E finalmente eccomi di ritorno dopo un mese di lavoro, matto e disperatissimo, che mi ha costretto a
infiniti spostamenti in treno, autobus, macchina. Per fortuna, nel corso di questi lunghi viaggi ho spesso goduto della preziosa compagnia dell'umanità di turno e devo dire che, nonostante mi abbia indubbiamente intrattenuto, sono sempre più evidenti i segni di un inarrestabile declino della specie.
Posso citare ad esempio la famigliola in gita domenicale sulla linea Faenza-Firenze:
- figli non pervenuti in quanto attaccati a giochini vari (unica eccezione l'inevitabile litigio per l'Ipad), oppure al cellulare nella vana speranza che ci sia campo,
- padre sofferente perché gli è toccato andare in gita proprio la domenica in cui ci sono il calcio e il moto GP; è in astinenza da schermo/divano e non è ancora riuscito a sapere i risultati perché non c'è campo, prova continuamente ma il telefono risponde picche,
- madre ossessionata dalla cena serale inizia a rompere le balle al marito (e a tutti noi intorno) non appena il treno parte e continua per due ore due, ignorando completamente la proposta cotolette avanzata dal resto della famiglia, solo perché lei vuole ordinare la pizza, peccato che non sappia né il numero della pizzeria né l'indirizzo del luogo ove passar a ritirare l'ordine e, soprattutto, non possa comunque telefonare perché NON C'E' CAMPO.
Confesso che l'annuncio siamo in arrivo alla stazione di Faenza è stato salutato con grande entusiasmo/sollievo dalla sottoscritta (e sospetto anche da altri).
In un'altra occasione sempre sulla stessa tratta mi sono imbattuta in un gruppo di signore di una certa età che erano di ritorno da una gita a Faenza; il solo fatto di dover decidere dove sedersi le ha gettate nel panico più assoluto, sono andate avanti e indietro per il treno almeno tre volte alla ricerca del posto più adatto e alla fine, dio solo sa perché, si sono sedute nei miei paraggi.
Nelle due ore seguenti la conversazione ha seguito un percorso tutto sommato piuttosto lineare: sono partite ciascuna raccontando le proprie precedenti esperienze di viaggio, poi però la gita ancora in corso ha preso il sopravvento e si sono lanciate in una recensione della trattoria dove avevano consumato il pranzo, ripercorrendo fedelmente ogni opzione del menu. Unanime la condanna della panna come condimento per la pasta in quanto attentato alla linea, alla salute (il colesterolo!) e alla società nel suo complesso; da lì sono passate a una dettagliata descrizione degli acciacchi di ognuna e poi, come se fosse la cosa più normale del mondo, è iniziato un elenco infinito di conoscenti con malattie gravissime, elenco che non poteva che confluire in una panoramica dei decessi più recenti, inclusi diagnosi, cure seguite e pareri circa la competenza dei medici.
Io all'inizio tentavo disperatamente di distrarmi leggendo un libro ma alla fine ho capitolato, ho chiuso il volume e mi sono goduta lo spettacolo (la parte malattie e decessi un po' meno).
Sono queste le cose che mi tornano in mente quando, raggiunta finalmente la sede del convegno in
cui lavoro, entro in cabina di traduzione, chiudo la porta e mi siedo con un sospiro di sollievo: ce l'ho fatta anche questa volta (senza picchiare nessuno) e adesso, almeno per qualche ora, l'umanità se ne resti di là dal vetro.
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venerdì 24 ottobre 2014
Faenza Faenza, stazione di Faenza!
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mercoledì 18 giugno 2014
Pizzi fiorentini e treni fantasma
Questo post è la prosecuzione del post precedente sul mio ultimo lavoro in quel di Firenze, per chi l'avesse perso: Un Vaglia ci salverà Non mi dilungo sul lavoro in sè, dato che non ha riservato grandi sorprese a parte il tocco di eleganza che abbiamo trovato ad attenderci in cabina: dei raffinati sottobicchieri di carta con motivo pizzoso (vedi foto) su cui poggiavano due bicchieri di plastica da fiera della polenta.
