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sabato 25 agosto 2018

Dai che la salita è finita!

Alzo lo sguardo verso la cima della collina e vedo mia mamma e mia nipote che stanno risalendo faticosamente il sentiero. Mia nipote protesta e non posso darle torto: mio babbo, in testa al gruppo, ha dichiarato per l'ennesima volta che la salita è finita, incontrando ovviamente lo scetticismo della famiglia.
Mi cade l'occhio sull'ometto di pietra che segnala il percorso: anche per lui è stato impossibile mantenersi in piedi con questa pendenza, si vede chiaramente che ha tentato il suicidio.
Come diavolo siamo finiti in questa situazione?
Tutto è cominciato lo scorso Natale, quando i nipoti hanno regalato al nonno (appassionato di montagna, ex presidente CAI, ecc, ecc) un buono per un'escursione in Appennino:
A pensarci bene la colpa è tutta loro, appena li raggiungo, li butto giù dal dirupo.
Questa mattina era iniziata all'insegna della tranquillità, mi avevano anche dato un paio di bastoncini che si suppone ti aiutino nella camminata, chiaro che lo fanno se sai come usarli, nel mio caso era maggiore il rischio di inciamparci o infilarli in un occhio a qualcuno. L'alternativa era fare come mio babbo che li tiene entrambi in una mano come se fossero una rivista e si dimentica della loro esistenza, tanto lui va su comunque.
La prima parte della camminata è stata piacevole, faceva fresco e quindi anche i tratti al sole si affrontavano senza problemi; il primo nodo è venuto al pettine quando ci siamo trovati di fronte a una salita impegnativa. Mio babbo, che conduceva il gruppo, si è avviato su per il sentiero e, una volta arrivato in cima, ha proferito le seguenti parole: dai che la salita è finita! 
Ora, alle orecchie dell'ingenuo giovine che si affaccia alla vita  (leggi i nipoti), queste parole suonano come musica celestiale; quando invece le ascolta qualcuno che conosce i suoi polli, l'effetto è molto diverso, l'esperienza (potremmo anche chiamarla trauma), insegna.
I miei genitori hanno iniziato a portare me e mia sorella in montagna quando io facevo la prima elementare e non c'è voluto molto per capire che quando si è tra i monti mio babbo con la verità adotta un approccio...diciamo laterale.
Da una parte non vuole darti un dolore, dicendoti che quella che hai davanti è solo la prima di una serie di salite che ti faranno avere visioni mistiche di tutti i santi del calendario, dall'altra non può rischiare un ammutinamento, con gente che si lascia cadere a terra e rifiuta di andare avanti, quindi opta per un temporaneo insabbiamento della realtà: nel caso specifico di questa camminata, se analizzate la frase pronunciata dal nostro, vedrete che lui non vi dice che le salite sono finite ma che la salita è finita, SOLO QUELLA.
Ovvio che questo tipo di approccio è molto a breve termine, può funzionare solo una volta, poi tu mangi la foglia e da quel momento qualsiasi dichiarazione dell'uomo viene accolta con pesante sarcasmo, come nel caso odierno; però anche quello fa parte della tradizione familiare: fatica sì, ma con diritto di protesta.

Quattro ore dopo siamo tornati alla partenza, stanchi e accaldati ma contenti e, proprio lì vicino, ci aspettava un meritato premio: in un attimo ci siamo liberati degli scarponi e abbiamo tuffato i piedi nell'acqua freschissima del fiume.
Il paradiso non è poi così lontano.

venerdì 28 luglio 2017

L'asteroide è sempre in agguato

Sono in partenza per Londra e devo arrivare a Linate per le 10.30, milioni di cose potrebbero andare storte e invece, stranamente va tutto bene, treno in orario, con solo il dettaglio che sembra di stare sul treno del film con Tom Hanks. Tento una estrema difesa bloccando il bocchettone dell'aria condizionata con la diga di carta ma fa comunque un freddo becco.

Esco dalla stazione centrale e il bus per Linate è già lì, parte dopo dieci minuti e anche quello arriva in orario. Tutta questa positività mi innervosisce, comincio a temere di vedermi cadere addosso un asteroide.

I boccia sono tutti in orario, l'asteroide diventa sempre più grande; per fortuna la british airways rimette tutto a posto: arriviamo al check-in e ci sono tre file, una per i vips, una per chi ha fatto il check-in online e una per noi popolo bove. L'impiegato del nostro banco, appena ci vede arrivare, si alza e se ne va. Vabbè, penso, magari deve andare in bagno, in fondo quelli sono diritti umani. Peccato che poi per i successivi venti minuti il banco rimanga vuoto e noi in piedi come dei mamelucchi a fissare la sedia vuota.

Quando alla fine si materializza una collega del fuggitivo, mi avvicino speranzosa al banco per fare il check-in ed ecco che improvvisamente il computer va in tilt (quella capatina a Sarsina per l'esorcismo sembra sempre più indicata).

Alla fine se dio vuole ci cecchinano tutti e ci dirigiamo verso il gate. Trattasi del B28 che pare stare proprio alla fine dell'aeroporto, viene da pensare che se camminassimo ancora un po' vedremmo le Bianche Scogliere.

Arriviamo al controllo documenti UK e lì ci aspetta la sorpresa, sono chiusi. No, dico, il controllo passaporti e carte d'identità è chiuso! Un po' come andare al pronto soccorso e trovare il cartello "torno subito". Sperando in una qualche spiegazione mi avvicino al cabinato e un tipo mi dice "signora apriamo di nuovo tra dieci minuti, alle 12", come se fosse Zara che riapre dopo la pausa pranzo. Non so, ci ripenso anche adesso ma la mia testa resta piena di domande (lo confesso, c'è anche qualche madonna). Alla fine si degnano di aprire e riusciamo ad arrivare al gate, quel B28 improvvisamente tanto simile al lasciapassare A38 di Asterix.

Per ora direi che l'asteroide è scongiurato, grazie a tutti quelli che ci hanno messo del loro per scongiurare la tragedia. 

