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sabato 9 maggio 2015

La Freccia Lenta torna a colpire

Immaginate la scena: Roma, venerdì pomeriggio siamo in un taxi diretto alla stazione Termini, fuori diluvia e il traffico aumenta di minuto in minuto.
La giornata di lavoro è stata parecchio pesante e questo imprevisto proprio non ci voleva; mancano solo 30 min alla partenza del mio treno e la cosa non promette bene, sto già elaborando piani B ma in tutti finisco a vagare per la stazione di Bologna in piena notte.
Mentre valuto se telefonare a Rico implorando che mi venga a prendere a Bologna, l'autista si ferma accanto al marciapiede e per un attimo mi sembra di sognare: davanti a me, oltre la pioggia, c'è la stazione Termini.
Sono le 18.25, il treno parte alle 18.30, posso farcela, forse. Mi lancio in una corsa disperata sotto il diluvio e con un ultimo colpo di reni salgo sul treno gocciolando. Le porte si chiudono alle mie spalle e con un sospiro di sollievo mi avvio verso la mia carrozza, ce l'ho fatta!
Mezz'ora dopo le cose non sono più così chiare, il frecciarossa è fermo in mezzo al nulla e non dà segno di voler ripartire. La gente intorno a me borbotta, io vorrei abbandonarmi a una catartica sfilza di madonne ma sono troppo stanca, voglio solo arrivare a Bologna in tempo per la coincidenza, è stata una giornata moolto lunga. 
Si vede che non deve andare così, quando scendo a Bologna il treno ha oltre un'ora di ritardo, addio coincidenza. Raggiungo il chiosco Trenitaglia dove l'omino mi scarabocchia il biglietto informandomi che c'è un treno sul binario 6  tra due minuti, gli faccio notare che per riemergere dalle profonde viscere dell'Alta Velocità ci vogliono ben più di due minuti ma lui ribatte di non preoccuparmi che anche quel treno è in ritardo. Immagino volesse rincuorarmi ma non c'è riuscito.
Salgo i due piani di scale e finalmente raggiungo il binario 6 dove mi aspetto di dover correre per salire al volo su una carrozza già in movimento, invece mi trovo su un binario vuoto e altrettanto vuoto è il tabellone sul binario, evidentemente il famoso treno è già partito da un pezzo.
No ma, dico, diamo i numeri? Non doveva essere in ritardo sto cacchio di treno? Se in questo
momento uscisse qualcuno da dietro un angolo gridando "Sorridi, sei su Candid Camera!" lo menerei. Ridiscendo furibonda nel girone dell'Alta Velocità e raggiungo l'omino nel suo stramaledetto chiosco, che spero prenda fuoco, c'è ancora gente in fila e noto che, vedendomi avanzare, qualcuno è sul punto di farmi notare che c'è la fila ma probabilmente la mia faccia vale mille parole per cui tutto tace.
Lo informo della situazione e dopo aver rifiutato un po' bruscamente un altro treno in partenza in quei minuti, non mi resta che l'intercity per Lecce delle 22. Mi ritrascino di sopra masticando maledizioni all'indirizzo dell'omino e di Trenitaglia in generale. Domani in molti si sveglieranno pelati.
Gli ultimi ricordi di quella notte sono di un treno affollatissimo e un conseguente aroma di umanità fin troppo ricco, seguiti dal celestiale suono delle porte del treno che si aprono e l'aria fresca della notte che mi accoglie.
"Cesena, Cesena, stazione di Cesena"

lunedì 28 aprile 2014

I ragazzini ai fornelli, quei sadici

L'unica vera incognita della serata era il parcheggio, tutto il resto era noto: dove (teatro Duse a Bologna), con chi (mia sorella), cosa (concerto di Sergio Caputo per il trentennale di Un sabato italiano).

La Checca è arrivata puntualissima all'appuntamento e prudentemente dotata di navigatore (Bologna è matrigna con l'automobilista di provincia); una volta guadagnato il centro città, ci sono voluti parecchi giri a vuoto ma alla fine anche noi abbiamo rimediato un parcheggio e, tutto considerato, neanche tanto distante. Mentre camminavamo verso il teatro, ricordo di aver pensato che fortuna che ci fosse mia sorella con me; in famiglia siamo abituati a muoverci e due passi non ci spaventano mentre in passato ho dovuto affrontare vere e proprie sollevazioni di popolo solo per aver tentato di parcheggiare la macchina a 500 m dal locale scelto per la serata.
Dato che la cosa più memorabile della serata è avvenuta ben prima di raggiungere il teatro, mi limiterò a dire che il concerto è stato interessante (le canzoni del disco erano state rivisitate in chiave jazz) e a tratti molto divertente anche se, secondo me, un/una corista avrebbe reso più brillante la parte vocale.
Torniamo quindi a quei trenta minuti prima dell'inizio del concerto; avendo ancora un po' di tempo e parecchia fame abbiamo deciso di fermarci a mangiare qualcosa e proprio sulla strada, dopo millemila negozi di abbigliamento, abbiamo trovato una pizzeria da asporto con un paio di tavolini e una signora molto gentile. Sembrava fatta e invece, proprio al momento di ordinare la pizza, la mia mente (nello specifico la mia bocca) è stata momentaneamente posseduta una presenza aliena (o dal demogno, fate voi); questa è l'unica spiegazione che che potrebbe giustificare ai miei occhi il fatto di aver ordinato di mia spontanea volontà una pizza con la mozzarella.
Da quando ho memoria, io la pizza della pizzeria la mangio senza mozzarella, non perché sia intollerante ai
Orrore!
latticini o vegana ma per un motivo molto più semplice: la mozzarella che fila mi fa schifissimo (lo so, ho sette anni) e a mio avviso ammoscia tutta la pizza; quando vedo quella roba gommosa sul piatto il mio stomaco fa i bagagli e appende all'uscio il cartello "Chiuso per protesta".
Le cose vanno un po' meglio con la pizza fatta in casa che cuoce per più tempo e asciuga il blob, in quel caso non c'è problema, ma in pizzeria non è proprio cosa...
Quando la signora mi ha allungato il piatto e mi sono resa conto dell'errore/orrore sono rimasta impietrita per qualche secondo senza sapere bene come reagire, fissavo il piatto che affogava in un mare di mozzarella e sapevo di dovermi rassegnare, di tempo per farmi fare un'altra pizza non ce n'era, toccava proprio mangiare quella. Alla fine ho preso le posate e mi sono fatta coraggio.
Nel corso della mia infanzia, quando situazioni del genere si presentavano (e si presentavano, a quei tempi le variazioni non erano di moda e in Italia la pizza senza mozzarella era inconcepibile) il mio modus operandi era sempre lo stesso: togliere il ripieno, rimuovere la massa gommosa, riposizionare il ripieno, mangiare; chiaro che a quel punto ormai la pizza era fredda e priva di pomodoro ma perlomeno si mangiava.
Con il sopraggiungere dell'età adulta sono un po' migliorata, soprattutto grazie alla dura scorza che il mio stomaco si è procurato nel corso di 15 anni di scoutismo in cui, per 15 giorni l'anno, mi ritrovavo a mangiare le sbobbe più abominevoli del creato (i ragazzini ai fornelli, quei sadici), quindi adesso quando capita (vedi la sera in questione) soffro in silenzio e mangio; non sarà un gran lusso ma - rifletto - è sempre meglio di quella volta che ci avevano sputato nel risotto. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno.

