La partenza per Bruges è prevista in tarda mattinata; ci alziamo per tempo in modo da finire la valigia e svegliamo Mauro dicendogli che si dia una mossa altrimenti si fa tardi.
Dopo un po’ il poveretto arriva con una faccia alquanto perplessa e chiede: “Ma l’avete messo l’orologio indietro di un’ora?”
Improvvisa impennata del numero di brutture giornaliere. Con tutto il bisogno di dormire che c’era, abbiamo buttato giù per il cesso un’ora di sonno. Boia l’ora legale e i nostri tre neuroni fancazzisti. Ma andiamo avanti.
Ovviamente, come in tutte le giornate di viaggio, c’è voluta una vita per arrivare a destinazione perché come sempre accade in gruppo, uno doveva andare in bagno, uno voleva il caffè, uno voleva il croissant, uno doveva fumare la sigaretta, uno affilava il coltello pensando a chi sgozzare per primo, tra quello del bagno, quello del caffè o quello del croissant, tanto quello della sigaretta ci pensavano già catrame e nicotina.
Abbiamo fatto una breve camminata verso la stazione e anche lì a ogni curva della strada dovevamo avere mille occhi altrimenti qualcuno rimaneva per strada (anch’io, a dir la verità); con il biglietto in mano ci dirigiamo verso la scala che porta ai binari mentre un gruppo di astuti prende l’ascensore per fare prima e non dover trascinare su i bagagli. Peccato che l’ascensore porti al binario di fianco. Pacchi di risate.
Arriviamo in aeroporto e via a prendere le macchine. Per un attimo ci illudiamo alla vista di una cinquecento rosa shocking ma non è la nostra macchina, sigh. Ci infiliamo nella seconda macchina tutti contenti con la Cecca al volante ma all’improvviso Mauro decide che nell’altra macchina in tre dietro stanno stretti e noi invece in due mooolto più larghi (loro hanno una focus, noi una fiesta, boh) quindi comincia a fare una gran scena che lui dietro non ci vuole stare. A quel punto alla sottoscritta che di pazienza non è che ne abbia da dar via, le girano gli zebedei (virtuali), quindi manda a cagare il sopracitato Mauro andandosi a sedere al suo posto nella focus. Il viaggio può finalmente cominciare.
Il nostro bolide condotto con mano sicura dalla Berti divora la strada con l’occasionale supporto del navigatore nel telefono di Claudio che si rivela di grande utilità in più di un’occasione; la strada è costellata di campi, torri eoliche, boschi, pecore, torri eoliche, mucche, torri eoliche. Qui le torri eoliche vanno molto.
L’unico neo del navigatore in questione è un’impostazione demoniaca per cui se superi di 1 km il limite di velocità suona un allarme che fa il rumore delle campane a morto, un po’ un monito “Chi va forte va alla morte”, che non contribuisce alla spensieratezza del viaggio. La radio però ci dà una mano con una programmazione che si fa dare del lei e a un certo punto io, la Clodia e la Berti ci troviamo a cantare a squarciagola “Hot stuff” ballando sguaiatamente nonostante le infamate del Principe e i sospiri rassegnati di Claudio.
E finalmente, dopo un lungo peregrinare, raggiungiamo Bruges che è in effetti molto pittoresca e molto ben tenuta, anche se un po’ cartolinosa. Check in e poi via in esplorazione, approfittando del bel tempo. Valanghe di foto, belle, brutte e soprattutto deficienti.
Probabilmente il fatto che sia il weekend dei morti spiega la folla oceanica che riempie il centro. In giro ci sono carrozze e cavalli che portano a spasso i turisti e le strade sono piene di negozietti di cioccolata, cartoline e merletti. Ora, non fraintendiamoci, non è che ci si auguri che un colossale incendio distrugga tutti i pizzi e i merletti di questo mondo e spazzi via coloro che li fabbricano; però qui non giri angolo senza sbattere in qualche vetrina merlettata, alla lunga è un po’ una maletta.
Arrivati alla piazza principale, guardandomi intorno, noto una fila chilometrica che finisce nel mezzo della piazza, intorno il nulla. Cos’è? Un’opera d’arte contemporanea? Scatteranno una foto con il satellite? La risposta arriva pacchianamente decorata e trainata da due cavalli: tutta questa gente in fila VUOLE essere scarrozzata in giro per la città su uno di quei cosi. Di fronte a tutto ciò tornerebbe utile il famoso incendio colossale di cui si parlava prima, facciamo tabula rasa e speriamo nelle nuove generazioni.
Ovviamente non può mancare la quotidiana sosta cum birretta; in questo caso però riuscire a trovare posto per nove persone ci costa parecchia fatica ma alla fine trionfiamo e ci sediamo intorno ai tavolini di un bar all’aperto con vista sui canali della città. Il panorama è molto bello, la birra è buona, per non parlare degli scrocchini di dubbia origine ma decisamente masticabili; ciononostante, ci vediamo costretti a porre fine al magico momento, dovendo tornare in hotel a prepararci per la grande soirée che ci attende.
Sì, perché la Berti, che conosce praticamente mezzo mondo, ha due fornitori in zona (niente spaccio, niente contrabbando, solo trasporti) i quali, sapendo che si trova a Bruges, l’hanno invitata a cena e, informati della nostra presenza, hanno esteso l’invito all’intera compagnia.
L’inquietudine si fa strada; noi si era partiti convinti di fare un viaggio alla buona, quindi non è che si abbia in valigia roba da poter sfoggiare al ristorante. L’unica che avrebbe la mise adatta per la serata, la Gioia, l’ha indossata la sera prima al ristorante messicano e forse per scaramanzia, rifiuta di metterla di nuovo, non si sa mai.
Partiamo quindi tutti un po’ “informali”, eccetto la Berti che almeno ha una stola/foularino/pashmina che fa già vestito figo. La Rini, onde ovviare al problema, ha messo una maglia con una scollatura vertiginosa, confidando che nessuno si accorgerà di cosa indossa. Vorrei poter fare altrettanto ma purtroppo.
Partiamo alla volta di Zeebrugge (sul mare), sempre accompagnati dagli allegri rintocchi a morto del navigatore di Claudio il quale, dopo che la Berti gli ha chiesto di non metterle ansia mentre guida, ripete a intervalli regolari quanto manca all’arrivo, sottolineando quando il tempo di percorrenza aumenta. Tuttora ci si chiede come abbia fatto ad arrivare indenne al ristorante.
Entriamo e i camerieri vengono a prenderci i cappotti mentre noi ci scambiamo sguardi della serie “Oddio, dove siamo finiti, qui ci tolgono anche le mutande!”
I due ospiti, marito e moglie, sono già arrivati. Prendiamo posto a tavola e io, seduta di fianco alla Berti, alzando lo sguardo mi rendo conto che nessuno si è seduto a fianco della signora. Dico a Mauro di scalare di un posto, non possiamo certo trattarli come dei lebbrosi. Lui mi guarda col panico negli occhi e fa segno di no, che lui non sa una parola di francese. A risolvere la situazione ci pensa la Clodia che s’immola per la causa. Intanto la Berti è già in piena conversazione e brandisce minacciosamente un cocktail, mentre intorno a noi svolazzano miriadi di camerieri portando pane, burro, vino e alcuni centrotavola che reggono delle ciotoline con una strana salsa gialla. La studiamo perplessi, sarà una salsa per i crostini? Un intingolo per il fritto? Una crema da cucchiaio? Cosa diavolo è? L’unica è aspettare e vedere cosa fanno gli ospiti, i quali ospiti dopo un po’ prendono ciascuno una ciotolina e c’informano che trattasi di crema di zucca. Sospiro di sollievo.
Il vero momento magico, quello che resterà scolpito nella memoria della sottoscritta, arriva quando portano gli antipasti.
Faccio una premessa: la Berti, conoscendo i suoi polli, aveva chiesto il menù vegetariano per una persona e il cameriere aveva prontamente dichiarato la propria disponibilità. Sì, però il tapino non poteva sapere che noi si andava ben oltre il vegetarianesimo e giustamente, essendo ospiti, nessuno si è sentito di dirglielo. Ragion per cui, quando hanno portato gli antipasti, a noi sono toccate le crocchette al prosciutto e formaggio o le ostriche, mentre alla Clodia hanno servito una sontuosa insalata coperta da un palpabilissimo mare di cipolla. A casa Rini la cipolla è uno di quei cibi che se lo nomini dopo devi fare l’esorcismo quindi ci siamo trovati di fronte a un problema di galateo: dalla faccia della Clodia si capiva che mangiare la cipolla non era neanche pensabile ma, come evitare che l’ospite al suo fianco si rendesse conto della situazione? La soluzione ha richiesto uno sforzo di gruppo: la Clodia mangiava l’insalata evitando accuratamente la cipolla, mentre ogni tanto qualcuno di noi, Mauro tra tutti, chiedendo di assaggiarla, toglieva di mezzo parte della pestilenziale mostruosità.
La necessità si è ripresentata all’arrivo della portata principale, nel suo caso una pasta primavera disseminata di cavolfiori e altri ingredienti tabù, ma ormai il più era fatto, avevamo un sistema. Anche noi carnivori abbiamo avuto le nostre difficoltà: il mio filetto ben cotto era praticamente ancora vivo mentre il filetto al sangue della Berti era quasi carbonizzato, in quel caso è bastato un rapidissimo scambio di piatti e via andare. A quel punto però ci erano già passate per le mani almeno tre bottiglie di vino differenti, quindi si è fatto tutto un po’ confuso. A terminare la serata ci hanno pensato caffè e abbondanti ammazzacaffè e quando ci siamo congedati dai nostri ospiti e siamo saliti in macchina, pochi nutrivano concrete speranze di arrivare sani e salvi in camera, senza prima vedere da vicino un fosso belga.
Tra il livello etilico stellare di…un po’ tutti, il dannatissimo navigatore menagramo e il buio buissimo della notte, il viaggio di ritorno è stato un’impresa epica. A un certo punto qualcuno (non diremo chi) voleva scendere a fare la pipì, peccato fossimo fermi a un semaforo.