Vi tengo aggiornati.

domenica 24 luglio 2016

Vacanze fritte al di là della Manica - 1

Sto ancora combattendo il jet-lag di New York ma è arrivato il giorno della partenza e devo dire che il viaggio inizia alla grande: sono le 10.15, l'appuntamento con boccia e famiglie è per le 12.20 in aeroporto ma un genitore mi ha appena chiamato dicendo che sta parcheggiando e chiedendo se sono già là. Tsunami di ansia in zona Linate.
Sull'aereo ci servono il pranzo nonostante siano quasi le 15; apro la mia scatolina ma qualcosa non quadra, l'insalata di cous cous non dovrebbe essere gialla? O almeno beige? I tre poveri granelli di cous cous che riesco a individuare sembrano capitati lì per sbaglio, affogati come sono da legumi verdi di ogni genere, fave piselli, persino semi di zucca, ce ne fosse uno che sa di qualcosa, oltretutto a una prima annusata odorano di benzina. 
Aggiungo che la forchetta da assemblare era dentro una bustina di plastica che genialmente avevano inserito dentro il contenitore del cous cous, quindi per utilizzarla dovevi prima ungerti tutte le mani tentando di aprire la dannata bustina. Tutto considerato, British airways: malino più.
Una volta atterrati a Heathrow saliamo sul pullman e ci dicono che ci vorranno 2,5 ore per raggiungere il college, mentre ancora sto bofonchiando che c'è voluto meno a volare dall'Italia l'autista ci informa che c'è stato un incidente con ben due tir, quindi le ore diventano rapidamente 3,5. Per completare il quadro, fuori ci sono 32 gradi e l'aria condizionata è rotta, voglio morire, subito sarebbe meglio.
Arriviamo finalmente al college e sono già  le 20.30; l'autista ci informa che non sa esattamente dove portarci (mi guarda come se si aspettasse di saperlo da me ma, dico io, chi dei due è l'autista? Mentre noi telefoniamo alla manager per sapere dove andare, il nostro baldo nocchiero prende l'iniziativa e si infila brillantemente su per una stradina stretta e contromano, il genio. Per completare il capolavoro, lo splendido rimane incastrato; segue una mezz'ora di manovre e madonne ma il mezzo non collabora, testardamente convinto di essere un pullman e non una Cinquecento come lo vorrebbe l'autista.
Sembra una nuova versione di Austin Powers col macchinino del golf.
Se dio vuole, alla fine ce la fa e abbandoniamo il mezzo, peccato che poi ci tocchi scarpinare con le valigie su e giù per il campus alla ricerca dei nostri alloggi. Rido sadicamente pensando a quelle che hanno una valigia che pesa 22 chili, alla loro faccia quando scopriranno che non c'è l'ascensore. Sono cattiva, lo so.
Per concludere in bellezza la giornata, dato che sono le 21 e non abbiamo cenato, ci danno uno dei loro pasti impacchettati che mi scuso di non aver fotografato, la prostrazione ha avuto la meglio; dentro c'era uno di quei panini lunghi di pane molle con una fetta tristissima di formaggio, un cubotto di succo d'arancio all'aroma di polivitaminico, la solita barretta di cereali e...le patatine gusto formaggio e cipolla.
Quello è stato il colpo di grazia, ho buttato smadonnando panino e cubotto nel bidone e mi sono infilata sotto il piumone, giornate così meritano solo di morire.

domenica 19 giugno 2016

Certificato è sempre meglio

Avvertenze: i genitori con figli in procinto di partire per vacanze studio all'estero è meglio che leggano il post da seduti.
L'e-mail che ho ricevuto qualche giorno fa e che, vi confesso, mi ha lasciato perplessa, affermava quanto segue:
"ricordiamo la necessità di produrre e inviarci nel minor tempo possibile il Certificato dei Carichi Pendenti"
Prima domanda: cosa diavolo è un certificato dei carichi pendenti?
Un giro sul web mi ha chiarito le cose, trattasi sostanzialmente di un certificato emesso dalla Procura che conferma che non hai pendenze con la giustizia, cioè dichiarano che non sei una serial killer.
Il certificato in questione mi è stato richiesto dalla ditta per conto della quale anche quest'anno porterò un gruppo di boccia all'estero, prima negli USA e poi in Inghilterra; suppongo che sia un comprensibile tentativo di rassicurare i genitori circa i capigruppo che per due settimane gestiranno i loro teneri virgulti e in quest'ottica posso anche capirlo però, pensandoci meglio, questo tipo di documento non certifica proprio che io non sono una serial killer ma semplicemente il fatto che non sono una serial killer tonta, di quelle insomma che si fanno scoprire.
Prima che a qualche genitore venga un infarto, cerchiamo di vedere la cosa in chiave positiva; in fondo, anche nella peggiore delle ipotesi (appunto quella che la sottoscritta sia in effetti una serial killer sveglia), questa situazione avrebbe indubbi risvolti positivi per tutti: da una parte se la capogruppo è una serial killer intelligente i vostri figli saranno tenuti sotto il dovuto controllo, saprà come gestirli e non si farà fregare quando questi millanteranno il morbo di Montezuma per non andare a lezione.  Oltretutto, se la nostra povera serial killer deve stare dietro a 25-30 bombe ormonali impazzite 18 ore al giorno (quando va bene), non avrà certo tempo o energie da dedicare alle sue attività di serial killer che rimanderà saggiamente a momenti in cui ha maggiore privacy sapendo, come purtroppo sa, che la capogruppo a qualunque ora del giorno ha un ragazzino che la cerca per stracciarle le balle con qualche richiesta assurda.
Per riassumere: col Certificato dei Carichi Pendenti siete comunque in una botte di ferro.

venerdì 7 agosto 2015

Oltremare con Estrema Riluttanza n. 5 - Autobus, autobus delle mie brame


Dopo due lunghe settimane a spasso per Londra con i boccia, torno in Italia, tocco terra e riparto per Malta, nuovo giro, nuova corsa (e nuovo gruppo).
Questa volta niente campus, alloggiamo in albergo, ho una camera grande con bagno e sarei una persona felice se non fosse che l'aria condizionata non dà segno di vita e in un'isola dove la temperatura raggiunge allegramente i 40 gradi (causa umidità saliamo a 43), ciò equivale a un suicidio programmato.
Dopo la prima notte insonne ho avuto un franco scambo di vedute con la reception e quelli della manutenzione si sono dati subito da fare, peccato che al momento in camera continui a esserci l'Africa ma almeno di notte un refolo di aria mi permette di dormire.
Le cose qui sono molto diverse da Londra: si mangia meglio (non era difficile) e usare i mezzi pubblici è fuori discussione, per cui per le nostre attività dipendiamo interamente dai pullman privati e dalla loro proverbiale puntualità: forza e coraggio!

