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sabato 26 novembre 2011

La cena chez Mohuro uncensored

E finalmente è arrivato il momento che tutti noi attendevamo da tempo: stasera si cena da Mohuro. Erano mesi e mesi che ogni tanto il Gaz buttava là un “la prossima settimana potremmo anche organizzare quella cena a casa mia” per poi tirare successivamente i remi in barca e non farne più parola con nessuno; alla fine l’abbiamo messo di fronte alle sue responsabilità di ospite e gli abbiamo strappato una data: sabato sera.
Come sanno quelli diligenti che hanno letto il prequel, proprio la sera prima il popolo (leggi io e Rico) aveva convinto il padrone di casa a modificare l’orario della cena anticipandolo di un’ora; poi però quando è arrivato il momento di prepararci, per una qualche inspiegabile ragione il popolo (leggi sempre io e Rico) è stato colpito da un attacco di flemma e tra una cosa e l’altra (non ultimo il fatto di dover trovare un parcheggio il sabato sera in centro - Mohuro ci vogliamo trasferire in periferia sì o no?!) è arrivato davanti al portone alle 20.50. Venti minuti di ritardo. Ops!
Proprio in quel momento è suonato il cellulare e sono stata apostrofata dalla voce della Rinaldi che tuonava “Dove siete?!!!!!!” In risposta ho suonato il campanello e siamo saliti di corsa. Ovviamente gli altri (la Clodia, Paul, Paolo e l’Ale) erano già tutti lì e Mohuro scalpitava, essendo che evidentemente aveva preparato il risotto per le 20.30, cosa da non fare quando si hanno ospiti un po’ indisciplinati come noi, in questi casi è sempre meglio garantirsi una mezzora di cuscinetto da trascorrere con un aperitivo, come fanno quelli di Cortesie per gli ospiti che, mentre il padrone di casa è in cucina, curiosano in giro per casa in attesa che arrivino tutti. 
Una volta guadagnato il salotto ci siamo prostrati in scuse e abbiamo raggiunto gli altri che erano già tutti a tavola; Mohuro ci ha servito il risotto lamentando a gran voce il fatto che fosse scotto. A me è sembrato buonissimo e credo anche agli altri, almeno a giudicare da come volavano i piatti al momento del bis; sfortunatamente, anche con tutta la nostra buona volontà, non era umanamente possibile finire tutto il riso, essendo che lo chef aveva calcolato per la cena una dose più adatta a un reggimento di artiglieria da montagna che alla nostra timida tavola di sei persone. Per dare un’idea della situazione posso dire che dopo aver preso tutti il bis (io a onor del vero il tris) nella pentola ce n’era rimasto quasi un quarto. Per amor di precisione (e per evitare un cazziatone dall’interessata che non è una che le manda a dire) ci tengo a specificare che a tavola eravamo sette ma la Rinaldi, causa vegetarianismo, snobbava il risotto salsiccioso per la pasta di mais con sugo di verdure (vedi sempre il prequel, a chi non l’avesse letto consiglio di dargli un’occhiata prima di leggere questo, altrimenti perde le note fruttate del bouquet).
L’Albertini purtroppo non è potuta venire e ci è mancata assai.