martedì 20 novembre 2012

Tirar tardi e la nobile arte del fissar scarpe

E' domenica  mattina e ho dormito fino a un orario che è meglio non precisare in caso mia mamma legga questo post e svenga; negli anni dell'adolescenza, a casa nostra chi voleva dormire oltre le 10 la domenica mattina si trovava immancabilmente ad affrontare tutto il casino immaginabile: scale spostate, porte sbattute, nonché la lucidatrice (oggetto ormai vintage) che misteriosamente finiva sempre con lo sbattere contro la porta della camera da letto, quasi si trattasse di una potentissima calamita attira-lucidatrici.
La genitrice in questione potrebbe obbiettare che i lavori son da fare e se uno ha solo la domenica non è che possa aspettare i comodi della bella addormentata di turno; tutto vero e tuttavia la disapprovazione per quelle debosciate che osavano poltrire fino a tardi era a dir poco palpabile.
Ma passiamo sopra questi traumi giovanili e arriviamo al punto. Oggi sono a casa da sola e ho deciso di approfittarne per farmi i pancake, ovviamente non per colazione ma al posto del pranzo; potrei tirarmela e dire che è per il brunch ma è inutile ammantare di forestiero la cruda realtà, oggi si stravizia, punto.
La scelta dei pancake è in effetti un po' obbligata, essendo che ho finito il pane da toast e non l'ho ancora rifatto, lo stesso dicasi del pane normale (è un periodo in cui la voglia di fare non mi appartiene).
Dopo aver divorato i primi quattro pancake, debitamente ammantati di nutella o miele e cannella, mi rendo conto che c'è ancora parecchia pastella nella ciotola, peccato che io non abbia la benché minima intenzione di star lì a cuocere altre frittelle quindi butto tutto sulla piastra, originando un simpatico frisbee pastelloso. Certo che una volta fatto non posso mica buttarlo via (a casa Riluttanza non si butta via niente) quindi mi faccio coraggio e lo attacco con la teoria dei piccoli passi, tagliandone delle fette e, poco a poco, il mostro è sconfitto (in compenso io sono tonfa, digerirò forse dopodomani).

Una volta estratta la prima fetta, guardando il piatto mi son trovata davanti un enorme Pac-Man e il pensiero è inevitabilmente corso allo stimatissimo Signor Croci che nella giornata di ieri ha inaugurato a Bologna lo Spazio Tilt, l'avanguardia di quello che sarà il futuro Museo del Flipper a Bologna.

Le mie performance/aberrazioni culinarie erano accompagnate da una colonna sonora radiofonica, inizialmente Per favore parlate al conducente, seguito da Yes weekend, mentre la parte degustativa era corredata dalla lettura dell'immancabile rivista in cui stamattina si sottolineava l'assoluta imprescindibilità del golfino di cachemire e del tubino nero nel guardaroba di qualsiasi donna. Ops!
Mentre lottavo col Godzilla-pancake in radio si parlava di questo fenomeno musicale degli shoe gazers; la mia prima reazione è stata: chi xxx sono sti shoe gazer? Seguita immediatamente da: certo che non so proprio una mazza! Per fortuna altri ascoltatori condividevano le mie difficoltà quindi i conduttori sono corsi in nostro aiuto, rivelandoci che questi fissatori di scarpe venivano così definiti perché durante il concerto, invece di guardare il pubblico, passavano tutto il tempo a fissarsi i piedi. Forse sarà stata l'influenza della rivista che avevo davanti ma è sorto spontaneo il parallelo con quelle fighine che vanno in giro con l'aria annoiata e il broncio, fingendo di non interessarsi a nulla e a nessuno, convinte sostenitrici del Teorema di Ferradini nel quale un tizio sostiene che più te la tiri e prendi a pesci in faccia il prossimo, più questo prossimo ti desidererà. Cosa non troverebbe in lui un buono psichiatra (cit.).
In realtà basta una rapida occhiata a wikipedia per far luce sul mistero: i signori in questione facevano smodato uso di pedalini (effetti per chitarra) per cui gli toccava guardar sempre per terra onde evitare di pestare il pulsante sbagliato e combinare un casino. In effetti mi è capitato in più di un'occasione di osservare il palco intorno ai musicisti e notare quell'ammasso di cavi e accrocchi vari chiedendomi quanto fosse alto il rischio di rimanere fulminati, soprattutto con tutti quei bicchieri pieni nei paraggi.
Adesso mi viene il dubbio che l'espressione assorta e pensierosa che si nota a volte sul volto del musico di turno non sia da attribuire a chissà quali tormenti esistenziali che gli dilaniano l'essere, bensì al più prosaico sforzo di concentrazione richiesto per ricordare quale maledetto pedalino deve pigiare tra i trenta che ha davanti.
Poi qualcuno dovrà anche spiegarmi come mai, nonostante le infinite possibilità che l'italiano ci offre, non abbiamo trovato di meglio che chiamare sti aggeggi pedalini (non è che pretenda proprio una parola nuova di zecca ma fate almeno uno sforzo, anche solo un passettino: magari pedaletti o pedalozzi); la prima volta che ho sentito Rico parlare di un video tutorial per imparare a usare i pedalini confesso che mi ero un po' preoccupata...