Cambiamo spesso pullman o autista, quindi in "zona guida" si vede un po' di tutto, dalle cose più assurde appese a fianco dell'autista (cd, enormi peluche, collane di Abre Magique ecc)  o inchiodate (statue di madonne, alberi di natale ecc) fino all'inspiegabile pellicciotto tipo Mocio Vileda (vedi foto) che quest'uomo tiene appoggiato al cruscotto dell'autobus (fuori ci sono 33 gradi). Se avete una spiegazione sono tutta orecchi.
Nel corso di due settimane se ne sono viste veramente di tutti i colori:
- saliamo sul bus e ci accorgiamo che piove sui sedili (e sul volante dell'autista che è a rischio folgorazione) perché il sistema dell'aria condizionata perde; ovviamente ci lamentiamo tutti a gran voce (salute e sicurezza non pervenute) e il cielo implacabile ci punisce: sul bus successivo l'aria condizionata è rotta quindi si va con la portiera del bus aperta x arieggiare, chi osa lamentarsi vola fuori dal bus. A volte la migliore musica è il silenzio.
In un altro caso il nostro bus non arriva proprio, davanti all'albergo ce ne sarebbe uno ma sul vetro c'è un foglio con scritta una destinazione diversa; dopo mezz'ora di attesa e millemila telefonate scopriremo che quello è effettivamente il nostro pullman ma il conducente ha lasciato il cartello con la destinazione precedente. 
L'autista deve trasportare un altro gruppo dopo di noi quindi ci chiede di partire 15 min prima dell'orario stabilito ma per noi non è possibile (se dico ai boccia che devono alzarsi 15 minuti prima mi scuoiano e usano la mia pelle per rilegare il libro di testo), però gli garantiamo che saremo pronti a partire alle 8.30 spaccate, peccato che, una volta trascinati tutti i boccia nella hall a suon di maledizioni, il bus arrivi solo alle 8.40.
Concludo la panoramica trasporti con l'autsta ciarliero che mi attacca una gran pezza mentre guida; peccato che su quell'autobus non ci sia l'aria condizionata e quindi i finestrini sono tutti spalancati per cui mi trovo a dover rispondere a domande che non sento e a commenti che volano fuori dal finestrino.
Lui però sembra contento, evidentemente ho un futuro come veggente.

martedì 14 luglio 2015

Oltremare con Estrema Riluttanza n.2

Continuo il diario londinese da un affollato Caffè Costa dove mi sono rifugiata mentre i boccia mettono a ferro e fuoco Oxford Street, se continuano così gli lasceranno giusto le porte.
Qualche prima impressione sulle escursioni: l'adolescente medio, se non ti chiede almeno quattrocento volte dove stiamo andando, quante fermate ci sono ancora e quanto manca per arrivare, sente che la sua giornata non è stata poi utilizzata in modo così proficuo, dal suo punto di vista non ti ha rotto abbastanza le balle.
Non pongo limiti alla creatività di questi pigri virgulti ma per ora la Palma d'Oro sembra già assegnata: stiamo tornando a casa dopo una lunga giornata a Londra, dieci ore costellate di domande e lamentele, sempre le stesse (Ma dobbiamo camminare ancora?? Ma quando mangiamo? Ma adesso dove andiamo? E quando arriviamo?) Quando finalmente l'autobus si avvicina alla nostra fermata e vedo la luce in fondo al tunnel. Mi volto verso la truppa e dico a tutti di prepararsi a scendere. Uno di questi baldi giovani mi guarda e mi fa:"ma dobbiamo proprio scendere?"
Sarà dura non buttarli nel Tamigi.



venerdì 19 giugno 2015

Dai che manca poco! Gomme permettendo...

In questi giorni sto stringendo i denti e lavorando agli ultimi convegni, mentre la mente corre verso le agognate ferie, mai tanto agognate come quest'anno; nell'attesa colleziono un altro simpatico sassolino da aggiungere al già corposo mucchio di cose di cui nella vita si farebbe volentieri a meno.
Nella giornata in questione dobbiamo tradurre in simultanea a un covegno uber-stra-ultra-tecnico e l'unica cosa che ci hanno fatto avere è il programma; sono previsti almeno dodici interventi ma, nonostante le nostre richieste di ricevere materiale,(es. file, slide, anche due appunti scritti su un tovagliolo), nessuno si è degnato di mandarci alcunché. 
Ormai  queste cose le prendiamo con filosofia, facendo spallucce e ripetendoci che faremo il meglio possibile con quello che c'è (cioè zero), ovviamente dopo aver maledetto i relatori fino alla nona generazione ed esserci astenute dall'uso di bamboline vudù solo perché non abbiamo mai visto in faccia sto branco di lavativi, troppo pigri per digitare un indirizzo e cliccare "invia mail". Che li possino...
La mattina arriviamo in sala mezz'ora prima dell'inizio e la troviamo deserta, eccezion fatta per un tipo seduto in un angolo che supponiamo essere il tecnico.
Salutiamo, ci presentiamo ed entriamo in cabina ma, quando cerco di accendere il PC, mi accorgo che l'impianto di traduzione è ancora spento; metto il naso fuori dalla cabina e chiedo al tecnico se per favore lo può accendere ma lui mi risponde che non sa come si fa.
Non so se il concetto è chiaro: il tecnico della simultanea NON SA come si accende l'impianto. 
Un po' come se il vostro idraulico non sapesse come si chiude l'acqua.
Dopo qualche smanettamento a caso del nostro uomo, l'impianto miracolosamente si accende ma la nostra fiducia non riesce a riemergere dalla Fossa delle Marianne dove è precipitata, se il buon giorno si vede dal mattino...

Dato che l'accensione dell'apparecchiatura già poneva dei problemi, non chiediamo di testare i microfoni per non sembrare crudeli, pensando che se non si sente benissimo, pazienza, faremo con quello che c'è.
Ovvio che però qualcosa deve esserci e invece, quando inizia la conferenza, in cuffia non si si sente assolutamente nulla, il moderatore sta parlando ma in cabina tutto tace; proviamo tutti i microfoni a disposizione ma non c'è niente da fare, silenzio assoluto.
Per i successivi 10 minuti si assiste a una specie di minuetto tra la sottoscritta e il tecnico che cerca di far funzionare il sistema, che evidentemente non conosce, con risultati surreali: prima si sente, poi c'è un fruscio, poi silenzio, poi fischi, tutto nel giro di un minuto; nel mezzo di questa baraonda scopriamo che lui non è affatto il tecnico della simultanea, l'hanno mandato quelli della fiera come rimpiazzo perché il tecnico della simultanea non si è visto. Conscio del macello che aveva fatto con l'impianto, il debosciato si sarà dato alla macchia temendo rappresaglie.
Dopo l'ennesimo tentativo fallito, l'uomo corre a chiamare rinforzi mentre io elaboro possibili piani B, tutti invariabilmente defenestrati perché una traduzione consecutiva a un convegno del genere è impensabile, o simultanea o morte. 
Quando il nervosismo ha ormai raggiunto vette himalayane, ecco materializzarsi un altro tecnico con un microfono a gelato e, dopo vari spippolamenti in zona mixer, qualcosa almeno si sente. 
E così finalmente possiamo iniziare la nostra meravigliosa conferenza i cui relatori, come da copione, si presentano ognuno con il proprio file di minimo cinquanta pagine.
Che care persone, gli auguriamo ovviamente ogni bene.

Concludo col botto: alla prima pausa vado in bagno e lì trovo il cartello che vedete qui a lato, appeso sopra un lavandino dentro cui è infilata una gomma verde di quelle da giardino, collegata a un rubinetto che esce dal muro.
Quel dopo averla usata continua a tormentarmi, usata per fare cosa? Nel bagno di un centro congressi? Si fanno il bidet? Lavano la macchina attraverso la finestra?