Contro ogni logica siamo riusciti a ritrovare l’albergo e a tornare nelle rispettive camere. Ci siamo attardati un momento in una camera (non diremo di chi) e mentre si chiacchierava allegramente qualcuno ha detto:”Mi sa che me la sono fatta addosso”. A quel punto per noi si era proprio fatta ora di andare a letto e abbiamo tagliato la corda al suono di: “Ecco, quando c’è da pulir dei culi se la filano tutti!”
Alla luce di questa travolgente esperienza posso affermare senza timore di essere smentita, che a noi la barriera linguistica ci fa una sonora pippa, che nonostante i due abbiano parlato francese per quasi tutta la sera (solo alla fine ho scoperto che parlavano anche inglese, dopo ore di sofferenza) abbiamo comunque fatto la nostra porca figura di italiani che sanno comunicare pure con le pietre. We rock.
lunedì 6 dicembre 2010
sabato 4 dicembre 2010
Forse in miniera è peggio....forse
Qualche giorno fa mi chiamano per un lavoro: un'azienda ha bisogno di due interpreti per un meeting in una vicina città di mare. Fin qui niente di strano. Dopo qualche ora scopro che il lavoro inizia alle 8 di mattina quindi dobbiamo essere là alle 7.30. Vabbè, una levataccia alle 5 ogni tanto non ti uccide. Peccato però che si lavori dalle 8 alle 19 con solo un'ora di pausa (dieci ore). Allora no, non voglio morire di sfinimento quindi chiedo la camera per la sera prima. Risposta, non c'è problema però dato che non possono spendere per l'attrezzatura per la simultanea (leggi pagare un tecnico) useranno un altro sistema ma senza la cabina per la traduzione.
Lo so che come introduzione è pallosa ma credetemi, serve.
In sostanza saremo sedute a un tavolino con un microfono in mano in una sala piena di gente e tradurremo per gli ospiti stranieri che ci sentiranno con le cuffie. Loro, perché noi col cavolo che abbiamo le cuffie, noi saremo in sala in mezzo al popolo bove.
Non so se avete presente cosa fa la gente alle conferenze: chiacchiera, legge il giornale, risponde al cellulare, starnutisce, tossisce ecc. E noi dovremmo cercare di capire cosa dicono dei tizi sul podio che spesso sono incomprensibili anche quando sei chiusa ermeticamente nel silenzio della tua cabina.
Vabbè, il lavoro è lavoro, forza e coraggio. Andremo io e Isabella.
Sono previsti 20 interventi e ovviamente chiediamo che mandino copia delle presentazioni che useranno; al momento della partenza verso la famosa cittadina, alle 20.30 di venerdì, ne abbiamo ricevuti ben 4. Allegria.
L'avventura parte bene, strada libera, tempo buono. Arrivo sul lungomare con la massima tranquillità, tanto chi vuoi che ci sia da queste parti in novembre? Una bolgia infernale. E' vero che è venerdì sera, ma cosa diavolo ci fa tutta sta gente qua? Lo scopro poco dopo; sono tutti diretti al mio albergo.
All'ingresso dell’hotel c'è uno che ha tutta l'aria del buttafuori; mi squadra e mi fa "Ciao, entra pure". Ora, non è che io me la tiri però mi chiedo:
a) chi diavolo è sto tizio?
b) cosa fa un buttafuori con tanto di auricolare davanti al mio albergo?
c) il buon vecchio Buonasera che fine ha fatto?
Entro e faccio il check in e, guardandomi intorno, mi rendo conto che dentro all'hotel deve esserci un ristorante o roba del genere, perché arrivano continuamente gruppi di gente tirata a balestra (oro e lustrini ovunque).
Mi danno la chiave e salgo in camera. Chiudo la porta e finalmente mi rilasso. Do un’occhiata in giro e niente da dire, la camera è grande, con un bel bagno. Il problema si pone al momento di dormire, quando spengo la tv: nel silenzio si sente una musica che pompa che non lascia dubbi, da qualche parte qui dentro c'è un locale notturno che fa un curioso casino.
Provo a spegnere la luce per vedere se la stanchezza ha la meglio; combatto per un'oretta ma non ho fatto i conti con il freddo polare della camera e il velo di copriletto a mia disposizione. Apro l'armadio per prendere la coperta. Non c’è'. La coperta non c'è! Un po’ come dire che si è seccato il mare, che la Nutella è blu e le Big Babol verdi. La coperta in hotel è una delle certezze della vita, di questo passo dove andremo a finire?!
Distrutta dalla stanchezza mi butto addosso il telo della doccia e, visto che il cuscino è un'ostia, prendo quello del letto di fianco e glielo metto sopra.
Adesso devo dormire, la sveglia suona alle 6.15 e sarà ormai l'una, dovrò dormire almeno qualche ora!!!
Spengo la luce e appoggio la testa sul cuscino che mi accoglie con uno spuntone non meglio identificato; allungo una mano e dopo aver tastato in qua e in là mi tocca ammettere l'incredibile: in questo cuscino c'è una molla di metallo. Perché? Chi mette una molla in un cuscino? Accendo la luce e lo esamino ma è cucito. Chi cuce una molla in un cuscino? Perché?
Non so bene quando ma a un certo punto crollo. Mi sveglio che è ancora buio, accendo il cellulare e scopro che sono le 5.36. Ma porc...adesso figurati se mi riaddormento. Dopo qualche tentativo poco convinto, accendo la luce e leggo.
Fortunatamente un libro l'ho portato, è "Orgoglio e pregiudizio e zombie" e francamente mi ci identifico abbastanza.
Incontro Isabella a colazione e poco dopo partiamo. La nebbia è fittissima e il paesaggio a dir poco spettrale, sarà un segno?Arrivate a destinazione scopriamo che, nonostante l'avessimo precisato, il tavolo per noi non è previsto; secondo loro dobbiamo stare sedute tra il pubblico in ultima fila con i computer sulle ginocchia. Va là che non è vero! Ci facciamo portare il tavolino ma pare sia troppo vicino al palco, il nostro sussurrare li disturba. Ma se noi sussurriamo e loro parlano col microfono! Misteri.
Mentre tentiamo di posizionare il tavolo in modo da vedere palco e schermo, arriva una tipa con tailleur inamidatissimo che, vedendoci lì sedute al tavolino fa una faccia come se avesse mangiato un limone e sbotta: “Ma io mi aspettavo che assumendo degli interpreti professionisti ci sarebbe stata anche la cabina! Alzo la testa e le rifilo un’occhiataccia delle mie, ribattendo gelida:” Francamente anch’io”
Iniziamo a lavorare sedute al dannato tavolino ma le proteste aumentano e a un certo punto mentre sto lavorando, Isabella mi fa capire che ci spostiamo in una stanza lì vicino. O almeno è quello che capisce quel decimo di cervello che può dedicarle attenzione. Invece quando vado di là scopro che ci hanno messo a lavorare al tavolo della reception! Non è una stanza ma l'ingresso dell'azienda! L'audio arriva da un televisore appeso al muro e quindi è strepitoso. Aggiungo che, nonostante il sabato l’azienda sia chiusa, passa puntualmente gente che sbatte porte, risponde al cellulare, accende la macchina del caffè, insomma, a parte i sacrifici umani, capita di tutto.
Passiamo buona parte del tempo a zittire quelli che passano di lì, lanciando occhiatacce a destra e a manca. Mi sento molto la signorina Rottermeier.
Dopo l’ennesima mezzora di lavoro, passo il testimone a Isabella e mi rifugio in bagno ma non sono al sicuro neppure lì; m’imbatto in una delle organizzatrici che mi comunica con la massima disinvoltura che può darsi che ci siano dei ritardi e lavoriamo più a lungo ma che ci pagheranno l’albergo per un’altra notte. Il solo pensiero di un’altra notte in quella ghiacciaia mi fa venire la pelle d’oca e le faccio capire senza mezzi termini che devono finire all’orario concordato perché più di dieci ore non si può lavorare, specialmente in quelle condizioni.
Ovviamente tutti i relatori arrivano con le loro belle presentazioni in power point piene di tabelle e grafici lillipuziani che, sul televisore della reception a cinque metri da noi, sembrano tante strane formichine.
Quando finalmente si fa ora di pranzo, siamo praticamente alla frutta. Raggiungiamo per tempo il buffet e riusciamo a vedere il tavolo prima che le cavallette lo spoglino. Ce n’è di ogni: coda di rospo, salmone, tagliolini allo scoglio, ravioli, carpaccio, pesci al forno, ecc ecc. Impossibile non chiedersi come sarebbero andate le cose se invece di spendere uno stramilione di euro nel super buffet pescioso, avessero optato per qualcosa di più semplice (e digeribile) e dirottato parte dei fondi verso il noleggio della cabina+tecnico. Non lo sapremo mai, in compenso mi trovo a sperare in un’intossicazione alimentare che metta fine alle mie sofferenze.
Il pomeriggio prosegue più o meno sulla falsariga della mattina, con solo qualche momento degno di nota:
a) nonostante ci avessero assicurato che l’azienda era chiusa, a un certo punto compare un ragazzo che ha tutta l’aria del corriere e, vedendoci al tavolo della reception, viene verso di noi parlandoci ad alta voce. Mi sbraccio come una forsennata e quello mi squadra come se mi avesse dato di volta il cervello ma almeno smette di parlare; lo trascino fuori e gli spiego la situazione. La faccia è un po’ dubbiosa ma almeno si avvia verso la cabina del custode (lui la cabina ce l’ha) e non lo vediamo più.
b) nel corso del pomeriggio mi levo la soddisfazione di zittire la tipa inamidata della mattina (aspettavo l’occasione da ore) e, per rilassarmi, nei momenti liberi inizio a scrivere questo resoconto, tra un’occhiataccia e un “shhhh!!!!!”
La ciliegina sulla torta arriva nel tardo pomeriggio: uno dei partecipanti esce dalla sala, si appoggia al nostro tavolo e viene colto da una crisi di tosse. Intere frasi che volano fuori dalla finestra. Evvai.
La frase più bella di tutta la giornata?
