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lunedì 16 luglio 2018

A Londra le macchine hanno le briglie

Il primo fine settimana di luglio sono andata a Londra con la Rinaldi e la Piraccini che andavano a vedere il concerto per i 40 anni dei Cure.
Andando in aeroporto siamo state investite da un vero e proprio nubifragio ma ho mantenuto il sangue freddo e, tergicristallando furiosamente, ho condotto il team al parcheggio dell'aeroporto, dove abbiamo trovato a darci il benvenuto due macchine incendiate, tutto molto 1997 fuga da New York.
Quando si dice iniziare col botto.

Il volo Ryanair poteva andare meglio ma poteva anche andare peggio: a) poteva andare meglio perché l’aereo è partito con un’ora e mezza di ritardo e io mi sono dovuta sorbire un infante che piangeva disperato, avendo dimenticato i tappi nel bagaglio imbarcato,
b) poteva andare peggio perché l'aereo non è precipitato.
Sorvolo sull'attesa al recupero bagagli per non infierire.

L’hotel Belvedere è il tipico hotel inglese e la nostra stanza è lassù dove osano le aquile ma almeno è spaziosa, pulita e ha il bagno in camera con una bella doccia grande e nuova; purtroppo anche la doccia nuova rispetta la tradizione britannica dei rubinetti separati per acqua calda e fredda, un po' come avere la macchina ma con le briglie invece del volante. 
Vediamo adesso i fatti salienti della vacanza:


1) vado a pagare e scopro di avere i soldi scaduti, le banconote da 5 e 10 sterline sono state sostituite e la cassiera mi guarda come se stessi cercando di rifilarle i soldi Monopoli.

2) Questi giorni sono i giorni neri del trasporto, almeno per noi: prima l’aereo ritarda, poi c'è un ingorgo sulla linea rossa, la sera prendiamo un autobus che si rompe, saliamo su un altro ma dopo un po’ ci fanno scendere in fretta e furia, senza neanche spiegarci perché. Alla fine prendiamo la metro e speriamo in dio, c'è rimasto solo lui. 

3) Vado a teatro a vedere The woman in black e nella fila davanti a me vedo due ragazzi americani che entrano con un bicchierone di popcorn che rasenta la tinozza. Mi aspetto che una delle maschere li attacchi con un Taser e li trascini fuori dalla sala; invece, da veri inglesi, fanno finta di niente e distruggono così una delle mie ultime certezze.

4) Le due fan dei Cure tornano in hotel provate dal caldo infernale ma  vive e soddisfatte, mi addormento cullata dai racconti di epiche lotte per la conquista del posto all'ombra. 

5) Al ritorno il volo atterra con DUE ore di ritardo; è l’una e mezza di notte e l'aeroporto è  quasi deserto. Uscendo dall'aeroporto, i tizi di fianco a noi notano due Lamborghini in mostra e, dopo varie esclamazioni di meraviglia, SI FERMANO A GUARDARLE. 
All'una e mezzo di notte.
Noi usciamo e dal vetro li vediamo ancora là dentro, in rapita contemplazione.

Il mondo è davvero vario.

venerdì 7 agosto 2015

Oltremare con Estrema Riluttanza n. 5 - Autobus, autobus delle mie brame


Dopo due lunghe settimane a spasso per Londra con i boccia, torno in Italia, tocco terra e riparto per Malta, nuovo giro, nuova corsa (e nuovo gruppo).
Questa volta niente campus, alloggiamo in albergo, ho una camera grande con bagno e sarei una persona felice se non fosse che l'aria condizionata non dà segno di vita e in un'isola dove la temperatura raggiunge allegramente i 40 gradi (causa umidità saliamo a 43), ciò equivale a un suicidio programmato.
Dopo la prima notte insonne ho avuto un franco scambo di vedute con la reception e quelli della manutenzione si sono dati subito da fare, peccato che al momento in camera continui a esserci l'Africa ma almeno di notte un refolo di aria mi permette di dormire.
Le cose qui sono molto diverse da Londra: si mangia meglio (non era difficile) e usare i mezzi pubblici è fuori discussione, per cui per le nostre attività dipendiamo interamente dai pullman privati e dalla loro proverbiale puntualità: forza e coraggio!