P.S. Apprezzerò qualunque ipotesi che getti luce sul mistero  :)



venerdì 1 maggio 2015

Cinque cose da ricordare per sopravvivere al weekend del primo maggio

So che arrivo un po' tardi ma, visto che ci sono ancora un paio di giorni prima della fine del Ponte, ho deciso di buttare giù due consigli che magari vi possono tornare utili se decidete di calare sulla Riviera Romagnola:
1) Scordatevi la partenza intelligente, non siete poi così intelligenti, la brillante idea che vi è venuta l'ha probabilmente avuta UN MILIONE di altre persone con le quali vi troverete intrappolati in autostrada a smadonnare, portatevi dei CD rilassanti.
2) Quando finalmente arriverete a destinazione, voi e le cicatrici psicologiche del viaggio, invece di passare un'ora a nuotare come squali intorno al vostro albergo nella speranza che qualcuno liberi un parcheggio a meno di due metri dall'ingresso, fate un favore a voi e a noi: andate a parcheggiare dove trovate posto e fate quei benedetti 500 metri a piedi, di sicuro non morirete e magari trascinarvi dietro le valige (perché non è mai una sola) vi farà riconsiderare le vostre scelte in fatto di guardaroba.
3) Se quel posto di fronte a voi è imballato di gente, non è perché lì si mangi particolarmente bene ma solo perchè con la calata dei barbari da Ponte (sì, intendo voi!), ovunque andiate sarà imballato.
4) Rinunciate subito all'idea di scoprire qualche localino delizioso da raccomandare agli amici, durante il ponte NON esistono localini deliziosi ma solo ristoranti/pizzerie/trattorie imbottiti di clienti e gestite da gente che cerca di non uccidere gli avventori rompiballe che scelgono tutti lo stesso posto e poi si aspettano di essee serviti bene e rapidamente, neanche fossero all'Eremo di Camaldoli.
5) Mentre impegnate tutti i neuroni per farvi il selfie definitivo, quello da caricare su ogni social network per l'invidia di amici e parenti, non perdete d'occhio la vostra borsa, che la polizia ha già abbastanza da fare senza fare da balia agli invorniti.
5) Per il ritorno intelligente vedasi punto 1.

martedì 6 gennaio 2015

L'alternativa al battipanni esiste

Se per caso nel corso degli ultimi quindici giorni vi siete ritrovati ad avere pensieri omicidi nei confronti di figli e/o nipoti, e temete che prima o poi finirete per rincorrere i vostri giovini virgulti per tutta la casa armati di un solido battipanni, eccovi una soluzione alternativa di comprovata efficacia; consiglio di farvi ricorso solo in casi di emergenza, onde evitare di indebolirne l’effetto.
In quei delicati momenti in cui sentite di essere a un passo dal dare fuoco alla vostra progenie, in cui vi trovate a pensare che in fondo Erode doveva avere le sue buone ragioni, quei giorni in cui i vostri pargoli come si dice qui da noi in Romagna I v’a avù (vi hanno esaurito), chiudetevi in una stanza con il vostro pc/smartfone/tablet/quello che avete, cliccate sul link qui sotto e vedrete che in poco tempo il vostro dramma si ridimensionerà.
Il signore che canta nel video ha due figlie diciamo un po’ particolari al cui confronto i vostri ehm...figliuoli, diventeranno teneri angioletti, non dico che gli verranno i boccoli biondi ma…




P.S. questo articolo è stato scritto per L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

venerdì 5 settembre 2014

Le vacanze, la fine del mondo e l'Ortrugo

Vediamo un po', come sono andate le vacanze quest'anno? 
Se dovessi dare un voto direi malino più.
Da una parte il fatto che non ci fosse quel caldo torrido che ti fa precipitare la pressione riducendo la tua vitalità a quella di uno straccio bagnato è stato molto apprezzato, dall'altra parte però questo tempo britannico (che ogni dieci minuti cambia e spesso e volentieri piove), ha fatto saltare parecchi eventi e provocato nella sottoscritta uno stato quasi costante di raffreddore.
In realtà il voto sarebbe molto più basso se non fosse per una breve parentesi dal 12 al 16 agosto che mi ha rimesso in pace col mondo; non potendo riassumere in poche righe sei giorni di felicità, mi limito a qualche significativo dettaglio.
In data dodici agosto io e Rico abbiamo infilato due trolley nella fedele Fiesta, acceso il navigatore e puntato la prua verso Artò (lago d'Orta) che abbiamo raggiunto sotto l'immancabile pioggerella rompiballe.
Ad accoglierci la Paola, Mauro, l'Eleonora e Giuseppe che hanno visto arrivare contemporaneamente noi e il maltempo ma, da ospiti impeccabili quali sono, hanno fatto finta di niente. 
Dalla Magna Romagna noi giungevamo carichi di salumi e formaggi tipici ma soprattutto di un dono
che non vedevamo l'ora di scartare: il gioco da tavolo di Beautiful, versione degli anni 90, ritrovato per caso (e in perfette condizioni) in un mercatino dell'usato.
Detto gioco ci ha fornito parecchi momenti indimenticabili e insegnato molto, ad esempio l'altezza massima per un centrotavola e il fatto che Brooke, dopo il divorzio da Ridge (non sappiamo quale dei tanti), era andata a consolarsi a Parigi dalla madre. Mi tocca anche ammettere che alla fine ha vinto Farnedi, mannaggia.
Ovviamente io ho battezzato subito la casa ospitante andando a sfracellarmi giù per la scala di legno (scala di legno e calzini: la ricetta perfetta per il disastro) ma per il resto la magione non ha subito grandi danni. 
Durante il nostro soggiorno, oltre agli ospiti umani abbiamo fatto la conoscenza di Stella, una veneranda barboncina color latte il cui sguardo mi ricordava parecchio quello della Duquesa de Alba.
Non riesco immaginare un risveglio migliore di quello del primo giorno, provocato dall'odore dei pancake con cui la Paola, cuoca sopraffina e instancabile, ci ha viziato in più di un'occasione. 
Al gruppo si sono presto aggiunte la Camilla e la Serena e anche loro erano della partita quando siamo saliti fino al bar di Artò per provare l'Ortrugo, un vino bianco locale che va giù che è una bellezza e si è presto trasformato nel tormentone della vacanza, anche grazie a personaggi come il Mez, così ribattezzato per la sua propensione ai mezzi litri di, appunto, Ortrugo. La festa che ne è nata quella sera rimarrà per parecchio nei miei ricordi, non ultimo la macchina del caffè il cui getto di vapore è stato trasformato, con l'aiuto di un piattino, in una vera e propria macchina del fumo. 
Approfittando di una mia momentanea distrazione Farnedi mi ha suggerito di accendere il fon mentre ero scalza sul pavimento bagnato del bagno, un chiaro tentativo di farmi fuori con la scusa dell'incidente domestico ma la Paola l'ha sentito e gli è andata male. Per ore la canzone del Quartetto Cetra mi è risuonata nelle orecchie.