Mentre noi a tavola si chiacchierava ingozzandoci di bis/tris di risotto, Mohuro in cucina ultimava i preparativi per secondo e contorno come farebbe un vero chef: facendo cadere da un mezzo metro di altezza l’olio per condire l’insalata, rovesciando patate al forno per ogni dove, insomma un gran buttasù. Tutto molto scenografico ma trattasi di un procedimento che richiede la massiccia presenza di personale di cucina che a fine battaglia rimuova i cadaveri; devo dire però che alla fine ha pulito tutto lui quindi con quello ci ha chiuso la bocca (quasi).
Di lì a poco ci sono stati serviti straccetti di vitello con rucola e aceto balsamico con contorno di patate al forno, il tutto ovviamente accompagnato dalle critiche dello chef che le patate non erano cotte, che gli straccetti erano duri ecc; l’unica cosa su cui non ha potuto infierire era l’insalata della Clodia che non offriva spunti sufficienti.
Come prevedibile abbiamo spazzato via ‘gniccosa mentre Mohuro ci intratteneva raccontandoci episodi della sua infanzia quando lui, fanciullo, gridava bestemmie da carrettiere per far incazzare la sua vicina di casa che gliene diceva di tutti i colori, mentre il di lei marito si divertiva un mondo. A questo argomento ha fatto seguito il delicato tema di come far desistere quelli che si fermano a fare pipì contro i cassonetti di fronte a casa sua e le possibili soluzioni attualmente allo studio, dal puntargli un fascio di luce contro infamandoli a gran voce, fino alla secchiata d’acqua fredda (di difficile realizzazione, date le distanze).
A coronamento del menù sono arrivati uno strudel fatto dall’Ale con le sue manine e delle tortine di pasta frolla con frutta opera della Rinaldi (che Mohuro, non so bene perché, aveva sistemato in terrazzo) e anche di questi è rimasto ben poco. Noi, i soliti buzzurri, oltre ad arrivare tardi abbiamo portato solo una misera bottiglia di vino.
Nel corso della serata, in un paio di occasioni ci siamo trovati a riflettere sul tenore della nostra conversazione che non era, diciamo, elevatissimo; ciò a causa del fatto che sfortunatamente gli invitati di un certo spessore culturale avevano già altri impegni e quindi si faceva il possibile con quello che c’era (cioè noi). In uno di questi momenti frivoli siamo rimasti attoniti nell'apprendere che il padrone di casa ignorava chi fosse Nicoletta Paciaroni (la famosa potente veggente, mica una di quei cartomantini) e quindi con la piena approvazione del Branzaglia che è uomo di mondo e queste cose le sa, abbiamo sequestrato il computer e ci siamo buttati su youtube alla ricerca di video tratti dalle sue trasmissioni (chi non la conosce può cliccare qui per farsi un'idea, per chi invece è già fan, qui c’è il video dell’altalena che è una vera gemma), il tutto per colmare le lacune della mohuronica istruzione. La conoscenza innanzitutto.
La serata è proseguita così, liscia e senza sforzo, fino a ora tarda. Congedatici dal padrone di casa siamo scesi fino al piano terra e qui dopo un’ultima goliardica scampanellata a Mohuro che ci ha risposto emettendo tutta una serie di suoni non ben identificati (direi un incrocio tra il barrito di un elefante e i versi di Jabba the Hutt), le nostre strade si sono divise, ciascuno diretto a casa propria, chi in macchina e chi, eroicamente, in bicicletta ma tutti attanagliati dallo stesso dubbio: quanti giorni gli ci vorranno per finire quel risotto?

