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lunedì 12 dicembre 2016

Reading: istruzioni per l'uso

Visto che il fenomeno Reading (reading = evento in cui un tizio legge brani di un autore) va estendendosi a macchia d'olio per tutta la penisola, mi pare venuto il momento di dare qualche indicazione a chi volesse avvicinarsi a questa nobile arte in qualità di pubblico.
In questo, come in molti altri casi, la chiave di tutto è la preparazione: mai accettare un reading a scatola chiusa, cercate di raccogliere tutte le informazioni disponibili: dove lo fanno, chi organizza, chi legge, sono tutte variabili che, se trascurate, possono avere pesanti conseguenze (vedi punti a seguire).

1) Spesso il reading si colloca in fascia pre o post cena; anche se la tentazione è forte, non esagerate con l'aperitivo o l'ammazzacaffè, ci saranno casi in cui, per uscire dignitosamente dall'esperienza, dovrete essere nel pieno possesso delle vostre facoltà mentali.

2) Quando arrivate in loco, la prima cosa da cercare con lo sguardo sono gli amplificatori, trovate una posizione che sia il più vicino possibile alle casse, soprattutto se vi rendete conto che gli organizzatori utilizzano il sistema di amplificazione di Barbie.
Se malauguratamente non c'è il sistema di amplificazione "perché tanto lui parla forte", l'unica soluzione definitiva è fingersi affascinati da chi legge e sedere sulle sue ginocchia per tutta la durata della performance.

3) In ogni caso al momento di decidere dove sedere, tenete conto che è sempre meglio scegliere una posizione laterale che vi consenta un'agile fuga in caso l'evento si riveli un madornale errore (vostro, s'intende).
La pausa sigaretta è sempre un'ottima scusa per filarsela (per approfondire l'argomento vedi Concerti: 10 consigli utili per portare a casa la pelle).

4) Tornando al punto 1, informatevi bene su chi leggerà: ha avuto esperienze precedenti? Sa parlare in pubblico? Perché signori, parliamoci chiaro, se vi capita un tizio che più che leggere, vola, è la fine. Se non altro la sofferenza sarà breve. Se invece vi capita lo sterminatore di consonanti, allora l'esperienza sarà dolorosa e interminabile.

6) Concludo con un punto forse un po' delicato ma necessario:

- qualora la lettura avvenisse in chiesa, pregherei le signore di evitare di indossare perizomi di qualunque foggia o colore; questo non per motivi religiosi ma per il fatto che quel filo nel sedere tende a causare un certo fastidio e quindi l'indossatrice è portata a cambiare spesso posizione per cercare temporaneo sollievo.
Immaginate cosa succede se la signora o le signore siedono, come spesso accade in chiesa, su panche di legno: questo continuo processo di assestamento causa una serie interminabile di scricchiolii che rendono le cose ancora più difficili ai quattro poveretti (quattro a caso, ovviamente) che ancora non si sono arresi di fronte a quell'uomo che laggiù, in piedi di fianco alle casse di Barbie, legge a una velocità folle (causa nervosismo o sadismo, non ci è dato di sapere) e, proprio prima di iniziare, ha deciso di calmarsi mangiando tutto un pacchetto di Morositas che, come si sa, sono una versione profumata del mastice.

- un'ultima raccomandazione: portate con voi una bottiglietta d'acqua per affrontare accessi di tosse, singhiozzo ecc; starnutire e tossire sono necessità umane ma dopo la terza volta consecutiva diventano un crimine contro l'umanità in sala. E se qualcuno sa che macchina guidate, potrebbero esserci rappresaglie.

