sabato 25 agosto 2018

Dai che la salita è finita!

Alzo lo sguardo verso la cima della collina e vedo mia mamma e mia nipote che stanno risalendo faticosamente il sentiero. Mia nipote protesta e non posso darle torto: mio babbo, in testa al gruppo, ha dichiarato per l'ennesima volta che la salita è finita, incontrando ovviamente lo scetticismo della famiglia.
Mi cade l'occhio sull'ometto di pietra che segnala il percorso: anche per lui è stato impossibile mantenersi in piedi con questa pendenza, si vede chiaramente che ha tentato il suicidio.
Come diavolo siamo finiti in questa situazione?
Tutto è cominciato lo scorso Natale, quando i nipoti hanno regalato al nonno (appassionato di montagna, ex presidente CAI, ecc, ecc) un buono per un'escursione in Appennino:
A pensarci bene la colpa è tutta loro, appena li raggiungo, li butto giù dal dirupo.
Questa mattina era iniziata all'insegna della tranquillità, mi avevano anche dato un paio di bastoncini che si suppone ti aiutino nella camminata, chiaro che lo fanno se sai come usarli, nel mio caso era maggiore il rischio di inciamparci o infilarli in un occhio a qualcuno. L'alternativa era fare come mio babbo che li tiene entrambi in una mano come se fossero una rivista e si dimentica della loro esistenza, tanto lui va su comunque.
La prima parte della camminata è stata piacevole, faceva fresco e quindi anche i tratti al sole si affrontavano senza problemi; il primo nodo è venuto al pettine quando ci siamo trovati di fronte a una salita impegnativa. Mio babbo, che conduceva il gruppo, si è avviato su per il sentiero e, una volta arrivato in cima, ha proferito le seguenti parole: dai che la salita è finita! 
Ora, alle orecchie dell'ingenuo giovine che si affaccia alla vita  (leggi i nipoti), queste parole suonano come musica celestiale; quando invece le ascolta qualcuno che conosce i suoi polli, l'effetto è molto diverso, l'esperienza (potremmo anche chiamarla trauma), insegna.
I miei genitori hanno iniziato a portare me e mia sorella in montagna quando io facevo la prima elementare e non c'è voluto molto per capire che quando si è tra i monti mio babbo con la verità adotta un approccio...diciamo laterale.
Da una parte non vuole darti un dolore, dicendoti che quella che hai davanti è solo la prima di una serie di salite che ti faranno avere visioni mistiche di tutti i santi del calendario, dall'altra non può rischiare un ammutinamento, con gente che si lascia cadere a terra e rifiuta di andare avanti, quindi opta per un temporaneo insabbiamento della realtà: nel caso specifico di questa camminata, se analizzate la frase pronunciata dal nostro, vedrete che lui non vi dice che le salite sono finite ma che la salita è finita, SOLO QUELLA.
Ovvio che questo tipo di approccio è molto a breve termine, può funzionare solo una volta, poi tu mangi la foglia e da quel momento qualsiasi dichiarazione dell'uomo viene accolta con pesante sarcasmo, come nel caso odierno; però anche quello fa parte della tradizione familiare: fatica sì, ma con diritto di protesta.

Quattro ore dopo siamo tornati alla partenza, stanchi e accaldati ma contenti e, proprio lì vicino, ci aspettava un meritato premio: in un attimo ci siamo liberati degli scarponi e abbiamo tuffato i piedi nell'acqua freschissima del fiume.
Il paradiso non è poi così lontano.

lunedì 16 luglio 2018

A Londra le macchine hanno le briglie

Il primo fine settimana di luglio sono andata a Londra con la Rinaldi e la Piraccini che andavano a vedere il concerto per i 40 anni dei Cure.
Andando in aeroporto siamo state investite da un vero e proprio nubifragio ma ho mantenuto il sangue freddo e, tergicristallando furiosamente, ho condotto il team al parcheggio dell'aeroporto, dove abbiamo trovato a darci il benvenuto due macchine incendiate, tutto molto 1997 fuga da New York.
Quando si dice iniziare col botto.

Il volo Ryanair poteva andare meglio ma poteva anche andare peggio: a) poteva andare meglio perché l’aereo è partito con un’ora e mezza di ritardo e io mi sono dovuta sorbire un infante che piangeva disperato, avendo dimenticato i tappi nel bagaglio imbarcato,
b) poteva andare peggio perché l'aereo non è precipitato.
Sorvolo sull'attesa al recupero bagagli per non infierire.