sabato 19 novembre 2011

Cena da Mohuro: il prequel, tra tubi rotti, renne e pinguini

Stasera ci si incontra al Nero su Bianco per bere qualcosa e fare due chiacchiere ma, soprattutto, per fare il punto della situazione in vista della cena di sabato sera chez Mohuro. La cena in questione ci era stata promessa mesi fa ma, vuoi per un problema, vuoi per un altro non si è mai concretizzata; questa volta invece pare che ci siamo e dalle nostre parti una cena è cosa delicata, vuole organizzata bene.
Quando arriviamo al Nero la Clodia e Paul sono già arrivati e si sono purtroppo seduti al tavolino vicino alla porta (l’unico libero in effetti), anche noto come il tavolo che ti ammali sicuramente. E in effetti quella benedetta porta d’ingresso si apre continuamente lasciando entrare nuguli di giovini e folate di ariaccia gelida. Rico si offre si sedersi nel posto più esposto e dopo rapida valutazione del mio stato di salute (raffreddore, occhio lucido ecc), accetto riconoscente.
Una volta pervenuta anche l’Albertini, s’inganna il tempo con le solite chiacchiere in attesa del padrone di casa, senza il quale poco può essere deciso. Ne approfitto per informare il popolo della mia irrevocabile decisione di interrompere definitivamente la collaborazione con il centro per cui da anni insegno inglese all’interno di un corso di formazione professionale. Seguono proteste e lamentazioni e in fondo posso capirle, i racconti delle mie vicissitudini tra quelle quattro pareti hanno allietato più di una giornata piovosa e reso più facile per tutti il ritorno all’ufficio il lunedì mattina (prima o poi ne parlerò in dettaglio). Però, essendo che in fondo mi vogliono bene, alla fine mi danno ragione, soprattutto quando li informo del quasi dimezzamento della tariffa causa tagli ai finanziamenti regionali. La bolletta s’ha da pagà.
Mentre Rico si avvolge la sciarpa intorno al collo in un vano tentativo di difesa dallo spiffero siberiano, l’Albertini ci illustra i risultati dei test sulle intolleranze alimentari a cui si è recentemente sottoposta: se si eccettua il ragno arboricolo del Sud America, è allergica praticamente a tutto e dovrà seguire una dieta ferrea per almeno un paio di mesi. La reazione alla notizia non è la stessa per tutti; da una parte c’è chi le fa coraggio cercando al contempo di suggerire qualche ricetta con le tre cose che le sono concesse, dall’altra c’è la Rini (che notoriamente mangia quattro cose in croce) che adotta l’approccio mal comune mezzo gaudio e tenta di impossessarsi della lista dei cibi permessi per barrarne alcuni che a lei non piacciono.
Di lì a poco compare Mohuro, accompagnato dai fratelli Costa, e l’attenzione si sposta sull’imminente cena. Il padrone di casa ha idee già molto precise sui manicaretti da servire (risotto radicchio e salsiccia, straccetti di vitello all’aceto balsamico e rucola), peccato che non abbia fatto i conti con la lista di ingredienti proibiti della Ste e con il vegetarianismo della Clodia; ciononostante, una volta informato della situazione, reagisce prontamente e da vero padrone di casa escogita un secondo menù (pasta di mais con sugo di verdure) per le due ospiti vip. Non è una cosa facile, ci sono gli inevitabili momenti di confusione tra quello che la Ste non può mangiare (aglio) e quello che la Clodia non mangia (cipolla), accompagnati da qualche scivolone del tipo ok, allora il risotto alla salsiccia lo faccio senza cipolla così va bene a tutte e due che scatenano le occhiate assassine della Rinaldi, ma alla fine tutto si chiarisce.
È solo in quel momento che mi accorgo della barista che con uno straccio sta tentando di asciugare il pavimento bagnato: la tubatura dell’acqua in bagno dev’essersi rotta per l’ennesima volta. Fortunatamente il nostro tavolo, pur nella sua infelice prossimità all’uscita, mantiene una certa distanza dal bagno, quindi ci sentiamo tutto sommato piuttosto al sicuro. Errore, grosso. Una volta raccolta una buona parte dell’acqua resta il problema di come far asciugare il pavimento e le povere lavoratrici, già duramente provate dall’imprevisto guasto e dalla folla del venerdì sera, optano per una soluzione non proprio ottimale: aprono la finestra del bagno e la porta d’ingresso PER FARE CORRENTE. Ora, il ragionamento non farebbe una piega se fossimo in agosto e fuori ci fossero quei 35-40 gradi ma essendo profondo autunno, l’unico risultato è riempire il locale di pinguini, renne e Babbi Natale, nessuno dei quali provvisto di stracci per asciugare il pavimento.
Di fronte all’imminente Armageddon cogliamo il messaggio divino e togliamo il disturbo, dandoci appuntamento davanti al Bar Notturno che, data l'ora tarda, avrà già le paste fresche. Calmati i languorini sotto lo sguardo bieco dell’Albertini che è intollerante a tutto il contenuto del locale, esclusi forse i videopoker, torniamo alle macchine e Mohuro ci dà appuntamento a casa sua per le 21; segue sollevazione di popolo perché se ti trovi alle 21 non ceni prima delle 21.30 e sarà mica un orario per cenare le 21.30? Cosa siamo in Spagna? Messo alle strette Mohuro cede e si concordano le 20.30. Per la cronaca della cena: stay tuned.

lunedì 31 gennaio 2011

In gita a Madrid (tipo la gita delle medie) - la prima di due parti

Rileggendo quanto scritto, seduta comodamente sul divano di casa, mi sembra impossibile che in quattro giorni abbiamo accumulato tante assurdità. E’ vero che eravamo a Madrid, patria della movida ma, a guardarci bene, tutto quello che leggerete d’ora in poi è 100% made in Italy, non ci sono scuse.
Il gruppo di viaggio era composto di quattro unità (la quinta si è materializzata in corso di viaggio), e più precisamente:

la sottoscritta,
la Rini (Clodia),
la Lucchi (Nadescie),
e la Berti (Daniela-per-favore-non-fatemi-incazzare).