Siate gentili, in fondo basta poco per aiutare tanti.




martedì 15 settembre 2015

Siamo tutti un po' Febbraio

Non ricordo più la prima volta che qualcuno mi ha detto che ero strana, a quel tempo immagino che mi abbia fatto un po' impressione, adesso (sarà forse l'abitudine) quando capita in genere mi viene da ridere, sono strana rispetto a cosa? Perché se vi guardate intorno, la maggior parte della gente che ci circonda sembra, come dicono in Bielorussia, un po' Febbraio (il mese a cui manca sempre qualche giorno), o forse è solo che ognuno di noi ha quei momenti in cui il cervello si alza, saluta e va a bersi un crodino, lasciandoti lì privo di cervello e incapace di funzionare come un essere umano sano di mente.
Facciamo un esempio assolutamente di fantasia (qualunque fatto o riferimento a persone veramente esistite è puramente casuale): siamo a un convegno e la Natura chiama, quindi ci si alza e si va in bagno. Arrivati in loco la porta della toilette appare chiusa, si prova la maniglia ma non c'è niente da fare, è proprio chiusa.
A questo punto voi cosa fareste? La conclusione logica sarebbe pensare c'è qualcuno in bagno, mi tocca aspettare che esca. 
C'è invece chi, in questa situazione, spiazza i pronostici e bussa vigorosamente sulla porta.
Perché? Quale assurdo processo mentale ti porta a bussare sulla porta chiusa di un bagno? Pensi che dentro ci sia qualcuno che si è addormentato, cedendo alla universalmente nota comodità dei bagni pubblici? Sei un venditore di enciclopedie e di fronte a una porta chiusa non sai resistere?
Poi quando la poveretta  (tutto sempre puramente casuale) da dentro il bagno risponde con tono parecchio incazzato "è OCCUPATO!" tu ti scusi con tono contrito, come se il pensiero che il bagno fosse occupato non ti avesse mai sfiorato prima. Evidentemente il cervello ha finito l'aperitivo ed è tornato a fare il suo lavoro. Welcome back.
C'è poi  quello che arriva nella sala conferenza e, guardandosi intorno alla ricerca di un posto dove sedersi, scorge una sedia vuota con sopra una borsa e un foulard, secondo voi cosa fa questa canocchia in forma umana? Pensa il posto è già occupato, devo cercarne un altro?
Ma va là! Si siede spostando borsa e foulard di lato col sedere, fregandosene altamente della povera proprietaria (che in quel momento magari è in bagno a fare i conti con un bussatore impazzito), salvo poi mostrarsi sorpresissimo quando questa torna e gli comunica che deve andare a sedersi da un'altra parte.

Cosa volete che vi dica, gli strani siete voi.


