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mercoledì 19 settembre 2018

Disegno Brutto, perché no?

Sabato scorso si è tenuto a Cesena  un evento organizzato da TEDxCesena sul tema dei rifugiati a cui ho partecipato come interprete.
L'esperienza del TEDxCesena è stata molto positiva e quello che ho sentito mi ha dato parecchio da riflettere, però non è di rifugiati che vorrei parlarvi oggi.
L'incontro è iniziato con un piccolo workshop di Disegno Brutto di Alessandro Bonaccorsi, che purtroppo non ho potuto seguire perché la nostra cabina era in una stanza separata; ricordo però di aver sentito l'inizio, quando Alessandro raccontava che quando un bambino si accorge di disegnare male rispetto agli altri, semplicemente smette di farlo e quindi si nega la possibilità di migliorare in futuro.
Una volta finito il lavoro di traduzione, mentre si svolgeva la seconda parte del workshop di disegno brutto, commentavo con Omar e Silvia quanto fosse vero quanto detto da Alessandro: io che da piccola con una matita in mano non sapevo fare altro che teste grosse e dita tozze, non ho più disegnato da allora. E anche adesso non mi verrebbe mai in mente di iscrivermi a un workshop di disegno ma, quando ho letto il titolo: Disegno Brutto, ho pensato che quello era un corso che avrei potuto fare anch'io.

Però, pensandoci bene, anche quando ho iniziato a giocare a pallavolo non ero capace ma in quel caso tutti mi dicevano che con l'allenamento si migliora e così è stato.
Perché nessuno l'ha pensato per il disegno?
E mi torna in mente anche quello che mi diceva la logopedista anni fa, che nessuno è condannato a essere stonato per sempre, ci sono solo persone più o meno portate, però tutti possono migliorare.
Eppure mia mamma mi ha raccontato che da piccola, quando nel coro si sono accorti che non cantava bene, le hanno detto di smettere di cantare ed è finita lì.
Chissà perché pensiamo che in certe aree possiamo migliorare, evolvere; quando però si tratta di attività "artistiche" allora no, non puoi andare oltre quello con cui nasci. Un po' una condanna al silenzio artistico per tanti.
Mi viene in mente il verso di  una canzone di Eloisa Atti:

Volevo disegnare l'arcobaleno
ma avevo solo il nero
avevo solo il nero

Che fare? Non so voi, io mi sa che andrò a vedere quando c'è il prossimo corso di Disegno Brutto dalle mie parti; se si tratta di disegno brutto, al momento posso battermi con i migliori e in futuro poi chissà, il mio arcobaleno potrebbe recuperare i suoi colori.

venerdì 7 settembre 2018

Corri Cesena, corri

Alle ore 20.15 di mercoledì  scorso mi trovavo insieme a mia mamma in Piazza del Popolo a Cesena, per partecipare a una camminata alla scoperta delle mura della città.
In piazza si era già radunata una discreta folla e quindi, dopo un breve discorso di presentazione, che non sono riuscita a sentire causa lontananza e vicini casinisti, gli organizzatori sono partiti, seguiti a ruota da un'orda di camminatori.
Non ci è voluto molto per capire che la velocità di crociera impostata dai capofila era eccessiva. A pochi minuti dalla partenza, un bambino è inciampato rovinando al suolo e solo il fatto di trovarsi a lato del gruppo l'ha salvato dall'essere calpestato dalla folla marciante.
Per tutta la prima parte del percorso, nella mia testa è frullata sempre la stessa domanda: che senso ha fare un giro delle mura se non riesci neanche a guardarti intorno, costretta a tenere sempre gli occhi fissi a terra, onde evitare di inciampare e sfracellarti al suolo?
Dopo qualche minuto di maratona mi sono ricordata di quella volta che partecipai a una delle camminate di Cesena cammina (lodevole iniziativa, beninteso) qualche anno fa; la situazione era identica, non facevo che pensare: Ma che fretta c'è? In fondo è Cesena Cammina, mica Cesena Corre!
Per fortuna, quando si trova in situazioni difficili, l'essere umano sa reagire con ironia: di lì a poco tra le persone intorno a noi si sprecavano le battute sul tema:

- Ma perché corrono così? Che fretta hanno?
- Per me gli hanno detto che all'arrivo c'è il buffet gratis.
- Probabile, porchetta e Franciacorta.

-Per favore non illudete il Popolo, se quando arriviamo non trovano niente, rischiamo la
sommossa.
- Che abbiano il parchimetro che scade?

La mia preferita l'ho sentita una volta arrivati a Porta Santi, di fronte a una brevissima ma ripida salita:

- ma non avevano parlato di percorso pianeggiante? 
Questo cos'è, il Pordoi?

Tutto sommato, è stata un'oretta divertente, mi sono fatta parecchie risate e anche due passi, che non fanno mai male. La salute innanzitutto.

Veni, vidi e siamo a posto così.

sabato 10 ottobre 2015

La streghetta non è sempre benvenuta


Sono le 20, il buio è ormai sceso ma la temperatura è ancora piacevole, un miracolo se si pensa alle ultime due settimane di tempo britannico che abbiamo avuto; oggi il bel tempo è ancora più importante perché ci coglie in fila fuori dal Carisport di Cesena, dove questa sera è previsto nientepopodimeno che il concerto di Morrissey, e non oso neanche immaginare come sarebbe stato passare 40 minuti in attesa sotto il diluvio.
Il nostro gruppetto si era dato appuntamento con armi e bagagli alle 19.30 e devo dire che abbiamo dato prova di grande puntualità: ci siamo piazzati britannicamente in fila davanti all'ingresso e abbiamo cominciato a tirare fuori vettovaglie dalle borse come se non ci fosse un domani (il picnic di Pasquetta impallidiva al confronto): piadine, crescioni, streghette imolesi e patatine vegane (un mistero, le altre patatine non lo sono?), tutto rigorosamente vegetariano, avendo noi appreso da voci di corridoio che ai concerti del nostro Morris, essendo lui vegano, non è consentito consumare alimenti di origine animale.
Secondo il piano iniziale avremmo conquistato i posti migliori battendoci con un coltello tra i denti, per poi consumare il nostro non tanto frugale pasto all'interno del palazzetto ma, essendo lì in fila e dovendo passare il tempo, la cena è sembrata a tutti la soluzione ideale. E per fortuna! Quando finalmente si sono aperte le porte ci è stato detto (da alcuni nerboruti individui che, in quanto nerboruti, avevano per forza ragione loro) che non era permesso portare alcun tipo di cibo o bevanda all'interno, per ragioni di sicurezza.
Le nostre borse sono state aperte e perquisite una per una, sembrava di essere all'aeroporto di Heathrow il giorno dopo un attentato.
Per un attimo mi sono immaginata il mondo in un prossimo futuro di neo-proibizionismo, un universo in cui è vietato mangiare carne e le forze dell'ordine pattugliano i luoghi pubblici con l'ausilio di cani anti-carne: la mafia, come sempre in questi casi, ha creato una rete di contrabbando altamente sofisticata per cui, per mezzo di arditi corrieri, sarà possibile ricevere direttamente dentro al palazzetto un panino con la porchetta, questo sì, pagandolo cifre astronomiche.
Tornando al qui e ora, ci siamo trovati a dover gettare via pericolosissime (seppur veganissime) bottigliette di acqua minerale (quelle che, come tutti sanno, noi hooligan di mezza età siamo soliti usare come palla da baseball durante i concerti), panini consumati a metà e le ultime streghette rimaste (quelle forse per motivi religiosi?), salvo poi arrivare in prossimità del bar e scoprire che le nostre bottiglie di plastica sono pericolosissime ma le lattine di birra del bar no, quelle evidentemente hanno un sistema di airbag che, se le tiri contro qualcuno, si attiva e rimbalza sul bersaglio con la delicatezza di una nuvola. Miracoli della tecnologia.
Per quanto riguarda il concerto, la mia non sarà una recensione canonica; pur essendo al mio secondo concerto di Morrissey, conosco poche sue canzoni e non sono in grado di dirvi se le ha cantate fedelmente o reinterpretate in modo ardito; il motivo per cui ho deciso di andare (nonostante il prezzo non proprio abbordabilissimo) è che ricordavo l'atmosfera  meravigliosa che avevo respirato la volta scorsa a Firenze (vedi Morrissey, la banda Fratelli e il sacco di Firenze) e speravo di ripetere l'esperienza. Così è stato, complice l'ottima posizione centrale e un po' rialzata (posti scelti accuratamente arrivando con smodato anticipo) che ci ha permesso di godere appieno di musica e luci indiavolate.
Il chitarrista che a Firenze era vestito da donna questa volta ha tenuto un basso profilo e devo dire che tutti i musicisti hanno dato prova di sè suonando qualunque strumento immaginabile; a parte l'arpa e il triangolino si è visto di tutto, a un certo punto un fan si è buttato sul palco e per un attimo ho pensato che qualcuno dei musicisti avrebbe afferrato e suonato anche lui. Il tempestivo intervento dei buttafuori ha lasciato la mia ipotesi sospesa nell'aria, restituendo di volata l'uomo alla folla.
Concludo con un pacato ma giustificato sfogo: capisco che nel mondo delle t-shirt commemorative tutto viaggi a una velocità pazzesca, o la stampi subito o muori, però, però, però, almeno il controllo ortografico facciamolo!
OCT. 8 - CESANA?!!! Sant'Iddio CESANA?!!!





