venerdì 2 dicembre 2011

Street art e marshmallow puffosi: Drink & Draw per Cesena Comics

Domenica 13 novembre si è concluso ufficialmente Cesena Comics 2011, il festival dedicato al fumetto e ai suoi fan di tutte le età. La conclusione era affidata a un evento particolare, una serata “Drink & Draw” in cui vari disegnatori ospiti del festival si sarebbero trovati a bere un bicchiere di buon bere, fare due chiacchiere e, soprattutto, disegnare in libertà.
La colonna sonora della serata era nelle mani di “Enrico Farnedi e i suoi ukuleli” (mi piace ukuleli), quindi noi non potevamo mancare.
Alle ore 20.30 l’Ale ha suonato il mio campanello e alle 20.45 eravamo sotto casa della Clodia; la Ste purtroppo era di turno al teatro Bonci e quindi ci avrebbe raggiunto là.
Per una volta abbiamo osato (non guidavo io) e la nostra baldanza è stata ricompensata: abbiamo trovato parcheggio a pochi metri dalla piazza del popolo, più centro di così non si può.
Andando verso il locale ci siamo fermati davanti a un negozio di suppellettili e, mentre la Rini e Paul vagliavano gli oggetti in vetrina alla ricerca dell’attaccapanni definitivo, mi è caduto l’occhio per terra e più precisamente sul disegno dell’omino che indica il percorso pedonale, disegno che una mano misteriosa aveva reinterpretato. L’umorismo romagnolo pare godere di ottima salute.
L’enoteca Vivì era già parecchio affollata per cui ci siamo buttati sull’unico divano libero, quello di fianco a dove suonava il Farnedi. Peccato che il divano fosse per tre e noi invece fossimo quattro, per cui l’Ale e la Clodia che erano in mezzo stavano come papesse, mentre io e Paul ai lati eravamo a dir poco sacrificati, a dir bene insteccati come stoccafissi. Quando è iniziato il concerto mi sono ritrovata a fare le contorsioni per vedere qualcosa perché, pur essendo di fianco al palco (anche quello un altro divano), nel tentativo di far posto a tutti alla fine mi ero ritrovata girata al contrario (sono un genio). In più alcune ragazze, non riuscendo a trovare sedie libere, avevano optato per il pavimento, soluzione comprensibilissima ma che trasformava qualsiasi tentativo di andare a prendere da bere in un simil-camel trophy. Per fortuna di lì a poco due degli occupanti del divano di fronte se ne sono andati e noi ne abbiamo preso possesso, se non altro ho evitato un potenziale colpo della strega.
Sul tavolino di fronte a noi, oltre ai prevedibili bicchieri di vino, c’erano delle mucche pezzate di plastica, uno scoiattolo a molla e uno stagno con paperette anch’esso di plastica. A Farnedi ci piace decorare (vedi asse da stiro avvolta in una tovaglia e cosparsa di lucine di Natale posta a lato palco).
L’artista era in solitaria, quindi il concerto è stato molto raccolto, intimo. Non aveva pedalini e questo secondo me un po’ l’ha fatto soffrire ma a volte la vita è matrigna. A noi invece è andata meglio: da una parte Paul  si è eroicamente offerto di andarci a prendere qualcosa da bere e ci ha portato a chi un ottimo bicchiere di rosso, a chi del vin santo, sfidando le intemperie di quel mare di gambe e piedi che lo separava dal bar, dall’altra Farnedi aveva messo a disposizione del pubblico una ciotola piena di orsetti gommosi e noi non ci siamo certo fatti pregare.
Però c’è un però; al nostro arrivo non avevamo potuto fare a meno di notare il sacchetto di marshmallow a forma di puffi appoggiato con noncuranza sul divano del musico, il quale musico l’aveva definito un omaggio dell’organizzazione. Ora, a casa mia, se lasci un sacchetto di roba da mangiare in bella vista, poi lo devi condividere, mica puoi fare finta di niente. E invece il concerto proseguiva e di puffi neanche l’ombra. Ho deciso di passare all’azione: mentre Farnedi era impegnato con l’accordatura del millesimo ukulele, ho iniziato ad allungare la mano poco a poco, strisciando sul divano in direzione del sacchetto. Di fonte a me la Clodia ha notato la mia manovra e io le ho fatto un cenno, indicando con gli occhi il sacchetto di puffi; immaginate il mio sgomento quando la serpe in seno mi ha segnalato al Farnedi svelando l’ardito piano! In un attimo il sacchetto di puffi è sparito e sono stata pubblicamente redarguita. Vari gesti in direzione della Rinaldi le hanno fatto capire che me l’avrebbe pagata, la spiona, intanto però toccava rassegnarsi. Il concerto è proseguito tra cover del cugino veterinario e cuori a metano. L’unico appunto che mi sentirei di fare è che quando l’uomo ha attaccato Julie, l’ukulele scelto era troppo morbido per rendere la disperazione e l’angoscia del pezzo. Ma poi queste sono idee mie che chissà…
Pur continuando a seguire il concerto, una parte della mia mente si arrovellava sul problema dell’accesso ai puffi, temporaneamente impedito, come sbloccare la situazione?
 Alla fine ci sono riuscita ma, onestamente, non posso prendermi il merito della situazione se non per il fatto di aver colto l’attimo: Farnedi mi ha alzato la palla e io ho schiacciato. Eravamo ormai ben oltre la metà del concerto quando al microfono the artist mi ha chiesto che ore fossero e io gli ho risposto “È l’ora dei puffi!” A quel punto aveva le mani legate, ha tirato fuori il sacchetto e l’ha fatto girare. Dopo vari avanti e indietro, finalmente la merce è tornata all’ovile e ho potuto assaggiarne uno: la cosa più schifosa che si possa immaginare, dopo dieci secondi ti sembra di aver in bocca una lumaca, oltretutto sa di plastica ma dolcissima. Ho dato fondo a tutto il mio vasto repertorio di facce schifate, avrei voluto sputarlo ma non si fa (sempre ste xxx di buone maniere) quindi mi è toccato ingoiarlo tra le risate del popolo dei divani.
Tra le chicche del concerto segnalo la cover di Bovi in moscone, una delle mie canzoni favorite, anche se preferisco ascoltarla quando c’è anche Marco Bovi che suona. Mi resta il rammarico di non essermi alzata per osservare un po’ più da vicino i disegnatori al lavoro che purtroppo erano dall’altra parte della sala; ci ho pensato più di una volta ma, da una parte avrei dovuto calpestare parecchia gente accomodatasi sul tappeto, dall’altra ero seduta proprio a mezzo metro dal Farnedi e quindi un mio alzarmi e andare via non sarebbe passato inosservato quindi, da vera pusillanime, ho lasciato che il non oso prevalesse sul vorrei come il vecchio gatto del proverbio.
Si stava bene in quel posto là, tra chi chiacchierava, chi disegnava, chi elencava le cose da mangiare che non ci piacciono e chi come l’Albertini elencava quelle che non può mangiare per intolleranze varie. È un po’ il dramma di quelle domeniche sera che finiscono tra le migliori, quando stai passando una serata stupenda ma hai il lunedì appollaiato sulla spalla che rompe le balle, quindi alla fine ci siamo arresi, abbiamo salutato un po’ tutti e, con un ultimo inchino a Elisa Rocchi per rendere merito all’organizzazione del Festival e della serata, noi cinque donzelletti abbiamo abbandonato il calore del Vivì per il freddo e il gelo dell’era glaciale scesa quella sera giusto per noi.
Qui trovate alcune foto della serata




Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

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