mercoledì 1 dicembre 2010

Cinque giorni tra Amsterdam e Brugge (nove soggetti, un paio di occhiali e un mattone) - terza parte

La giornata di libertà inizia bene, il sabato i muratori non lavorano. Dopo la solita colazione affumicata e decisamente affollata, mentre un gruppo di eroi parte alla volta della casa di Anna Frank noi (che la casa di Anna Frank ci rimbalza) si parte verso il Rijksmuseum (caldamente consigliato da mio zio).
Arriviamo a destinazione dopo una stupenda passeggiata per le vie della città che al momento pare ancora addormentata. La mattinata promette bene.
Purtroppo non mantiene. Ad attenderci di fronte al museo troviamo una fila di quelle che ti fanno cadere le braccia, però pare si muova abbastanza in fretta quindi decidiamo di rimanere. Riusciamo a entrare proprio quando sta iniziando a piovigginare. Lo zio non me ne vorrà ma il museo in questione ti ricorda un po’ che esiste la morte. Sarà che nella nostra ignoranza non riusciamo ad apprezzare l’arte fiamminga, sarà che non avevamo la guida che ci guidasse, sarà che sarà che sarà, comunque una tristezza devastante, condita di gorgiere, occhiaie, e male di vivere. Il colpo di grazia ce lo dà il quadro di una bambina che sembra l’angelo della morte e ti ricorda che a questo mondo tutto è pianto e stridore di denti.
Il quadro della bambina brutta

A salvare la situazione arrivano alcune sale piene di case di bambole alte tre metri, perfette ricostruzioni delle case olandesi dell’epoca e un’ultima sala in cui esponevano i disegni dei vincitori di un concorso per illustratori di libri per bambini. Uno in particolare, un libro di sole immagini senza testi, ci ha restituito tutto ciò che avevamo perso nelle sale precedenti e quindi siamo usciti dal museo non proprio pimpanti ma quasi (ovviamente dopo aver acquistato una cartolina con il quadro della bambina brutta da portare come cadeau alla Rini).
Ci siamo avviati per raggiungere il gruppo delle donne che, dopo un’infruttuosa spedizione al museo A.F. (troppa fila) si era separato dagli uomini e procedeva diretto verso un mercato locale; prima però abbiamo fatto una breve sosta in un bar per un rapido spuntino a base di leverwurst (a me pareva Pressatella).
Abbiamo consegnato la foto della bambina brutta che ha avuto l’effetto atteso: sobbalzi, strabuzzamento d’occhi, segni della croce ecc.
Intanto si era fatta l’ora di pranzo e seppur stanchi per il tanto camminare, abbiamo esplorato i dintorni alla ricerca di un posto che andasse bene a tutti e sei (gli altri tre erano ancora in giro per conto loro). In questo caso il destino ci ha gettato un osso, avendoci bistrattato già abbastanza per quel giorno; abbiamo trovato un ristorante molto carino, tranquillo e oltretutto specializzato in zuppe (quello che volevo mangiare io!!!) dove abbiamo mangiato benissimo e ci siamo riposati a dovere. La mia zuppa col coriandolo fresco era buonissima anche se in diversi sostenevano che puzzasse di cimice (io non sniffo insetti abitualmente quindi non saprei).

Siamo tornati alla base sempre camminando, il modo migliore per godersi la città, anche se ogni tanto qualcuno sembrava lì lì per collassare e si temeva di dover buttare il corpo nel canale.
E’ importante precisare che l’esperienza è stata ancora più memorabile grazie a una luminosa iniziativa della Ceccarelli di cui non ho ancora fatto menzione ma che non posso certo ignorare. La gigina in questione ha approfittato di un momento di distrazione del popolo e si è infilata in un negozio dove ha proceduto all’acquisto di un paio di occhiali finti le cui lenti erano disegnate per dare l’impressione che dentro ci fossero gli occhi. E’ inutile tentarne una descrizione, le parole sono impotenti, date un’occhiata alla foto qui sotto e vi renderete conto da soli del genio.