P.S. Consiglio vivamente di dare un’occhiata al video di Teorema per l’accurata e azzeccatissima scelta delle immagini. Come sempre le perle le scopri per caso.
P.P.S. Chissà quali pedalini avranno usato…
P.ecc ecc S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

giovedì 3 maggio 2012

Mi appello al 5° emendamento: James Taylor in concerto a Bologna

Come sempre, quello che inizia come un tranquillo momento musicale, poi finisce che finisce in traggedia.
Tutto è iniziato così:

C'è James Taylor a Bologna! Ci andiamo?
Mi sa che i biglietti son già finiti, però se li trovi io ci sono!

Il giorno dopo avevamo i biglietti. Non so se mia sorella li abbia strappati dalle mani di un cadavere ancora caldo o se abbia freddato qualcuno, son cose che è meglio non sapere. Fatto sta che i biglietti c’erano e quindi la sera in questione siamo arrivate belle pimpanti e in perfetto orario davanti al teatro Manzoni (anche grazie a una notevole botta di fortuna, parcheggio aggratis in una traversa di via Indipendenza); una volta ritirati i biglietti siamo andate di corsa a mangiarci due pizzette al taglio da Altero e all’ora X abbiamo varcato la soglia del teatro e guadagnato i nostri posti.
Dimenticavo di precisare che, prima di prendere posizione, abbiamo fatto un salto alla toilette e, dato che c’era un po’ di fila, nonostante dentro il mio cubicolo ci fosse un lavandino sono uscita per lasciare libero il posto, andando a lavarmi le mani nel lavandino comune; dopo averle accuratamente insaponate ho aperto il rubinetto per sciacquarle ma quello ha mandato due gocce e poi sciopero! Sono rimasta lì come una pipiloca con le mani gocciolanti e insaponate in attesa che si aprisse uno degli altri bagni. Decisamente un inizio col botto.

Come si può notare dalla foto, siamo arrivate in leggerissimo anticipo ma è andata meglio così, almeno siamo riuscite a fare quattro chiacchiere in tranquillità; quella che vedete qui è una foto del palco pre-concerto ed è anche l’unica che sono riuscita a scattare perché pare non si potessero fare fotografie, almeno a quanto ci ha detto l’omone-maschera del teatro che ci è piombato addosso alla prima foto scattata; a dir la verità non avevo visto cartelli con divieti ma l’uomo era parecchio grosso, non mi è parso il caso di mettermi a discutere.
Per tutta la prima parte del concerto il nostro eroe (la maschera, non James Taylor) si è spostato da una parte all’altra della platea, ammantato dell’oscurità della notte, ammonendo gente a destra e a manca, arrivando ad agitare le braccia tipo mulino a vento nel (vano) tentativo di dissuadere uno spettatore al piano di sotto dal fare altre foto. Un po’ come avere Batman come amministratore di condominio.

Devo dire che questa cosa ci ha assai rotto gli zebedei, provate voi a lasciarvi trasportare da Carolina in my mind mentre un energumeno lì davanti si lancia in segnalazioni che neanche un vigile urbano a Roma all’uscita del derby! Fossimo state a uno di quei concerti da pogo, nessuno si sarebbe accorto di nulla ma lì, al teatro Manzoni, al concerto di James Taylor che è uno dei concerti più tranquilli e posati che si siano mai visti! Fortunatamente a un certo punto il nostro uomo è uscito di scena, probabilmente per andare a frantumare le falangi del fu spettatore che fotografava imperterrito al piano di sotto e la pace è tornata a regnare.
Devo ammettere che io James Taylor di faccia non me lo ricordavo proprio quindi, quando all’inizio del concerto l’ho visto salire sul palco, questo spilungone che andava a sedersi sullo sgabello mi ha un po’ spiazzato, poi si è messo a cantare e lì andavi sul sicuro poteva essere solo lui.
E’ stato un concerto molto intimo, niente glamour, niente effetti speciali, solo lui, la band e noi; ho scoperto un uomo ironico, garbato e molto simpatico. E cosa dire della band? Anche se in un paio di occasioni si è temuto per le coronarie del batterista il quale, pur non essendo più un giovincello, suonava con una forza e un’energia che molti tinegers ci farebbero la firma, in generale i musicisti che lo accompagnavano filavano via senza una grinza, senza un inciampo e l’atmosfera sul palco sembrava quella di un gruppo di  amici di vecchia data (forse lo sono, non ne ho idea).
Spendo rapidamente due parole per quegli eroi dei tecnici del suono che si sono immolati per la causa, ho visto un poveretto che sarà rimasto dieci minuti acquattato di fianco alla batteria a fare dio solo sa cosa e immagino con che male alle ginocchia. Quando il gioco si fa duro, arriva il tecnico del suono.
A metà concerto c’è stato l’intervallo, anche se buona parte del pubblico sembrava non volerne sapere o forse temeva che l’uomo non sarebbe ricomparso, almeno a giudicare dagli applausi e i fischi con cui tentavano di trattenerlo sul palco; vista la situazione, JT ha mostrato il foglio con la scaletta della serata e poi ha mostrato il retro, indicando tutte le canzoni ancora da cantare; a  quel punto dopo una fragorosa risata dei presenti è riuscito a tornare in camerino a riprendere fiato.