Vedo che la cosa si allunga quindi mi avvio a concludere, senza però dimenticare la band Lino e i nevrotici, il palo da pole dance, la Festa dello Scalpellino di Artò, i 13° del 16 agosto, il gelato gusto Viagra, il tiro con l'arco, le amiche svizzere, la stinca nel budino, Giuseppe e le sue tasse, Remail e  Giorgio Mastrota, il panno puliocchiali dei cinesi e l'Ortrugo, sempre e comunque l'Ortrugo. Viva l'estate.

Una delle ultime sere, mentre Rico suonava l'ukulele, ho riconosciuto Noches de Boda di Joaquín Sabina, una delle mie canzoni preferite; nel testo della canzone a un certo punto si legge: que el fin del mundo te pille bailando. Ecco, non ho potuto fare a meno di pensare che se in quel momento fosse arrivata davvero la fine del mondo, è così che ci avrebbe sorpresi, ballando.




P.S. Indimenticabile la gelateria sul lago d'Orta che aveva il gusto Annibale, così battezzato in onore a un ortopedico milanese.


P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express


venerdì 21 marzo 2014

Estremo Oriente con Estrema Riluttanza: vedi Angkor Wat e poi muori

Apro gli occhi ed è buio, strano, sarà ancora notte, un falso allarme. Mi giro dall'altra parte però sento un suono, lo ascolto, io questo lo conosco, cos'è? Sembra la sveglia. All'improvviso, mi torna in mente tutto (anche se avrei preferito di no): Agkor Wat, la
visita guidata e soprattutto l'orario, sono le 4.30. Le 4.30 A.M.
Li odio tutti: l'autista, Rico, le rovine, l'umanità intera. Mi alzo con l'occhio a vongola, una fessura strettissima; vado in bagno, odio anche il bagno. Riesco miracolosamente a scendere le scale e mi ritrovo all'ingresso dove, nell'oscurità della notte, compare il nostro autista 100% cambogiano che si presenta come Mr Black (tipico nome locale). Saliamo su quella specie di risciò trainato da moto che è il tuk-tuk e partiamo verso le rovine. Poco a poco lungo la strada compaiono altri mezzi; ci raggiungono, ci superano, si accodano, sembra il rientro dei vacanzieri la domenica sera sulla statale Adriatica. Però è bello per una volta non morire dal caldo.
Devo dire che qui in Cambogia la gente guida in modo creativo, nel senso che quando arrivano agli incroci girano infilandosi in tutte le corsie, l'impressione è che quello del senso di marcia per loro sia un concetto opinabile.
Per fortuna il nostro baldo autista è uomo saggio e conosce il valore del casco per proteggersi dagli incidenti e infatti uno splendido casco pende da un bracciolo del tuk-tuk, versione asiatica del santino di San Cristoforo, patrono degli automobilisti. Speriamo solo che funzioni.
Quando finalmente arriviamo in zona rovine, siamo una mandria infinita, un mare di tuk-tuk.  Facciamo il biglietto e poi ci avviamo verso il primo tempio dove attenderemo tutti insieme il magico arrivo dell'alba. Lungo la strada la gente si affretta per prendere i posti migliori; io, data l'oscurità, preferisco rinunciare alla pole position ma almeno evitare di inciampare e rompermi l'osso del collo, anche perché il casco-santino è rimasto sul tuk-tuk.
Raggiunto il lago davanti al quale resteremo in piedi per un'ora in paziente attesa, guardandomi intorno noto alle nostre spalle una costruzione sui cui gradini alcune persone si stanno rapidamente accomodando; con una mossa repentina li raggiungiamo, guadagnando gli ultimi posti a sedere e scongiurando il rischio di iniziare l'esplorazione del sito avendo già un gran mal di schiena.
Nell'ora trascorsa seduti su quei gradini ho visto sfilarmi davanti un sacco di umanità e devo confessare che di parecchia di questa umanità si farebbe volentieri a meno. Prime fra tutte le tre fighe di legno (si può dire fighe di legno?) con la tinta bionda identica che ci hanno bruciato la retina (e sgardellato gli zebedei) per un'ora, facendosi continuamente delle foto mentre scrollavano la bionda criniera. E non dimentichiamo le sciantose, quelle che vai a visitare un sito dove sai che devi fare su e giù per scale, ruderi ecc per almeno sei ore e ti metti la zeppa trampolata e il vestito lungo di velo. Una menzione speciale va ai derelitti con bermuda e infradito, sarei stata curiosa di vedere i loro piedi a fine giornata. Anche perché (ma noi l'avremmo scoperto solo dopo) l'ingegnere che ha progettato sto complesso non doveva essere proprio un fulmine coi calcoli e secondo me si è accorto solo alla fine che non aveva spazio per fare delle scale normali, per cui ha infilato ovunque scale ripidissime e con gradini corti che anche per noi con le scarpe chiuse non erano proprio una passeggiata. Se fossi stata al suo posto avrei brillantemente risolto il problema sistemando intorno a ogni edificio un bel tapis roulant come in aeroporto (l'assenza di elettricità compensata da un pesante utilizzo di schiavi trascinatori). Volete mettere la comodità? Per non parlare del panorama...
So che non dovrei dirlo (sito patrimonio dell'Umanità dell'Unesco ecc ecc) però la cosa in assoluto più bella per me sono stati questi alberi secolari immensi, maestosi, che ogni tanto incontravamo lungo il percorso e che puntualmente ci fermavamo a fotografare (solo noi e i turisti giapponesi). Uno l'abbiamo anche abbracciato.
Ah, prima che mi dimentichi: ore 06.00, tempo nuvoloso, alba spettacolare ciccia.