Prima di buttarmi a capofitto nella narrazione, è doveroso un ringraziamento alla Rini, la cui agendina nera mi ha permesso di prendere appunti durante i quattro giorni di viaggio (avendo appena finito il post di Amsterdam mi ero ripromessa di non scrivere una riga su Madrid ma non ce la potevo fare e capirete il perché).

Si parte la mattina dell’1 gennaio (dopo i bagordi di capodanno) e siamo in uno stato un po’ pietoso; qualcuno suggerisce di fermarci in autogrill x fare colazione e così facciamo, scartando però il Bevano perché secondo la Rini, se prendi il caffè lì poi ti viene mal di pancia (come potevo non prendere appunti, come?). Memore della mascotte del precedente viaggio ad Amsterdam, la Berti annuncia di voler acquistare un altro mattone di Ken Follet che le tenga compagnia; la Rini allora decide di comprare la Bibbia (in autogrill vendono la Bibbia, questo Paese non finirà mai di stupirmi) e promette di leggerci ogni tanto un versetto a caso. Seguono inevitabili minacce di violenza fisica che la convincono a lasciarla in macchina; a questo punto però interviene la Berti che non vuole assolutamente che si lasci la Bibbia sul sedile posteriore della macchina perché (cito testualmente) chissà dopo cosa pensano di lei quelli del parcheggio (?). Nel frattempo la macchina sta segnalando che c’è uno sportello chiuso male, più precisamente quello dal lato della Rini che non si fa pregare e apre lo sportello per chiuderlo bene, il tutto a 130 km/h. Non so come alla Berti non sia venuto un infarto.

Arrivati in aeroporto ci incamminiamo verso i controlli, mentre la Berti e la Lucchi si fermano fuori a fumare una sigaretta. Mezzora dopo, il nostro volo sta imbarcando e delle due imbombite non c’è traccia alcuna. Quando anche l’ultimo passeggero è salito sulla navetta, avvicino la hostess e le dico che ce ne mancano due, le quali due arrivano dopo parecchi minuti, tranquillissime e impervie a qualsiasi occhiataccia, nostra e della hostess. Le salva il fatto che ci sono altri più in ritardo di loro; ci fanno accomodare su un’altra navetta (la prima è già partita da un pezzo) e, in men che non si dica, vediamo arrivare una sfilza di giovani energumeni ritardatari e il livello ormonale del veicolo va in subbuglio.
Una volta sull’aereo, prendiamo velocemente possesso dei nostri posti. La Lucchi afferra le due estremità della cintura di sicurezza e le allaccia, poi però se ne ritrova un pezzo in più sotto il sedere, mi guarda pensando sia la mia, io però ho già la cintura allacciata. Ci guardiamo perplesse, cosa sarà, la cintura di ricambio? Decidiamo ad ogni modo di tenerla a portata di mano, potrebbe essere utile per meglio assicurare la Berti al sedile, visto che pare sul punto di saltare addosso all’energumeno dal collo taurino seduto un paio di sedili dietro.
Una volta in volo, la Berti e la Rini iniziano a prendere appunti sui luoghi meritevoli di visita; guardando meglio mi accorgo che la Rini sta scrivendo le info sul sacchetto del vomito che, presumibilmente, si porterà dietro per tutto il viaggio. Non ci facciamo mancare niente.