Se li è infilati e poi ha iniziato a girarci intorno senza dire nulla. L’effetto è stato esplosivo. E non si è esaurito certo con la prima apparizione, una fonte di buonumore praticamente inesauribile al modico prezzo di euro 2,5. La Cecca regna, come sempre.
Una volta ripreso il controllo delle nostre facoltà (duramente provate dall’esperienza), abbiamo percorso un tratto di strada con la soggetta e i suoi occhiali che viaggiavano in testa al corteo (sempre scortati da qualcuno perché i due forellini che le permettevano di vedere non davano grandi garanzie e il canale non era poi molto distante). I fortunati che stavano dietro poteva godersi le facce dei malcapitati che li incrociavano: c’era chi scoppiava a ridere, chi distoglieva lo sguardo pensando che non fosse normale (e, diciamo la verità, non aveva tutti i torti) e chi la fissava come se non riuscisse a capire cosa stesse realmente guardando. I fumati ovviamente non facevano una piega.

Arrivati a casa e visto che il bel tempo teneva duro, mentre alcune rientravano in appartamento per le grandi manovre, noialtri ci siamo seduti a uno dei tavolini del pub sotto casa e abbiamo preso qualcosa da bere (leggi birrette), passando un’allegra mezzora a guardare la fauna locale che sciamava verso le vie del centro. C’era veramente di tutto. Al momento del secondo giro di beveraggi, la Cecca e Rico sono partiti verso la porta del pub, trovandosi però a dover fare la fila per entrare perché l’ingresso è vietato a chi ha meno di 16 anni e il buttafuori stava controllando i documenti di un gruppo di ragazzine davanti a loro. Io li osservavo da lontano, sembravano i prof che accompagnano le classi in gita.
Il buttafuori a testa bassa controllava i documenti uno a uno; quando è arrivato il suo turno la Cecca gli ha dato una tesserina (che ho scoperto dopo essere la chiave dell’appartamento) e lui ha alzato lo sguardo con un’espressione del tipo “Cosa fai mi prendi per il culo?” Quando ha visto la Cecca, è scoppiato a ridere e li ha fatti entrare. Ha continuato a ridere per parecchio. Anch’io.
Dopo un po’ ci ha raggiunto la Berti che voleva anche lei farsi una birretta però, come ha tenuto a precisare, “una pinta piccola”. Inevitabile il successivo massacro verbale a base di metri corti, chili leggeri e così via.

La sera ce la siamo presa comoda, chiacchierando e guardando la tv mentre una si stirava i capelli, l’altra se li arricciava e l’altra ancora rimpiangeva di non aver comprato la parrucca viola al mercato quella mattina. Quando finalmente siamo usciti per cenare era già parecchio tardi; dopo mezzora di discussioni, proposte e controproposte, qualcuno (per fortuna nessuno si ricorda chi) ha proposto un ristorante messicano lì vicino e il popolo, stremato dalla battaglia, ha approvato.
Taglio corto perché è inutile e doloroso rivivere il trauma; mi limito a pochi ma significativi dettagli per fare un quadro della situazione:
 a)      Le insalate che abbiamo ordinato non sono mai arrivate ma hanno tentato comunque di addebitarcele; ovviamente la Berti  li ha rimandati subito a casina loro;
b)      Il polpo era tenero quando un copertone di camion;
c)      La pannocchia di mais era bruciata, come pure il contorno di verdure della Clodia;
d)      Nella tortilla (si fa per dire) abbiamo trovato un guscio d’uovo.
 Come da manuale, il conto era pure salato.
Abbiamo abbandonato quel covo di rapinatori mugugnando e invocando a gran voce un controllo dell’Ufficio di Igiene locale; in mezzo allo scontento generale è arrivato il commento lapidario del Principe:
“Ci fotterono”.

Continua....

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