venerdì 21 febbraio 2014

La Tana delle Tigri si trova a Ko Chang

Sono stesa a pancia in giu sopra un lettino da massaggi, mi hanno coperto con un telo e una signora piccola
ma tamugna mi sta causando tutta una serie di  dolori al polpaccio. Come diavolo ci sono finita qui? Presto detto: in quest`ultima settimana di vacanza in Thailandia abbiamo optato per il cazzeggio; dopo il caos di Bangkok e la polvere della Cambogia ci siamo detti che ci meritavamo una settimana di totale nullafacenza e abbiamo scelto a questo scopo l`isola di Ko Chang. Ovviamente non e` colpa di Ko Chang, ovunque tu vada in Thailandia ci sono centri massaggio che non sono posti equivoci come si potrebbe pensare ma rispettabili centri in cui offrono massaggi di vario genere: tradizionale, con l`olio, ayurvedico ecc.
Quello dei massaggi thailandesi e` un problema con cui mi sono gia confrontata nel corso di precedenti vacanze concludendo che io e il massaggio tradizionale thai non siamo fatti l`uno per l`altra: cosa volete che vi dica, pagare dei soldi per farsi riempire di botte a portarne i lividi per giorni non e` la mia idea di relax, mi sbagliero`...
Ricordo che una volta anni fa in Thailandia vidi Enrico mentre lo massaggiavano: lui completamente vestito teneva le mani dietro la nuca mentre una signora alle sue spalle gli piantava un ginocchio nella schiena e gli tirava indietro i gomiti. A dispetto di qualsiasi logica Farnedi sembra apprezzare questo trattamento che in altre culture porterebbe a una denuncia per lesioni quindi non gli posso dire niente, mi limito a strabuzzare gli occhi incredula.
Tornando a me, questa volta ho cercato di fare le cose per bene, precisando "NO TRADITIONAL THAI MASSAGE, I WANT OIL MASSAGE" come se cambiasse qualcosa...
La signora comincia massaggiandomi un polpaccio con l`olio e all`inizio e` anche piacevole, poi pero` senza alcun preavviso la sua mano si trasforma in un artiglio che per due secondi strizza il mio muscolo con selvaggia ferocia e mi viene da chiedermi come sia possibile che una donna tanto piccola possa stringere tanto, non avra` una protesi in acciaio al posto della mano? Tipo Terminator? Perche` almeno si spiegherebbe come riesce a darti la sensazione che un suo dito ti sta penetrando nella schiena e presto ravanera` nei tuoi organi interni.
E non dimentichiamo quando mi fa mettere seduta con le mani dietro la schiena e, prendendomi in una morsa cosi letale che l`Uomo Tigre avrebbe preso appunti, mi fa inarcare la schiena e, non so bene come, mi trovo a testa in giu e con i piedi per aria.
Come dice Rico, quando esci dopo un massaggio di questi ti senti piu` leggero; confermo ma sospetto sia per il sollievo di aver portato a casa la pelle anche questa volta.

Adesso resta solo da vedere quanti lividi avro` domani, quella famosa volta anni fa ne avevo quattro, tutti a forma di polpastrello.

P.S. Sono ancora in loco e alle prese con una tastiera thai, quindi gli accenti dovrete immaginarveli voi...

domenica 16 febbraio 2014

Estremo Oriente con Estrema Riluttanza

Io e la Cambogia abbiamo un rapporto tormentato, pieno di alti e bassi: in questo momento il basso arriva quasi al centro della terra. Sono le 6.20 e sono nella lobby del nostro superhotel in attesa che passi a prenderci la navetta che ci portera alla stazione del bus dove prenderemo un torpedone direzione Battambang (questa tastiera non ha gli accenti, portate pazienza).
Veniamo al basso in questione: ieri pomeriggio siamo andati alla reception a prenotare il viaggio e ci hanno detto che, nonostante il bus parta alle 7.30, la navetta deve fare un giro lungo per passare da tutti gli hotel quindi per sicurezza e meglio essere pronti alle 6.30 e attendere. Strabuzzamento di occhi seguito da rassegnato cenno di assenso, l'organizzazione non e il loro forte. Ieri sera puntiamo la sveglia alle 6 e andiamo a dormire. Stamattina ALLE ORE 5.50 veniamo tirati giu dal letto da potenti colpi, qualcuno sta bussando alla nostra porta. Apriamo decisamente intontiti e c'e un tizio che ci dice che l'autista e arrivato.
ALLE 5.45? MA SIAMO IMPAZZITI?!!! (Toglitemi tutto ma non il sonno, divento una belva)
Ci alziamo e finiamo alla boia la valigia, la trasciniamo fino alla reception e sono le 6.20, dieci minuti prima del previsto. Il tizio alla reception ci dice che l'autista intanto e andato a prendere altri, quindi dobbiamo aspettare...Io odio anche lui.
Dato che devo aspettare mi metto a scrivere questo post ma ovviamente non dura: arriva l'invornito della reception a dirci che dobbiamo ancora pagare una notte e a questo punto vi prego datemi un mitra.
Ieri mattina siamo andati alla reception per pagare e ci hanno detto che dovevamo pagare in contanti perche il tizio non sapeva/poteva usare il macchinino della carta di credito, siamo tornati nel pomeriggio e fortunatamente la cosa si e risolta, almeno cosi pensavo. Per fortuna tengo sempre tutto, eccetto i dentini da latte, quindi abbiamo risolto anche questa.
Adesso partiamo e speriamo bene, lo shuttle pare sia un furgone attaccatto a una moto...

martedì 21 gennaio 2014

L'inebriante profumo dell'ammore

Direi che è arrivato il momento: dopo aver sopportato quattro lunghe settimane di Natale del Mulino Bianco e in attesa dell'arrivo della maletta di San Valentino che sgardella gli zebedei anche ai più tolleranti, ci troviamo in un momento tranquillo in cui si può prendere il fiato in attesa della prossima battaglia, un po' come se fossimo nell'occhio del ciclone dove tutto è calmo e immobile ma sai già che non dura.
Siamo quindi nello stato d'animo più giusto per il post che va a incominciare. Rilassatevi e non pensate a niente ma tenetevi forte, quello di oggi è un tuffo nel magico mondo del fotoromanzo.
Come altre volte in passato, questa ventata di romanticismo arriva da una delle mie solite riviste da colazione, troppo spesso ingiustamente bistrattate.
Immaginate il nostro lui, tale Le Male, un tipo alto, fiero, con quel fisico asciutto che solo i lupi di mare possiedono; essendo tornato single decide di prendersi una vacanza e sceglie la novità della località sciistica e il glamour di Cortina a Natale. 
Appena arrivato in hotel si fionda verso il bar, (non sappiamo se per annegare la sua malinconia da single o a scopo pastura) e subito s'imbatte in due deliziosi quanto insoliti bocconcini: una è chiaramente una donna-giraffa thailandese con tanto di anelli d'oro al collo mentre l'altra, nonostante tenti di nasconderlo vestendo rosa da capo a piedi, probabilmente gioca professionalmente a rugby perché ha due spalle che neanche Schwarzenegger. La cosa lo manda inspiegabilmente su di giri (il fumetto recita così: "È la mia prima vacanza da single dopo tanto tempo. Da quel che vedo le distrazioni non mancheranno").
Neanche a dirlo, dopo una gufata così la prima tipa in cui s'imbatte al momento dell'aperitivo (lo deduciamo dalla mise più formale che indossa) è la sua ex, Valentina, che ancora spasima
per lui e che gli si para davanti tutta in pelle nera e stivalata impedendogli il passaggio e tentando un approccio da mangiauomini totalmente vanificato dal ridicolo cappellino sulle ventitre che indossa. 
Lui dal canto suo se la tira un casino e le rifila il classico "Restiamo amici" che è quasi un'istigazione alla badilata, lei però incassa senza fare una piega. 
Il giorno seguente al palazzo del ghiaccio il nostro Le Male trova un telefonino e, mentre sta slumando la foto della proprietaria,  la Venere in questione si palesa, sfrecciandogli davanti sui pattini da ghiaccio. 
Mon dieu! È la donna-giraffa! Deve assolutamente conoscerla! Qui entra in gioco il solito amico-spalla del bel tenebroso che col pretesto di restituire alla donzella il perduto cellulare, combina ai due un appuntamento al buio sulle piste innevate.
Inevitabile colpo di fulmine dei due protagonisti baciati dal sole e ammore per ogni dove. 
L'ultima immagine con cui i due cuoricioni si congedano dai lettori li vede circondati da tutti i loro amici  e romanticamente abbracciati su una slitta trainata da due renne, una delle quali, se la vista non mi inganna, ha il naso rosso.
FINE