“E con questo abbiamo concluso”
Lo so che come introduzione è pallosa ma credetemi, serve.
In sostanza saremo sedute a un tavolino con un microfono in mano in una sala piena di gente e tradurremo per gli ospiti stranieri che ci sentiranno con le cuffie. Loro, perché noi col cavolo che abbiamo le cuffie, noi saremo in sala in mezzo al popolo bove.
Non so se avete presente cosa fa la gente alle conferenze: chiacchiera, legge il giornale, risponde al cellulare, starnutisce, tossisce ecc. E noi dovremmo cercare di capire cosa dicono dei tizi sul podio che spesso sono incomprensibili anche quando sei chiusa ermeticamente nel silenzio della tua cabina.
Vabbè, il lavoro è lavoro, forza e coraggio. Andremo io e Isabella.
Sono previsti 20 interventi e ovviamente chiediamo che mandino copia delle presentazioni che useranno; al momento della partenza verso la famosa cittadina, alle 20.30 di venerdì, ne abbiamo ricevuti ben 4. Allegria.
L'avventura parte bene, strada libera, tempo buono. Arrivo sul lungomare con la massima tranquillità, tanto chi vuoi che ci sia da queste parti in novembre? Una bolgia infernale. E' vero che è venerdì sera, ma cosa diavolo ci fa tutta sta gente qua? Lo scopro poco dopo; sono tutti diretti al mio albergo.
All'ingresso dell’hotel c'è uno che ha tutta l'aria del buttafuori; mi squadra e mi fa "Ciao, entra pure". Ora, non è che io me la tiri però mi chiedo:
a) chi diavolo è sto tizio?
b) cosa fa un buttafuori con tanto di auricolare davanti al mio albergo?
c) il buon vecchio Buonasera che fine ha fatto?
Entro e faccio il check in e, guardandomi intorno, mi rendo conto che dentro all'hotel deve esserci un ristorante o roba del genere, perché arrivano continuamente gruppi di gente tirata a balestra (oro e lustrini ovunque).
Mi danno la chiave e salgo in camera. Chiudo la porta e finalmente mi rilasso. Do un’occhiata in giro e niente da dire, la camera è grande, con un bel bagno. Il problema si pone al momento di dormire, quando spengo la tv: nel silenzio si sente una musica che pompa che non lascia dubbi, da qualche parte qui dentro c'è un locale notturno che fa un curioso casino.
Provo a spegnere la luce per vedere se la stanchezza ha la meglio; combatto per un'oretta ma non ho fatto i conti con il freddo polare della camera e il velo di copriletto a mia disposizione. Apro l'armadio per prendere la coperta. Non c’è'. La coperta non c'è! Un po’ come dire che si è seccato il mare, che la Nutella è blu e le Big Babol verdi. La coperta in hotel è una delle certezze della vita, di questo passo dove andremo a finire?!
Distrutta dalla stanchezza mi butto addosso il telo della doccia e, visto che il cuscino è un'ostia, prendo quello del letto di fianco e glielo metto sopra.
Adesso devo dormire, la sveglia suona alle 6.15 e sarà ormai l'una, dovrò dormire almeno qualche ora!!!
Spengo la luce e appoggio la testa sul cuscino che mi accoglie con uno spuntone non meglio identificato; allungo una mano e dopo aver tastato in qua e in là mi tocca ammettere l'incredibile: in questo cuscino c'è una molla di metallo. Perché? Chi mette una molla in un cuscino? Accendo la luce e lo esamino ma è cucito. Chi cuce una molla in un cuscino? Perché?
Non so bene quando ma a un certo punto crollo. Mi sveglio che è ancora buio, accendo il cellulare e scopro che sono le 5.36. Ma porc...adesso figurati se mi riaddormento. Dopo qualche tentativo poco convinto, accendo la luce e leggo.
Fortunatamente un libro l'ho portato, è "Orgoglio e pregiudizio e zombie" e francamente mi ci identifico abbastanza.Incontro Isabella a colazione e poco dopo partiamo. La nebbia è fittissima e il paesaggio a dir poco spettrale, sarà un segno?Arrivate a destinazione scopriamo che, nonostante l'avessimo precisato, il tavolo per noi non è previsto; secondo loro dobbiamo stare sedute tra il pubblico in ultima fila con i computer sulle ginocchia. Va là che non è vero! Ci facciamo portare il tavolino ma pare sia troppo vicino al palco, il nostro sussurrare li disturba. Ma se noi sussurriamo e loro parlano col microfono! Misteri.
Mentre tentiamo di posizionare il tavolo in modo da vedere palco e schermo, arriva una tipa con tailleur inamidatissimo che, vedendoci lì sedute al tavolino fa una faccia come se avesse mangiato un limone e sbotta: “Ma io mi aspettavo che assumendo degli interpreti professionisti ci sarebbe stata anche la cabina! Alzo la testa e le rifilo un’occhiataccia delle mie, ribattendo gelida:” Francamente anch’io”
Iniziamo a lavorare sedute al dannato tavolino ma le proteste aumentano e a un certo punto mentre sto lavorando, Isabella mi fa capire che ci spostiamo in una stanza lì vicino. O almeno è quello che capisce quel decimo di cervello che può dedicarle attenzione. Invece quando vado di là scopro che ci hanno messo a lavorare al tavolo della reception! Non è una stanza ma l'ingresso dell'azienda! L'audio arriva da un televisore appeso al muro e quindi è strepitoso. Aggiungo che, nonostante il sabato l’azienda sia chiusa, passa puntualmente gente che sbatte porte, risponde al cellulare, accende la macchina del caffè, insomma, a parte i sacrifici umani, capita di tutto.
Passiamo buona parte del tempo a zittire quelli che passano di lì, lanciando occhiatacce a destra e a manca. Mi sento molto la signorina Rottermeier.
Dopo l’ennesima mezzora di lavoro, passo il testimone a Isabella e mi rifugio in bagno ma non sono al sicuro neppure lì; m’imbatto in una delle organizzatrici che mi comunica con la massima disinvoltura che può darsi che ci siano dei ritardi e lavoriamo più a lungo ma che ci pagheranno l’albergo per un’altra notte. Il solo pensiero di un’altra notte in quella ghiacciaia mi fa venire la pelle d’oca e le faccio capire senza mezzi termini che devono finire all’orario concordato perché più di dieci ore non si può lavorare, specialmente in quelle condizioni.
Ovviamente tutti i relatori arrivano con le loro belle presentazioni in power point piene di tabelle e grafici lillipuziani che, sul televisore della reception a cinque metri da noi, sembrano tante strane formichine.
Quando finalmente si fa ora di pranzo, siamo praticamente alla frutta. Raggiungiamo per tempo il buffet e riusciamo a vedere il tavolo prima che le cavallette lo spoglino. Ce n’è di ogni: coda di rospo, salmone, tagliolini allo scoglio, ravioli, carpaccio, pesci al forno, ecc ecc. Impossibile non chiedersi come sarebbero andate le cose se invece di spendere uno stramilione di euro nel super buffet pescioso, avessero optato per qualcosa di più semplice (e digeribile) e dirottato parte dei fondi verso il noleggio della cabina+tecnico. Non lo sapremo mai, in compenso mi trovo a sperare in un’intossicazione alimentare che metta fine alle mie sofferenze.
Il pomeriggio prosegue più o meno sulla falsariga della mattina, con solo qualche momento degno di nota:
a) nonostante ci avessero assicurato che l’azienda era chiusa, a un certo punto compare un ragazzo che ha tutta l’aria del corriere e, vedendoci al tavolo della reception, viene verso di noi parlandoci ad alta voce. Mi sbraccio come una forsennata e quello mi squadra come se mi avesse dato di volta il cervello ma almeno smette di parlare; lo trascino fuori e gli spiego la situazione. La faccia è un po’ dubbiosa ma almeno si avvia verso la cabina del custode (lui la cabina ce l’ha) e non lo vediamo più.
b) nel corso del pomeriggio mi levo la soddisfazione di zittire la tipa inamidata della mattina (aspettavo l’occasione da ore) e, per rilassarmi, nei momenti liberi inizio a scrivere questo resoconto, tra un’occhiataccia e un “shhhh!!!!!”
La ciliegina sulla torta arriva nel tardo pomeriggio: uno dei partecipanti esce dalla sala, si appoggia al nostro tavolo e viene colto da una crisi di tosse. Intere frasi che volano fuori dalla finestra. Evvai.
La frase più bella di tutta la giornata?
“E con questo abbiamo concluso”
mercoledì 1 dicembre 2010
Cinque giorni tra Amsterdam e Brugge (nove soggetti, un paio di occhiali e un mattone) - terza parte
La giornata di libertà inizia bene, il sabato i muratori non lavorano. Dopo la solita colazione affumicata e decisamente affollata, mentre un gruppo di eroi parte alla volta della casa di Anna Frank noi (che la casa di Anna Frank ci rimbalza) si parte verso il Rijksmuseum (caldamente consigliato da mio zio).
Arriviamo a destinazione dopo una stupenda passeggiata per le vie della città che al momento pare ancora addormentata. La mattinata promette bene.
Purtroppo non mantiene. Ad attenderci di fronte al museo troviamo una fila di quelle che ti fanno cadere le braccia, però pare si muova abbastanza in fretta quindi decidiamo di rimanere. Riusciamo a entrare proprio quando sta iniziando a piovigginare. Lo zio non me ne vorrà ma il museo in questione ti ricorda un po’ che esiste la morte. Sarà che nella nostra ignoranza non riusciamo ad apprezzare l’arte fiamminga, sarà che non avevamo la guida che ci guidasse, sarà che sarà che sarà, comunque una tristezza devastante, condita di gorgiere, occhiaie, e male di vivere. Il colpo di grazia ce lo dà il quadro di una bambina che sembra l’angelo della morte e ti ricorda che a questo mondo tutto è pianto e stridore di denti.