Aggiungo solo che finalmente ho capito come deve sentirsi Brad Pitt quando esce di casa: tutte le mattine al mio arrivo al centro congressi c'erano decine di volontari (il convegno era della Croce Rossa) sorridenti che ti davano il buongiorno facendoti sentire una piccola celebrità, magari sono dettagli ma è un bel modo per cominciare la giornata.
Il lavoro è inaspettatamente finito in orario ma ahimè, il treno per Faenza era partito da poco quindi mi è toccato aspettare un'ora in stazione però, vista la situazione, sono rientrata rapidamente nella modalità gita, ho comprato due ottime pizze al taglio (quelle quadrate di una volta, non gli spicchi tristi che vanno adesso) e mi sono
seduta comodamente a un tavolino con la mia copia di American Gods di Neil Gaiman, romanzo godibilissimo con un'unica controindicazione: ti tocca puntare la sveglia perché rischi di andare avanti a leggere e perdere il treno.
Una volta fattasi ora di partire, mi sono avvicinata al tabellone delle partenze ma ancora il numero del binario non c'era, strano- ho pensato - non manca mica tanto! A intervalli regolari alzavo gli occhi verso il tabellone ma la casella chiave rimaneva inspiegabilmente vuota; quando ormai cominciavo a preoccuparmi, il velo mi è caduto dagli occhi: stavo guardando la colonna dei ritardi in cui grazie a dio non c'era niente, mentre il binario era scritto lì a fianco, 14, da chissà quanto tempo. Che invornita!
Mi sono lanciata verso il binario dove, pur trovando il treno con le sue porte ben aperte, ho notato che le luci all'interno delle carrozze erano spente e dentro non c'era nessuno; fortunatamente non ero nuova a situazioni di questo tipo e ho subito ipotizzato un tiro mancino di quei sadici di Trenitaglia che a volte amano nascondere il trenino della linea Faenza-Firenze dietro un altro treno così, tanto per renderti le cose più vivaci.
Ho percorso quel miglio lungo la banchina che mi separava dall'ambito mezzo e, senza ulteriori contrattempi, ho trovato posto (tra l'altro era quello più ambito, proprio accanto al finestrino, dove si gode il panorama migliore).
Mentre il treno partiva non ho potuto fare a meno di chiedermi se in quel momento non ci fosse qualcuno seduto nel treno spento che si chiedeva come mai il mezzo non partiva.
Il fatto che le porte del treno finto fossero aperte rafforzava l'ipotesi di sadismo precedentemente avanzata.
Concludo felicemente con l'arrivo in stazione a Faenza in perfetto orario. Son soddisfazioni.
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domenica 8 giugno 2014
Un Vaglia ci salverà

Ogni volta che mi capita di andare a Firenze per motivi di lavoro finisce sempre che mi stresso da morire, per varie e solidissime ragioni:
1) il giorno della partenza ti tocca arrivare in stazione a Cesena già col coltello tra i denti, pronta alla pugna con millemila studenti e pendolari per guadagnare un posto a sedere,
2) per i successivi sessanta minuti di viaggio il pensiero di perdere la coincidenza ti rosicchia il midollo, essendo che il regionale spesso arriva a Cesena portandosi dietro un ritardo accumulato,
3) quando finalmente scendi a Bologna, sei quasi sempre nei binari più lontani (viaggi dopotutto su un plebeo regionale) quindi inizia la corsa per raggiungere i sotterranei da The Day After dove trovansi gli agognati Eurostar; quando finalmente arrivi con il fiato talmente corto da fare temere un attacco d'asma, può capitarti di scoprire che il tuo Red Arrow è in ritardo pure quello.
Per riassumere, interi anni di vita consumati in sole due ore di viaggio.
Memore dei precedenti traumi, stavolta ho pensato di affrontare la questione con un approccio laterale: dato che il lavoro iniziava alle 14, ho deciso di prendere la giornata come una gita: sono arrivata a Faenza in macchina (da casa mia in campagna ci vogliono 30 minuti, per andare in stazione a Cesena ne impiegherei comunque 20) e sono salita sul trenino della linea Faenza-Firenze.
La scelta si è rivelata vincente:
a) non c'è stato nessun problema per sedersi nonostante ci fossero due scolaresche in gita,
b) in meno di due ore, siamo arrivati a Firenze senza stress da coincidenza
c) ho scoperto l'esistenza di località a me sconosciute quali Vaglia e Biforco.