Cambiamo spesso pullman o autista, quindi in "zona guida" si vede un po' di tutto, dalle cose più assurde appese a fianco dell'autista (cd, enormi peluche, collane di Abre Magique ecc)  o inchiodate (statue di madonne, alberi di natale ecc) fino all'inspiegabile pellicciotto tipo Mocio Vileda (vedi foto) che quest'uomo tiene appoggiato al cruscotto dell'autobus (fuori ci sono 33 gradi). Se avete una spiegazione sono tutta orecchi.
Nel corso di due settimane se ne sono viste veramente di tutti i colori:
- saliamo sul bus e ci accorgiamo che piove sui sedili (e sul volante dell'autista che è a rischio folgorazione) perché il sistema dell'aria condizionata perde; ovviamente ci lamentiamo tutti a gran voce (salute e sicurezza non pervenute) e il cielo implacabile ci punisce: sul bus successivo l'aria condizionata è rotta quindi si va con la portiera del bus aperta x arieggiare, chi osa lamentarsi vola fuori dal bus. A volte la migliore musica è il silenzio.
In un altro caso il nostro bus non arriva proprio, davanti all'albergo ce ne sarebbe uno ma sul vetro c'è un foglio con scritta una destinazione diversa; dopo mezz'ora di attesa e millemila telefonate scopriremo che quello è effettivamente il nostro pullman ma il conducente ha lasciato il cartello con la destinazione precedente. 
L'autista deve trasportare un altro gruppo dopo di noi quindi ci chiede di partire 15 min prima dell'orario stabilito ma per noi non è possibile (se dico ai boccia che devono alzarsi 15 minuti prima mi scuoiano e usano la mia pelle per rilegare il libro di testo), però gli garantiamo che saremo pronti a partire alle 8.30 spaccate, peccato che, una volta trascinati tutti i boccia nella hall a suon di maledizioni, il bus arrivi solo alle 8.40.
Concludo la panoramica trasporti con l'autsta ciarliero che mi attacca una gran pezza mentre guida; peccato che su quell'autobus non ci sia l'aria condizionata e quindi i finestrini sono tutti spalancati per cui mi trovo a dover rispondere a domande che non sento e a commenti che volano fuori dal finestrino.
Lui però sembra contento, evidentemente ho un futuro come veggente.

sabato 9 maggio 2015

La Freccia Lenta torna a colpire

Immaginate la scena: Roma, venerdì pomeriggio siamo in un taxi diretto alla stazione Termini, fuori diluvia e il traffico aumenta di minuto in minuto.
La giornata di lavoro è stata parecchio pesante e questo imprevisto proprio non ci voleva; mancano solo 30 min alla partenza del mio treno e la cosa non promette bene, sto già elaborando piani B ma in tutti finisco a vagare per la stazione di Bologna in piena notte.
Mentre valuto se telefonare a Rico implorando che mi venga a prendere a Bologna, l'autista si ferma accanto al marciapiede e per un attimo mi sembra di sognare: davanti a me, oltre la pioggia, c'è la stazione Termini.
Sono le 18.25, il treno parte alle 18.30, posso farcela, forse. Mi lancio in una corsa disperata sotto il diluvio e con un ultimo colpo di reni salgo sul treno gocciolando. Le porte si chiudono alle mie spalle e con un sospiro di sollievo mi avvio verso la mia carrozza, ce l'ho fatta!
Mezz'ora dopo le cose non sono più così chiare, il frecciarossa è fermo in mezzo al nulla e non dà segno di voler ripartire. La gente intorno a me borbotta, io vorrei abbandonarmi a una catartica sfilza di madonne ma sono troppo stanca, voglio solo arrivare a Bologna in tempo per la coincidenza, è stata una giornata moolto lunga. 
Si vede che non deve andare così, quando scendo a Bologna il treno ha oltre un'ora di ritardo, addio coincidenza. Raggiungo il chiosco Trenitaglia dove l'omino mi scarabocchia il biglietto informandomi che c'è un treno sul binario 6  tra due minuti, gli faccio notare che per riemergere dalle profonde viscere dell'Alta Velocità ci vogliono ben più di due minuti ma lui ribatte di non preoccuparmi che anche quel treno è in ritardo. Immagino volesse rincuorarmi ma non c'è riuscito.
Salgo i due piani di scale e finalmente raggiungo il binario 6 dove mi aspetto di dover correre per salire al volo su una carrozza già in movimento, invece mi trovo su un binario vuoto e altrettanto vuoto è il tabellone sul binario, evidentemente il famoso treno è già partito da un pezzo.
No ma, dico, diamo i numeri? Non doveva essere in ritardo sto cacchio di treno? Se in questo
momento uscisse qualcuno da dietro un angolo gridando "Sorridi, sei su Candid Camera!" lo menerei. Ridiscendo furibonda nel girone dell'Alta Velocità e raggiungo l'omino nel suo stramaledetto chiosco, che spero prenda fuoco, c'è ancora gente in fila e noto che, vedendomi avanzare, qualcuno è sul punto di farmi notare che c'è la fila ma probabilmente la mia faccia vale mille parole per cui tutto tace.
Lo informo della situazione e dopo aver rifiutato un po' bruscamente un altro treno in partenza in quei minuti, non mi resta che l'intercity per Lecce delle 22. Mi ritrascino di sopra masticando maledizioni all'indirizzo dell'omino e di Trenitaglia in generale. Domani in molti si sveglieranno pelati.
Gli ultimi ricordi di quella notte sono di un treno affollatissimo e un conseguente aroma di umanità fin troppo ricco, seguiti dal celestiale suono delle porte del treno che si aprono e l'aria fresca della notte che mi accoglie.
"Cesena, Cesena, stazione di Cesena"