P.s. questo post è stato scritto per la mia rubrica "L'angolo dell'estrema Riluttanza" su Stonehand Express








domenica 29 marzo 2015

Se ti prendono a schiaffi è colpa della saliera

Il lunedì sera alla Vigna c'è sempre qualcuno che suona; nel lunedi in questione io e Farnedi eravamo lì per sentire il concerto di Honkeyfinger.
Appena arrivati c'è stata la solita trafila per trovare la tessera  Arci, in questo caso dal mio portafogli è saltata addirittura fuori la tessera 2014, prontamente cestinata.
Al bar abbiamo chiesto quali bibite avevano e sentedo che c'era l'Ubuntu l'abbiamo ordinata per entrambi, tutto sotto lo sguardo incredulo della barista la quale non poteva capacitarsi che qualcuno conoscesse il marchio (evidentemente non aveva mai letto il mio post Maglie zebrate e pozioni vudù: incursione nell'Ubuntu mondo)
A introdurre Honkeyfinger c'era un apposito gruppo spalla; quando hanno iniziato a suonare è stato come se dei tizi si fossero avvicinati senza preavviso e mi avessero preso a ceffoni, c'era un volume che a parole non si arriva a descrivere: un volume da stadio in una zona grande quanto un salotto.
A un certo punto il chitarrista ha chiesto che gli alzassero la voce perché non la sentiva; purtroppo, il pensiero di abbassare tutti gli altri strumenti non l'ha nemmeno sfiorato. Intanto le nostre orecchie sanguinavano.
Assolutamente inspiegabile come questi soggetti potessero non accorgersi che noi del pubblico stavamo morendo, le nostre facce parlavano sa sole (principalmente credo fossero madonne).
La spiegazione ha tardato un po' a palesarsi ma alla fine, osservando attentamente il cantante, ho notato che quel poverino aveva l'anulare infilato in un cilindro trasparente, evidentemente durante la cena gli era rimasto incastrato il dito in una saliera e la pressione sanguigna comprimeva qualche nervo importante rendendolo temporaneamente inabile al pensiero razionale. Un peccato. Per noi.
Quando finalmente è arrivato il momento di Honkeyfinger, i volumi sono diventati molto più umani e a un certo punto (ci sono testimoni) il chitarrista si è girato e ha abbassato il volume.
"Quando un chitarrista abbassa il volume, lassù in cielo due angeli si abbracciamo" (l'ha detto Farnedi).
A circa metà concerto è iniziato un momento psichedelico, ed è in momenti come questo che ti rendi conto che non sei abbastanza drogata per apprezzare appieno la performance; in situationi del genere dovresti avere delle visioni, rincorrere ectoplasmi o vederti in triplice copia, invece io mi ritrovavo a pensare che dovevo restituire i libri della biblioteca entro l'indomani, pena cazziatone della bibliotecaria.
Evidentemente la psichedelia non è per tutti.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

venerdì 13 febbraio 2015

Basta un Celatonico e ti svolta la serata

Sabato 31 gennaio in programma c'era una serata al Magazzino Parallelo di Cesena, un circolo gestito da volontari a cui dobbiamo molte serate memorabili.
La serata in questione prevedeva una pesca di autofinanziamento (Pésca la Pèsca) allestita in una delle sue salette, pesca a cui Farnedi contribuiva personalmente con un paio di suoi CD e un vinile.
L'arrivo ha seguito più o meno il copione di sempre: ragazzo all'entrata che ci chiede di vedere la tessera Arci (l'ingresso è consentito solo ai soci) e conseguente ricerca spasmodica tra le millemila tessere della sottoscritta; non so come sia ma il mio portafogli, di dimensioni decisamente standard, quando cerco qualcosa diventa peggio di una scatola da prestigiatore, aperture segrete, pieghe insospettabili, mai una volta che quello che cerco sia lì davanti, bello visibile.
Più di una volta mi è sorto il dubbio che sia opera di quel sadico di Farnedi il quale, sapendo dove andrò la sera, mi cambia di posto le tessere prima di uscire ma purtroppo non ho prove che lo inchiodino al misfatto, mi tocca ripiegare sulla teoria del destino crudele.
L'idea di essere semplicemente invornita non è neppure contemplabile.
Una volta esibita la tessera e indi penetrata la parallela fortezza, il mio cervello è entrato subito in modalità lotteria/pesca/ tombola.
Ammetto che si tratta di un fenomeno piuttosto strano: io che non compro mai neppure un misero gratta e vinci, non gioco al lotto e non ho mai tenuto in mano un biglietto della Lotteria Italia, quando mi trovo di fronte alle tombole/pesche/lotterie organizzate alla buona (vedi festa della parrocchia, del quartiere ecc) torno ad avere sette anni e mi godo il brivido dello sfilare il biglietto dal maccherone che lo imprigiona e scoprire se e cosa ho vinto. Ovviamente a volte vinco roba inguardabile, che meriterebbe di essere inserita in uno dei miei post sui regali di Natale (vedi  A caval donato...) ma spesso e volentieri lassù qualcuno mi assiste (o mi odia, secondo i punti di vista), come la famosa volta in cui, ancora teenager, vinsi un prosciutto alla festa della parrocchia.
Ovviamente la vincita scatenò un'ondata di celebrazioni, gioia e gaudio a profusione, poi però la realtà s'impose in tutta la sua prosaica drammaticità: se hai un prosciutto ma NON hai l'affettatrice e tuo padre non conosce il significato della parola sottile, sei destinata a mesi di fiorentine di prosciutto propinate in tutte le salse.
Abbiamo mangiato prosciutto per tanto tempo che alla fine era diventato uno della famiglia, gli avevamo pure dato un nome: Rob.
"Cosa mangiamo oggi?"
" Se vi va facciamo pasta panna e Rob, oppure Rob e melone"

In questo caso non c'erano prosciutti quindi ero abbastanza tranquilla, ho lasciato il mio obolo
ricevendone in cambio vari biglietti, tra cui quello che ha vinto uno dei premi più ambiti, il comfort package, uno scatolone contenente un salame, del formaggio, una tavoletta di cioccolato fondente e del caffè. Come premi collaterali ho vinto un CD del gruppo Io e la tigre e un libro a scelta nel mucchio dei libri brutti (testuali parole della Roberta).
Se a tutto ciò aggiungiamo che abbiamo festeggiato con abbondanti dosi del Celatonico, mirabolante cocktail afrodisiaco e medicamentoso (specialità della casa), e che  Farnedi si è aggiudicato l'ambitissima felpa del Magazzino, posso dire senza tema di smentite che siamo tornati a casa più soddisfatti degli Unni dopo un saccheggio. E con meno lividi.
Tutto sommato, un successo su tutta la linea.

mercoledì 12 novembre 2014

Si sta bene all'ombra delle nuvole

Sabato pomeriggio alla Biblioteca Malatestiana di Cesena Farnedi partecipava alla presentazione del progetto All'ombra delle nuvole  organizzato dall'Associazione Barbablu in collaborazione con ANPI: attraverso la creazione di un e-book (opera di Elisa Rocchi) e di una serie di tavole a fumetti dei ragazzi del gruppo F+, si rievocava l'assalto alla Rocca Malatestiana da parte di un gruppo di partigiani cesenati nel 1944, in occasione del 70° anniversario della Liberazione di Cesena.  A Vendemmia era affidata la conclusione musicale dell'evento.