Per tutta la durata dell’intervallo una mini folla si è accalcata intorno al palco (vedi foto) e ha fotografato tutto il fotografabile (gli strumenti? La scaletta? Lo sgabello? Boh), probabilmente una reazione al proibizionismo fotografico imperante quella sera. Lo spettacolo è stato molto gradevole, a tratti emozionante ma sempre pacato, le rare volte che noi tra il pubblico abbiamo avuto un esplosione di entusiasmo (escludiamo Batman l’agitatore di braccia), questa è presto tornata nei ranghi, come se non fosse quella la veste adatta per la serata.
Per gli ultimi pezzi, JT è stato raggiunto sul palco dalla moglie che ha cantato un paio di pezzi insieme a lui; su You got a friend devo dire che noi ci siamo guardate in faccia e abbiamo pensato entrambe era meglio prima, che è poi quello che ti viene da pensare quasi sempre quando senti la cover di una canzone che conosci bene (l’unica eccezione che mi viene in mente è One degli U2 nella versione di Johnny Cash).
Quindi tutto considerato una gran bella serata, di quelle che ti lasciano con una gioia sommessa, una felicità di cui parlare sottovoce per non farla scappare via.
A questo punto vi chiederete, giustamente, ma tutta sta traggedia di cui si parlava all’inizio dov’é? Era solo per far scena?
Magari.
Il giorno dopo a colazione sono  stata sottoposta all’interrogatorio di rito dal Farnedi. E’ andata più o meno così: Con chi suonava?
Qui mi ero preparata, non ho battuto ciglio. Batteria, tastiera e basso.
Ma chi erano? I nomi te li ricordi?
Cavolo, dovevo segnarmeli! Chino il capo sconfitta.  No, boh, il tastierista però suonava anche la clavietta.
L’uomo sospira. Le facce te le ricordi? Prova a descrivimeli.
Lo sapevo che finiva così. Boh, eravamo lontane! Il batterista aveva i capelli corti bianchi, il bassista credo lunghi con la coda.
Aveva gli occhiali?
Buio totale. Boh, credo avesse la barba.
Sembrava una partita a Indovina chi? Ma meno divertente.
….

Due giorni dopo mi è arrivato uno scappellotto, accompagnato da:
“C’era Steve Gadd, sant’Iddio! Steve Gadd!!!”

La vita non è tutta rose e fiori.




P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271







mercoledì 1 febbraio 2012

Torrone duro, rimmel che cola e amaro Romanetti: venerdì mattina a Vacaputanga


Non so come ma mi trovo seduta a un tavolo con un microfono appiccicato alla maglia in attesa dell’inizio di Vacaputanga, programma comicoeperchénodemenziale in onda su Punto Radio di Bologna il lunedì e il venerdì dalle 11.30 alle 13.
Tutto è iniziato con una telefonata: il Mago Toni Cioli Puviani ha invitato Rico a partecipare alla trasmissione di venerdì 26 che avrebbe condotto insieme a Bob Messini, in sostituzione del conduttore abituale Marco Dondarini e, prima di riattaccare, ha aggiunto “se vuol venire anche l’Estrema…”
E quindi eccomi seduta a un tavolino laterale che mi guardo intorno un po’ spaesata ma curiosa, mentre quelli che sanno cosa stanno facendo ultimano i preparativi. Nella mia testa avevo pensato di osservare la trasmissione e magari dopo scriverci sopra un pezzo, poi però gli eventi mi hanno portato in tutt’altra direzione.

Mentre si andava là in macchina, tra una chiacchiera e l’altra, Rico mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto cantare insieme a lui Salsa di lumache. Prima reazione: non no, magari un’altra volta. Poi però, una volta in loco, ho saputo che non c’erano webcam e mi sono detta perché no?, salvo poi trovarmi seduta davanti a non-una-ma-tre-telecamere; mi hanno assicurato che erano spente però è stato comunque un po’ come stare davanti al plotone d’esecuzione.
Passiamo adesso all’evento in sé. L’inizio della trasmissione è stato musicale; Farnedi suonava l’ukulele e noialtri tre cantavamo le lumache a squarciagola, poi siamo entrati nel vivo e di lì in avanti c’è stato veramente di tutto; ovviamente il pubblico, che poteva chiamare in studio oppure mandare sms, non si è fatto pregare, in particolare gli ascoltatori veterani hanno prodotto una vagonata di sms al vetriolo e anche qualche allegra telefonata come quella del buon Venanzio che, sentito che Farnedi per arrivare aveva viaggiato in autostrada e tangenziale, si è rammaricato per la cessazione dei blocchi stradali da parte dei camionisti. Dopo le prime domande di rito, hanno chiesto al musico di cantare un pezzo e, mentre questi ancora suonava, sono fioccati allegri messaggi del tipo: l’ospite poteva ben rimanere a Cesena! o hai ragione Bob, una canzone intimista. Intimagli di fermarsi!
Successivamente Farnedi si è lasciato scappare che il giorno dopo sarebbe andato a Macerata per partecipare alle audizioni di Musicultura 2012, concorso per la canzone d’autore, al che Bob Messini ha preso il telefono e contattato l’amministrazione dello sferisterio di Macerata, l’ufficio cultura e chiunque altro riuscisse a trovare, fingendosi interessato alla serata e lasciando cadere il nome di Farnedi quelle dieci-venti volte, alla faccia della pubblicità occulta. Ovviamente non poteva mancare la telefonata d’incoraggiamento: Cioè, domani sera a Macerata della gente andrebbe anche a sentirlo?
Nel frattempo era stato lanciato il dilemma economico del Mago: a dieci anni dall’ingresso nell’euro, restiamo nell’euro o torniamo alla lira? Dilemma che ha colto decisamente impreparati alcuni poveri cittadini contattati telefonicamente, che avranno pensato che la Guardia di Finanza ormai le pensa tutte pur di estorcerti dichiarazioni e si sono quindi dimostrati piuttosto reticenti a prendere posizione. Immancabile l’sms: che siano euro o lire, basta che siano molti.