mercoledì 11 settembre 2013

Prima di andare a Napoli è meglio riempire il bicchiere

Essendo arrivato settembre, mi tocca ricominciare a lavorare, è triste ma inevitabile. 
Mercoledì mattina alle 12.07 dovevo partire per Napoli per andare a fare uno dei miei soliti lavori da interprete e il martedì pomeriggio, non avendo ancora ricevuto indicazioni precise dal cliente (quelle cose assolutamente superflue come quando e dove incontrarsi), l'agitazione aveva raggiunto e superato il livello di guardia.
Rico era partito il martedì mattina per andare a suonare a una delle mille feste che seguono le presentazioni dei film al festival del cinema di Venezia e sarebbe rimasto fuori a dormire, quindi quel pomeriggio a casa c'eravamo solo io e le mie paranoie (e se ritarda il treno e perdo la coincidenza? E se alla fine si scopre che l'appuntamento è fuori Napoli? Come ci arrivo? E se cade un meteorite sulla mia camera d'albergo?)

Verso le 22, mentre facevo la valigia in pieno picco d'ansia, mi ha inaspettatamente telefonato Rico per dirmi che, avendo finito prima del previsto, avevano deciso di tornare subito a casa (suppongo che la telefonata mirasse a evitare che nel cuore della notte lo scambiassi per un ladro e lo prendessi a padellate).

Versione n°1: BMV*
La mattina dopo sono uscita di casa con il mio trolley e la borsa, ho caricato tutto nel bagagliaio e acceso la macchina. Non è partita. Momento di panico. Mentre iperventilavo, ho notato l'orologio di fianco al volante, era spento. Azz! La batteria era morta. Ma come?!! Non è mica vecchia! Mistero risolto con un'occhiata al cruscotto: avevo lasciato le luci di posizione accese tutto il giorno prima, sono un vero genio.
Mi sono fatta dare un passaggio da Enrico e, una volta arrivata in stazione a Cesena mi sono seduta in attesa del treno; solo una volta passato l'orario di partenza è apparso sul tabellone un ritardo di dieci minuti, a quel punto la coincidenza era a rischio e, ovviamente, potevo scordarmi di riuscire a prendere un panino per il pranzo una volta arrivata in stazione a Bologna.
In un ultimo, disperato tentativo, ho cercato di comprare un sandwich in quelle macchinette tristissime sul binario ma non avevo spicci per cui sono andata in tabaccheria a comprare delle caramelle per farmi cambiare i soldi; ovviamente,
proprio prima di me c'era un ragazzo a cui servivano delle fotocopie e sospetto che la signora della tabaccheria avesse la macchina rotta e gliele abbia ricopiate a mano, almeno spiegherebbe l'eternità che ci ha messo a far tre fotocopie. Quando finalmente sono arrivata davanti al distributore e stavo per infilare la moneta nella fessura , proprio in quel momento è comparso il treno, che già che c'era poteva tardare un altro minuto e lui invece no, che bello.
Dopo un'ora in treno, passata elaborando millemila piani di emergenza per far fronte all'eventualità della perdita della coincidenza, arriviamo finalmente a Bologna, sempre con il nostro ritardo di dieci minuti (la coerenza innanzitutto).
Balzo fuori dal treno (si fa per dire, avevo trolley e borsa strapiena) e mi dirigo speditamente verso la nuova area della stazione per i treni ad alta velocità, una roba tutta acciaio e cemento, tipo Blade Runner ma più deprimente, che immagino abbiano costruito per facilitare le cose ai treni, o almeno lo spero, perché al passeggero questa simpatica novità rompe parecchio gli zebedei, costringendolo a una maratona tra scale mobili, corridoi e altre scale mobili.
Arrivo finalmente giù e raggiungo il binario solo per veder comparire sul tabellone il simpatico numeretto 40 nella colonna dei ritardi. Mo che ti venisse!