Atterriamo a Madrid in perfetto orario e, una volta recuperato il bagaglio a mano dalle hostess, io mi avvio con gli altri passeggeri verso il terminal; peccato che sia l’unica, le tre grazie sono ancora là che aspettano che i rugbisti scendano dall’aereo con una determinazione che le groupie più incallite se la sognano. Sorvoliamo sui jeans della Rini, talmente scesi che ormai si vedevano i polpacci.

L’hotel in cui soggiorniamo è super trendy e a me e alla Berti capita la camera migliore (leggi quella col bidet). La tv è di quelle super moderne ed è ovviamente un assoluto mistero, siamo ancora qui che ci chiediamo come diavolo si cambiasse l’audio dei film in spagnolo.
N.B. Spero ardentemente che questa moda di mettere il lavandino in camera passi presto perché fai un gran bordello in camera e bagni ovunque. Non ci siamo.

Una volta sistemate le cose in camera, partiamo alla ricerca di un posto dove pranzare ma, essendo le tre di pomeriggio del primo dell’anno, Madrid è un deserto silenzioso. Ci fermiamo per qualche minuto davanti a un poster dell’ultimo film di Johnny Depp e, mentre la Berti e la Lucchi litigano per farsi una foto davanti al cartellone (fortuna che non ci sono testimoni), io osservo incredula un’enorme scia di bolle di sapone che arriva fino a noi trasportata dal vento. Sono migliaia, sembra di essere in un film di Miyazaki, non fosse per le due folli che si contendono Johnny.
Dopo lungo peregrinare troviamo finalmente uno Starbucks aperto e ci fiondiamo dentro. Il tè non sarebbe neanche male, neppure i panini, il problema è che ci sono 28 gradi e tutto suda, una costante dei locali pubblici spagnoli, fuori un freddo che si bela e dentro i tropici. Mah.

Iniziamo la nostra esplorazione diretti alla Plaza della Paja dove, secondo i fantomatici appunti sul sacchetto del vomito, c’è la movida più movida di Madrid; quando arriviamo sul posto però, ad attenderci c’è il nulla. Tutto chiuso e buio, praticamente la morte civile. Torniamo sui nostri passi un po’ abbattute e finiamo senza accorgercene in Plaza Mayor. La conversazione si sviluppa più o meno in questi termini:

Io: “Oh! Siamo in Plaza Mayor!”
“No, qui dice che è la plaza XXX”
Io: “Boh, non so cosa dice lì ma questa è la Plaza Mayor”

Alla fine concordiamo tutti di trovarci in Plaza Mayor, fondamentalmente grazie a una provvidenziale scritta, PLAZA MAYOR, e facciamo un giro esplorativo. Non che sia facile, la piazza è piena di bancarelle di dolciumi e giocattoli e di spaventose statue viventi che qui sono di gran moda. Mentre passeggiamo (la Rini ovviamente incontra qualcuno che conosce anche a Madrid) l’occhio cade su un tipo spagnolo inguainato in una tutina da Spiderman, che si offre come soggetto per le foto. Ora, l’idea non sarebbe niente di nuovo, se non fosse che lo Spiderman in questione ha quei 20-25 chili di troppo rispetto al supereroe, sembra l’Uomo Ragno Pienotto. Assolutamente irresistibile. Ci facciamo un trilione di foto e di risate e lo salutiamo lasciandogli una mancia da conto svizzero.
Riprendiamo la passeggiata e dopo qualche minuto ci imbattiamo nella Taberna de la Daniela con conseguente vagonata di foto. La cena si consuma all’osteria dei 100 montaditos. E qui devo aprire una parentesi: anche a Madrid, trovare un posto dove mangiare si è rivelato un arduo compito. In molti casi si trattava di una corsa contro il tempo perché c’era da tamponare il calo di zuccheri della Berti che se lo prendi in tempo tutto ok ma se aspetti troppo son dolori. In più, a parte la donna vegetariana che non mangia aglio e cipolla (basi della cucina spagnola), c’erano altre difficoltà: quel posto non era bello, nell’altro faceva freddo, in quello invece c’era troppa gente, fino ad arrivare all’assoluto picco del rifiuto: siamo entrati in un locale per uscirne dopo 10 secondi perché “puzzava d’aglio”. Vostro Onore, ho concluso.

continua...