C’è stato anche un momento serio, dedicato all’arte, alla forma poetica che strappa un sorriso in questi tempi difficili e bui; a riuscire nell’impresa è stato tale Vittorio con l’ormai celeberrima fresca battuta sul torrone, che riporto fedelmente a seguire:

Conversazione tra uomo e donna.
Uomo: mangiamo il torrone?
Donna: ma è duro!
Uomo: sì, ma prima mangiamo il torrone.

Vittorio è stato molto onesto, ammettendo l’altrui paternità dell’opera e producendosi in altri momenti di alto livello, il pubblico però ha continuato a chiedere a gran voce la prima performance, costringendo Bob Messini a telefonare più volte all’artista chiedendo encore! Si è riso parecchio, se fossi stata truccata mi sarebbe colato il rimmel.

Mentre nell’angolo meteo l’esperto terrorizzava le folle annunciando l’arrivo imminente del burian, vento russo che ti gela le ossa, io ricevevo un SOS via sms dalla Clodia che voleva intervenire in trasmissione ma non aveva il numero. Ho prontamente provveduto e dopo qualche minuto è arrivato in trasmissione un messaggio in cui si affermava che Farnedi limonava duro al Pit-a-Pat, locale storico del cesenate negli anni Ottanta.

Tra una facezia e l'altra c'è stato anche spazio per i giovani; Bob Messini ha contattato telefonicamente tale Jean, che ha dipinto come un bel ragazzo ventiduenne, sottoponendogli il dilemma del mago e interrogandolo sul suo weekend e sulle orge del venerdì, spiegandoci che è costume per questi baldi giovani fare un po’ di baldoria il fine settimana. A dir la verità, sentendo quella voce fievole, l’unica cosa che ti veniva in mente di fargli a quel figliolo era un uovo sbattuto con lo zucchero.

Abbiamo anche ricevuto una visita a sorpresa in studio: mentre Bob Messini chiamava di nuovo mezza Macerata alla ricerca di biglietti per un’improbabile serata il 28 gennaio allo sferisterio (nota arena all’aperto), la porta si è aperta e dietro c’era Jack Romanetti con in mano un cappellino di Punto Radio e una bottiglia dell’ormai famosissimo Amaro Romanetti. Purtroppo, causa sciopero dei mezzi pubblici, Romanetti è dovuto scappar via a recuperare figli, a noi però sono rimasti cappellino e bottiglia (micapoco).

Farnedi ha cantato un'altra canzone seguita dall’immancabile sms di apprezzamento: nel magazzino di Farnedi c’è carbonella sufficiente per gli spartiti rimasti?

E in tutto ciò io dov’ero? Seduta nel mio cantuccio con il terrore di prendere per sbaglio in una delle venti levette che c’erano davanti a me, seguivo sullo schermo gli sms degli ascoltatori e venivo ogni tanto interpellata dai conduttori che chiedevano la mia opinione su barzellette, orge e altri fenomeni di costume; riascoltando il podcast mi è sembrato di sentire un velato accento bolognese in alcune mie risposte e la cosa mi ha un po’ spiazzato. L’infingardo Bob Messini a un certo punto ci ha ingannato dicendoci che eravamo fuori onda; io mi sono lasciata andare per un attimo e ho pronunciato ben due frasi, salvo poi ritrovarmele sul podcast. Fortuna che il commento sulle orge e l’uovo sbattuto me l’ero tenuto per me…

Dopo l’ultimo glorioso contributo dell’esimio Vittorio e del suo torrone, mi è venuto in mente che Farnedi sapeva una di quelle barzellette di una volta che gli raccontava sua nonna, la famosa storia del cane Pez; l’ho subito comunicato ai conduttori mentre l’Enrico mi lanciava mentalmente una serie di maledizioni da far invidia a Lugaresi, il benzinaio di Cesenatico. Probabilmente mi cadranno i capelli a breve ma per l’arte questo e altro.

L’esperienza è stata insolita, esilarante, ansiogena, istruttiva e mi ha dato molto, non ultimo una bottiglia di ottimo Amaro Romanetti, da sorseggiare oggi guardando la neve che cade.

Vacaputanga: lunedì e venerdì ore 11.30-13 su Punto Radio Bologna.





P.S. La trasmissione è stata ulteriormente impreziosita da un cameo di Riccardo Lolli (qui sotto in una sua performance) che ha chiamato per fare un saluto, strappando una standing ovation a tutto lo studio.

mercoledì 14 dicembre 2011

La Came, le bolle e il Secchione: un regalo coi fiocchi.