Versione n°2: BMP**
La mattina dopo sono uscita di casa con armi e bagagli e ho scoperto che la batteria era deceduta causa invornimento della proprietaria (avevo lasciato accese le luci di
posizione); fortunatamente la sera prima Enrico, invece di rimanere a dormire fuori, era tornato a casa e quindi mi ha potuto dare un passaggio in stazione dove mi sono seduta in sala d'attesa a leggere, dato che il treno era in ritardo.
Ero comprensibilmente preoccupata, dovendo prendere la coincidenza per Napoli a Bologna, il ritardo poteva mandare tutto a monte e, anche nel migliore dei casi, non mi avrebbe dato tempo di comprare qualcosa da mangiare. Ho considerato la possibilità di prendere qualcosa da mangiare dal distributore automatico sul primo binario ma proprio mentre mi accingevo a farlo è arrivato il treno.
Durante il viaggio ho riflettuto su cosa avrei fatto in caso di perdita della coincidenza e mi sono venute in mente varie opzioni possibili, in fondo era presto, avrei dovuto semplicemente cambiare il biglietto con quello di un treno successivo, niente di impossibile.
Una volta in stazione a Bologna sono scesa nell'area sotterranea riservata ai treni ad alta velocità; le varie scale mobili si sono rivelate una benedizione per chi come me aveva bagagli. Scendendo sembra di entrare in
un mondo parallelo, è tutto molto silenzioso, con poche persone, davvero rilassante.
Ero appena arrivata sul binario quando hanno annunciato che il treno sarebbe partito 40 minuti dopo; riflettendoci, è stata una vera fortuna non essere riuscita a comprare il panino dal distributore a Cesena, con 40 minuti a disposizione sarei riuscita a mangiare qualcosa seduta e in tranquillità.

Bene, io quello che dovevo fare l'ho fatto, adesso tocca a voi.
Scegliete pure la versione che preferite ma se volete un consiglio, si vive meglio con la seconda.