Unico neo, un'aria condizionata polare ma quella c'è pure sui blasonati dell'altra linea quindi...
Ho fatto una bella passeggiata nel sole e per un istante accarezzato la possibilità di impiegare il tempo libero facendomi tagliare i capelli ma, temendo di arrivare al convegno col collo coperto di capelli spuntati, ho deciso di soprassedere.
Ho comprato un panino e un croccante Mordicchio (quelle robe vecchio stile
che fanno tanto gita delle medie) e mi sono fermata a mangiare in un giardino circondata da piccioni, podisti e umanità varia, il tutto in relativa tranquillità. Mi ha ricordato molto i miei pranzi al parco a Londra, saranno state tutte quelle lingue sconosciute che si sentivano lì intorno.
Il sandwich che avevo comprato (uova e gamberetti) riportava in etichetta Made in Italy, cosa piuttosto comica se si considera che questi prodotti hanno una scadenza di appena qualche giorno e, per arrivare da fuori confine quel panino da due euri avrebbero dovuto portarlo perlomeno in aereo.
Finito il pranzo ho letto per un po' e poi, richiamata all'ordine dal promemoria sul telefono, sono tornata sui miei passi e ho raggiunto la zona fiera.
Fine della gita e inizio del pagamento delle bollette.
Questo è tutto per quanto riguarda l'andata, del ritorno ne parliamo nel prossimo post.
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sabato 28 luglio 2012
Morrissey, la banda Fratelli e il sacco di Firenze
Ogni anno, suppergiù in questo periodo, si verifica un fenomeno con cadenza misteriosamente regolare: mia sorella compie gli anni.
Altrettanto regolarmente, la sottoscritta qualche mese prima parte, munita di cappello e frusta, alla ricerca del regalo che deve essere rigorosamente...come posso dire...intangibile; questo si deve principalmente al fatto che tutto ciò che è tangibile ella già lo possiede (o, se non lo possiede, le sta arrivando per corriere), quindi regalarle un oggetto diventa un'impresa a dir poco disperata. Qualche anno fa, giunta alla conclusione che ogni mio tentativo tangibile-oriented era inevitabilmente destinato al fallimento, mi sono convertita all'intangibile con estrema soddisfazione (mia e spero anche sua).
Quest'anno la ricerca era stata inizialmente deludente e irta di ostacoli, nonostante le innumerevoli ricerche sul web, pareva non esserci il barlume di un musical/concerto che non fosse a Milano, Roma o Canicattì. La soluzione è arrivata sulle ali di un colpo di scena: la diretta interessata mi ha accennato che le sarebbe piaciuto andare a Firenze a vedere Morrissey in concerto e io, rapida come la folgore ho comprato due biglietti per il concerto dell'11 luglio alla Cavea del Teatro dell'Opera.
Lasciamo da parte i dettagli logistici e concentriamoci sul giorno in questione: siamo arrivate a Firenze e abbiamo parcheggiato, incredibilmente, a neanche 500 metri dal luogo del concerto; anche dopo essere scesa dalla macchina ho continuato a guardarmi intorno per un pezzo, temendo che ci fosse un motivo se questi posti macchina gratuiti erano ancora liberi, tipo che avevano trovato una mina della Seconda Guerra Mondiale e l'avrebbero fatta brillare a breve; invece niente, mi è toccato rassegnarmi a questa botta di fortuna e portarmi, seppur con una certa titubanza, verso l'ingresso dell'arena.
Il procedimento per entrare era un po' lungo: c'era un primo punto in cui verificavano che tu avessi il voucher e solo in quel caso ti permettevano di proseguire verso l'area ritiro biglietti. Una volta entrata in possesso dell'ambito talloncino, potevi dirigerti ai piedi della scalinata che portava all'arena e lì altri quattro omoni della security ti avrebbero finalmente strappato il biglietto.