L'inaugurazione della mostra era prevista per le 17 e alle 16.45 si poteva notare una figura camminare frettolosamente su per via Cesare Battisti in direzione della Biblioteca; come sempre non avevo calcolato bene i tempi e sono quindi arrivata a destinazione trafelatissima e alquanto accaldata, tra e altre cose perché continuo a dimenticarmi che pur essendo novembre fa ancora un gran caldo e quindi la maglia di lana è meglio tenerla nell'armadio.
Sono arrivata in aula magna alle 17.05 ma per fortuna era ancora tutto tranquillo; ho salutato Enrico che chiacchierava lungo il corridoio ma poi, preferendo garantirmi un posto a sedere, sono andata ad accasciarmi su una sedia e ho iniziato un complicato processo di svestizione che neanche con un kimono tradizionale sarebbe stato tanto complicato. Per fortuna essere impediti è ancora legale.
L'inaugurazione ha seguito il suo iter e, quando è arrivato il suo turno, Enrico ha introdotto la canzone riferendosi al progetto dell'ANPI per la celebrazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia (il triplo CD Addosso!), progetto a cui era stato invitato a partecipare con una canzone che sarebbe poi diventata Vendemmia. Ha narrato le vicissitudini che hanno portato alla nascita della canzone, senza peraltro risparmiare dettagli sulle litigate che abbiamo fatto in quei giorni, lavorando sul testo con una scadenza ravvicinatissima.
Non nascondo che è stata un'emozione quando alla fine della canzone ho sentito l'applauso fragoroso della sala, sembrava non voler finire mai.

Una volta concluso l'evento mi sono avvicinata alla mostra per poter guardare con calma le varie tavole esposte, peccato che un minuto dopo ci sia piombato addosso il solerte custode della Malatestiana il quale, borbottando che dovevamo andarcene perché erano le 19 e lui doveva chiudere, ci ha praticamente spalati via, chiudendoci il portone alle spalle come faceva sempre il prete con gli sposi, onde evitare che la grandinata di riso di ordinanza finisse dentro la chiesa.
Noi però riso non ne abbiamo tirato.




P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica "L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

mercoledì 2 luglio 2014

Fendi alla Notturna di San Giovanni

Per la Notturna di san Giovanni di quest'anno (per la passata edizione vedi Gli Dei sorridono sulla Notturna di San Giovanni, io meno) io e Rico avevamo deciso di prendercela comoda e camminare, anche perché considerando la mia velocità di corsa e il ritmo da bersagliere che mi tocca tenere quando vado a camminare con lui, non ci avremmo messo molto più tempo dello scorso anno...
Sfortunatamente con l'approssimarsi del D-Day l'evento stesso è parso a rischio, vittima della furia degli elementi che secondo le previsioni meteo si sarebbero abbattuti su quel fine settimana, affogando in ettolitri di pioggia qualsiasi buona intenzione podistica. E in effetti la sera prima della gara Madre Natura aveva dato ragione al colonnello Bernacca, sfoderando il meglio del proprio repertorio: tuoni, fulmini e piogge torrenziali. 
Immaginate la mia sorpresa quando il mattino dopo, nonostante avesse rinfrescato, i miei occhi si sono aperti su un cielo limpido e un sole splendente; di fronte a tanto ben di dio ho pensato Carpe Diem! e sono andata a fare una corsetta, sai mai che le previsioni ci azzeccassero per la serata, mandando a monte la Notturna... 
Sfortunatamente non avevo considerato che, anche se preceduto da una notte di diluvio, il sole di giugno si riprende in fretta e già dopo un quarto d'ora sudavo abbondantemente e la testa sembrava andarmi a fuoco. Sono riuscita a resistere per trenta interminabili minuti, dopodiché a malincuore ho gettato la spugna (in realtà ormai la spugna ero io).
Neanche a dirlo, non è caduta neanche una goccia di pioggia in tutto il giorno.
All'ora X siamo partiti per la nostra camminata con una formazione composta dalla sottoscritta, Rico, la Clodia e Tommasoni; abbiamo affrontato il percorso in modo molto rilassato, eccetto in quei cinque minuti in cui siamo stati travolti dalle centinaia di corridori della competitiva che ci hanno superato, sfrecciando intorno a noi come mustang e costringendoci a trovare rifugio dietro una colonna per non venire travolti dalla mandria impazzita.
La camminata è stata molto piacevole, la vista dall'Abbazia del Monte al tramonto era splendida ma confesso che la mia attenzione a quel punto era focalizzata su ben altro: davanti a noi c'erano due tizie che avevano portato il concetto di Bella Figheira a livelli impensabili: dovendo scegliere l'abbigliamento più adatto alla camminata (seppure di soli 6 km includeva varie salite piuttosto ripide), una delle due aveva optato per una maglia obliqua che cadeva lasciando tutta una spalla di fuori, i capelli raccolti in stile Nicollette Sheridan anni 80 e, udite udite, una borsa di Fendi che teneva orgogliosamente al braccio con la tipica inclinazione dell'arto che contraddistingue chi non è mai stata sfiorata dal pensiero che le braccia siano più che semplici attaccapanni per borse griffate.
Vedendo che la nostra squadra, distratta dalle chiacchiere, aveva visibilmente rallentato l'andatura, ho fatto loro presente che per me potevano anche fermarsi a fare le capriole sul prato ma noi la camminata non potevamo finirla dietro la Bella Figheira con la borsetta. Una degli standard minimi li deve avere.
Mi tocca ammettere che la tipa in questione prendeva molto sul serio il suo personaggio: il braccio è sempre rimasto ad angolo retto, abbassandosi solo per brevi istanti, uno dei quali purtroppo proprio mentre io cercavo di scattare una foto per documentare la situazione. Mannaggia.
Verso la fine del percorso, mentre affrontavamo l'ultima ripidissima salita invocando a intervalli regolari uno ski-lift o uno spritz, siamo stati superati dai cyborg della competitiva i quali, oltre ad aver per-corso una distanza doppia rispetto alla nostra, correvano su per la salita senza fare una piega. E pensare che da fermi sembravano terrestri come noi.
A fine corsa siamo andati a ritirare la maglietta premio ed è stato quello il momento più difficile di tutta la giornata: da una parte in questi casi è meglio andare subito al ritiro t-shirt, così non si rischia di arrivare quando l'unica taglia rimasta è la XL come mi successe l'anno scorso; dall'altra parte per ottenere una M devi farti strada in mezzo a una marea di braccia spalle e schiene tutte sudatissime e sempre in movimento per cui solo Mandrake riuscirebbe a evitare di farsi toccare. Quando esci ti sembra di essere stata attaccata da un branco di lama e leccata a morte.
Forte dell'esperienza acquisita mi sento di pronosticare che l'anno prossimo invece di correre allestiremo un chioschetto lungo il percorso e ci arricchiremo servendo Spritz ai partecipanti assetati. 




martedì 18 giugno 2013

Gli dei sorridono sulla Notturna di San Giovanni, io meno.