P.S. Se questa storia non vi è piaciuta, si vede che non siete per niente romantici e non riuscite a sentire l'inebriante profumo dell'ammore.


mercoledì 29 maggio 2013

Si va là dove nessuno sano di mente andrebbe.

Bene, la vacanza  l'abbiamo fatta, cazzeggiare abbiamo cazzeggiato, adesso tocca tornare al lavoro.
Ovvio che al momento la voglia di lavorare è praticamente inesistente, quindi ho deciso di suddividere il resoconto delle ferie in tanti piccoli post, così il rientro sarà meno traumatico.
Cominciamo col tracciare un quadro generale della situazione: fedeli alla nostra tipologia di ferie, si va là dove nessuno sano di mente andrebbe, quest'anno abbiamo prenotato in quel di Ibiza; non che ci sia niente di strano nel voler andare a Ibiza, è solo che l'isola è rinomata principalmente per due cose: le sue spiagge e acque cristalline da una parte, e la musica elettronica e la disco-movida dall'altra. Ogni anno stramilioni di giovani turisti accorrono da tutto il mondo a rosolarsi al sole per poi passare la nottata in uno dei millemila locali dell'isola cullandosi nell'Unz Unz del momento.
Questa la situazione.
E poi ci sono io, che sospetto da tempo di essere fotofobica o semi-vampiro (quello col sole in faccia è un rapporto difficile) e, per quanto riguarda gli assembramenti di gente: folla oceanica a destra, Estrema di corsa a sinistra. Foam party? Anche no.

In realtà le cose erano decisamente compensate dal fatto che, essendo l'inizio di maggio, i turisti erano ancora pochi e molti locali aprivano proprio in quei giorni quindi almeno il rischio folla oceanica l'avevamo eliminato e in più, grazie a un andamento meteorologico assolutamente folle, pur essendoci il sole tirava vento e faceva freschino quindi, a parte qualche turista chiaramente eschimese, il mare stava di là e noi di qua a passeggiare, leggere e assaggiare tapas.

Come primo post vacanziero direi che siamo a posto, un'idea ve la siete fatta; mi limito ad aggiungere che, a parte il diluvio che ci ha accolto al nostro sbarco dall'aereo (ovviamente l'ombrello era rimasto a casa), la pioggia non si è più fatta vedere se non una sera a tradimento quando ancora ci toccavano quei due chilometrini per arrivare a casa.
Tutto sommato, nonostante le maledizioni lanciate quel giorno mentre si correva da sotto un balcone a un altro, direi che siamo stati fortunati.

P.S. Mi chiedevo come fosse la logistica quando vai a un foam party: torni in albergo pieno di schiuma tipo Yeti? Non si rischia di scivolare e rompersi l'osso del collo? Poi se devono caricarti sull'ambulanza è un casino, scivoli via come un'anguilla. Mi rileggo e il primo pensiero è: ma quanto sono vecchia?

P.P.S. Nei prossimi episodi altre succose rivelazioni: uomini Dalek, uomini senza un braccio e zombie che parlano spagnolo.






lunedì 16 aprile 2012

Staccare la spina tra Lanzarote e Fuerteventura - Buona Pasqua!

E' l'otto di aprile, anche conosciuto come domenica di Pasqua e siamo a Fuerteventura, in quel delle isole Canarie; il fatto di essere all'estero in questo lieto giorno presenta innegabili vantaggi, primo fra tutti il fatto di non dover mangiare le costolette di agnello, immancabile piatto sulla tavola pasquale romagnola che io però rifuggo come la peste, non tanto per scrupoli di coscienza nei confronti degli agnelli, quanto per il fatto che la carne di agnello per me puzza di vecchio e comunque la si prepari il problema rimane.
Nel caso specifico delle costolette, che a casa mia si fanno impanate e fritte, la cosa è più subdola perché all'inizio il croccante t'inganna (sospetto che impanato sia buono anche un copertone) ma neanche il fritto può fare miracoli quindi a metà del primo boccone, ecco che ti assale ferocemente l'ovino e tu rimani lì e subisci tutto senza poter reagire.
Secondo me l'agnello dovrebbe essere cibo non da pasqua ma da quaresima, quando tutto è pianto e stridore di denti, pero' mi rendo conto che è un problema mio e che c'è gente che (inspiegabilmente) l'agnello l'adora, quindi basta lamentele e andiamo avanti.
Stamattina abbiamo deciso di andare a vedere il parco naturale di dune di Corralejos, paradiso indiscusso dei surfisti. Pur essendoci un comodissimo autobus che passa dietro il nostro appartamento e arriva direttamente la', Rico insiste per andare a piedi, indicando il tragitto sulla cartina e sostenendo che non e' poi cosi' lontano, a nulla vale sottolineare che secondo alcuni la cartina non riproduce fedelmente la distanze quindi mi rassegno, ci armiamo di cappello e occhiali da sole e, dopo esserci abbondantemente cosparsi di lozione spf 30, partiamo.
Ovviamente tira un vento boia e il sole picchia duro (villeggiare alle Canarie non e' sport per principianti) ma dopo una ventina di minuti di cammino siamo gia' all'interno del parco con la sua spiaggiona di sabbia e all'inizio la cosa ti rincuora; dico all'inizio perche' il nostro punto di riferimento, il luogo ove trovare cibo, riparo e bagni, e' un complesso alberghiero (per fortuna l'unico) della zona, il Riu, sostanzialmente una montagna di cemento colata nel bel mezzo del parco naturale che fa veramente gridare all'oltraggio paesaggistico e che persino la tenera Lonely Planet definisce "un pugno in un occhio".
Quando, dopo i famosi venti minuti di cammino, alzo i miei stanchi occhi e vedo il complesso laggiu' in fondo, piccolo piccolo (la nostra posizione era ancora molto molto fuori dall'immagine qui sopra), lo sconforto mi attanaglia: ho il vento nelle orecchie, caldo, e camminare nella sabbia e' una gran fatica. Rico mi guarda e visto il muso lungo accetta di tornare alla prima fermata del bus e aspettare la prima corsa. Peccato che, trattandosi del giorno di pasqua, detta corsa potrebbe tardare un'ora o tutta la giornata; una volta analizzata con calma la faccenda, temporaneamente al riparo della tettoia, decidiamo di proseguire.
Il tragitto non e' breve ma ne vale la pena, quando ti addentri tra le dune sembra di essere veramente in mezzo al nulla, se invece ti avvicini al mare la spiaggia e' piena di quelle tendine fatte apposta per ripararsi dal vento e in cielo è pieno di kite coloratissimi.
Dopo lungo camminare e molto fotografare, ecco finalmente il primo chiosco; con un sospirone di sollievo ci fermiamo e, dopo aver acquistato alcuni generi di conforto imprescindibili (leggi patatine e cocacola) li consumiamo seduti su un vecchio tronco (ovviamente al sole, l'ombra qui è merce rara) per poi ripartire rinvigoriti verso la meta finale, il cementoso orrore del Riu.
Una volta arrivati al traguardo ci guardiamo in faccia e tocca ammetterlo, siamo parecchio provati, soprattutto Rico che, avendo distrutto le scarpe in una precedente escursione (vedi Staccare la spina tra Lanzarote e Fuerteventura - secondo capitolo), ha percorso tutto il tragitto calzando All Star, scarpe che notoriamente sono la vergine di Norimberga dei piedi; avvistato un barettino in spiaggia, ci impossessiamo di un tavolino rigorosamente all'ombra e pranziamo molto pasqualmente con un panino tonno e pomodoro servitoci da un signore spagnolo di una certa eta' che si occupa di noi con una gentilezza che ci sorprende; davanti a noi c'e' il mare col suo spettacolo naturale e umano, sulla nostra destra l'inevitabile viavai di bagnanti in costume (noi ovviamente abbiamo pantaloni lunghi e felpa).
Dopo un'oretta di riposo decidiamo di tornare sui nostri passi ma questa volta non ci sono dubbi, nessuna discussione sulla modalita di rientro: facciamo trecento metri e ci buttiamo tra le braccia di un provvidenziale taxi. Facciamo muovere l'economia che noi per oggi ci siamo mossi abbastanza.