martedì 1 aprile 2014

In radio con Estrema Riluttanza: l'avvicinamento

Quel che si dice un venerdì da leoni: Farnedi è atteso in quel di Zola Predosa per un concerto di Eloisa Atti e del suo Penelope, io invece sono stata invitata alla trasmissione radio Coxo Spaziale condotta da Stefano Pasquini e Fedra Boscaro il venerdì sera su Radio Città Fujiko in quel di Bologna.
Partiamo nel pomeriggio in direzione Zola e confesso che sono un po' agitata da questa novità di andare in radio e oltretutto andarci come Estrema Riluttanza quindi, pur essendomi offerta di prendere la mia macchina, non ho protestato quando Rico ha detto che preferiva prendere la sua (tenetelo a mente).
Il primo inghippo si presenta in autostrada all'altezza di Faenza: fila chilometrica e successivi 40 minuti a passo d'uomo, i miei nervi non sono contenti però siamo partiti con largo anticipo quindi non ne fanno una tragedia, l'ottimismo è palpabile. Poi però la macchina comincia a mandare fumo dal cofano facendo strani rumori e i nervi rialzano la testa; un'occhiata alla temperatura sul cruscotto (che ricorda quella di Mercurio) ci costringe a fermarci nella prima piazzola.
Scendiamo dalla macchina e apriamo il cofano (una mossa francamente inspiegabile considerato che mettendo le mani nel motore avremmo meno probabilità di successo che  tentando un bypass gastrico con il cucchiaio da dessert), a questo punto non ci resta che chiamare l'assistenza, questo sempre che si riesca a trovare il numero...
Mentre Farnedi telefona a destra e a manca (assicurazione, carro attrezzi, colleghi musicisti diretti a Zola)  io apro il vano documenti alla ricerca della polizza di assicurazione del 2014. Ci vogliono almeno dieci minuti di scavo archeologico, tra contrassegni e contratti del 2004, 2005 ecc, passando per un'inspiegabile bolletta di acqua e igiene ambientale della casa del nonno di Farnedi (credo del 2008), ma alla fine riemergo vittoriosa stringendo in mano il vitale documento.
Una volta riorganizzata la situazione, deciso dove far portare la macchina, chiamata l'officina ecc ecc, ci facciamo lasciare dal carro attrezzi a Imola e, dovendo aspettare un sant'uomo che risponde al nome di Federico Braschi e che si è offerto di darci uno strappo a Zola, entriamo al bar del Molino Rosso, proprio all'uscita dell'autostrada. Siamo stanchi e provati dall'esperienza ma tutto sommato fieri di come abbiamo gestito l'emergenza quindi decidiamo di festeggiare con un aperitivo (dato il ritardo è improbabile che si riesca a cenare...).
Arriviamo al teatro di Zola verso le 20 (n.b. eravamo usciti di casa intorno alle 16.30) e mentirei se dicessi che sono fresca come una rosa, però ce l'abbiamo fatta e quello è l'importante. I musici iniziano le loro prove e io mi siedo con un sospiro dietro le quinte.
Pensando che Pasquini si starà chiedendo che fine abbiamo fatto, infilo una mano nella borsa per prendere il cellulare e mandargli un messaggio. Quando la ritiro è tutta bagnata: la bottiglia d'acqua che avevo in borsa si deve essere aperta e la borsa è tutta piena d'acqua.
Mi rendo conto che nei momenti difficili è importante mantenere la calma e non lasciarsi prendere dallo sconforto, però ci dovrebbe essere un limite al numero di avversità giornaliere che a una tocca sopportare e, secondo me, quel giorno io l'avevo già ampiamente raggiunto e superato, anche senza la boccia di pesci rossi in borsa. Confesso che là da sola
dietro quel palco, mentre tiravo fuori dalla borsa tutta la roba bagnata, mi veniva un po' da piangere. Ho tolto tutto e capovolto la borsa (è uscito un rivolo d'acqua, come nelle comiche di Stanlio e Olio), asciugando come potevo con dei fazzoletti di carta, tutto in automatico, senza pensare, che pensare in quei momenti non aiuta...

Ecco, in questo punto preciso segnerei il nadir della giornata che poi, fortunatamente, ha recuperato alla grande nelle ore successive. Restate in zona che nei prossimi giorni arriva la seconda parte, quella bella.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

sabato 12 novembre 2011

Nonna Abelarda e i tortellini bolognesi: tutti maracani.