Questo post l'ho lasciato un po' invecchiare in botte di rovere, dopotutto il barricato fa molto scic :)


Stasera festeggio il mio compleanno, non perché sia il mio compleanno ma perché il regalo di mia sorella è usufruibile solo oggi. Per essere più chiari, stasera a Bologna c’è lo spettacolo di Arturo Brachetti Ciak si gira! e noi si ha due biglietti. Per l’occasione mi volevo tirare a balestra ma fuori fa un freddo boia e noi si dovrà andare dal ristorante al teatro, quindi niente bracciale di strass, niente stivali da pioggia fucsia, niente mantella viola, insomma, una tristezza. Per non sembrare un mix preoccupante tra una suora di clausura e un assassino prezzolato, metto al collo una collana rigida d’argento che si ostinerà a girarsi per tutta la sera e che mi lascerà sempre il dubbio di avere il collo nero causa ossidazione argento.
Parto come sempre un po’ di corsa ma il tragitto fino a Imola è tranquillo, di sabato la gente ha di meglio da fare che pascolare in autostrada. Il percorso Imola-Bologna è invece un po’ più affollato anche se neppure lontanamente paragonabile alla Bologna dell’ora di punta. Dato che guida la Checca a me tocca gestire il navigatore e, come sappiamo, ho i miei problemi. Ci tengo comunque a sottolineare che anche il navigatore non era in formissima. Nonostante entrambi, al teatro ci arriviamo ed è proprio in orario di chiusura dei negozi per cui l’ardua impresa di trovare un parcheggio si risolve in soli cinque minuti. Scendiamo dalla macchina e io non ho la più pallida idea di dove sono; non so se riesco a spiegarmi, non è che non sappia dov’è il teatro (ce l’ho davanti), non ho proprio idea di come sono girata rispetto a Bologna e mi sono già dimenticata la spiegazioni di mia sorella su quali porte siano vicino al teatro. Fortunatamente io e lei condividiamo un sacco di cromosomi ma quello dell’orientamento lei ce l’ha più grosso quindi mi lascio guidare e in pochi minuti arriviamo al ristorante pizzeria La porta di San Felice, scelto appositamente per la sua vicinanza al teatro. La logistica innanzitutto.
La Trattoria/Pizzeria di Porta San Felice
Entriamo e la Checca dice al cameriere che abbiamo prenotato per due; lui ci indica un tavolo e si dilegua. Sul nostro tavolo c’è un biglietto con su scritto prenotato ma non c’è nessun nome; sbircio gli altri tavoli ma anche lì c’è solo il cartellino con su scritto prenotato. Evidentemente hanno una gran fiducia che nessuno millanti una prenotazione che non ha. Il locale sembra una trattoria tradizionale e il menu non delude. Opto per i tortelli di zucca con ragù e prima decidiamo di dividere un antipasto XXL. Messa al corrente dei nostri piani, la cameriera ci squadra e poi ci suggerisce di aspettare di aver mangiato l’antipasto prima di ordinare i primi, a me pare un po’ strano però l’esperta è lei…
Quando arriva il piatto in questione, non posso che riconoscere la saggezza del consiglio: ci sono crocchette di verdure, polpette, melanzane alla parmigiana, patate con pancetta e formaggio e, per finire in gloria, olive piccanti.
Pur partendo con le migliori intenzioni e un notevole appetito, riusciamo a stento a finirlo e ci troviamo obbligate a confessare alla Cameriera (la maiuscola a questo punto è d’obbligo) che non c’è nessuna possibilità di riuscire a mangiare anche un primo. La sua reazione non si fa attendere: “Lo sapevo che non dovevo dirvi di aspettare a ordinare, adesso mi licenziano!”  Ci facciamo una risata e decidiamo che però un dolcino, quello ci sta. La Came caldeggia il tiramisù (tirami up, come lo chiama lei) ma io punto la torta alla crema con more e la torta con mascarpone e amaretti. La seconda è finita e quindi dietro consiglio della Came ripariamo su una mousse mascarpa e nutella che sì, può andare, però resta il rimpianto. Siamo lì che finiamo la torta chiacchierando rilassatissime quando noto che la Checca mi si irrigidisce e chiede:”Che ore sono?” Guardo l’orologio, sono le nove meno cinque LE NOVE MENO CINQUE! Inizio spettacolo ore nove. Molliamo tutto lì e corriamo alla cassa; passando rallento un attimo per spiegare alla Came che il dolce era proprio buono ma il tempo è tiranno e ci tocca lasciarne una parte. Non sia mai che le lasci l’impressione di non aver apprezzato il dessert che ha suggerito, sarebbe indelicato, proprio non si può.
Essendo che la Checca si allena per la maratona e io qualche corsetta ogni tanto la faccio, volendo potremmo anche correre come gazzelle verso il teatro ma non sarebbe bello arrivare tutte scapigliate e magari con l’ascella pezzata quindi, confidando nel fatto che non si è mai visto uno spettacolo che inizi secondo programma, allunghiamo la falcata e incrociamo le dita. Ringrazio il cielo di aver optato per gli stivali bassi snobbando le francesine bombate davanti con tacco otto/dieci, non sarei riuscita a gestirle.
Fila tutto liscio: arriviamo in tempo a teatro, ci indicano i nostri posti e, meraviglia delle meraviglie, quelli davanti ai nostri sono occupati da due bambine che avranno cinque/sei anni e quindi superano di poco la spalliera della sedia. Una fortuna così non si era mai vista. E infatti non dura, poco dopo l’inizio dello spettacolo le due ridotte si lamentano con le madri che quindi si siedono nei loro posti, prendendole sulle ginocchia. Fortunatamente non sono Vatusse né sono cotonate stile Sofia Loren per cui tutto sommato non c’è da lamentarsi.
E adesso veniamo allo show.
Devo dire che durante lo spettacolo la mascella mi è caduta parecchie volte; in più ho goduto di una colonna sonora inattesa e gentilmente offerta dai tizi seduti dietro di noi, tutte variazioni più o meno auliche di “Ma come cazzo ha fatto?!”
Ogni tanto noi del pubblico si veniva interrogati da Brachetti sui personaggi che stava rappresentando (con solo l’ausilio di un anello di carta marrone ne avrà fatta una trentina) e devo ammettere che, almeno in un caso, quando le bambine davanti a noi hanno risposto all’unisono “Capitano Uncino!!!”, io mi trovavo ancora a brancolare nell’oscurità di una galassia lontana lontana.
Ovviamente tra le prime file era in agguato l’inevitabile secchione che rispondeva di sì a tutto, indipendentemente dalla domanda. Esempio:
Brachetti: “Il suono è come un filo nero che accompagna il film”
Mima con le dita lo svolgersi di un filo, poi ci guarda e chiede: “Lo vedete?”
Secchio-man: “Sììììì!!!!!!”
Brachetti (con un’occhiata divertita in direzione del Secchione):”Ma se non c’è?!! E come mai non c’è? Perché è un suono, non si vede!”