* Bicchiere Mezzo Vuoto
** Bicchiere Mezzo Pieno

domenica 4 novembre 2012

Il titolo trovatelo voi, io vado a letto

Questo post è diverso da quelli che ho scritto finora, lo sto scrivendo di getto dalla camera di albergo in cui mi trovo stasera (domani lavoro, ogni tanto tocca).
Devo scrivere, mi serve, ne ho bisogno, è un modo per elaborare magari non i traumi perché non son cose così drammatiche, ma tutto quell'insieme di cose che ti capitano e ti fanno arrivare a fine giornata che ti sembra di aver tutte le ossa rotte, le spalle che scrocchiano indurite dalla tensione, la mandibola rigida, insomma, sono uno straccio.
Ieri pomeriggio ho deciso di partire in treno invece che in auto, principalmente perché mi hanno informato che l'albergo in cui dormirò martedì sera è di fianco alla stazione di Milano Centrale e, non so voi, ma quando io immagino un girone infernale coi suoi bei dannati sparsi tutt'intorno intenti a dannarsi, non è un quadro tanto diverso da quello dellle strade intorno a Milano alle sette di sera.
Il pensiero di dover guidare da Novara fin nel centro di Milano mi faceva coagulare il sangue quindi...a me treno!
Ovviamente quando decidi all'ultimo momento non hai molto da scegliere quindi oggi ho cambiato tre treni, uno più bello dell'altro. Anch'io però ci ho messo del mio: arrivata in stazione a Bologna ho visto che il mio treno per Milano partiva dal binario 3ovest quindi, dopo aver comprato qualche panino, ho seguito le indicazioni lungo il sottopassaggio e dopo aver fatto un giro dell'oca sono approdata davanti a un binario con scritto 3. Tutto regolare, sono salita e mi sono seduta su una panchina per consumare il mio frugale pasto; dopo un po' mi sono resa conto che il panorama di cui godevo mi era molto familiare (strano, ai binari ovest non vado mai...). C'è voluto poco per capire che ero al binario 3 normale, a forza di giri assurdi mi ero persa.
A questo punto è inutile trovare delle attenuanti, non si può dire che ho delle difficoltà di orientamento, che in termini di localizzazione sono diversamente abile, la verità è che sono invornita e quando vado in giro mi dovrebbero dare l'accompagno.
Comunque per fortuna c'era ancora tempo e il treno alla fine l'ho preso.
Seduta dall'altra parte del corridoio c'era una ragazza piena di valigie, incluso un boh, violoncello? nella sua bella custodia che ovviamente teneva il posto di una persona. A tutti quelli che arrivavano lei spiegava, scusandosi, che con il controllore aveva provato a metterlo sul porta pacchi ma non ci stava e quindi... A un certo punto è arrivata una signora, o meglio, una viaggiarice, che ha fatto il diavolo a quattro perche questa ragazza occupava troppo posto e ha rotto fino a che è riuscita a sedersi,obbligando la ragazza a tenere lo strumento in piedi nel corridoio dove dava danno a chiunque passasse. A quel punto delle quattro persone sedute nessuna riusciva a muoversi, erano assolutamente incastrate. Tempo un quarto d'ora e l'ineffabile viaggiatrice si alza e chiede di farla passare perché....deve scendere. Giuro, è scesa dopo un quarto d'ora. Gli sguardi increduli si sprecavano, lei però non ha fatto una piega (ma forse quello era il botulino).
L'ultimo treno ha dato il massimo: ero appena salita quando è saltata la corrente, poi è partito, ha fatto dieci metri è si è fermato; dopo un po' è ripartito e poco dopo si è fermato in un luogo isolato, era buio e pioveva, per fortuna non è saltata la corrente altrimenti era da panico.
Insomma alla fine scendo dal treno con trenta minuti di ritardo, fuori diluvia e mi tocca prendere un taxi perché questo benedetto albergo è a casa di dio ma evidentemente nella casa di campagna di dio, quella persa nel nulla. Il tassista mi toglie anche il sangue ma almeno sono finalmente arrivata.
Prendo la chiave della camera e vado verso l'ascensore, che è uno di quei cosi tutti in metallo con le porte in metallo degli anni sessanta che si vede che in quegli anni non c'era la claustrofobia perché è piccolissimo, ci sto io con la valigia e basta. Arrivo in camera e la camera è come l'ascensore ma non importa mi dico, ci devo solo dormire un paio di notti.
Però
Però
Disfo la valigia e apro l'armadio per sistemare i vestiti: non c'è un appendino per i pantaloni, ci sono sei grucce ma nessuna ha la barra orizzontale per i pantaloni, per cui i pantaloni finiscono sulla sedia, se domani qualcuno nota le pieghe, diro che è il nuovo effetto crease.
Il cellulare è scarico quindi tiro fuori il caricatore e cerco una presa; non ci vuole molto a scoprire che l'unica presa in tutta la camera è in bagno quindi mi rassegno e telefono a Rico seduta sul water. Per fortuna il cavo di alimentazione del pc mi pernmette di arrivare almeno al letto, altrimenti anche questo post l'avrei scritto sul water.
Al telefono mi sono beccata un cazziatone da Rico perché per cena questa sera ho comprato solo cracker, fonzies e m&ms in stazione; in effetti non è una gran cena quindi guardo tra le informazioni dell'albergo per vedere gli orari del ristorante, potrei mangiare un'insalata...peccato che per misteriose ragioni il ristorante sia aperto solo dal lunedì al giovedì e oggi sia domenica. Vabbè, vediamo cosa c'è nel minibar. Apro lo sportellino e, a questo punto, mi aspetto perlomeno che il frigo sia vuoto ma invece non c'è neanche il frigo, c'è il vuoto e poi il muro, come se qualcuno si fosse fregato il frigobar.