A salvare la situazione arrivano alcune sale piene di case di bambole alte tre metri, perfette ricostruzioni delle case olandesi dell’epoca e un’ultima sala in cui esponevano i disegni dei vincitori di un concorso per illustratori di libri per bambini. Uno in particolare, un libro di sole immagini senza testi, ci ha restituito tutto ciò che avevamo perso nelle sale precedenti e quindi siamo usciti dal museo non proprio pimpanti ma quasi (ovviamente dopo aver acquistato una cartolina con il quadro della bambina brutta da portare come cadeau alla Rini).
Ci siamo avviati per raggiungere il gruppo delle donne che, dopo un’infruttuosa spedizione al museo A.F. (troppa fila) si era separato dagli uomini e procedeva diretto verso un mercato locale; prima però abbiamo fatto una breve sosta in un bar per un rapido spuntino a base di leverwurst (a me pareva Pressatella).
Abbiamo consegnato la foto della bambina brutta che ha avuto l’effetto atteso: sobbalzi, strabuzzamento d’occhi, segni della croce ecc.
Intanto si era fatta l’ora di pranzo e seppur stanchi per il tanto camminare, abbiamo esplorato i dintorni alla ricerca di un posto che andasse bene a tutti e sei (gli altri tre erano ancora in giro per conto loro). In questo caso il destino ci ha gettato un osso, avendoci bistrattato già abbastanza per quel giorno; abbiamo trovato un ristorante molto carino, tranquillo e oltretutto specializzato in zuppe (quello che volevo mangiare io!!!) dove abbiamo mangiato benissimo e ci siamo riposati a dovere. La mia zuppa col coriandolo fresco era buonissima anche se in diversi sostenevano che puzzasse di cimice (io non sniffo insetti abitualmente quindi non saprei).
Siamo tornati alla base sempre camminando, il modo migliore per godersi la città, anche se ogni tanto qualcuno sembrava lì lì per collassare e si temeva di dover buttare il corpo nel canale.
E’ importante precisare che l’esperienza è stata ancora più memorabile grazie a una luminosa iniziativa della Ceccarelli di cui non ho ancora fatto menzione ma che non posso certo ignorare. La gigina in questione ha approfittato di un momento di distrazione del popolo e si è infilata in un negozio dove ha proceduto all’acquisto di un paio di occhiali finti le cui lenti erano disegnate per dare l’impressione che dentro ci fossero gli occhi. E’ inutile tentarne una descrizione, le parole sono impotenti, date un’occhiata alla foto qui sotto e vi renderete conto da soli del genio.
Se li è infilati e poi ha iniziato a girarci intorno senza dire nulla. L’effetto è stato esplosivo. E non si è esaurito certo con la prima apparizione, una fonte di buonumore praticamente inesauribile al modico prezzo di euro 2,5. La Cecca regna, come sempre.
Una volta ripreso il controllo delle nostre facoltà (duramente provate dall’esperienza), abbiamo percorso un tratto di strada con la soggetta e i suoi occhiali che viaggiavano in testa al corteo (sempre scortati da qualcuno perché i due forellini che le permettevano di vedere non davano grandi garanzie e il canale non era poi molto distante). I fortunati che stavano dietro poteva godersi le facce dei malcapitati che li incrociavano: c’era chi scoppiava a ridere, chi distoglieva lo sguardo pensando che non fosse normale (e, diciamo la verità, non aveva tutti i torti) e chi la fissava come se non riuscisse a capire cosa stesse realmente guardando. I fumati ovviamente non facevano una piega.
Arrivati a casa e visto che il bel tempo teneva duro, mentre alcune rientravano in appartamento per le grandi manovre, noialtri ci siamo seduti a uno dei tavolini del pub sotto casa e abbiamo preso qualcosa da bere (leggi birrette), passando un’allegra mezzora a guardare la fauna locale che sciamava verso le vie del centro. C’era veramente di tutto. Al momento del secondo giro di beveraggi, la Cecca e Rico sono partiti verso la porta del pub, trovandosi però a dover fare la fila per entrare perché l’ingresso è vietato a chi ha meno di 16 anni e il buttafuori stava controllando i documenti di un gruppo di ragazzine davanti a loro. Io li osservavo da lontano, sembravano i prof che accompagnano le classi in gita.
Il buttafuori a testa bassa controllava i documenti uno a uno; quando è arrivato il suo turno la Cecca gli ha dato una tesserina (che ho scoperto dopo essere la chiave dell’appartamento) e lui ha alzato lo sguardo con un’espressione del tipo “Cosa fai mi prendi per il culo?” Quando ha visto la Cecca, è scoppiato a ridere e li ha fatti entrare. Ha continuato a ridere per parecchio. Anch’io.
Dopo un po’ ci ha raggiunto la Berti che voleva anche lei farsi una birretta però, come ha tenuto a precisare, “una pinta piccola”. Inevitabile il successivo massacro verbale a base di metri corti, chili leggeri e così via.
La sera ce la siamo presa comoda, chiacchierando e guardando la tv mentre una si stirava i capelli, l’altra se li arricciava e l’altra ancora rimpiangeva di non aver comprato la parrucca viola al mercato quella mattina. Quando finalmente siamo usciti per cenare era già parecchio tardi; dopo mezzora di discussioni, proposte e controproposte, qualcuno (per fortuna nessuno si ricorda chi) ha proposto un ristorante messicano lì vicino e il popolo, stremato dalla battaglia, ha approvato.
Taglio corto perché è inutile e doloroso rivivere il trauma; mi limito a pochi ma significativi dettagli per fare un quadro della situazione:
a) Le insalate che abbiamo ordinato non sono mai arrivate ma hanno tentato comunque di addebitarcele; ovviamente la Berti li ha rimandati subito a casina loro;
b) Il polpo era tenero quando un copertone di camion;
c) La pannocchia di mais era bruciata, come pure il contorno di verdure della Clodia;
d) Nella tortilla (si fa per dire) abbiamo trovato un guscio d’uovo.
Come da manuale, il conto era pure salato.
Abbiamo abbandonato quel covo di rapinatori mugugnando e invocando a gran voce un controllo dell’Ufficio di Igiene locale; in mezzo allo scontento generale è arrivato il commento lapidario del Principe:
“Ci fotterono”.
Continua....
Arriviamo a destinazione dopo una stupenda passeggiata per le vie della città che al momento pare ancora addormentata. La mattinata promette bene.
Purtroppo non mantiene. Ad attenderci di fronte al museo troviamo una fila di quelle che ti fanno cadere le braccia, però pare si muova abbastanza in fretta quindi decidiamo di rimanere. Riusciamo a entrare proprio quando sta iniziando a piovigginare. Lo zio non me ne vorrà ma il museo in questione ti ricorda un po’ che esiste la morte. Sarà che nella nostra ignoranza non riusciamo ad apprezzare l’arte fiamminga, sarà che non avevamo la guida che ci guidasse, sarà che sarà che sarà, comunque una tristezza devastante, condita di gorgiere, occhiaie, e male di vivere. Il colpo di grazia ce lo dà il quadro di una bambina che sembra l’angelo della morte e ti ricorda che a questo mondo tutto è pianto e stridore di denti.
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| Il quadro della bambina brutta |
A salvare la situazione arrivano alcune sale piene di case di bambole alte tre metri, perfette ricostruzioni delle case olandesi dell’epoca e un’ultima sala in cui esponevano i disegni dei vincitori di un concorso per illustratori di libri per bambini. Uno in particolare, un libro di sole immagini senza testi, ci ha restituito tutto ciò che avevamo perso nelle sale precedenti e quindi siamo usciti dal museo non proprio pimpanti ma quasi (ovviamente dopo aver acquistato una cartolina con il quadro della bambina brutta da portare come cadeau alla Rini).
Ci siamo avviati per raggiungere il gruppo delle donne che, dopo un’infruttuosa spedizione al museo A.F. (troppa fila) si era separato dagli uomini e procedeva diretto verso un mercato locale; prima però abbiamo fatto una breve sosta in un bar per un rapido spuntino a base di leverwurst (a me pareva Pressatella).
Abbiamo consegnato la foto della bambina brutta che ha avuto l’effetto atteso: sobbalzi, strabuzzamento d’occhi, segni della croce ecc.
Intanto si era fatta l’ora di pranzo e seppur stanchi per il tanto camminare, abbiamo esplorato i dintorni alla ricerca di un posto che andasse bene a tutti e sei (gli altri tre erano ancora in giro per conto loro). In questo caso il destino ci ha gettato un osso, avendoci bistrattato già abbastanza per quel giorno; abbiamo trovato un ristorante molto carino, tranquillo e oltretutto specializzato in zuppe (quello che volevo mangiare io!!!) dove abbiamo mangiato benissimo e ci siamo riposati a dovere. La mia zuppa col coriandolo fresco era buonissima anche se in diversi sostenevano che puzzasse di cimice (io non sniffo insetti abitualmente quindi non saprei).
Siamo tornati alla base sempre camminando, il modo migliore per godersi la città, anche se ogni tanto qualcuno sembrava lì lì per collassare e si temeva di dover buttare il corpo nel canale.
E’ importante precisare che l’esperienza è stata ancora più memorabile grazie a una luminosa iniziativa della Ceccarelli di cui non ho ancora fatto menzione ma che non posso certo ignorare. La gigina in questione ha approfittato di un momento di distrazione del popolo e si è infilata in un negozio dove ha proceduto all’acquisto di un paio di occhiali finti le cui lenti erano disegnate per dare l’impressione che dentro ci fossero gli occhi. E’ inutile tentarne una descrizione, le parole sono impotenti, date un’occhiata alla foto qui sotto e vi renderete conto da soli del genio.
Se li è infilati e poi ha iniziato a girarci intorno senza dire nulla. L’effetto è stato esplosivo. E non si è esaurito certo con la prima apparizione, una fonte di buonumore praticamente inesauribile al modico prezzo di euro 2,5. La Cecca regna, come sempre.
Una volta ripreso il controllo delle nostre facoltà (duramente provate dall’esperienza), abbiamo percorso un tratto di strada con la soggetta e i suoi occhiali che viaggiavano in testa al corteo (sempre scortati da qualcuno perché i due forellini che le permettevano di vedere non davano grandi garanzie e il canale non era poi molto distante). I fortunati che stavano dietro poteva godersi le facce dei malcapitati che li incrociavano: c’era chi scoppiava a ridere, chi distoglieva lo sguardo pensando che non fosse normale (e, diciamo la verità, non aveva tutti i torti) e chi la fissava come se non riuscisse a capire cosa stesse realmente guardando. I fumati ovviamente non facevano una piega.