Per riassumere: un gran bello spettacolo, tecnologia e bolle di sapone, piacerebbe a chiunque, con o senza prole.

All’uscita si è presentato il problema di ritrovare la macchina tra le centinaia parcheggiate in zona ma ancora una volta la Checca, dopo aver riso del mio momentaneo panico, si è attivata e mi ha condotto con successo alla meta; a quel punto mi sono ritrovata a combattere col navigatore e son stati momenti difficili. Dopo circa un quarto d’ora abbiamo svoltato e io, sempre fissando il navigatore ho commentato sollevata “Dai, adesso stiamo tranquille per un po’, qui dice di andare dritto per 6,7 km!”, in risposta è arrivata la risata di mia sorella: “Per forza, siamo in tangenziale e dobbiamo andare a prendere l’autostrada per Ancona!” Ho alzato la testa e in effetti era vero. Mi son sentita molto Stanlio.
Il ritorno a Imola è stato tranquillo, anche perché stavolta il parcheggio me l’aveva indicato la Checca che ivi risiede quindi non c’era nessuna catena a ostruire il passaggio (vedi Attacco di Vega sull'Arena di Verona: George Michael in concerto).
Una bella serata cittadina, che per noi gente di provincia è sempre una novità, anche se resta un po’ di rimpianto per quel mezzo dolce al mascarpone e nutella…

sabato 12 novembre 2011

Nonna Abelarda e i tortellini bolognesi: tutti maracani.