Questo è un post assolutamente e innegabilmente sportivo, una novità per il mio blog dove siffatto argomento non è molto comune. A volte però succede l'inaspettato, come ad esempio che io decida di partecipare a una corsa. Mi riferisco alla celeberrima (perlomeno dalle mie parti) Notturna di San Giovanni, evento che si tiene in quel di Cesena da tempi immemorabili (nel senso che io non ho idea di quando sia iniziato).
La data dell'evento è quantomeno curiosa se si pensa che il giorno di San Giovanni, santo patrono della città, è il 24 giugno, mentre la Notturna si tiene il sabato precedente; però, a ben pensarci, con la fiumana di gente che cala sul centro cittadino il giorno del patrono, l'unica possibilità per i corridori sarebbe dotarsi di scimitarra e farsi largo menando fendenti e non oso immaginare poi la spesa per lavare via tutto il sangue dal porfido.
Per amor di precisione ci tengo a specificare che non ho partecipato alla temutissima corsa competitiva, quella a cui prendono parte cyborg, alieni in sembianze umane e tutta una gamma di Terminator di nuova generazione che a guardali sembrerebbero proprio persone, bensì alla camminata non competitiva da 10 e rotti chilometri. Inizialmente ero un po' dubbiosa ma, avendo comprovato nelle ultime settimane che riuscivo a correre 10-11 km senza infarti, ingenuamente mi sono detta che si poteva fare, senza minimamente considerare che io vivo sì a Zezena, ma trovomi nella parte piatta, quella lato mare, mentre la corsa ovviamente si infilava su per la collina. NON è la stessa cosa.
Alle ore 18.30 la Checca è passata a prendermi e, caricato in macchina il mio zaino invicta delle superiori (noi ormai si va verso il vintage) con i vestiti di ricambio, siamo partite verso il centro. Ovviamente fino a due minuti prima del suo arrivo io giravo per casa agitando le estremità come una bambina al suo primo giorno di scuola (devo portarmi un fazzoletto? Mi metto gli occhiali da sole? Il cappellino servirà?)
La corsa iniziava alle 20 ma già alle 18.50 Piazza Almerici straripava di podisti, umani e non; facendoci largo tra la folla abbiamo raggiunto lo stand dell'associazione Simone Grassi e individuato immediatamente Davide e gli altri ragazzi volontari che si occupavano dell'iscrizione. Poco a poco sono arrivati amici e parenti, tra cui Riccardo, anche lui votato alla 10 km, gli antenati, questa volta in veste di pubblico, e il clan Farnedi che optava invece per la camminata breve. A fare la competitiva con la Checca c'era anche l'Enrica che incontravo per la prima volta extra-facebook, in carne e ossa; ho anche scoperto che lei e Paolo sono lettori di questo blog e devo ammettere che è una gran soddisfazione quando qualcuno mi dice che si fa due risate leggendo quello che scrivo. Paolo mi ha anche stupito dicendomi che mi immaginava più piccola ed è stato buffo pensare che, pur con i miei piedoni, scrivo petite.
Tra una chiacchiera e una foto, l'ora della partenza era ormai giunta e io mi guardavo intorno alla ricerca della Claudia (da non confondere con la Clodia), l'unica del parentado oltre a me e Riccardo a correre la 10 km senza il turbo. Niente da fare, siamo partiti noi due soletti in un fiume multicolore lungo la strada che va verso
il teatro Bonci e che non ho idea di come si chiami (in fondo vivo qui solo da quando sono nata).
A questo punto è iniziato il dramma, la tragedia che potrei riassumere in una sola parola: falsopiano. Mi avevano avvertito che c'erano da affrontare due salite molto ripide, raccomandandosi di non correre su per la salita (non mi aveva neanche sfiorato il pensiero), però nessuno mi aveva avvertito che il percorso che collegava le due massacranti salite non era pianeggiante, era, come mi ha specificato DOPO mia sorella, un falsopiano. Falso...intendo il piano, perché se lo fai in macchina sarà anche piano, ma se la strada la fai di corsa è una di quelle salitine bastarde, lievi e costanti che nessuno ha il coraggio di chiamarle col loro nome rischiando di farsi dare del pappamolla, allora hanno inventato sta parola falsopiano che te lo dice già da sola che ti stanno prendendo in giro. Fatto sta che, dopo qualche chilometro di falsopiano e maledizioni lanciate a indirizzo ignoti, siamo arrivati alla salita annunciata, una semi-mulattiera che a guardarla la prima cosa che pensi è dov'è Heidi? e poi ti guardi intorno cercando la seggiovia. Quando alla fine realizzi che ti devi inerpicare con le tue gambine, lì hai il primo tracollo psicologico ma tieni duro, almeno fino a tre quarti della salita quando quell'unico neurone che ancora funziona ti fa tornare in mente Marco Masini che canta perché lo fai disperata ragazza? e quello ti dà il colpo di grazia.
Ho liberato il povero Riccardo, che correva praticamente sul posto pur di mantenere il mio passo, e mi sono fermata un paio di minuti a prendere fiato.
E, misteriosamente, da quel momento in poi le cose hanno preso tutta un'altra piega: tornata padrona del mio destino mi sono avviata decisa su per la salita, anche se con un'aria non proprio pimpante. Proprio in quel momento gli dei mi hanno mandato un segno tangibile della loro approvazione: è arrivata una macchina su per la strada e mi ha costretto a fermarmi per almeno un minuto in attesa che passasse (una sofferenza atroce); mentre lamentavo a gran voce questo contrattempo che mi obbligava all'immobilità una ragazzina, ridendo, mi ha offerto le ciliegie del suo albero, ciliegie che ho accettato con gioia, calcolando nel frattempo che il coglierne anche solo una mi avrebbe concesso un altro meraviglioso minuto di riposo. Insomma, il cielo ha approvato senza se e senza ma.
Avevo ormai percorso quasi tre quarti del tragitto quando mi sono sentita chiamare per nome e voltandomi indietro ho visto uno sconosciuto che correva verso di me e indossava una maglia gialla fosforescente, di fianco a lui c'era....la Claudia! Era partita in ritardo e questo sant'uomo (che aveva già concluso la gara) l'aveva aiutata a raggiungermi. Da quel momento in avanti il nostro motivatore ci ha accompagnato per il resto del percorso, incoraggiandoci e spronandoci costantemente (rilassa le braccia che altrimenti domani ti fanno male! va più piano che ti stanchi!). Io dal canto mio ne dicevo di ogni, cosa volete, ognuno reagisce a modo suo. Verso la fine del tragitto, mentre si guadagnava la seconda maledetta salita, abbiamo incorporato nel gruppo un misterioso uomo in azzurro e, una volta usciti incolumi dalla discesa sull'acciottolato davanti all'anagrafe abbiamo tagliato gloriosamente il traguardo. Quando però ci siamo voltati per ringraziare il nostro leader, di questi non v'era più traccia. Dileguossi.
Non ero ancora ferma del tutto che già un omino mi cazziava perché non avevo il dannatissimo tagliandino da
riconsegnare per avere in cambio un altro tagliandino con cui andare a ritirare il pacco regalo. Il lasciapassare A38 non muore mai.
Alla fine della trafila, sto benedetto pacco regalo conteneva mezzo chilo di pasta (che fa sempre comodo), quattro biglietti omaggio per l'ippodromo (l'unica volta che sono andata alle corse facevo le superiori) e una maglietta, termine assolutamente inefficace per descrivere il lenzuolo che mi sono ritrovata tra le mani. Essendo tra gli ultimi a tagliare il traguardo, erano rimaste solo una marea di XL. L'obesità sarà in aumento in Italia ma evidentemente non lo è tra i corridori, neanche quelli della domenica.
Per finire l'avventura secondo il vero stile podista, io e la Checca ci siamo cambiate nel parcheggio vicino alla macchina e, ovviamente, proprio in quel momento ci sono passate di fianco almeno tre auto mentre, in equilibrio su una gamba sola, tentavo di infilarmi i pantaloni senza cadere. Da podista che si rispetti non mi sono lanciata di traverso sui sedili di dietro, me ne sono rimasta lì in mutande, evidentemente su per quelle salite oltre a un polmone avevo perso anche la vergogna.

lunedì 13 maggio 2013

Io faccio "l'idraulico"

Il mese scorso, per l'esattezza l'undici aprile, scorrendo le notizie su Facebook, ho trovato un articolo del quotidiano online "Cesena Today", accompagnato da un commento: Coppia un po' particolare di Cesena si sposerà in Canada!
Inevitabile chiedersi come sia una coppia un po' particolare di questi tempi, e altrettanto inevitabile cliccare per saperne di più (sono caduta come un paganello nella rete del titolaio). Leggendo scopro che questa coppia un po' particolare sono in realtà due donne che convivono da tempo e hanno deciso di sposarsi; non potendo farlo qui hanno scelto di andare in Canada. 
La cosa in sé non farebbe notizia, se non fosse che la riporta un quotidiano di provincia e, come si sa, in provincia tutto quello che esula da criteri prestabiliti ai tempi delle guerre puniche, semplicemente non esiste. Non è che sia criticato, condannato ecc, si fa proprio finta di niente; di conseguenza questo articolo è già di per sé una novità, è la notizia a fare notizia.

Il giornalista inizia precisando che le due cittadine in questione non hanno fatto nulla di male (viene da chiedersi perché abbia sentito la necessità di precisarlo, non è che sul giornale ci vanno solo i criminali), per poi proseguire specificando che abitano e lavorano a Cesena da anni e sono una coppia di fatto: convivono, “si amano” e vorrebbero sposarsi come tutte le coppie. Ora, non vorrei far sempre la figura della criticona rompiballe, però a me quelle virgolette attorno a si amano danno proprio fastidio, in fondo amarsi è come essere credente, tifare Juve, fare l'idraulico ecc, o lo fai o non lo fai. 
Immaginate per un attimo di assistere a questo dialogo:
A: Tu che mestiere fai? 
B: Io faccio "l'idraulico"
Voi cosa pensereste? A me verrebbe subito da sospettare che questo in realtà faccia l'attore, oppure che come idraulico sia negato e lo sappia.

Concludo con un dettaglio splendido di cui però non posso prendermi il merito, non me ne sono accorta io ma un altro lettore che ha così commentato l'articolo: ...azz che spalle! 