Arrivati a casa e visto che il bel tempo teneva duro, mentre alcune rientravano in appartamento per le grandi manovre, noialtri ci siamo seduti a uno dei tavolini del pub sotto casa e abbiamo preso qualcosa da bere (leggi birrette), passando un’allegra mezzora a guardare la fauna locale che sciamava verso le vie del centro. C’era veramente di tutto. Al momento del secondo giro di beveraggi, la Cecca e Rico sono partiti verso la porta del pub, trovandosi però a dover fare la fila per entrare perché l’ingresso è vietato a chi ha meno di 16 anni e il buttafuori stava controllando i documenti di un gruppo di ragazzine davanti a loro. Io li osservavo da lontano, sembravano i prof che accompagnano le classi in gita.
Il buttafuori a testa bassa controllava i documenti uno a uno; quando è arrivato il suo turno la Cecca gli ha dato una tesserina (che ho scoperto dopo essere la chiave dell’appartamento) e lui ha alzato lo sguardo con un’espressione del tipo “Cosa fai mi prendi per il culo?” Quando ha visto la Cecca, è scoppiato a ridere e li ha fatti entrare. Ha continuato a ridere per parecchio. Anch’io.
Dopo un po’ ci ha raggiunto la Berti che voleva anche lei farsi una birretta però, come ha tenuto a precisare, “una pinta piccola”. Inevitabile il successivo massacro verbale a base di metri corti, chili leggeri e così via.
La sera ce la siamo presa comoda, chiacchierando e guardando la tv mentre una si stirava i capelli, l’altra se li arricciava e l’altra ancora rimpiangeva di non aver comprato la parrucca viola al mercato quella mattina. Quando finalmente siamo usciti per cenare era già parecchio tardi; dopo mezzora di discussioni, proposte e controproposte, qualcuno (per fortuna nessuno si ricorda chi) ha proposto un ristorante messicano lì vicino e il popolo, stremato dalla battaglia, ha approvato.
Taglio corto perché è inutile e doloroso rivivere il trauma; mi limito a pochi ma significativi dettagli per fare un quadro della situazione:
a) Le insalate che abbiamo ordinato non sono mai arrivate ma hanno tentato comunque di addebitarcele; ovviamente la Berti li ha rimandati subito a casina loro;
b) Il polpo era tenero quando un copertone di camion;
c) La pannocchia di mais era bruciata, come pure il contorno di verdure della Clodia;
d) Nella tortilla (si fa per dire) abbiamo trovato un guscio d’uovo.
Come da manuale, il conto era pure salato.
Abbiamo abbandonato quel covo di rapinatori mugugnando e invocando a gran voce un controllo dell’Ufficio di Igiene locale; in mezzo allo scontento generale è arrivato il commento lapidario del Principe:
“Ci fotterono”.
Continua....
giovedì 25 novembre 2010
Cinque giorni tra Amsterdam e Brugge (nove soggetti, un paio di occhiali e un mattone) - seconda parte
Abbiamo salutato Claudio e il Principe che dormivano in una camera doppia nell’edificio principale del Bulldog e ci siamo incamminati verso i nostri due appartamenti qualche centinaio di metri più in là. Dopo la prima rampa di scale, praticamente verticale, in parecchi avrebbero dato un organo pur di avere valigie più leggere ma ormai era tardi. Mauro probabilmente ripensava alla botta di culo di quel sequestro di bottiglie all’aeroporto che l’aveva alleggerito di più di due chili di peso.
Gli appartamenti in stile nordeuropeo erano decisamente belli e ben tenuti; peccato per quella così nordica abitudine di separare stanza da bagno e toilette, la quale toilette diventa un loculo in cui si sta a fatica seduti. Nel nostro caso addirittura senza finestre, praticamente una camera a gas. Fortunatamente Rico ci ha svelato un segreto che ha permesso la sopravvivenza del gruppo durante i successivi tre giorni: se accendi un cerino, lo zolfo bruciandosi porta via anche gli odori più pestilenziali (se la situazione è disperata ne bruci due).
Dopo una breve pausa per darci una sistemata siamo ripartiti di gran carriera, diretti verso uno dei luoghi di culto della città, la friggitoria di patatine. Trattasi di negozietto dove per un paio di euro ti danno un cono di carta pieno di croccantissime e dorate delizie. L’unica avvertenza è non chiedere le salse perché:
1) ti fanno pagare 70 centesimi in più,
2) ci sono alcune salse che lo sa il cielo cosa c’è dentro,
3) ti affogano le patatine e le mani rimangono unte per settimane.
Mangiare un quintale di carboidrati fritti annegati in litri di calorie salsose non è sport per principianti ma se riesci a sopravvivere puoi davvero partire alla conquista del mondo.
L’ora successiva è trascorsa in giro per il centro e si è capito subito che girare in nove presenta alcune difficoltà di ordine logistico: c’è chi che vuole assolutamente vedere quella vetrina di scarpe, chi deve assolutamente fare la foto allo scorcio pittoresco, chi vuole assolutamente andare avanti alla ricerca del tal monumento, chi guarda assolutamente solo l’i-pod perché dentro c’è la guida e soprattutto, i soliti due che vogliono assolutamente andare a sedersi e farsi una birrina (leggi la Cecca e Rico). Insomma, assolutamente; in più c’è da dire che non siamo proprio una tribù di Watussi, quindi il rischio di perdere qualcuno per la strada sale esponenzialmente. Fortunatamente la Rini, che già è chilometrica di suo, ha pensato bene di portarsi in vacanza il suo famoso berretto nero con le orecchie e gli occhi da gatto (il berretto, non lei) quindi, come un faro nella notte, ci guida nella direzione giusta (o nella direzione che vuole lei).
Passiamo davanti alla piazza principale che ospita un luna park con tanto di castello degli orrori e calcinculo alto come un condominio, mentre al piano terra circolano tonnellate di zucchero filato rosa e giallo; per noi che di solito vediamo i luna park relegati alla periferia della città, trovarcene uno in pieno centro storico è uno shock culturale ma in fondo è per questo che siamo venuti, no? (sì, sì, anche per la birra…)
Data l’ora, le voci di coloro che vogliono fermarsi per la famosa birretta si fanno più insistenti e inizia la disperata ricerca di un locale che possa ospitare nove persone. La zona non è particolarmente adatta, essendo piena solo di negozi sciccosi (bar, ciccia), però dopo lungo peregrinare c’infiliamo in una viuzza e da quelle parti scopriamo un pub un po’ malandato e pieno di vecchi olandesi che puzza di una puzza non meglio identificabile. Perfetto. Entriamo, ci sediamo e stiamo già ordinando le birre.
Guardandomi intorno noto uno di quei distributori automatici di una volta, di quelli che mettevi dentro i soldi, giravi la rotella e venivano giù cicche, caramelle ecc. Impossibile resistere alla tentazione; mi avvicino e noto delle ciotoline di vetro lì vicino, il serbatoio sembra contenere delle mandorle. Inserisco i 50 centesimi richiesti e la ciotola si riempie di mandorle che paiono tali ma hanno una marcia in più, essendo affumicate.
L’esperienza del bar olandese si rivela decisamente positiva; passiamo un’ora piacevolmente seduti a dire stupidaggini varie e ce ne andiamo con l’unico cruccio di non essere riusciti a capire l’origine di quella misteriosa puzza che ha mantenuto una solida presa sui nostri vestiti (e capelli) anche una volta lasciato il locale.
Dopo un ulteriore giro e un animato dibattito su dove cenare, ci fermiamo in un take away giappo-cino-coreano con tavolini annessi. Siccome a una prima occhiata la Rini e la Berti non vedono cibo vegetariano, vanno nella rosticceria cinese a fianco e ordinano là, per poi unirsi a noi. Solo allora scoprono che:
a) Quello che hanno ordinato lo cucinavano anche nel take away giappo cino…
b) Uno dei cartoncini contiene un quantitativo di riso bollito che sfamerebbe una squadra di calcio giovanile.
Il problema di cui al punto b è comune: noi poveri sprovveduti che abbiamo ordinato una porzione ciascuno ci troviamo sommersi da tonnellate di roba da mangiare e, nonostante Farnedi dia il meglio di sè nel ruolo di bidone aspiratutto, neanche lui può fare miracoli. A quel punto la Berti e la Rini (con suppongo il beneplacito della Cecca e della Toda) decidono di portare a casa i resti del cibo da consumare in un momento successivo (colazione, magari?). Ovviamente, nessuno ha più toccato la sbobba se non per gettare il tutto nel cassonetto dei rifiuti pericolosi prima di lasciare l’appartamento.
A questo punto, a rigor di logica, la città avrebbe dovuto spalancarci le sue notturne braccia e accoglierci nella movida più sfrenata (e devo dire che sembrava avere tutte le carte in regola per farlo); sfortunatamente, noi in quanto anziani e poco avvezzi a questi viaggi turbolenti, abbiamo deciso di tornare in camera, farci una tisana/caffè e terminare la serata in chiacchiere.
Claudio ha tentato un’opera di persuasione del popolo bove, il quale popolo però essendo bove non ne ha voluto sapere e si è diretto testardamente verso gli appartamenti, dopo una breve pausa in un negozietto per acquistare tè, tisane, zucchero ecc. Mentre alcuni acquistavano all’interno a prezzi da furto legalizzato (là legalizzano tutto), altri all’esterno contemplavano le meravigliose cartoline in vendita (un rettangolo coperto di pelo finto di vari colori) decidendo di mandarne alcune agli amici (ormai inevitabilmente ex amici).
La prima serata si è conclusa secondo programma; il mattino dopo ci siamo ritrovati nell’edificio principale del Bulldog per fare colazione; c’era un po’ di tutto, almeno quando siamo arrivati, dopo...le cavallette non fanno prigionieri. L’unico dettaglio non proprio graditissimo era il fatto di dover consumare tè e toast circondati da nuvole di mariagiovanna e parenti vari, consiglierei di investire in un aspiratore più potente.