E' sabato 15 ottobre e stasera ci aspetta una seratona di quelle sfavillanti: io e Rico andiamo a Bologna, al Teatro delle Celebrazioni, a vedere Tutti Maracani: la storia del rock and roll e del suo sbarco a Bologna negli anni ‘50.
Per noi gente di campagna il sabato sera nella metropoli è comunque un evento e i preparativi per la serata sono sempre fonte di divertimento e anche di qualche preoccupazione. Quella più comune? La cena. Sì, perché per forza ci tocca partire presto, quindi non è che alle sei ti metti a mangiare, però non puoi neanche fare l’asceta che tira dritto senza buttar giù niente, altrimenti poi te lo gestisci tu il borborigma intestinale che si scatena nel silenzio del teatro.
Dopo attenta riflessione propendiamo per l’approccio a piccoli passi: iniziamo con un aperitivo a casa, vinello e patatine light eurospin,  e poi via verso Bologna (tappa a Forlì per prendere su Benny), una volta raggiunta la metropoli mangeremo un panino da qualche parte.
Viaggiare di sabato sera è decisamente un lusso: in autostrada siamo quattro gatti e tutti piuttosto rilassati, niente suv che sfanalano da dietro, quei tesori.
Arrivati in zona teatro, la ricerca del parcheggio porta via un po’ di tempo ma si conclude felicemente e nel giro di qualche minuto ci stiamo già dirigendo verso la meta con falcate da velocisti. Il motivo delle falcate non è tanto il ritardo, siamo infatti in perfetto orario, quanto più il freddo boia che è calato all’improvviso e non fa prigionieri. Per far fronte all’emergenza indosso un basco di lana che dà al mio look un tocco nonna Abelarda ma per fortuna è buio e io sono posizionata lato muro, basta girare la faccia verso la parete ogni volta che incrociamo qualcuno.
Facciamo una breve sosta al bar per rifocillarci e Bologna ci dà il benvenuto per bocca di un barista mattacchione:
Benny:”Volevo un quadretto di pizza, me lo può scaldare al volo?”
Lui:” No, mi dispiace, per scaldarlo ci vuole il forno”
Nel mentre che consumiamo il nostro frugale pasto ecco entrare nientepopodimenoche la Passini seguita dalla Pincelli, anche loro dirette a teatro. Si accomodano al nostro tavolo per un caffè e due chiacchiere ma ahimè si fa subito ora di andare; prima di alzarsi la Passini pulisce accuratamente il bordo della tazzina e, intimata di dare spiegazioni, ci risponde che non le pare bello che il barista che sparecchia debba pulire il suo rossetto. Va là che le lady ce le abbiamo anche qua da noi.
Arriviamo al teatro e ci mettiamo in fila per ritirare i biglietti, per poi scoprire che quei gentiluomini degli amici musicisti ce li hanno procurati omaggio. Il teatro è pieno di gente e i nostri posti sono proprio davanti a una fila di signore bolognesi impegnate in un allegro chiacchiericcio; devo confessare di aver origliato tutto il tempo senza vergogna, mi sono divertita un sacco.
Lo spettacolo è partito con l’entrata in scena di Jimmy Villotti e Lucky che hanno iniziato passeggiare per il palco parlando tra loro; di tanto in tanto gli finiva tra i piedi una delle molte lattine vuote sparse sul pavimento e loro la calciavano via. Per fortuna i nostri posti erano a una certa distanza.
Ariodante Dalla
Villotti, in una delle sue narrazioni, ha menzionato tale Ariodante Dalla, un cantante italiano dell’epoca ancora non riscoperto dalla dilagante moda di scegliere per i figli nomi che giustificheranno un futuro parenticidio.
Dopo una prima parte ad opera dei due narratori è entrato in scena il primo di due gruppi musicali che ci avrebbero accompagnato alla riscoperta del rock and roll, i Pink Flamingos, e quando la cantante ha iniziato a cantare mi ha inchiodato alla sedia: le mie orecchie gridavano “Eloisa!” ma i miei occhi (che hanno i loro problemi) non tiravano fino a laggiù, quindi non potevo esserne sicura. E che problema c’è? direte voi  Non puoi chiedere a qualcuno? Il problema è che io di fianco avevo Rico e questo rendeva la situazione quantomeno delicata. Mi spiego: l’Eloisa l’abbiamo sentita cantare parecchie volte e abbiamo anche i suoi cd a casa, anche quelli ascoltati spesso, quindi chiedere “Ma è lei?” mi avrebbe esposto a censura, variabile a seconda dello scenario:
1)      scenario uno, è lei. Reazione: “Non l’avevi riconosciuta?! Ma l’abbiamo sentita tante volte!”
2)      scenario due, non è lei. Reazione: “Ma no, l’Elo ha una voce diversa! L’abbiamo sentita tante volte!”
In entrambi i casi un campo minato, procedere con cautela. Alla fine ho buttato là un commento neutro tipo:“Dì, ma la cantante….” lasciando astutamente la frase in sospeso. E come previsto, Rico ha finito la frase “…è l’Eloisa!”. Tutto è bene ciò che finisce bene.
Lo spettacolo è stato divertente e anche interessante, soprattutto per me che di ste cose non ne ho un’idea. Il momento più bello in assoluto è stato quando Jimmy Villotti ha raccontato  di com’era Bologna a quei tempi, dei suoni che si sentivano e soprattutto di quelli che non si sentivano; mi sono resa conto che per me è difficile immaginare una città silenziosa. Ha anche descritto il suo primo incontro con un juke-box e ripensandoci, mi sarebbe piaciuto sentirlo parlare più a lungo di Bologna, dei luoghi, della gente, di tutte quelle cose che noi adesso possiamo solo immaginare.
Il secondo gruppo a entrare in scena sono stati i King Lion and The Braves, e in quel caso persino i miei occhi dopolavoristi hanno individuato facilmente la banana brizzolata di Fabrais dietro la batteria.
Il mio unico momento di cedimento si è presentato nel corso del quarto d’ora di celebrazione della chitarra Fender Stratocaster, probabilmente la parte più apprezzata dai molti musicisti presenti ma per noi del volgo sentir parlare di valvole, pickup (e altre robe che ho prontamente rimosso), è tutta un’altra storia.
All’uscita siamo andati a salutare gli amici e siamo stati invitati a unirci  a loro per cena alla Trattoria da Vito. Non eravamo convintissimi, però sarebbero venute anche la Passini e la Pincelli, quindi ci siamo detti perché no? Grazie al cielo e al navigatore, siamo riusciti a trovare il ristorante che, un po’ è imboscato di suo, un po’ Bologna per me è come il triangolo delle Bermuda, non era così scontato.
Sfortunatamente, alla Trattoria da Vito il posto per tutti non c’era, anche perché erano fioccati inviti in ogni direzione e quindi rispetto ai ventidue coperti della prenotazione eravamo una quarantina. La prima reazione è stata: vabbè, sarà per un’altra volta; poi però abbiamo notato un’altra sala con dei tavoli liberi e, dietro nostra richiesta, una delle cameriere ha acconsentito a prepararci un tavolo separato, solo per noi cinque: io, Rico, la Passini, la Pincelli e Benny. Alla fine però è arrivato dall’alto l’ordine di unirci all’altra tavolata per facilitare il servizio e quindi siamo stati ributtati nella prima sala.
Prima di lasciare il teatro avevo dichiarato con fermezza che non avrei cenato, al massimo un dessert; poi però quando ti trovi nella trattoria bolognese e sul menù leggi tortellini al ragù, capisci subito che non c’è lotta, è il destino che chiama e non ammette repliche. Li ho presi e ho fatto da dio, erano una lovaria (il ristoratore bolognese perdonerà lo scivolone romagnolo). Naturalmente i commensali mi hanno dato della sgombrona e non è che avessero torto, mi consolo pensando che ero in buona compagnia. Benny è stato l’unico fedele al proposito di non cenare; noialtri abbiamo spazzolato via portate e bottiglie lasciando la tavola nuda, con l’eccezione di una bottiglia quasi intera di birra che la Pincelli aveva ordinato quando ancora l’altra era piena per un terzo (tutto per paura di rimanerne sprovvista) e che ci ha fatto compagnia fino alla fine. Highlander.
Il responsabile della Trattoria da Vito era un tipo singolare: si aggirava per i tavoli prendendo le ordinazioni, lanciando battute salaci  e dicendone di ogni, suppongo fosse il suo modo di scaricare lo stress dato dal fatto di avere quaranta persone che arrivano all’una di notte e vogliono mangiare. Mentre stavamo congedandoci (dopo aver pagato, sia chiaro, che non siamo scrocconi che s’imbucano) si è fermato un attimo e vedendolo un po’ stravolto ho buttato là un “Certo che stasera avete avuto il vostro bel daffare!” e lui sospirando “Non sono neanche riuscito a cenare, ho una fame che mangerei una cliente!”  il tutto detto mentre mi afferrava un braccio.
Usciti dal locale, io e Rico abbiamo salutato tutti (Benny tornava con Lucky) e siamo ripartiti direzione Romagna.
Bologna stasera è stata una bella padrona di casa, peccato non poterle mandare dei fiori.


Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271