L’hotel Belvedere è il tipico hotel inglese e la nostra stanza è lassù dove osano le aquile ma almeno è spaziosa, pulita e ha il bagno in camera con una bella doccia grande e nuova; purtroppo anche la doccia nuova rispetta la tradizione britannica dei rubinetti separati per acqua calda e fredda, un po' come avere la macchina ma con le briglie invece del volante. 
Vediamo adesso i fatti salienti della vacanza:


1) vado a pagare e scopro di avere i soldi scaduti, le banconote da 5 e 10 sterline sono state sostituite e la cassiera mi guarda come se stessi cercando di rifilarle i soldi Monopoli.

2) Questi giorni sono i giorni neri del trasporto, almeno per noi: prima l’aereo ritarda, poi c'è un ingorgo sulla linea rossa, la sera prendiamo un autobus che si rompe, saliamo su un altro ma dopo un po’ ci fanno scendere in fretta e furia, senza neanche spiegarci perché. Alla fine prendiamo la metro e speriamo in dio, c'è rimasto solo lui. 

3) Vado a teatro a vedere The woman in black e nella fila davanti a me vedo due ragazzi americani che entrano con un bicchierone di popcorn che rasenta la tinozza. Mi aspetto che una delle maschere li attacchi con un Taser e li trascini fuori dalla sala; invece, da veri inglesi, fanno finta di niente e distruggono così una delle mie ultime certezze.

4) Le due fan dei Cure tornano in hotel provate dal caldo infernale ma  vive e soddisfatte, mi addormento cullata dai racconti di epiche lotte per la conquista del posto all'ombra. 

5) Al ritorno il volo atterra con DUE ore di ritardo; è l’una e mezza di notte e l'aeroporto è  quasi deserto. Uscendo dall'aeroporto, i tizi di fianco a noi notano due Lamborghini in mostra e, dopo varie esclamazioni di meraviglia, SI FERMANO A GUARDARLE. 
All'una e mezzo di notte.
Noi usciamo e dal vetro li vediamo ancora là dentro, in rapita contemplazione.

Il mondo è davvero vario.

mercoledì 20 giugno 2018

Il diritto al numero 100

Sono in cabina e sto traducendo da una ventina di minuti un tizio che parla di barattoli, argomento sicuramente affascinante ma non abbastanza da rendermi insensibile ad altre necessità più mondane: devo fare pipì. 
Passo la palla alla mia collega e me la filo dalla porta dietro la cabina.
Scendo una rampa di scale e apro la porta del numero 100 (per chiarimenti, vedi l'ultima parte di Post speciale a colori!), contrassegnata dal classico disegnino con uomo, donna e figura in sedia a rotelle; mi trovo di fronte a ben due bagni contraddistinti dal disegno dell'omino, mentre c'è un solo bagno con la figura della donnina. 
Sono dentro da dieci secondi e già mi girano le balle; fatemi capire, siamo più della metà del mondo e abbiamo la metà dei bagni? 
O forse in questa amena cittadina la maggioranza delle donne ha deciso di emigrare e quindi ci sono rimasti quasi solo uomini?
Vorrei analizzare meglio il problema ma la necessità si fa prepotentemente sentire quindi, senza perdere altro tempo, entro nel bagno delle donne e chiudo la porta scorrevole. 
Ormai a un passo dall'agognata meta, cerco il lucchetto per bloccare la porta ma del suddetto non c'è traccia. Smadonno e mi guardo intorno alla ricerca di un qualche tipo di fermo, qualcosa che blocchi la dannatissima porta. Niente, non c’è niente; non è che il lucchetto sia rotto, come a volte succede, la chiusura non è proprio contemplata!
Ma dove sono capitata, in un hotel di naturisti dove tutti vanno in giro come mamma li ha fatti? 
Che facciano come gli pare, io alla mia privacy in certi casi ci tengo, quindi esco dal bagno delle donne e tento con uno dei due bagni per gli uomini e, guarda caso, lì la chiusura c'è. 
Mi viene un terribile sospetto, vado subito a controllare il secondo bagno degli uomini e anche lì c'è una robusta chiusura, proprio sotto la maniglia. Bastardi. 
Che il cielo li strafulmini.
Aggiungo un po' di alopecia, che non guasta.

Non ho tempo da perdere maledicendo l'intera Direzione dell'albergo, mi chiudo nel bagno degli uomini, faccio quello che devo fare e torno di sopra. 
Solo una volta seduta in cabina realizzerò che del bagno dei disabili, chiaramente indicato dal relativo disegnino sulla porta esterna della toilette, non c'era alcuna traccia. 

Non c'è fine al peggio, Murphy docet.


giovedì 24 maggio 2018

Ma le taglie, chi le sceglie?