Erano circa le 19 e noi si aveva un po' fame per cui, appena ritirato il biglietto, abbiamo pensato di uscire e andare a mangiare un panino; il problema era che i biglietti non erano numerati e tardando si rischiava di andare a finire nei posti dei reietti, quelli nell'angolo in alto dietro il mixer dove, se il fonico è capellone, non vedi praticamente una mazza. Ci siamo rivolte agli omoni ai piedi della scalinata chiedendo se in cima ci fosse un bar e, ottenendo una risposta positiva, abbiamo deciso che per una volta potevamo anche tirare dalla finestra una vagonata di euri per un paio di panini a prezzo d'oro nel bar ufficiale. Si vive una volta solo, giusto?
A quel punto ci siamo avviate lungo la scalinata che portava all'ultimo ingresso, quello definitivo. Mentirei se dicessi che l'ascesa è stata piacevole; immaginate il caldo africano di Firenze in luglio, la stanchezza e la sete di due ore di macchina e, come ciliegina sulla torta, aggiungete una scalinata di quelle lunghissime che sembrano senza fine. Per un attimo mi è tornata in mente la gita di quinta elementare quando la maestra Egle ci portò nella sua città natale, Trieste e, già che c'era, ci fece visitare quel luogo ameno che è il cimitero militare di Redipuglia. Il ricordo di quella scalinata non mi abbandonerà facilmente, mi dicono che coi traumi capita così.
Raggiunta finalmente la vetta, la prima fermata è stata il bar e immaginate lo sgomento quando ci siamo accorte che trattavasi di una roba messa su alla buona per cui scorreva birra a profusione, con un po' d'impegno potevi ottenere acqua e cocacola ma l'unico cibo solido in vendita erano le patatine. Panico! Dovevamo fare qualcosa, non si può mica andare avanti di patatine per una sera intera, o meglio, puoi anche tentare ma poi muori di sete perché col caldo che fa sudi come una fontana e se oltretutto l'unica cosa che mangi è salatissima, rischi la mummificazione.
Abbiamo rapidamente scelto i posti (centrali davanti al mixer, come da suggerimento dell'esperto), poi la Checca è rimasta a difenderli e io sono uscita a caccia.
Prima di avventurarmi giù dai mille gradini di Redipuglia, forte delle mie precedenti esperienze di maschera ai concerti, mi sono avvicinata a due del servizio security e ho chiesto se mi dovevano fare un timbro o altro per poter rientrare con le vettovaglie; la prima risposta è stata negativa, non era previsto che si uscisse, poi vedendo la disperazione nel mio sguardo sono stati mossi a compassione e uno di loro ha chiamato quelli ai piedi della scalinata dicendo di farmi passare; a quel punto, dopo essermi profusa in ringraziamenti, sono scesa celermente giù da Redipuglia. Arrivata alla base però i security boys, con un voltagabbana degno dei politici più navigati, mi hanno comunicato che non potevo uscire e, nonostante io menzionassi quanto dettomi dal loro collega sulla vetta, sono stati irremovibili.
La risalita su per Redipuglia è stata più lenta (un gradino, una maledizione) ma poco a poco ce l'ho fatta.
Arrivata all'altezza del security man, l'ho ringraziato per aver tentato, concludendo con un purtroppo non è andata. Quando l'uomo ha capito che non mi avevano fatto passare è andato su tutte le furie e ha chiamato giù dicendone di ogni, poi mi ha detto di tornare giù che era tutto sistemato.
Ora, mettetevi un po' nei miei panni: avevo appena percorso due volte Redipuglia, sotto il sole e invano, non è che avessi una gran voglia di ripetere l'esperienza; d'altra parte non avevo neanche una gran voglia di dire al gentilissimo omaccione della security che, dopo tutto quel can can che aveva fatto per me, avevo cambiato idea e preferivo suicidarmi nutrendomi di sole patatine. Insomma, alla fine terza discesa di Redipuglia, sempre sotto il sole e sempre con il dubbio che poi giù non mi facessero uscire. Dabbasso mi hanno guardato un po' male ma mi hanno fatto passare e mi sono avviata verso l'ultimo lontanissimo cancello; francamente ero in uno stato di prostrazione tale che se mi avessero fermato mi sarei messa a piangere lì davanti senza problemi pur di commuoverli e arrivare all'agognato bar.