E' sabato 15 ottobre e stasera ci aspetta una seratona di quelle sfavillanti: io e Rico andiamo a Bologna, al Teatro delle Celebrazioni, a vedere Tutti Maracani: la storia del rock and roll e del suo sbarco a Bologna negli anni ‘50.
Per noi gente di campagna il sabato sera nella metropoli è comunque un evento e i preparativi per la serata sono sempre fonte di divertimento e anche di qualche preoccupazione. Quella più comune? La cena. Sì, perché per forza ci tocca partire presto, quindi non è che alle sei ti metti a mangiare, però non puoi neanche fare l’asceta che tira dritto senza buttar giù niente, altrimenti poi te lo gestisci tu il borborigma intestinale che si scatena nel silenzio del teatro.
Dopo attenta riflessione propendiamo per l’approccio a piccoli passi: iniziamo con un aperitivo a casa, vinello e patatine light eurospin,  e poi via verso Bologna (tappa a Forlì per prendere su Benny), una volta raggiunta la metropoli mangeremo un panino da qualche parte.
Viaggiare di sabato sera è decisamente un lusso: in autostrada siamo quattro gatti e tutti piuttosto rilassati, niente suv che sfanalano da dietro, quei tesori.
Arrivati in zona teatro, la ricerca del parcheggio porta via un po’ di tempo ma si conclude felicemente e nel giro di qualche minuto ci stiamo già dirigendo verso la meta con falcate da velocisti. Il motivo delle falcate non è tanto il ritardo, siamo infatti in perfetto orario, quanto più il freddo boia che è calato all’improvviso e non fa prigionieri. Per far fronte all’emergenza indosso un basco di lana che dà al mio look un tocco nonna Abelarda ma per fortuna è buio e io sono posizionata lato muro, basta girare la faccia verso la parete ogni volta che incrociamo qualcuno.
Facciamo una breve sosta al bar per rifocillarci e Bologna ci dà il benvenuto per bocca di un barista mattacchione:
Benny:”Volevo un quadretto di pizza, me lo può scaldare al volo?”
Lui:” No, mi dispiace, per scaldarlo ci vuole il forno”
Nel mentre che consumiamo il nostro frugale pasto ecco entrare nientepopodimenoche la Passini seguita dalla Pincelli, anche loro dirette a teatro. Si accomodano al nostro tavolo per un caffè e due chiacchiere ma ahimè si fa subito ora di andare; prima di alzarsi la Passini pulisce accuratamente il bordo della tazzina e, intimata di dare spiegazioni, ci risponde che non le pare bello che il barista che sparecchia debba pulire il suo rossetto. Va là che le lady ce le abbiamo anche qua da noi.
Arriviamo al teatro e ci mettiamo in fila per ritirare i biglietti, per poi scoprire che quei gentiluomini degli amici musicisti ce li hanno procurati omaggio. Il teatro è pieno di gente e i nostri posti sono proprio davanti a una fila di signore bolognesi impegnate in un allegro chiacchiericcio; devo confessare di aver origliato tutto il tempo senza vergogna, mi sono divertita un sacco.
Lo spettacolo è partito con l’entrata in scena di Jimmy Villotti e Lucky che hanno iniziato passeggiare per il palco parlando tra loro; di tanto in tanto gli finiva tra i piedi una delle molte lattine vuote sparse sul pavimento e loro la calciavano via. Per fortuna i nostri posti erano a una certa distanza.
Ariodante Dalla
Villotti, in una delle sue narrazioni, ha menzionato tale Ariodante Dalla, un cantante italiano dell’epoca ancora non riscoperto dalla dilagante moda di scegliere per i figli nomi che giustificheranno un futuro parenticidio.
Dopo una prima parte ad opera dei due narratori è entrato in scena il primo di due gruppi musicali che ci avrebbero accompagnato alla riscoperta del rock and roll, i Pink Flamingos, e quando la cantante ha iniziato a cantare mi ha inchiodato alla sedia: le mie orecchie gridavano “Eloisa!” ma i miei occhi (che hanno i loro problemi) non tiravano fino a laggiù, quindi non potevo esserne sicura. E che problema c’è? direte voi  Non puoi chiedere a qualcuno? Il problema è che io di fianco avevo Rico e questo rendeva la situazione quantomeno delicata. Mi spiego: l’Eloisa l’abbiamo sentita cantare parecchie volte e abbiamo anche i suoi cd a casa, anche quelli ascoltati spesso, quindi chiedere “Ma è lei?” mi avrebbe esposto a censura, variabile a seconda dello scenario:
1)      scenario uno, è lei. Reazione: “Non l’avevi riconosciuta?! Ma l’abbiamo sentita tante volte!”
