto. Ci siamo alzate un po’ di corsa e, salutati tutti quelli che si trovavano a portata di voce, siamo corse verso la macchina. Purtroppo gli sposi erano ancora tra le grinfie del fotografo e quindi non siamo riusciti a salutarli.
Siamo andati via con un po’ di rimpianto, non capita spesso che il clan si riunisca così numeroso e ci sono un sacco di persone con cui non siamo riuscite a scambiare più di quattro parole.
In più non c’è stato il tempo di scoprire quale fosse la macchina del babbo-con-bambino-in-spalla, una rigatina lì ci sarebbe stata bene. Ma, correndo il rischio di non arrivare in tempo a teatro, la vendetta è passata in secondo piano, siamo balzate in macchina e via verso nuove avventure, o meglio, via verso Ravenna, il teatro, le marimbe e gli umidificatori, ma di questo parleremo la prossima volta (come dicevano sempre in Heidi).