Incuriosita ho dato un'occhiata alla foto in piccolo che accompagnava l'articolo (vedi immagine a lato) e che ritraeva chiaramente due uomini, uno dei quali era oltretutto piuttosto nerboruto. Il resto son solo domande.

giovedì 29 novembre 2012

Baràtt: loschi figuri ammantati di oscurità

Non so cosa abbiate fatto voi il 10 novembre ma, in caso siate stati sul divano a vegetare broccolo-style, non preoccupatevi, noi ne abbiamo fatta più che a sufficienza per tutti.
Procedo con la narrazione del nostro D-day.
***
E' da più di un mese che ci lavoriamo ed  è finalmente arrivato il momento della verità: oggi pomeriggio alle 16 parte Baràtt, lo spazio di libero scambio fumettoso organizzato dall'associazione MicaPoco di cui faccio parte.
Trattasi di un evento collegato a Cesena Comics, il festival dei fumetti che si tiene a Cesena nella settimana dal 12 al 18 novembre; abbiamo pensato di organizzare un pomeriggio in cui chiunque può presentarsi con fumetti già letti da scambiare gratuitamente con quelli di altri partecipanti, un modo per avere fumetti "nuovi" a costo zero, alla faccia della crisi.
Sono le 9.30 ed è appena suonata la sveglia; sono ancora un po' rintronata ma urge scuotersi, tra un po' passa l'Albertini a prendermi col furgone per andare alla scuola media Anna Frank a ritirare le sagome giganti dei Peanuts che ci prestano per l'evento. Accendo il cell e mi arriva un sms della Ste con un contrordine, passa lei a prendere tutto, appuntamento al bar Roma alle 11.
Mentre scendo a fare colazione squilla il telefono e la conversazione segue all'incirca questo canovaccio:
1 - Ste:"Ciao, qua abbiamo già fatto tutto, è passato a prendermi il babbo di Mirco perché oggi pomeriggio gli serviva il furgone, tu dopo vieni al bar Roma?"
2 - Io:"Sì, vengo alle 11"
3 - Ste:"Ok perché io non ho la macchina quindi se mi puoi dare un passaggio quando abbiamo finito..."
4 - Io:"Nessun problema, ci vediamo dopo"
5 - Ste:"Ok"

Alle 10.30, colazionata e ripulita, mi blindo con il giubbotto pesante e inforco lo scooter (sabato è giorno di mercato quindi parcheggio impossibile); fa un po' freddino ma tanto il viaggio dura solo un quarto d'ora, posso farcela. Arrivo al bar Roma e trovo la Clodia che mi squadra con due occhi così, visto che da programma a quell'ora dovevo essere con l'Albertini a recuperar sagome.
Le spiego brevemente l'accaduto ma, quando arrivo al momento della telefonata, il cielo improvvisamente si oscura e cala su di me il gelo della morte certa: la memoria è tornata alla frase n.3 della conversazione (vedi sopra). Cazzarola, come faccio a dare un passaggio alla Ste in scooter? Non ho mica un altro casco! E adesso chi glielo dice? La sudorazione aumenta esponenzialmente.
Per mia fortuna, una volta illustrato il marone (stupidaggine di proporzioni comunali) che ho combinato, la Rinaldi corre in mio soccorso offrendo i servigi della Tommasoni-mobile come taxi e io ricomincio timidamente a respirare.
Quando poi arriva l'Albertini come prima cosa la informo del servizio taxi Tommasoni, per poi infilare rapidissimamente nel discorso tutto il resto. Alla fine me la cavo con un paio di occhiatacce di quelle che tagliano l'acciaio come fosse burro ma conservo il cuoio capelluto, tutto considerato poteva andare peggio.
Il resto della mattinata scorre via rapidamente mentre l'Ale sistema nelle vetrine le varie tavole di fumetti forniteci dall'associazione Barbablù e noi mettiamo a punto gli ultimi dettagli, tra cui come diavolo vestirci a pomeriggio perché dovremo stare dalle due alle otto all'aperto e la questione è delicata; io propendo per un look ormai consolidato, quello da benzinaio/posteggiatore, per cui sarò il più coperta possibile, magari non proprio un gran bel vedere ma...
L'appuntamento è in galleria Oir per le 14.30 quindi praticamente parto dal bar Roma, arrivo a casa, tocco il muro e riparto, accompagnata da Rico e da una valanghina di fumetti.
L'allestimento dell'area dove si tiene l'evento ci porta via parecchio tempo: ci sono gli scatoloni di fumetti donati da amici e parenti da disporre sul tavolo del baratto, i poster da attaccare ai muri, le sagome dei Peanuts da collocare in giro, insomma, si fan le quattro e non ce ne siamo neanche accorti.
E a questo punto si aprono le danze, o meglio, si aprirebbero se ci fosse qualcuno ma non c'è anima viva! Sento riaffiorare l'ansia degli ultimi giorni, mi torna il mente il sogno fatto un paio di notti fa in cui noi preparavamo tutto ma poi non veniva nessuno. Che fosse profetico? L'Albertini mi ucciderà.

E invece, poco a poco, qualcosa inizia a muoversi; la prima ora in realtà la passiamo chiacchierando, è arrivata anche la Zoffoli col suo carico di Lupo Alberto da donare alla causa e compaiono i primi bambini per partecipare al laboratorio per creare oggetti col sapone, organizzato parallelamente a Baràtt.
Solo verso le 17.30 avvistiamo tra i passanti i primi fumettari, facilmente riconoscibili dagli zainetti o dalle buste di plastica chiaramente carichi di materiale da scambio.
Fortunatamente Rico è dei nostri quindi, oltre a essere ferratissimo sui fumetti che ha donato lui, può anche offrire recensioni su gran parte del materiale disponibile. Io mi pavoneggio lanciando in giro occhiate soddisfatte, come a dire: quello lì, l'esperto, l'ho portato io!
Mi trovo anche spiazzata dalle richieste di alcuni genitori di acquistare i fumetti in mostra; spiego che possiamo solo barattarli perché a fine giornata i fumetti rimasti saranno donati al reparto di pediatria dell'ospedale e vedo qualche faccia di bambino parecchio delusa. Son momenti difficili.
Sono molte le persone che si fermano incuriosite ma, non avendo con sé fumetti da barattare, non è che si possa combinare molto... In diversi chiedono se saremo lì anche il giorno dopo ma mi tocca rispondere picche; provo comunque a suggerire a chi abita nei dintorni di fare un salto a casa a prendere qualche giornaletto ma in realtà non sono molto fiduciosa (andare avanti e indietro con i bambini al seguito è una faticaccia), immaginate quindi la mia faccia quando tre delle famiglie in questione tornano con il loro bel carico di fumetti e ne lasciano addirittura qualcuno in più "per quei bambini in ospedale". Ogni tanto è bello anche sbagliarsi (ogni tanto).
Arrivano le sette di sera e siamo effettivamente distrutti (oltre che quasi ibernati), però tutto sommato contenti (e tonicissimi, o forse è rigor mortis, chissà). Con l'aiuto degli amici sbaracchiamo tutto, sfruttando i nostri baldi uomini (Rico, Tommasoni e Gasperoni) per caricare in macchina gli scatoloni di fumetti che pesano come il piombo ma di cui non possono lamentarsi se non vogliono incrinare irrimediabilmente la loro immagine virile.
Una volta staccati anche i poster e i disegni dalle pareti, restano solo le sagome cartonate dei Peanuts che devono essere collocate in luogo sicuro e asciutto in attesa della restituzione; ci distribuiamo il sagomato carico e si parte.
Immaginatevi un gruppo di loschi figuri, ammantati dell'oscurità della notte e intabarrati fino al naso, che si aggirano per il centro di Cesena portando sotto braccio queste sagomone alte fino a un metro e mezzo.
Lungo la strada abbiamo incrociato molta gente già tirata a balestra e calatissima nel ruolo da sabato sera: donne taccate e paillettate, uomini sempre un po' sottotono (diciamocelo, la moda uomo fa una gran tristezza); i soggetti e le soggette di cui sopra ci squadravano con delle facce che erano uno spettacolo, neanche trasportassimo armi di distruzione di massa
Le persone non sanno come reagire di fronte all'inaspettato.