Il comitato organizzatore ha deciso che quella mattina avremmo iniziato con una passeggiata per la città per ammirarne le tipiche abitazioni sbilenche affacciate sui canali e individuare quelle appartenute a individui celebri. Ottima idea, almeno per un’ora e mezza. Dopo circa 90 minuti il popolo ha iniziato ad accusare segni di stanchezza ma il suo capitano (leggi Claudio che era dotato di guida) ha proseguito con determinazione nel difficile tentativo d’instillare un po’ di cultura nelle loro menti (menti?). Vana speranza. Lo scontento serpeggiava tra le file mentre qualcuno, fiancheggiando il canale, meditava sulla possibilità di imboscarsi dietro una delle house-boat per poi dileguarsi. Alla fine, di fronte alla casa della cugina del nonno della lavandaia di Renoir, c’è stata l’inevitabile insurrezione con conseguente ricerca di un bar ove riposarsi.
Relax a base di birra e tre porzioni di patatine. I lovaroni (Claudio e, credo, il Principe) ordinano bacon e formaggio.
Usciti dal bar, passeggiamo per un altro po’, dopodiché qualcuno suggerisce di cominciare a pensare a dove vogliamo pranzare, visto che siamo in tanti. Claudio ci guarda incredulo e chiede:”Perché, volete mangiare ancora?” Fortunatamente, la birra ha appesantito un po’ tutti e quindi nessuno lo butta nel canale, a riprova delle virtù miracolose di quest’antica bevanda.
Il pomeriggio lo si dedica alla visita del museo Van Gogh. Siamo appena entrati quando vedo Claudio che tira fuori il cellulare. Gli dico che non credo si possano scattare foto ai quadri ma lui ribatte che si fa sempre le foto di fianco ai quadri più famosi e per i successivi venti minuti ogni tanto lo si vede mentre gira per le sale tentando di eludere la sorveglianza dei custodi. M’immagino già la scena: io di fronte alle guardie e al direttore del museo che cerco di trovare una qualche scusa per impietosirli e fare in mondo che non gli facciano la multa. L’altra opzione sarebbe fingere di non conoscerlo e fuggire a rotta di collo nel caso lo becchino; ci penso per un momento e non la scarto.
Nella sala al pian terreno, seduta su uno dei divanetti e circondata da un capannello di donne, c’è la Rini che legge la descrizione delle opere; mi avvicino per sentire e noto che trattasi della Rini-guida, una personale e decisamente avvincente narrazione della vita e le opere di Vincent. La custode della sala squadra il gruppo con sospetto, sembra pensare che un assembramento così non promettere niente di buono; invece, l’attività esplicativa si mantiene discreta e accompagnata solo da qualche isolato scoppio di risate (del tutto giustificato).
A parte i soliti momenti, comuni a tutte le visite ai musei, in cui vorresti avere sotto mano un badile per ributtare a valle il troglodita che ti si piazza davanti (generalmente a max 10 cm dal quadro in questione) magari anche guardandoti male perché lo costringi a scavalcarti (poverino), l’esperienza è molto positiva. Poco a poco, ci ritroviamo al piano terra dove alcuni accoglienti divanetti danno asilo ai più provati tra noi.
La passeggiata pre-cena è molto piacevole ma termina, come da copione, in un vivace dibattito su dove mangiare; sempre camminando arriviamo davanti a un ristorante giapponese e, dopo attenta valutazione, decidiamo di entrare. L’attesa è lunga quanto un tavolo da nove ma alla fine riusciamo a sederci e gli omini del gruppo rimangono piacevolmente sorpresi nel trovarsi a dividere la tavolata con due giovani topolone, presumibilmente locali. Claudio dà prova di grande spirito d’iniziativa attaccando bottone immediatamente ma le due hanno praticamente finito di cenare quindi a breve l’idillio si spezza.
Segue meticoloso esame del menu nel tentativo di farsi un’idea precisa di cosa stiamo per ordinare (è scritto in inglese ma certi nomi sono giapponesi e allora addio); alla fine ci rassegniamo e ci buttiamo all’avventura. Con ottimi risultati (almeno per me).
Quando si fa ora di tornare al Bulldog, il gruppo si divide: alcuni prendono il taxi mentre un gruppetto decide di farsela a piedi nella speranza di digerire i quattro litri di zuppa di latte di cocco con frutti di mare, tofu fritto e chi più ne ha più ne metta.
Arrivati agli appartamenti, si tiene un consiglio di guerra il quale decide che, visti i variegati interessi del gruppo, domani sarà giornata libera. Si brinda alla decisione con varie tisane, tra cui una alla mariagiovanna comprata dalla Cecca che odora di piedi bruciati e un’altra con cannella acquistata dal Principe che è invece molto buona e quando glielo dici il Principe ti guarda come dire “Bè, cosa ti aspettavi, l’ho comprata io”
Concludo la seconda giornata menzionando alcuni dettagli:
1) la tv olandese ci viene tradotta in tempo reale dalla Berti che sospettiamo inventi le cose di sana pianta ma noi ci divertiamo un sacco anche così.
2) Nonostante le abbiamo fatte analizzare da vari esperti (leggi Cecca, Mauro, Gioia, Berti, Rini, in pratica tutti quelli che c’erano in appartamento) non siamo riusciti a capire dove fosse l’interruttore delle abat-jour, magari erano a comando vocale, tipo apriti sesamo…
3) I muratori che alle sette di mattina hanno iniziato a fare del casino li perdono solo perché avevo i tappi per le orecchie. Io.
4) Con tutto quello che è successo non potevate aspettarvi che terminassi tutto in due puntate, il meglio deve ancora venire, e non parlo solo degli occhiali della Cecca…
Gli appartamenti in stile nordeuropeo erano decisamente belli e ben tenuti; peccato per quella così nordica abitudine di separare stanza da bagno e toilette, la quale toilette diventa un loculo in cui si sta a fatica seduti. Nel nostro caso addirittura senza finestre, praticamente una camera a gas. Fortunatamente Rico ci ha svelato un segreto che ha permesso la sopravvivenza del gruppo durante i successivi tre giorni: se accendi un cerino, lo zolfo bruciandosi porta via anche gli odori più pestilenziali (se la situazione è disperata ne bruci due).
Dopo una breve pausa per darci una sistemata siamo ripartiti di gran carriera, diretti verso uno dei luoghi di culto della città, la friggitoria di patatine. Trattasi di negozietto dove per un paio di euro ti danno un cono di carta pieno di croccantissime e dorate delizie. L’unica avvertenza è non chiedere le salse perché:
1) ti fanno pagare 70 centesimi in più,
2) ci sono alcune salse che lo sa il cielo cosa c’è dentro,
3) ti affogano le patatine e le mani rimangono unte per settimane.
Mangiare un quintale di carboidrati fritti annegati in litri di calorie salsose non è sport per principianti ma se riesci a sopravvivere puoi davvero partire alla conquista del mondo.
![]() |
| Io il paradiso me l'immagino così |
L’ora successiva è trascorsa in giro per il centro e si è capito subito che girare in nove presenta alcune difficoltà di ordine logistico: c’è chi che vuole assolutamente vedere quella vetrina di scarpe, chi deve assolutamente fare la foto allo scorcio pittoresco, chi vuole assolutamente andare avanti alla ricerca del tal monumento, chi guarda assolutamente solo l’i-pod perché dentro c’è la guida e soprattutto, i soliti due che vogliono assolutamente andare a sedersi e farsi una birrina (leggi la Cecca e Rico). Insomma, assolutamente; in più c’è da dire che non siamo proprio una tribù di Watussi, quindi il rischio di perdere qualcuno per la strada sale esponenzialmente. Fortunatamente la Rini, che già è chilometrica di suo, ha pensato bene di portarsi in vacanza il suo famoso berretto nero con le orecchie e gli occhi da gatto (il berretto, non lei) quindi, come un faro nella notte, ci guida nella direzione giusta (o nella direzione che vuole lei).
Passiamo davanti alla piazza principale che ospita un luna park con tanto di castello degli orrori e calcinculo alto come un condominio, mentre al piano terra circolano tonnellate di zucchero filato rosa e giallo; per noi che di solito vediamo i luna park relegati alla periferia della città, trovarcene uno in pieno centro storico è uno shock culturale ma in fondo è per questo che siamo venuti, no? (sì, sì, anche per la birra…)
Data l’ora, le voci di coloro che vogliono fermarsi per la famosa birretta si fanno più insistenti e inizia la disperata ricerca di un locale che possa ospitare nove persone. La zona non è particolarmente adatta, essendo piena solo di negozi sciccosi (bar, ciccia), però dopo lungo peregrinare c’infiliamo in una viuzza e da quelle parti scopriamo un pub un po’ malandato e pieno di vecchi olandesi che puzza di una puzza non meglio identificabile. Perfetto. Entriamo, ci sediamo e stiamo già ordinando le birre.
Guardandomi intorno noto uno di quei distributori automatici di una volta, di quelli che mettevi dentro i soldi, giravi la rotella e venivano giù cicche, caramelle ecc. Impossibile resistere alla tentazione; mi avvicino e noto delle ciotoline di vetro lì vicino, il serbatoio sembra contenere delle mandorle. Inserisco i 50 centesimi richiesti e la ciotola si riempie di mandorle che paiono tali ma hanno una marcia in più, essendo affumicate.
L’esperienza del bar olandese si rivela decisamente positiva; passiamo un’ora piacevolmente seduti a dire stupidaggini varie e ce ne andiamo con l’unico cruccio di non essere riusciti a capire l’origine di quella misteriosa puzza che ha mantenuto una solida presa sui nostri vestiti (e capelli) anche una volta lasciato il locale.
Dopo un ulteriore giro e un animato dibattito su dove cenare, ci fermiamo in un take away giappo-cino-coreano con tavolini annessi. Siccome a una prima occhiata la Rini e la Berti non vedono cibo vegetariano, vanno nella rosticceria cinese a fianco e ordinano là, per poi unirsi a noi. Solo allora scoprono che:
a) Quello che hanno ordinato lo cucinavano anche nel take away giappo cino…
b) Uno dei cartoncini contiene un quantitativo di riso bollito che sfamerebbe una squadra di calcio giovanile.