2)      scenario due, non è lei. Reazione: “Ma no, l’Elo ha una voce diversa! L’abbiamo sentita tante volte!”
In entrambi i casi un campo minato, procedere con cautela. Alla fine ho buttato là un commento neutro tipo:“Dì, ma la cantante….” lasciando astutamente la frase in sospeso. E come previsto, Rico ha finito la frase “…è l’Eloisa!”. Tutto è bene ciò che finisce bene.
Lo spettacolo è stato divertente e anche interessante, soprattutto per me che di ste cose non ne ho un’idea. Il momento più bello in assoluto è stato quando Jimmy Villotti ha raccontato  di com’era Bologna a quei tempi, dei suoni che si sentivano e soprattutto di quelli che non si sentivano; mi sono resa conto che per me è difficile immaginare una città silenziosa. Ha anche descritto il suo primo incontro con un juke-box e ripensandoci, mi sarebbe piaciuto sentirlo parlare più a lungo di Bologna, dei luoghi, della gente, di tutte quelle cose che noi adesso possiamo solo immaginare.
Il secondo gruppo a entrare in scena sono stati i King Lion and The Braves, e in quel caso persino i miei occhi dopolavoristi hanno individuato facilmente la banana brizzolata di Fabrais dietro la batteria.
Il mio unico momento di cedimento si è presentato nel corso del quarto d’ora di celebrazione della chitarra Fender Stratocaster, probabilmente la parte più apprezzata dai molti musicisti presenti ma per noi del volgo sentir parlare di valvole, pickup (e altre robe che ho prontamente rimosso), è tutta un’altra storia.
All’uscita siamo andati a salutare gli amici e siamo stati invitati a unirci  a loro per cena alla Trattoria da Vito. Non eravamo convintissimi, però sarebbero venute anche la Passini e la Pincelli, quindi ci siamo detti perché no? Grazie al cielo e al navigatore, siamo riusciti a trovare il ristorante che, un po’ è imboscato di suo, un po’ Bologna per me è come il triangolo delle Bermuda, non era così scontato.
Sfortunatamente, alla Trattoria da Vito il posto per tutti non c’era, anche perché erano fioccati inviti in ogni direzione e quindi rispetto ai ventidue coperti della prenotazione eravamo una quarantina. La prima reazione è stata: vabbè, sarà per un’altra volta; poi però abbiamo notato un’altra sala con dei tavoli liberi e, dietro nostra richiesta, una delle cameriere ha acconsentito a prepararci un tavolo separato, solo per noi cinque: io, Rico, la Passini, la Pincelli e Benny. Alla fine però è arrivato dall’alto l’ordine di unirci all’altra tavolata per facilitare il servizio e quindi siamo stati ributtati nella prima sala.
Prima di lasciare il teatro avevo dichiarato con fermezza che non avrei cenato, al massimo un dessert; poi però quando ti trovi nella trattoria bolognese e sul menù leggi tortellini al ragù, capisci subito che non c’è lotta, è il destino che chiama e non ammette repliche. Li ho presi e ho fatto da dio, erano una lovaria (il ristoratore bolognese perdonerà lo scivolone romagnolo). Naturalmente i commensali mi hanno dato della sgombrona e non è che avessero torto, mi consolo pensando che ero in buona compagnia. Benny è stato l’unico fedele al proposito di non cenare; noialtri abbiamo spazzolato via portate e bottiglie lasciando la tavola nuda, con l’eccezione di una bottiglia quasi intera di birra che la Pincelli aveva ordinato quando ancora l’altra era piena per un terzo (tutto per paura di rimanerne sprovvista) e che ci ha fatto compagnia fino alla fine. Highlander.
Il responsabile della Trattoria da Vito era un tipo singolare: si aggirava per i tavoli prendendo le ordinazioni, lanciando battute salaci  e dicendone di ogni, suppongo fosse il suo modo di scaricare lo stress dato dal fatto di avere quaranta persone che arrivano all’una di notte e vogliono mangiare. Mentre stavamo congedandoci (dopo aver pagato, sia chiaro, che non siamo scrocconi che s’imbucano) si è fermato un attimo e vedendolo un po’ stravolto ho buttato là un “Certo che stasera avete avuto il vostro bel daffare!” e lui sospirando “Non sono neanche riuscito a cenare, ho una fame che mangerei una cliente!”  il tutto detto mentre mi afferrava un braccio.
Usciti dal locale, io e Rico abbiamo salutato tutti (Benny tornava con Lucky) e siamo ripartiti direzione Romagna.
Bologna stasera è stata una bella padrona di casa, peccato non poterle mandare dei fiori.


Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271