P.S. Valutazione sintetica post-Baràtt:  tutto considerato direi che sono soddisfatta, non è venuta tantissima gente ma chi è venuto credo tornerà anche l'anno prossimo e alla fine siamo riusciti a raccogliere 220 fumetti e 10 libri per bambini.
P.P.S. I fumetti spaventosi che ha portato Lelli abbiamo pensato di rifilarli a Rico perché in pediatria han già i loro problemi senza che arriviamo noi a terrorizzargli i bambini.

martedì 30 ottobre 2012

La vita non è tutta Gioia e tutù

Per la prima volta in non so mai quanto tempo ho partecipato a un incontro organizzato dall'amministrazione comunale per presentare ai cittadini (sottolineo ai cittadini) alcuni progetti di riqualificazione del centro.
C'è stato un po' di tutto, dal tipo che si alza per fare un commento e urla per dieci minuti esatti, al sindaco che conclude il suo intervento con "Buona visione a tutti" facendo un po' l'effetto di una Signorina Buonasera della Rai, fino a quelli che, sicuramente per risultare più comprensibili a noi semplici cittadini, ci hanno sommerso di project financing e collettare gli scarichi, il tutto abbondantemente condito con generose dosi di  fondamentalmente e quant'altro e puntatine di piuttosto che usato alla come capita.
La cosa più apprezzata della serata è stata il timer (saggiamente impostato sui dieci minuti) che allo scadere del tempo faceva suonare un gong a tutto volume; almeno sapevi che qualunque cosa ti riservasse l'amaro destino non sarebbe durata più di dieci minuti.
Nel corso della serata mi sono ritrovata più volte a riflettere su quanto sia spaventoso trovarsi costretti a parlare di fronte a un pubblico: tutta sta gente che se ne sta lì e ti fissa come se si aspettasse di vederti fare qualche gioco di prestigio, magari camminare sui trampoli o fare piroette, roba da fare venire la pelle d'oca anche a Terminator.
Mi è tornato in mente un episodio di Seinfeld in cui il comico americano, in uno dei suoi monologhi, aveva citato un sondaggio che indagava le più grandi paure dei cittadini americani: pare che al primo posto ci fosse proprio il dover parlare in pubblico. Al secondo posto c'era la morte. Non scherzo, la morte veniva dopo.
Ovvio che ognuno di noi trova un suo modo di gestire le situazioni stressanti; ho sentito consigliare le soluzioni più inverosimili, per esempio immaginarsi il pubblico nudo, sperando di ridurre la soggezione che si prova di fronte alla folla.
Evidentemente il saggio in questione non aveva mai considerato che ci sono cose che nessuno dovrebbe mai vedere, neppure immaginare, scene che rischiano di  restarti scolpite nel cervello e poi perseguitarti per tutta la vita.
A questo proposito ricordo un cenone di capodanno in cui un'attempata signora americana non proprio filiforme si presentò in sala con un abito con bustino e gonna di tulle, stile ballerina della Scala; trattandosi della sera di San Silvestro, momento che pare autorizzare le più agghiaccianti nefandezze stilistiche, mi dissi che tutto sommato poteva andare peggio. A ripensarci adesso direi che no, non poteva. Mentre l'aspirante ballerina chiacchierava amabilmente con il marito, il caso volle che le cadesse di mano qualcosa, non so cosa ma doveva essere importante poiché ella si affrettò a chinarsi per raccoglierlo; peccato che, insieme al busto, dimenticò di piegare le ginocchia e la gonna tullosa si sollevò completamente, rivelando che sotto il vestito la signora non portava le mutande bensì un PERIZOMA. Ripeto, un PERIZOMA.
Nonostante siano passati anni, ci sono giorni in cui la mia mente abbassa la guardia per un istante e quell'immagine si ripresenta in tutto il suo orrore. E' successo proprio oggi, mentre scrivevo questo post.

Ma torniamo al tema in questione; come stavo dicendo, parlare in pubblico non è facile, lo è ancora meno se qualche genio decide di illuminare il podio con un faro da un milione di watt puntato direttamente sul relatore, il quale può scegliere se guardare la platea e farsi cuocere la faccia/bruciare le retine, oppure fregarsene delle buone maniere e voltare le spalle al pubblico (in quel caso si consiglia di indossare indumenti di colore chiaro, onde evitare agli intervenuti la triste visione di una giacca innevata di forfora).
Intrappolato in un ambiente ostile, il povero relatore cerca disperatamente una via d'uscita onorevole; le convenzioni sociali gli impediscono di darsi semplicemente alla fuga, essendo che teme il giudizio del pubblico (poi se ti lanci di corsa verso l'uscita c'è il rischio che qualche bastardo stenda una gamba e tu finisca steso a pelle d'orso sul pavimento e con inevitabile foto dilangante sui media il giorno dopo), quindi si butta sulla velocità e inizia a parlare a un ritmo talmente frenetico da farti venire il dubbio che sia in realtà un androide, almeno fino a quando non inizia impappinarsi ogni tre per due, risultando largamente incomprensibile. È evidente che quel fascio di nervi in completo a giacca spera semplicemente di uscire quanto prima dal nero tunnel, cosa tutto sommato comprensibile e accettabile, eccetto per coloro che a) dovranno poi commentare l'intervento, b) magari devono tradurlo in altra lingua.

Quanto detto finora ha lo scopo di dimostrare che sono consapevole delle difficoltà che il relatore medio deve affrontare; ciononostante, malgrado ciò, tuttavia, insomma:

mi sono rotta gli zebedei di tutta sta gente che al momento di pronunciare il suo discorso, tira fuori un malloppo di fogli e, senza mai alzare gli occhi verso il pubblico, si limita a leggere un testo scritto, ovviamente con il trasporto di Trenitalia che annuncia l'ennesimo ritardo dell'Eurostar.
Gioia, a questo punto tanto valeva mandarmi il file per posta elettronica, potevo leggerlo comodamente a casa mia, stesa sul divano con una copertina sulle ginocchia, cosa son venuta a fare qua?


giovedì 17 maggio 2012

La Cantinata 2012. E adesso può anche finire il mondo.

E finalmente anche quest'anno è arrivata: quando ormai la davamo per persa e ci eravamo rassegnati a un 2012 zoppo, incompleto, ecco arrivare la comunicazione sulla bacheca facebook della Ciana: l'ormai celeberrima cantinata chez Ciana e Livio veniva annunciata per sabato 12 maggio.

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno perché di solito detto evento ha luogo in periodo invernale (generalmente in area pre o post natalizia) e quest'anno, non avendo ricevuto convocazioni in quel periodo, ci eravamo mestamente ritirati in un angolo a strapparci i capelli e ululare sconsolati.

La Cantinata in questione è una serata che da anni la Ciana e Livio organizzano nella loro cantina insieme a un gruppo di amici volonterosi per raccogliere denari da donare in beneficienza; noi lavativi invece andiamo, ci sbafiamo il mondo, ci divertiamo a pacchi, lasciando però la nostra offerta per mitigare il senso di colpa.
Quest'anno l'organizzazione scelta come destinataria della donazione era Amnesty International.

Ovviamente, appena ricevuta la lieta novella  su facebook sono andata a sentire come era messo Rico il 12; il fine settimana è sempre difficile che l'uomo sia libero dal lavoro però negli ultimi due anni eravamo stati fortunati quindi ho incrociato le dita e anche stavolta è andata bene: suonava il sabato e la domenica prima, il sabato e la domenica dopo, la domenica 13 ma il sabato 12 era libero come l'aria. Evvai.

Una volta confermata la nostra presenza alla soirée, si è presentato un altro problema: uno degli elementi caratteristici di una cantinata che si rispetti è il buon vino ed è quindi praticamente impossibile uscirne con un tasso alcolemico in linea con le norme vigenti in materia di guida e alcol (dopo due bicchieri io sono fuori di sicuro). Dato il mio proverbiale livello di jella, se appena bevessi due dita in più e osassi avviare la macchina in una strada deserta, di sicuro si materializzerebbe una pattuglia della polizia stradale con tanto di macchinino per il test. Essendo poi che se superi di 0,01 la soglia di 0,50 ti ritirano la patente per tre, dico TRE, mesi (per non parlare dei 500 euri di multa, degli esami del sangue e del corso obbligatorio su alcol e guida), non mi pareva il caso di andare in cerca di guai.
Dopo attenta riflessione abbiamo deciso di lasciare a casa l'auto e andare in bicicletta (una pedalata di mezzora, niente di proibitivo); purtroppo però, con l'avvicinarsi della data le previsioni meteo si sono fatte sempre più fosche e tendenti al bagnato. Scartata l'ipotesi di andare in macchina e poi dormire nella stessa (a parte la scomodità della cosa e l'effetto barbone, appena c'è luce io mi sveglio e non avrebbe molto senso andare a letto alle due per poi svegliarsi alle 5.30), ci siamo affidati al destino e a un buon ombrello e siamo partiti pedalando in direzione Cesena centro.