Il problema di cui al punto b è comune: noi poveri sprovveduti che abbiamo ordinato una porzione ciascuno ci troviamo sommersi da tonnellate di roba da mangiare e, nonostante Farnedi dia il meglio di sè nel ruolo di bidone aspiratutto, neanche lui può fare miracoli. A quel punto la Berti e la Rini (con suppongo il beneplacito della Cecca e della Toda) decidono di portare a casa i resti del cibo da consumare in un momento successivo (colazione, magari?). Ovviamente, nessuno ha più toccato la sbobba se non per gettare il tutto nel cassonetto dei rifiuti pericolosi prima di lasciare l’appartamento.
A questo punto, a rigor di logica, la città avrebbe dovuto spalancarci le sue notturne braccia e accoglierci nella movida più sfrenata (e devo dire che sembrava avere tutte le carte in regola per farlo); sfortunatamente, noi in quanto anziani e poco avvezzi a questi viaggi turbolenti, abbiamo deciso di tornare in camera, farci una tisana/caffè e terminare la serata in chiacchiere.
Claudio ha tentato un’opera di persuasione del popolo bove, il quale popolo però essendo bove non ne ha voluto sapere e si è diretto testardamente verso gli appartamenti, dopo una breve pausa in un negozietto per acquistare tè, tisane, zucchero ecc. Mentre alcuni acquistavano all’interno a prezzi da furto legalizzato (là legalizzano tutto), altri all’esterno contemplavano le meravigliose cartoline in vendita (un rettangolo coperto di pelo finto di vari colori) decidendo di mandarne alcune agli amici (ormai inevitabilmente ex amici).
La prima serata si è conclusa secondo programma; il mattino dopo ci siamo ritrovati nell’edificio principale del Bulldog per fare colazione; c’era un po’ di tutto, almeno quando siamo arrivati, dopo...le cavallette non fanno prigionieri. L’unico dettaglio non proprio graditissimo era il fatto di dover consumare tè e toast circondati da nuvole di mariagiovanna e parenti vari, consiglierei di investire in un aspiratore più potente.
Il comitato organizzatore ha deciso che quella mattina avremmo iniziato con una passeggiata per la città per ammirarne le tipiche abitazioni sbilenche affacciate sui canali e individuare quelle appartenute a individui celebri. Ottima idea, almeno per un’ora e mezza. Dopo circa 90 minuti il popolo ha iniziato ad accusare segni di stanchezza ma il suo capitano (leggi Claudio che era dotato di guida) ha proseguito con determinazione nel difficile tentativo d’instillare un po’ di cultura nelle loro menti (menti?). Vana speranza. Lo scontento serpeggiava tra le file mentre qualcuno, fiancheggiando il canale, meditava sulla possibilità di imboscarsi dietro una delle house-boat per poi dileguarsi. Alla fine, di fronte alla casa della cugina del nonno della lavandaia di Renoir, c’è stata l’inevitabile insurrezione con conseguente ricerca di un bar ove riposarsi.
Relax a base di birra e tre porzioni di patatine. I lovaroni (Claudio e, credo, il Principe) ordinano bacon e formaggio.
Usciti dal bar, passeggiamo per un altro po’, dopodiché qualcuno suggerisce di cominciare a pensare a dove vogliamo pranzare, visto che siamo in tanti. Claudio ci guarda incredulo e chiede:”Perché, volete mangiare ancora?” Fortunatamente, la birra ha appesantito un po’ tutti e quindi nessuno lo butta nel canale, a riprova delle virtù miracolose di quest’antica bevanda.
Il pomeriggio lo si dedica alla visita del museo Van Gogh. Siamo appena entrati quando vedo Claudio che tira fuori il cellulare. Gli dico che non credo si possano scattare foto ai quadri ma lui ribatte che si fa sempre le foto di fianco ai quadri più famosi e per i successivi venti minuti ogni tanto lo si vede mentre gira per le sale tentando di eludere la sorveglianza dei custodi. M’immagino già la scena: io di fronte alle guardie e al direttore del museo che cerco di trovare una qualche scusa per impietosirli e fare in mondo che non gli facciano la multa. L’altra opzione sarebbe fingere di non conoscerlo e fuggire a rotta di collo nel caso lo becchino; ci penso per un momento e non la scarto.
Nella sala al pian terreno, seduta su uno dei divanetti e circondata da un capannello di donne, c’è la Rini che legge la descrizione delle opere; mi avvicino per sentire e noto che trattasi della Rini-guida, una personale e decisamente avvincente narrazione della vita e le opere di Vincent. La custode della sala squadra il gruppo con sospetto, sembra pensare che un assembramento così non promettere niente di buono; invece, l’attività esplicativa si mantiene discreta e accompagnata solo da qualche isolato scoppio di risate (del tutto giustificato).
A parte i soliti momenti, comuni a tutte le visite ai musei, in cui vorresti avere sotto mano un badile per ributtare a valle il troglodita che ti si piazza davanti (generalmente a max 10 cm dal quadro in questione) magari anche guardandoti male perché lo costringi a scavalcarti (poverino), l’esperienza è molto positiva. Poco a poco, ci ritroviamo al piano terra dove alcuni accoglienti divanetti danno asilo ai più provati tra noi.
La passeggiata pre-cena è molto piacevole ma termina, come da copione, in un vivace dibattito su dove mangiare; sempre camminando arriviamo davanti a un ristorante giapponese e, dopo attenta valutazione, decidiamo di entrare. L’attesa è lunga quanto un tavolo da nove ma alla fine riusciamo a sederci e gli omini del gruppo rimangono piacevolmente sorpresi nel trovarsi a dividere la tavolata con due giovani topolone, presumibilmente locali. Claudio dà prova di grande spirito d’iniziativa attaccando bottone immediatamente ma le due hanno praticamente finito di cenare quindi a breve l’idillio si spezza.
Segue meticoloso esame del menu nel tentativo di farsi un’idea precisa di cosa stiamo per ordinare (è scritto in inglese ma certi nomi sono giapponesi e allora addio); alla fine ci rassegniamo e ci buttiamo all’avventura. Con ottimi risultati (almeno per me).
Quando si fa ora di tornare al Bulldog, il gruppo si divide: alcuni prendono il taxi mentre un gruppetto decide di farsela a piedi nella speranza di digerire i quattro litri di zuppa di latte di cocco con frutti di mare, tofu fritto e chi più ne ha più ne metta.
Arrivati agli appartamenti, si tiene un consiglio di guerra il quale decide che, visti i variegati interessi del gruppo, domani sarà giornata libera. Si brinda alla decisione con varie tisane, tra cui una alla mariagiovanna comprata dalla Cecca che odora di piedi bruciati e un’altra con cannella acquistata dal Principe che è invece molto buona e quando glielo dici il Principe ti guarda come dire “Bè, cosa ti aspettavi, l’ho comprata io”
Concludo la seconda giornata menzionando alcuni dettagli:
1) la tv olandese ci viene tradotta in tempo reale dalla Berti che sospettiamo inventi le cose di sana pianta ma noi ci divertiamo un sacco anche così.
2) Nonostante le abbiamo fatte analizzare da vari esperti (leggi Cecca, Mauro, Gioia, Berti, Rini, in pratica tutti quelli che c’erano in appartamento) non siamo riusciti a capire dove fosse l’interruttore delle abat-jour, magari erano a comando vocale, tipo apriti sesamo…
3) I muratori che alle sette di mattina hanno iniziato a fare del casino li perdono solo perché avevo i tappi per le orecchie. Io.
4) Con tutto quello che è successo non potevate aspettarvi che terminassi tutto in due puntate, il meglio deve ancora venire, e non parlo solo degli occhiali della Cecca…
martedì 9 novembre 2010
Cinque giorni tra Amsterdam e Brugge (nove soggetti, un paio di occhiali e un mattone) - prima parte
Questo reportage di viaggio sarà un po’ anomalo nel senso che cercherò di andare in fila, cronologicamente parlando, ma non faccio promesse, ho la memoria anarchica.
Viaggio così suddiviso: Volo bologna-francoforte-amsterdam, arrivo previsto verso le 14; tre notti ad amsterdam, indi partenza con macchine a nolo verso il belgio e brugge per l’ultima notte prima di ripartire con volo bruxelles-monaco-bologna. Tutto organizzato nei minimi dettagli dalla Berti (Santa subito), con la collaborazione della Rini (Santa tra un po’, forse, se impara a mangiare almeno la cipolla).
Ritrovo previsto alle 7.30 al Bevano ma la sera prima ci viene freddo ai piedi e monta l’ansia da partenza quindi arriva un sms che anticipa il tutto di UN’ORA. Avvisiamo Mauro che chiama allucinato dicendo”Ma perché partiamo alle 6.30 se l’aereo c’è alle 12.20?” Peccato che quello fosse l’orario di arrivo a Francoforte.
Comunque il giorno fatidico arriva e alle ore 6.30 il principe passa a prenderci; io esco di casa con il mio trolley, il giaccone e un annaffiatoio pieno d’acqua (non sto a spiegare la mia ossessione verde che ci vorrebbero dei giorni). E comunque l’annaffiatoio rimane a casa quindi il viaggio non lo riguarda.
La carovana di tre macchine e nove persone parte dal Bevano con le migliori intenzioni: Macchina numero 1: Berti, Toda, Mauro
Macchina numero 2: Cecca e Clodia
Macchina numero 3 Principe, Claudio, Rico e io
La Berti che fa strada (è l’unica che conosce l’ubicazione del parcheggio prenotato e non l’ha voluta rivelare a nessuno) decide di andare ai 100 perché ci si gode meglio il panorama e così la Rini viene meno mossa quando si fa l’autoscatto col cellulare; il principe costretto a rallentare scalpita come un cavallo prima del palio di Siena, smoccolando in varie lingue. E ovviamente a un certo punto, nel marasma della tangenziale, le perdiamo. Seguono altri vari moccoli.