Credo di non aver dimenticato niente, adesso scusate ma vado a letto, è stata una giornata intensa.


venerdì 27 gennaio 2012

Lotta senza quartiere contro Marte e la Freccia Lenta

Guardando indietro vorrei poter dire che è stata tutta una concatenazione di eventi sfavorevoli, che gli dei non mi sorridevano, che avevo il Sole in opposizione, ma la cruda realtà dei fatti è che sono invornita e, in alcune occasioni, questo fatto emerge in maniera inequivocabile. Giudicate voi.

Devo andare a Firenze per un lavoro all’ultimo minuto, quindi mi tocca far tutto un po’ di corsa; prenoto i treni un paio di giorni prima (boia Trenitalia e l’invenzione dei frecciarossa, argento, zinco e chissà cos’altro, che devi sempre prenotare prima) e, dovendo essere al convegno entro le 9 di mattina, mi tocca prendere il treno delle 6.21, il che impone una levataccia, sveglia ore 5.20.
Esco di casa alle 5.55 e il paesaggio è da lupi: freddo boia, buio assoluto e giusto tre macchine di disperati in giro. Se non altro arrivo in stazione in un batter d’occhio e trovo parcheggio praticamente davanti all’ingresso. Scendo dalla macchina bardata come un omino Michelin (le previsioni su Firenze ieri sera davano coperto e 2-3 gradi) e arrivo sul binario in netto anticipo sul regionale. Fortuna vuole che proprio davanti a me si fermi una carrozza di prima classe declassata a seconda, il che mi regala un viaggio morbidoso su uno dei sedili scicchissimi della prima classe. Contrariamente alle mie aspettative, durante il viaggio non passa la hostess con il flute con lo sciampagn come si vede nelle pubblicità, forse a quell’ora del mattino non è il caso, però due salatini non ci avrebbero mica fatto schifo!
Scendo a Bologna con la massima calma, tanto il treno c’è tra venti minuti. Devo prendere il Freccia Qualcosa che va a Roma; controllo sul tabellone delle partenze per vedere che arrivi a Firenze alle 8.25 come previsto e, in quel momento, solo in quel momento, mi rendo conto che il treno ferma sì a Firenze ma a Campo di Marte e non a Santa Maria Novella come credevo io.
Aritmia.
Mi riprendo in fretta pensando che c’è sempre un treno che da Campo di Marte ti porta a Santa Maria Novella quindi al massimo impiegherò dieci minuti in più e, sommandoli ai dieci minuti che servono per raggiungere Palazzo Vecchio, sede del convegno, avrò comunque un quarto d’ora di margine. Bene, ma che strada faccio? Perché io la mappa per arrivarci non l’ho mica stampata! Tonta! Potrei forse usare le mappe sul cellulare ma non so gli indirizzi della stazione e del palazzo, potrei cercarli su internet, peccato che da Bologna a Firenze sia tutta una galleria quindi si è più isolati che in un bunker antiatomico. Nel frattempo, il Freccia Qualcosa è in ritardo di quindici minuti. Allegria.
Alla fine opto per il tradizionale sistema a base di “Scusi, per andare a Palazzo Vecchio vado bene di qua?” e, grazie a vari passanti gentilissimi incontrati lungo il percorso, arrivo a destinazione alle 9.05. Salgo le scale verso la sala dei duecento con una certa rapidità, pur sapendo che Ilaria, la mia collega, è già in cabina e il convegno non inizierà prima delle 9.15-9.30. La saluto, mi siedo in cabina e finalmente mi rilasso.
Il convegno in sè non si discosta dalla normale tipologia convegnistica, salvo per alcuni piccoli particolari:
1)    TUTTI, ripeto, TUTTI i relatori hanno delle presentazioni, in power point o acrobat o chi per lui, ma NESSUNO, ripeto, NESSUNO ce ne ha fatta avere una copia. Gli venisse un pizzichino.
2)    L’acqua per noi e per i relatori viene servita in brocche di vetro ed è chiaramente identificata come acqua dell’acquedotto. Tanto di cappello al comune di Firenze che, almeno a Palazzo Vecchio (non so altrove), ha smesso di comprare inutili bottiglie di vetro (o peggio plastica) e usa l’acqua pubblica. Ci tengo a precisare che alla fine della giornata nessuno ha riportato diarrea, vomito o mutazioni genetiche, pur avendo bevuto la pericolosissima acqua di rubinetto che, a sentire certa gente, farebbe più vittime del gas nervino.
3)    Nella sala faceva parecchio freddo, tanto che mi son dovuta mettere la sciarpa persino dentro la cabina di traduzione dove di solito il clima è tropicale. E quella era la sala più calda del palazzo! Nella sala dove servivano il pranzo, di riscaldamento non c’era neanche l’ombra, abbiamo mangiato con il cappotto e la sciarpa. E non parliamo della toilette! Però almeno i bagni si liberavano in fretta.
Dopo pranzo siamo uscite un momento a prendere una boccata d’aria sotto un cielo turchino e un bel sole caldo. Evidentemente quello delle previsioni aveva fumato della roba buona.
Il convegno è terminato alle 17.30 con la consueta mezz’ora di ritardo ma la cosa non mi ha turbato affatto, avendo prenotato un posto sul treno delle 18.35. Ho salutato Ilaria e mi sono diretta con passo tranquillo verso la stazione. Sono arrivata verso le 18 e mi sono seduta in sala d’aspetto, dato che il mio treno ancora non era sul tabellone. Dopo aver risposto a un paio di telefonate ho riguardato il tabellone e non vedendo ancora il treno indicato mi sono diretta verso i banchetti freccia rossa per chiedere chiarimenti, estraendo contemporaneamente il biglietto per mostrarlo a chi di dovere. Nel farlo mi è caduto l’occhio su una scritta che mi ha fatto gelare il sangue: Campo-di-Marte. Anche il treno del viaggio di ritorno partiva da là. Peccato che non ci fosse più tempo per prendere il treno di collegamento e ovviamente il mio biglietto, essendo una tariffa scontata, non era modificabile.
A quel punto avevo due opzioni:

1)    buttarmi in ginocchio urlando e strapparmi i capelli dandomi della deficiente.
2)    andare alla biglietteria e comprare un altro biglietto a prezzo pieno per il primo treno in partenza, sperando che arrivasse in tempo per prendere il regionale che da Bologna mi avrebbe portato a casa.

Sono orgogliosa di affermare che, mentre qualche anno fa sarei precipitata inesorabilmente verso l’opzione 1, con concomitante agitazione di estremità, questa volta ho scelto l’opzione 2 senza un attimo di esitazione, ho pagato i miei 25 euri e sono corsa al binario sei, sperando di non perdere almeno quel treno lì.
Superato quest’ultimo scoglio le cose sono proseguite senza ulteriori incidenti e, se escludiamo l’aroma ricco di etile che aveva il mio vicino di posto, il viaggio fino a casa è stato piuttosto tranquillo.
Tutto è bene ciò che finisce bene.
Da domani, giuro, pesce azzurro tutti i giorni.

sabato 13 febbraio 2010

Se Ulisse avesse volato British Aiways, Itaca non l'avrebbe vista neanche col binocolo

E finalmente, dopo giorni di preparativi e imprevisti da risolvere, è giunto il momento della partenza: si va in Islanda per una settimana di convegni.
Arriviamo a Malpensa e si nota subito un'atmosfera molto Shining: spazi enormi e quasi deserti, senza neanche un bambino in triciclo.
Dopo qualche giro a vuoto (non infierisco sulla segnaletica perché non ho tempo) arriviamo al banco British Airways: tre hostess E BASTA, neanche un passeggero. Perfetto, niente fila. Presentiamo il nostro biglietto (scalo a Londra poi Reykjavik) al check-in ma non possono servirci subito, una delle hostess sta intrattenendo le colleghe con il racconto del suo viaggio a New York e le si può capire poverine, chissà che palle tutto il giorno a scaldare sedie in questo androne (va là che un mese in miniera...).
Alla fine la situazione si sblocca e, quando finalmente prendiamo posto sull'aereo, mi giro verso Maura e commento soddisfatta "ce l'abbiamo fatta, ormai siamo a posto"