Arrivati a destinazione ci aspettava un'altra sopresa: la cantinata nella sua versione primaverile si era evoluta, arrivando a comprendere un'area privé nel cortile interno. Di sotto invece era tutto come sempre: candele lungo le scale, tavolone su cui i cuochi approntavano bruschette, crostini coi funghi, piadina e affettati e, lungo il corridoio, un'altra tavola imbandita con torte salate, frittate, macedonia e chi più ne ha più ne metta.
Sopra un tavolino appositamente decorato faceva bella mostra di sè la scatola con fessura per le libere offerte.
Onde rispettare la cantinosa tradizione, la prima cosa che ho fatto è stata prendere un bicchiere di sangiovese e una bruschetta all'aglio (le dimensioni degli spicchi d'aglio che strofinano su quelle bruschette sono da film di fantascienza) e mi sono avviata in direzione privé. Giunta al quarto gradino sono inciampata (non so in cosa, nei miei piedi suppongo) e il contenuto del bicchiere ha formato un arco molto artistico, andando poi ad annaffiare il muro sulla mia sinistra.
Ne avevo combinata già una dopo i primi cinque minuti. Mi sono prostrata in scuse di fronte ai padroni di casa che con grande eleganza mi hanno fatto notare che il muro della cantina era già tutto massacrato (questo la Ciana) e che potevo passare a ridipingere con comodo il lunedì (questo Livio).

La serata è poi proseguita come da copione: chiacchiere, risate, e tentativi infruttuosi di sfuggire ai cuochi, già tutti parecchio allegri, che ogni volta che passavo lì davanti trovavano il modo di rifilarmi qualcosa da mangiare (il formaggio di fossa era da urlo).
In superficie, la zona privé era illuminata dalla luce del patio, la quale luce aveva un timer e quindi quando si spegneva si restava a chiacchierare al buio in attesa che qualche anima buona si alzasse per riaccenderla; in quegli intervalli di oscurità potevamo vedere una stellata assoluta sopra le nostre teste (mi par d'aver visto l'orsa maggiore), una visione meravigliosa che ci riempiva di speranza allontanando, seppur temporaneamente, la nostra spada di Damocle meteorologica.

Dopo essere stata sbeffeggiata ripetutamente per la mia goffaggine e aver ascoltato Manoni  e Mauri progettare di spargere la voce che, in preda ai fumi dell'alcol, avessi vomitato l'anima sul muro, ho deciso di annegare i dispiaceri in due dita di bianco che Livio stava cortesemente distribuendo; una decina di minuti dopo il padrone di casa è tornato per offrirci un altro bicchiere:
"Volete un po' di Albana?"
"No, grazie Livio, me l'hai data prima"
Sguardo depresso, occhio avvilito.
"Quello era Trebbiano"
E' sempre doloroso vedere le ferite che la propria totale ignoranza infligge a chi il vino lo conosce e lo ama. Io lo bevo soltanto.
La Cantinata offre anche l'occasione di far due chiacchiere con persone che magari vedi solo un paio di volte l'anno; di solito, dopo un introduttivo come stai? ci si informa su lavoro, famiglia, eventuali figli, fratelli ecc. In alcuni casi le cose prendono una direzione più, come dire, creativa: quest'anno dopo il come stai di rito mi son sentita chiedere "Come va con i capelli bianchi?" La Cantinata è anche questo.

A ora tarda si è aggiunto al gruppo anche Mohuro (dietro nostro invito), giusto in tempo per fare da testimone al momento clou della serata. A un cenno dei padroni di casa siamo scesi tutti in cantina, andandoci a sistemare nella sala più remota, dove mani sapienti hanno proceduto all'apertura della scatola nera e al conteggio delle offerte, sotto gli occhi vigili di una quindicina di testimoni. Ho scattato qualche foto per documentare l'evento e il successo dell'iniziativa che ha permesso di raccogliere ben 1139 euri. Ovviamente il documento con i conteggi e la cifra finale è stato controfirmato da tutti i presenti per motivi di trasparenza.

Si sa che quando si parla di eventi organizzati per beneficenza ci son sempre i soliti malfidati che se ne escono con commenti del tipo Eh, chissà che fine fanno quei soldi! probabilmente per giustificare il loro braccino corto che al portafogli proprio non ci arriva. In questo caso, un commento del genere causa nei veterani della cantinata smodata ilarità e sguardi di commiserazione; è infatti cosa risaputa che, dopo ogni cantinata, Livio procede al bonifico e ne conserva copia nel portafogli, mostrandola a chiunque incontri (che abbia partecipato alla cantinata  o meno) per i due mesi successivi a riprova della propria rettitudine (che per chi lo conosce non serve ma lui ci tiene e fa bene).

E in effetti due giorni dopo, il lunedì mattina, Mohuro ha raccontato a Rico di aver incontrato per le vie del centro "quel signore del padrone di casa dell'altra sera che mi ha salutato e mi ha fatto vedere la ricevuta del versamento".


giovedì 8 marzo 2012

Panico da palcoscenico tra folletti, lattuga e rimozioni per neve

Questo articolo era previsto per la settimana scorsa ma, essendo io prostrata dal maledetto morbo che spaccia giovani (e meno giovani) promesse romagnole con implacabile ferocia, ho mantenuto un profilo basso per qualche giorno girando per casa infagottata in un poncho di lana, scuotendo la testa e gemendo La è brotta la è brotta, citazione della lamentela standard di mio suocero quando è malato. Adesso però, sarà che mi è toccato andare a lavorare questo fine settimana e in condizioni allucinanti, sarà che mi ritrovo un po’ di tempo tra le mani, ho deciso di buttarmi su un nuovo articolo.
Bene, oggi vi chiedo di fare un po’ di ginnastica mentale e tornare indietro con la memoria al 16 febbraio scorso. Non che il 17 o il 25 non fossero ugualmente degni di nota ma, giovedì 16 febbraio, dopo due rinvii nelle settimane precedenti dovuti a bufere di neve forza otto,  è finalmente partita la rassegna di Across the Movies 2012 di cui ho già parlato in passato. Come sempre, l’evento prevedeva un film/documentario, in questo caso sui Pixies e la loro reunion, preceduto da una presentazione del gruppo a opera di Luigi Bertaccini, alcuni video (tra gli altri Caribou) e una performance live (cortesia dei Rock’n’Roll Kamikazes).
Ho mangiato alla velocità della luce e sono partita con largo anticipo temendo di dovermi scavare un parcheggio nella neve con le mie proprie mani,  essendo che in centro c’erano montagne di neve ancora ovunque; invece mi è andata abbastanza bene, probabilmente ho fregato il parcheggio a qualcuno dei residenti che mi avrà mandato quelle due-tremila maledizioni.
Seduti al bar del cinema mi aspettavano la Clodia e Paul, giunti direttamente dal lavoro e decisamente affamati. Di lì a poco è arrivato il barista con i due panini che i nostri avevano ordinato; nonostante gli anni trascorsi in sua compagnia, riesco ancora a farmi prendere alla sprovvista dalle scelte alimentari della Rinaldi, in questo caso il panino con lattuga (solo pane e lattuga, anche il barista era perplesso) che lei ci ha assicurato essere buonissimo (?)
Poco a poco sono arrivati anche gli altri, inclusa l’Albertini che indossava per l’occasione un paio di jeans pieni di strappi, evidentemente ormai promossi nuovo look supertrend neve (per maggiori dettagli vedi Febbraio tra i ghiacci...) A questo punto mettetevi nei miei panni: l’Albertini è quella che tutte le volte che si va da qualche parte è coperta fino al naso e comunque ha freddo, arriva a casa nostra e si avvinghia alla stufa, oppure si lamenta che teniamo il riscaldamento troppo basso, come facevo a far passare il jeans strappato sotto silenzio? Quando gliel’ho fatto notare la gigina ha ribattuto senza scomporsi che in realtà gli strappi si erano allargati in questi giorni causa le montagne di neve ovunque che richiedevano un’ampiezza di movimenti fuori dal comune. Sì, certo, come no!
Alla fine siamo entrati in sala e si sono aperte le danze; dentro c’era una temperatura a dir poco caraibica e ovviamente mi ero dimenticata di comprare l’acqua quindi dopo poco boccheggiavo invocando una finestra aperta; fortunatamente, proprio come predetto dall’Albertini, la temperatura è andata via via calando e alla fine era addirittura un po’ freddo ma ho preferito non dire niente per non fare la figura della maletta. Dopo una decina di minuti, Luigi Bertaccini ha interrotto la presentazione per informare il pubblico che in Corso Cavour c’erano i camion che dovevano portare via le montagne di neve e che avrebbero rimosso le macchine in sosta, invitando caldamente chiunque avesse la macchina lì a correre a spostarla. Io, pur essendo parcheggiata in una via parallela, ho passato tutto il resto della serata con un tarlo nel cervello “E se me la rimuovono? Oddio e se decidono di fare una via in più e la rimuovono? Come ci torno a casa?”  Un’ansia di quelle da manuale.
Nel corso della presentazione abbiamo visto anche alcuni video del gruppo:                                                                                                                                                                     