Arrivati al parcheggio scarichiamo tutte le nostre cose mentre i tre valorosi autisti vanno a pagare il parcheggio. Arriva la navetta per l’aeroporto e notiamo che Mauro regge in mano un tomo spaventoso (I pilastri della terra di Ken Follett) del peso approssimativo di 4,5 kg. Indagando si scopre che si tratta del libro che la Berti ha portato da leggere, in quanti mesi non si sa. Il mattone in questione diventa immediatamente la mascotte della vacanza e viene fotografato ripetutamente.
Una volta arrivati sani e salvi al Marconi, ci sediamo nella hall in attesa che inizi il check-in. Poco a poco, tramite gomitate, occhiatine cariche di significato e colpi di tosse, tutto il gruppo si accorge della signora che con l’aiuto dell’amica sta tentando di avvolgere la sua valigia nella pellicola trasparente, un po’ come fanno quei macchinini che ci sono negli aeroporti che t’imballano la valigia come se dovessi mandarla in guerra o nello spazio. Solo che la signora è turista fai da te e sta tentando di avvolgere il trolley usando un rotolo di pellicola da cucina. Niente di male, se non fosse che il trolley è grande e la signora no, quindi la costringe a piegarsi in ogni direzione nel tentativo di avvolgerlo tutto e la nostra eroina per questo suo viaggio ha indossato la tipica tenuta da viaggio: minigonna a pieghe e stivaletti con calze scure velate. Ad ogni piegamento si vede questo sedere che svetta orgoglioso e molto, come dire, nudo. Avrà il perizoma. Speriamo.
Dopo quest’inizio, diciamo insolito, partiamo alla volta del check-in e poi direttamente al controllo bagagli. C’è un po’ di fila, quindi ci separiamo, salvo poi riunirci alla fine del percorso e scoprire che:
come sempre, Farnedi l’hanno perquisito (sarà la faccia da terrorista),
pure Claudio che indossa gli stivali (che chiamano essere tolti),
E,
dico E,
Mauro ha tentato d’imbarcare, nell’ordine:
Una bottiglia di shampoo da 250 ml (a suo dire imbarcabilissima perché mezza vuota)
Una bottiglia d’acqua DA 1,5 LITRI.
Comunque, nonostante i vari tentativi, non hanno arrestato nessuno (anche se secondo alcuni volevano sequestrare i pilastri della terra in quanto arma di distruzione di massa, e che massa!) e siamo arrivati al nostro gate. Ovviamente, appena arrivai di là, le due tossiche del gruppo (leggi Berti e Cecca) sono partite alla ricerca (vana) di un posto dove fumare.
Una volta in aereo ci siamo resi conto che i nostri trolley non stavano da nessuna parte e che dei simpatici buontemponi si erano seduti nei nostri posti. Alla fine uno steward si è deciso a venire a vedere e gli abbiamo dato le valigie mentre, a forza di occhiatacce, gli squatter hanno mollato i nostri posti.
Appena atterrati, tutti sono schizzati in piedi pronti a precipitarsi fuori, peccato che i nostri bagagli fossero ostaggio dell’equipaggio e che l’unico pensile che non si apriva fosse quello contenente il giaccone e la borsa di Mauro.
Una volta arrivati a destinazione, il viaggio fino al centro città è stato tranquillo, i veri problemi sono iniziati all’uscita della stazione, quando il gruppo è entrato in contatto con la città e soprattutto con le sue mille vetrine; ogni due minuti qualcuno si fermava a guardare qualcosa (c’erano decinaia di friggitorie che vendevano delle patatine fritte atomiche, come facevi a non fermarti in religiosa contemplazione?); commento del Principe: “Per me in hotel arriviamo stasera verso le otto”
E invece, nonostante gli erotic shop e le altre amenità varie incontrate lungo la strada, siamo arrivati che era ancora giorno e, dopo aver fatto il check-in con una receptionist incazzata come una biscia (probabilmente le avevano rubato la sua copia dei pilastri della terra e non se ne faceva una ragione), siamo riusciti a mollare le nostre cose e a partire alla scoperta del luogo (e che luogo).
Il resto alla prossima puntata….
Viaggio così suddiviso: Volo bologna-francoforte-amsterdam, arrivo previsto verso le 14; tre notti ad amsterdam, indi partenza con macchine a nolo verso il belgio e brugge per l’ultima notte prima di ripartire con volo bruxelles-monaco-bologna. Tutto organizzato nei minimi dettagli dalla Berti (Santa subito), con la collaborazione della Rini (Santa tra un po’, forse, se impara a mangiare almeno la cipolla).
Ritrovo previsto alle 7.30 al Bevano ma la sera prima ci viene freddo ai piedi e monta l’ansia da partenza quindi arriva un sms che anticipa il tutto di UN’ORA. Avvisiamo Mauro che chiama allucinato dicendo”Ma perché partiamo alle 6.30 se l’aereo c’è alle 12.20?” Peccato che quello fosse l’orario di arrivo a Francoforte.
Comunque il giorno fatidico arriva e alle ore 6.30 il principe passa a prenderci; io esco di casa con il mio trolley, il giaccone e un annaffiatoio pieno d’acqua (non sto a spiegare la mia ossessione verde che ci vorrebbero dei giorni). E comunque l’annaffiatoio rimane a casa quindi il viaggio non lo riguarda.
La carovana di tre macchine e nove persone parte dal Bevano con le migliori intenzioni: Macchina numero 1: Berti, Toda, Mauro
Macchina numero 2: Cecca e Clodia
Macchina numero 3 Principe, Claudio, Rico e io
La Berti che fa strada (è l’unica che conosce l’ubicazione del parcheggio prenotato e non l’ha voluta rivelare a nessuno) decide di andare ai 100 perché ci si gode meglio il panorama e così la Rini viene meno mossa quando si fa l’autoscatto col cellulare; il principe costretto a rallentare scalpita come un cavallo prima del palio di Siena, smoccolando in varie lingue. E ovviamente a un certo punto, nel marasma della tangenziale, le perdiamo. Seguono altri vari moccoli.
Arrivati al parcheggio scarichiamo tutte le nostre cose mentre i tre valorosi autisti vanno a pagare il parcheggio. Arriva la navetta per l’aeroporto e notiamo che Mauro regge in mano un tomo spaventoso (I pilastri della terra di Ken Follett) del peso approssimativo di 4,5 kg. Indagando si scopre che si tratta del libro che la Berti ha portato da leggere, in quanti mesi non si sa. Il mattone in questione diventa immediatamente la mascotte della vacanza e viene fotografato ripetutamente.
Una volta arrivati sani e salvi al Marconi, ci sediamo nella hall in attesa che inizi il check-in. Poco a poco, tramite gomitate, occhiatine cariche di significato e colpi di tosse, tutto il gruppo si accorge della signora che con l’aiuto dell’amica sta tentando di avvolgere la sua valigia nella pellicola trasparente, un po’ come fanno quei macchinini che ci sono negli aeroporti che t’imballano la valigia come se dovessi mandarla in guerra o nello spazio. Solo che la signora è turista fai da te e sta tentando di avvolgere il trolley usando un rotolo di pellicola da cucina. Niente di male, se non fosse che il trolley è grande e la signora no, quindi la costringe a piegarsi in ogni direzione nel tentativo di avvolgerlo tutto e la nostra eroina per questo suo viaggio ha indossato la tipica tenuta da viaggio: minigonna a pieghe e stivaletti con calze scure velate. Ad ogni piegamento si vede questo sedere che svetta orgoglioso e molto, come dire, nudo. Avrà il perizoma. Speriamo.
Dopo quest’inizio, diciamo insolito, partiamo alla volta del check-in e poi direttamente al controllo bagagli. C’è un po’ di fila, quindi ci separiamo, salvo poi riunirci alla fine del percorso e scoprire che:
come sempre, Farnedi l’hanno perquisito (sarà la faccia da terrorista),
pure Claudio che indossa gli stivali (che chiamano essere tolti),
E,
dico E,
Mauro ha tentato d’imbarcare, nell’ordine:
Una bottiglia di shampoo da 250 ml (a suo dire imbarcabilissima perché mezza vuota)
Una bottiglia d’acqua DA 1,5 LITRI.
Comunque, nonostante i vari tentativi, non hanno arrestato nessuno (anche se secondo alcuni volevano sequestrare i pilastri della terra in quanto arma di distruzione di massa, e che massa!) e siamo arrivati al nostro gate. Ovviamente, appena arrivai di là, le due tossiche del gruppo (leggi Berti e Cecca) sono partite alla ricerca (vana) di un posto dove fumare.
Una volta in aereo ci siamo resi conto che i nostri trolley non stavano da nessuna parte e che dei simpatici buontemponi si erano seduti nei nostri posti. Alla fine uno steward si è deciso a venire a vedere e gli abbiamo dato le valigie mentre, a forza di occhiatacce, gli squatter hanno mollato i nostri posti.
Appena atterrati, tutti sono schizzati in piedi pronti a precipitarsi fuori, peccato che i nostri bagagli fossero ostaggio dell’equipaggio e che l’unico pensile che non si apriva fosse quello contenente il giaccone e la borsa di Mauro.
Una volta arrivati a destinazione, il viaggio fino al centro città è stato tranquillo, i veri problemi sono iniziati all’uscita della stazione, quando il gruppo è entrato in contatto con la città e soprattutto con le sue mille vetrine; ogni due minuti qualcuno si fermava a guardare qualcosa (c’erano decinaia di friggitorie che vendevano delle patatine fritte atomiche, come facevi a non fermarti in religiosa contemplazione?); commento del Principe: “Per me in hotel arriviamo stasera verso le otto”
E invece, nonostante gli erotic shop e le altre amenità varie incontrate lungo la strada, siamo arrivati che era ancora giorno e, dopo aver fatto il check-in con una receptionist incazzata come una biscia (probabilmente le avevano rubato la sua copia dei pilastri della terra e non se ne faceva una ragione), siamo riusciti a mollare le nostre cose e a partire alla scoperta del luogo (e che luogo).
Il resto alla prossima puntata….
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