Una volta raggiunto il famoso agognato bar, sul bancone era praticamente finito tutto, evidentemente l'affamato pubblico del concerto era anche astutissimo e si era fermato prima di entrare, a differenza di certe pipiloche di mia conoscenza. Scartando le piadine di gomma con salumi vari (preferisco vivere), ho scovato due focacce con prosciutto e un paio di croissant vuoti e pure una frolla con crema e frutta che sapevo la sorella avrebbe apprezzato e sono tornata all'ingresso in un batter d'occhio, riuscendo a rientrare senza problemi, se si eccettua la TERZA risalita di Redipuglia che qualche anno di vita me l'ha tolto.
Quando ho raggiunto la vetta, confesso di essermi sentita un po' Messner.
A quel punto, seduta al mio posto con un panino in mano e una bottiglia d'acqua nell'altra, mi sono rilassata e ho iniziato a guardarmi intorno. Non mi dilungo sul luogo, la Cavea, bello, molto bello ma le luci della mia ribalta erano tutte puntate sul pubblico, che riuniva tutto lo spettro di umanità visibile, o quasi. Capigliature in gara con la forza di gravità, oppure domatissime, stile signorina Rottenmeier, magliette stropicciate o vestiti vintage e, inevitabilmente, tatuaggi ovunque.
Assiepati davanti al palco, tutti pressati contro le transenne c'erano i fan, quelli che mica sian qui a pettinar le bambole, noi siam dei fan per davvero, quelli che non si siedono perché la loro distanza dal palco aumenterebbe di un metro e mezzo. E per fortuna che ci sono, così noialtri della plebe che pettina le bambole ci possiamo sedere comodamente e goderci il concerto dietro di loro (che non abbiamo più quindici anni e le ossa si fan sentire).
Dopo il concerto di apertura, opera di Kristeen Young, han calato gli assi e la band è uscita al gran completo: batterista, bassista, tastierista e due chitarristi, oltre ovviamente alla star. La distanza dal palco non era enorme ma sufficiente a farci dubitare dei nostri sensi; a una prima occhiata uno dei chitarristi poteva essere una donna tra le più befane mai viste, oppure un uomo vestito da donna. La Checca, consultata in merito, concordava con me sulla seconda ipotesi però questo poneva tutta una serie di interrogativi senza risposta: una scommessa persa? Un vile ricatto? Un trauma cranico con conseguente sdoppiamento di personalità? Mistero.
Di tanto in tanto, con tutte quelle luci in faccia che mi ostacolavano la vista, la possibilità che quella fosse semplicemente la donna più brutta del mondo faceva capolino ma veniva immediatamente spazzata viadal soggetto in questione che si toglieva le scarpe (i tacchi, anche se bassi, se non sei abituato dopo un po' fanno male), muoveva qualche passo con la grazia dell'orso Yogi ecc. L'unica cosa che realmente mi disturbava era che trovavo quel viso stranamente familiare; ci ho dovuto pensare un po' ma alla fine ho capito: da dove ero io sembrava la mamma della Banda Fratelli, i cattivi dei Goonies.
I chitarristi cambiavano chitarra quasi a ogni pezzo (Mrs. Fratelli perlomeno, il suo collega spesso non l'ho notato, ero ipnotizzata dalla signora) ma anche in questo caso la differenza tra i due era evidente: mentre uno afferrava virilmente la chitarra che gli porgevano e la imbracciava, l'altra sporgeva in fuori la testa tenendo le braccia lungo il corpo e si lasciava infilare la chitarra come una miss a cui infilano la fascia.
Nonostante la megera rubasse spesso la scena ai colleghi della band, batterista riusciva comunque a farsi notare, circondato com'era da un armamentario che sembrava urlare alla folla neanch'io son qui a pettinar le bambole. Non so se anche tra i batteristi vada di moda fare a gara a chi ce l'ha più grosso ma in questo caso lui avrebbe vinto; a parte il gong che fa sempre la sua porca figura, aveva un tamburone enorme (l'esperto mi ha detto trattarsi di una grancassa da banda ma tamburone suona molto meglio) che percuoteva con inesauribile entusiasmo.
Di tanto in tanto dalle file dei superfan, un eroe si lanciava in un esperimento di stage diving alla rovescia, nel tentativo di raggiungere l'amato Morrissey, tentativo che veniva puntualmente sventato dagli energumeni della security che quella sera il loro stipendio se lo sono guadagnato eccome!