Arrivate a Londra, cerchiamo il volo per Reykjavik (che ovviamente è in un altro terminal) e solo dopo essere arrivate al controllo passaporti ci rendiamo conto che le care signore della British ci hanno fatto il check in solo fino a Londra (senza informarci, ovviamente).
Torniamo al terminal di arrivo ma il nostro bagaglio è già stato tolto dal nastro, quindi dobbiamo aspettare un tipo della sicurezza perché ci accompagni. Non solo, dobbiamo fare un altro controllo con metal detector ecc, sono le regole.
Siamo in lotta contro il tempo, rischiamo di perdere l'aereo ma sono le regole. Vabbè. Faccio per sfilarmi cintura e orologio e IL TIPO CHE STA AL CONTROLLO mi dice: "No, non c'è bisogno, vai pure". Ok,  allora passo. Ovviamente suona il detector e MI PERQUISISCONO E MI FANNO TOGLIERE LE SCARPE!!!!
E secondo voi il decerebrato della sicurezza dice qualcosa? Ma va là. Mi consola pensare che abbia ormai perso parecchie appendici a cui teneva. Intanto noi abbiamo perso minuti preziosi.

Arriviamo al mucchio di valigie n°11 ma delle nostre non c'è traccia. Si comincia a sudare freddo. Mentre ci guardiamo intorno disperate, Maura vede passare su un altro nastro la sua valigia. Urla. Dopo poco segue la mia. Le afferriamo e cominciamo la corsa più interminabile che io ricordi. Dobbiamo raggiungere il treno che porta all'altro terminal, trascinandoci dietro la valigia e portando in spalla il bagaglio a mano che, date le precedenti esperienze in materia, è stipato a morte in caso di smarrimento del bagaglio principale.
Forse sarebbe stato meglio lo smarrimento.
Quando arriviamo al binario scopriamo che il treno E' FERMO PER UN CONTROLLO DI SICUREZZA.
Il treno riparte dopo 15 interminabili minuti. Io intanto ho coltivato l'ulcera.
Sul treno, ormai distrutte, elaboriamo un piano: appena scese, lascerò le valigie a Maura e correrò più veloce possibile al banco del check in di Icelandair, sperando di arrivare in tempo.
Corro, corro e quando arrivo al banco la tipa mi informa che il check-in è chiuso da due minuti. Le spiego la situazione e lei mi risponde che è inutile che mi agiti, se è chiuso è chiuso, noi italiani ci agitiamo troppo*. Voglio ucciderla.
Fortunatamente, un residuo di umanità la spinge a telefonare giù ai tipi dei bagagli. Frase di esordio: "Ormai è chiuso vero?!" invece le rispondono che CI SONO ANCORA CINQUE MINUTI e io a quel punto sto per collassare.
Le lasciamo le valigie (la mia non ha più l'etichetta, si è strappata correndo, se me la perdono è finita) e ricominciamo a correre per arrivare all'imbarco.
E ci imbarchiamo. Non ci posso credere, ce l'abbiamo fatta. Arrivate sull'aereo spero ardentemente di non avere vicini di posto perché puzzo come una capra. Prima del decollo mando un sms all'organizzatrice per chiedere il nome dell'albergo (non ce l'ha ancora detto). Mi risponde che non staremo in quello previsto ma in uno lì vicino e comunque di non preoccuparci, ci sarà una navetta ad aspettarci in aeroporto.

Una volta atterrati (è mezzanotte e siamo in giro dalle 9 di mattina, sono un fiore), troviamo effettivamente un pulmino che ci aspetta e che spazza via le nostre ultime ansie.
Partiamo. Dopo qualche minuto l'autista, con la massima naturalezza, ci informa che il viaggio durerà DUE ORE. Saremo in albergo verso le due di notte. Il convegno inizia alle 8.30. Non ho più neanche la forza di incazzarmi, non ho più niente. Mi addormento. O perdo i sensi, non lo so.
La terra promessa
Mi sveglio mentre il pulmino parcheggia davanti al resort dove si terrà il convegno, scarichiamo le valigie e, una volta entrati, l'incaricato alla reception ci informa che non sa niente di noi, abbiamo sbagliato albergo. Peccato che nessuno sappia in quale albergo dovremmo stare, né noi né l'autista a cui hanno detto di portarci lì. Siamo come Maria e Giuseppe la vigilia di Natale.
Mosso a compassione dalle nostre facce (e non sapeva neanche la metà della storia), il sant'uomo alla reception ci offre una camera per quella notte. Vorrei baciarlo ma sono troppo stanca, guadagno il letto augurandomi che, davvero, domani sia un altro giorno.