Arrivo in ditta e la prima cosa che mi dicono è che per girare devi indossare i DPI, anche noti come quelle robe scomode che però, se le metti, almeno non perdi un arto.
Vado dal responsabile che mi chiede il nome e poi mi allunga un casco con occhiale di protezione incorporato; tempo dieci secondi e due tentativi e l’amico casco viene restituito al mittente, perché non c’è modo di abbassare gli occhiali di protezione sopra i miei occhiali, almeno senza causarmi danni permanenti. 
Passiamo al camice: chiedo una S ma mi dicono che ci sono solo la S/M o la L/XL. Vabbè, vada per la S/M. 
Me la metto ed è enorme, se allungo le braccia vedo solo l’ultima falange, la manica ha inghiottito tutta la mano. E ci tengo a precisare che io non sono fatta in economia, evidentemente qui assumono solo energumeni.
Per le scarpe chiedo una misura 40, confidando di starci comodamente ma, una volta indossata, mi accorgo che il piede ci naviga dentro, questa cosa nei numeri unisex non è una gran bazza.
In fondo però la cosa non mi dispiace, mi basta stringere i lacci fino a interrompere la circolazione e il piede, seppur fermo ha le dita libere. Finché non cadono.
I tappi per le orecchie invece non mi hanno ancora dato problemi, ma solo perché lavoro in zone dove non è obbligatorio metterli.

A conti fatti, la mattina e la sera il processo di vestizione in azienda richiede almeno una ventina di minuti, mi sento un po' la Regina Elisabetta: cambio le scarpe, il vestito, metto i guanti e indosso pure un cappello giallo, proprio come piace a lei.

A conti fatti, faccio un lavoro molto regale, no?

domenica 13 maggio 2018

Hulk Hogan aiutami tu!

Ho ritrovato degli appunti, presi qualche tempo fa dopo una giornata di interpretazione tutto sommato normale ma, comunque, costellata di memorabili dettagli. 
Quindi, questo è quanto vi offro: pochi, memorabili dettagli.
Enjoy.


Mi sono appena seduta di fianco al relatore per cui dovrò tradurre in inglese per le prossime due ore; purtroppo, gli schienali delle sedie sono uniti in un unico blocco quindi, come su un tappeto elastico, ogni volta che quel marcantonio si lascia cadere contro lo schienale, è come se mi dessero un calcio volante nella schiena. Hulk Hogan, aiutami tu.

Onde non lavorare digiuna, prima di arrivare alla sede del convegno mi sono fermata in un bar e ho ordinato un panino che si è rivelato fecciosissimo: per fare un panino salame e formaggio hanno usato un panino dolce. Perché? Cosa gli ho fatto?
Oltretutto, al mio ingresso in sala, ho scoperto che c'era un pranzo a buffet gratuito.

Faccio subito un salto alla toilette, quando ancora non c'è fila ma scopro che l'accesso al bagno non è proprio facilissimo: qualche genio ha fatto passare un cavo elettrico in mezzo alla porta che, oltretutto, è una di quelle porte da saloon senza maniglie, porte sadiche che già di per sé sono complicate da aprire (vedi foto). 
Vista la situazione, le opzioni sono due, puoi scegliere se:
a) inciampare e romperti una caviglia o 
b) morire fulminato (Viva la 626).
Eventualmente, entrambe le cose.

Uscita incolume dal bagno, raggiungo il relatore sul palco dove i tecnici hanno deciso di impegnarsi a fondo e ci hanno puntato in faccia un migliaio di fari, neanche dovessimo fare un intervento a cuore aperto.
Alla mia destra trovasi il relatore, alla mia sinistra c'è un tizio pelato, il quale, per vedere meglio l'oratore di turno, decide di darmi le spalle e sposta la testa, arrivando con la suddetta a 20 cm dal mio naso, per poi iniziare a grattarsi ferocemente la pelata. 
Distolgo subito lo sguardo ma è troppo tardi, l'immagine della pioggia di forfora che cade sul quella giacca scura resta stampata a fuoco sulla mia retina, nevica in aprile.

Dato il freddo improvviso dei giorni scorsi, stamattina ho deciso di indossare una maglia di lana ma ovviamente in questa sala fa un caldo torrido, qualcuno deve aver acceso il riscaldamento a pieno regime.
Decido di togliere il cardigan ma sfortuna vuole che questa mattina abbia scelto di mettermi una camicia sinteticissima, quindi ogni volta che tento di sfilare la maglia si sente un crepitio preoccupante (Sempre Viva la 626). 

Quindi, per riassumere: oggi, per portare a casa la pelle e lo stipendio, ho dovuto fare fronte a: panini insensati, trabocchetti con cavi elettrici degni di Mai dire Banzai, nevicate di pelle morta, calci volanti e rischio autocombustione.

MacGyver fatti da parte, è arrivata la professionista.