giovedì 28 aprile 2011

Quella volta dalle parti di Stoccolma - 1a parte

Stavolta non mi va di andare sempre in fila quindi salterò di palo in frasca, statemi dietro.
Il viaggio è iniziato rispettando la tradizione: il babbo che doveva darci un passaggio all’aeroporto di Rimini è arrivato con 15 minuti di anticipo, incasinando tutti i miei programmi e facendomi dimenticare metà della roba ma, essendo tradizione, avrei dovuto prevederlo. Dopo un’immissione sulla Via Cervese che mi ha fatto perdere almeno cinque anni di vita (e alla nostra età non è che si possano tirar dalla finestra così senza pensarci), il pilota si è comportato bene e ci ha recapitato a destinazione senza ulteriori intoppi. Santo Antenato.

Il volo non è degno di particolare menzione, eccezion fatta per l’inspiegabile fila che si è creata intorno alle 10.15 davanti al nostro gate; delle hostess non c’era neppure l’ombra e l’imbarco non sarebbe cominciato se non dopo venti minuti (a esser fortunati), la cosa però non sembra aver influito sul processo decisionale del gregge di pecoroni che, vedendo uno che si alzava (probabilmente per andare in bagno), si è fatto prendere dal panico e ha generato l’equivalente di una stampede bovina: decine di personesi sono ritrovate in fila in piedi davanti al gate per mezzora senza sapere bene il perché. I meccanismi psicologici del viaggiatore andrebbero studiati.
Dimenticavo il genio che al controllo di sicurezza, quando gli hanno chiesto di togliere tutti gli
oggetti metallici che aveva addosso, ha  mostrato il pataccone al polso e chiesto incredulo: “Anche questo?” Chissà, forse l'orologio era di marzapane effetto metallo…
Ovviamente le previsioni davano parecchio freddo e noi ci si era vestiti di conseguenza; altrettanto ovviamente, arrivati in quel di Stoccolma faceva parecchio caldo. Per i successivi quattro giorni i giacconi pesanti sono stati una rottura di palle per buona parte della giornata (sei al sole apri il giubbotto perché fa caldo, poi vai all’ombra allora chiudi che è freddo e magari aggiungi la sciarpa perché tira vento). Dico buona parte della giornata perché al tramonto, come d'incanto, si trasformavano nei nostri migliori amici, essendo che al calar del sole si presentavano un freddo boia e un vento siberiano.

Una volta atterrati ci siamo fermati allo sportello del cambio per acquistare un po’ di corone; questi svedesi molto civili hanno i bigliettini numerati per fare la fila, peccato che il dispensatore sia introvabile. Quando finalmente lo si scova, il numero che dà non corrisponde a quello che c’è sullo schermo e tu realizzi che non funziona. Intanto però, mentre giocavi a Indiana Jones, ti sono passate avanti nella fila quelle dieci-dodicimila persone. Ovviamente ci sono due file e, nella nostra, davanti allo sportello c’è la classica signora con messa in piega da bigodino che sta parlando con la cassiera da una vita. Ipotizziamo che abbiano rivangato i bei tempi delle elementari e adesso si stiano scambiando la ricetta della salsa ai lamponi da servire con le polpette. Purtroppo però, essendo che parlano svedese, non c’è modo di provare quanto sospettiamo quindi ci tocca rimanere lì ad aspettare sentendoci un po’ dei pipilochi. E intanto l’altra fila va che vola.
Usciamo finalmente dall’aeroporto e sembra di entrare sul set fotografico di IKEA.

Il nostro ostello è in una delle isole principali ma le indicazioni non sono precisissime per cui quando arriviamo e ci troviamo di fronte a un hotel con tanto di targhetta “tre stelle”, ci guardiamo un po’ perplessi. E invece siamo nel posto giusto, è parte albergo e parte ostello: ci danno la chiave della camera che è una scheda perforata e quando tentiamo di entrare scopriamo che per assicurare la massima tenuta termica, le porte sono inamovibili per cui l’accesso alla camera te lo devi guadagnare con una di quelle spallate da irruzione della polizia.
Ovvio che non ci lasciamo scoraggiare da così poco e dopo un paio di tentativi riusciamo a entrare; ci accolgono due allegri letti a ribalta, come i taglieri per fare la sfoglia. se quello sopra cede finisco come il ripieno dei sandwich.
Sembra un po’ una galera ma in fondo non è male; l’unica difficoltà è quel pensiero che fa capolino tutte le volte che ti stendi (se sei nel letto sotto, ovvio).


Fine prima parte