e mi vedo costretta a confessare che, la prima volta che ho posato gli occhi su Black Francis il dubbio che in realtà si tratasse dell’attore di Little Britain è stato forte (anch’io ho i miei problemi); ho apprezzato molto la performance dal vivo di The Rock’n’Roll Kamikazes che hanno reso perfettamente l’energia e la potenza dei Pixies, pur essendo solo in due e non vedendo praticamente una cippa, causa buio totale in sala e faretto di luce rossa che qualcuno aveva astutamente puntato in faccia a entrambi. Passando al documentario la situazione si è fatta più spinosa, mi è presa una tristezza infinita vedendoli sbattersi in giro per le città incapaci di comunicare tra loro e a volte spaesati di fronte a folle osannanti che avrebbero applaudito qualsiasi cosa avessero fatto; immagino che in quei casi ti venga il dubbio che in realtà stiano applaudendo non te ma un’idea di te che si sono fatti e che non ha niente a che vedere con chi tu sia in realtà, son cose che possono far venire un po’, solo  un po’, di panico. Però quando iniziavano a suonare erano veramente trascinanti, un’energia che ti si attaccava addosso e ti portava dove voleva lei.
Con mia grande soddisfazione, il documentario era in lingua originale, corredato dai sottotitoli in italiano per chi magari non riusciva a seguire proprio tutto. Solo a fine documentario, guardando i titoli di coda (sottotitoli: Antonio Babini e Concetta Barbera), ho scoperto che in realtà il documentario in questione non è sottotitolato ma il buon Totonno, mosso dalla sua passione per i Pixies, aveva deciso di sobbarcarsi aggratiss il lavoro di sottotitolaggio, schiavizzando la povera Concetta, sera dopo sera, per chissà quanti giorni. Santi subito.


Normalmente alla fine della proiezione si cazzeggia un po’ nel foyer del cinema, chiacchierando e bevendo qualcosa cullati dalla musica del diggei; in questo caso però non era cosa, io ero preda dei timori per l’incolumità della mia voiture per cui mi sono dileguata rapidamente, non senza prima aver chiesto all’Albertini di tenere il cellulare acceso nel caso mi avessero portato via la macchina e necessitassi un passaggio.
Fortunatamente la mia fiesta era ancora lì, un po’ ammaccata ma incolume, accoccolata tra due montagne di neve.
Mentre mettevo in moto potevo vedere, nella strada a fianco, il lampeggiante del camion che avanzava minaccioso raccogliendo la neve.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

lunedì 13 febbraio 2012

Febbraio tra i ghiacci: jeans strappati, canna dell'acqua e candele a intermittenza

Di questi tempi pare doveroso fare un post sulla neve; dopo aver letto chilometri di carta stampata sull’argomento, ecco quindi qualche impressione più locale, direttamente dal nostro avamposto qui sul campo.
Sul campo sarebbe a dire in Romagna e, più precisamente, a Cesena (Zezena per i forestieri). Qua da circa dieci giorni viene giù neve a rotta di collo, fa qualche pausa giusto per darti il barlume di una speranza, poi ti alzi il giorno dopo e ne ha fatta un’altra valanga.
Data la situazione, ci siamo quindi murati in casa in attesa di tempi migliori e devo dire che l’esperienza mi ha aperto nuovi orizzonti. Aggiungo che la cosa è stata possibile solo perché l’unico lavoro che avevo in questo periodo, il 6 febbraio, era in quel di Bologna ed è stato ovviamente annullato. Anche i concerti di Rico hanno seguito la stessa sorte e questo allineamento di pianeti ci ha permesso di vivere l’emergenza in modo più tranquillo rispetto al resto del mondo che deve andare in ufficio, portare i figli a scuola, ecc ecc.
Come prima cosa abbiamo esaminato le risorse a disposizione e dopo un’attenta valutazione di dispensa, frigorifero e congelatore, ci siamo resi conto che con quello che c’era in casa saremmo potuti andare avanti per almeno un paio di settimane senza grossi problemi, quindi nessuna corsa al supermercato a svuotare scaffali, come invece pare abbiano fatto in tanti, almeno stando alle notizie che ci sono giunte dall’Ale che lavora in un supermercato a Bellaria-Igea Marina.

Già dalla prima sera c’è stato l’occasionale blackout, che durava giusto il tempo di:
a)      dire due brutture,
b)      tirar fuori tutte le candele della casa (tra cui una candela celebrativa dell’anno 2000 che la Rini voleva buttare via durante il trasloco, vedi Il mio regno per il figlio di un vetraio),
c)      accenderle,
a questo punto la luce puntualmente ritornava, facendoti sentire deficiente con tutte ste candele accese in giro per casa; procedevi quindi al loro spegnimento, salvo poi trovarti nuovamente al buio dopo qualche minuto. Ci sono circostanze in cui quello di Shining non è poi così difficile da capire.

Non abbiamo avuto molti contatti con il mondo esterno, con l’eccezione dei vicini, di amici e parenti contattati via telefono, skype o facebook e, ovviamente, dell’omino dello spazzaneve che i primi giorni rappresentava il nostro momento d’intrattenimento per eccellenza; quando sentivamo il rumore del mezzo, si correva alla finestra per vederlo passare, neanche fosse arrivato il circo. Non è stato però tutto rose e fiori, con lo spazzaneve abbiamo in effetti avuto qualche momento di incomprensione: è passato regolarmente i primi giorni, salvo poi assentarsi per mezza giornata e, al suo ritorno in zona, ignorare la nostra viuzza (che poveretta è una via senza uscita ma non glielo puoi far pesare così), diretto verso altre emergenze. Visto però che c’era chi stava molto peggio, non ne abbiamo fatto una tragedia, ci siamo muniti di pala e ci abbiamo dato dentro con la spalatura della zona davanti a casa. Abbiamo fatto nel complesso un buon lavoro (incluso il finale con spargimento di sale), anche se niente di paragonabile alla performance di uno dei nostri vicini che ha tirato su anche l’ultimo fiocco e si vocifera abbia attaccato il phon per asciugare bene.
Non dovendo andare a lavorare, abbiamo lasciato le macchine dov’erano: la mia al riparo sotto il balcone di casa, quella di Rico invece sulla strada dove si è trovata totalmente in balia degli elementi e, infatti, dopo due giorni non si vedeva già più.
Accanto alla povera Clio c’era la macchina del nostro vicino, il quale ha adottato una strategia a dir poco singolare per liberare la vettura dalle nevose grinfie: ha fatto un primo tentativo raggiungendo la macchina con la gomma e inondandola d’acqua (trattamento consigliatissimo quando la temperatura è intorno allo zero), poi, resosi conto che per misteriose ragioni questo sistema non dava i frutti attesi, è passato all’azione spalando via la neve sul retro della macchina e ammonticchiandola allegramente davanti a quella di Rico (grazie, a buon rendere). La cosa però andava a rilento e quindi,dopo aver liberato solo parte della macchina, ha abbandonato il campo al calar della notte, tornando però il giorno dopo armato di annaffiatoio pieno di acqua bollente con cui ha nuovamente irrorato la macchina che a questo punto era circondata da una mattonella di ghiaccio di spessore ragguardevole. L’uomo ha continuato l’opera e, mentre lo si osservava dalla finestra, non abbiamo potuto far a meno di notare la mise scelta per la spalatura, una cosa veramente scicchissima: scarponcini tipo Timberland e giubbotto imbottito (entrambi molto trendy quest’anno), degnamente accompagnati da un paio di jeans con evidenti strappi. Ed è qui che si vede il vero figo di legno, quello che si veste giusto nonostante l’era glaciale, quello cui la temperatura (e l’inevitabile diarrea) gli fa una pippa.
Con un ultimo sforzo il nostro eroe ha liberato la macchina e, dopo aver messo le catene, ha fatto manovra tra mille difficoltà per riposizionarla con il muso in avanti e pronta a partire verso mirabolanti avventure. Da quel momento in poi (e per diversi giorni), la macchina non si è più mossa. Il resto son solo domande.
Con questo concludo la prima parte del diario-neve, dovendo andare a staccare le stalattiti di ghiaccio pendenti dalla grondaia, che hanno ormai raggiunto il metro e potrebbero far fuori il cane dei vicini (che è simpatico, sarebbe un peccato), se non addirittura i vicini (anche loro simpatici, anche per loro un peccato).


P.S. Aggiornamento macchina del vicino: oggi il vicino trendy ha acceso la macchina (tuttora pulitissima) e ha tentato di infilarsi su per la salitina che porta al suo garage ma, essendo che lì non aveva spalato via la neve, impegnato com'era a far la manicure alla macchina, le ruote slittavano che era una bellezza. Certe cose non hanno prezzo.