Alla fine, dopo il terzo tentativo infruttuoso, ho visto Morrissey dire qualcosa a uno degli omoni nerboruti, il quale ha aperto un varco e fatto passare uno dei superfan; questo è scattato in avanti e ha chiuso Morrissey in un abbraccio improvviso e tenerissimo, per poi tornare subito al suo posto dietro le transenne. Da vedere è stato molto bello e anche credo indicativo del rapporto stretto che il cantante ha con i suoi fan: per tutto il concerto si è sporto in avanti di tanto in tanto per stringere mani e farsi toccare dal pubblico in delirio, tutto con estrema tranquillità e naturalezza. E ovviamente il pubblico ha risposto con grande calore, il pavimento ha tremato quasi ininterrottamente per i 90 minuti del concerto.
Devo ammettere che per me il momento più difficile da gestire è stato quando hanno suonato Meat is murder, accompagnati da un video che mostrava le mille torture che gli animali subiscono per mano nostra ma, dato che immagino l'obiettivo fosse proprio farti star male, dal loro punto di vista è stato sicuramente un pezzo molto efficace.
L'unico neo del concerto è stata proprio la sua conclusione che ha lasciato francamente tutti di stucco: a un certo punto tutta la band è scesa rapidamente dal palco senza neppure congedarsi dal pubblico, come normalmente ci si aspetterebbe in questi casi. Inizialmente mi sono chiesta se non ci fosse un galateo dei suoi concerti che magari io ignoravo ma, quando si sono accese le luci e i tecnici hanno iniziato a smontare, la gente si guardava intorno perplessa, era evidente che eravamo rimasti tutti spiazzati.
Durante la discesa lungo la scalinata abbiamo valutato le possibili spiegazioni (malore, calo di voce, diarrea fulminante) ma poi abbiam lasciato perdere: in fondo era stato un gran bel concerto, non ci restava altro da fare che tornare al nostro parcheggio, scandalosamente vicino e gratuito, e dirigere la nostra prora fortunata verso casa.
P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press
Altrettanto regolarmente, la sottoscritta qualche mese prima parte, munita di cappello e frusta, alla ricerca del regalo che deve essere rigorosamente...come posso dire...intangibile; questo si deve principalmente al fatto che tutto ciò che è tangibile ella già lo possiede (o, se non lo possiede, le sta arrivando per corriere), quindi regalarle un oggetto diventa un'impresa a dir poco disperata. Qualche anno fa, giunta alla conclusione che ogni mio tentativo tangibile-oriented era inevitabilmente destinato al fallimento, mi sono convertita all'intangibile con estrema soddisfazione (mia e spero anche sua).
Quest'anno la ricerca era stata inizialmente deludente e irta di ostacoli, nonostante le innumerevoli ricerche sul web, pareva non esserci il barlume di un musical/concerto che non fosse a Milano, Roma o Canicattì. La soluzione è arrivata sulle ali di un colpo di scena: la diretta interessata mi ha accennato che le sarebbe piaciuto andare a Firenze a vedere Morrissey in concerto e io, rapida come la folgore ho comprato due biglietti per il concerto dell'11 luglio alla Cavea del Teatro dell'Opera.
Lasciamo da parte i dettagli logistici e concentriamoci sul giorno in questione: siamo arrivate a Firenze e abbiamo parcheggiato, incredibilmente, a neanche 500 metri dal luogo del concerto; anche dopo essere scesa dalla macchina ho continuato a guardarmi intorno per un pezzo, temendo che ci fosse un motivo se questi posti macchina gratuiti erano ancora liberi, tipo che avevano trovato una mina della Seconda Guerra Mondiale e l'avrebbero fatta brillare a breve; invece niente, mi è toccato rassegnarmi a questa botta di fortuna e portarmi, seppur con una certa titubanza, verso l'ingresso dell'arena.
Il procedimento per entrare era un po' lungo: c'era un primo punto in cui verificavano che tu avessi il voucher e solo in quel caso ti permettevano di proseguire verso l'area ritiro biglietti. Una volta entrata in possesso dell'ambito talloncino, potevi dirigerti ai piedi della scalinata che portava all'arena e lì altri quattro omoni della security ti avrebbero finalmente strappato il biglietto.
Erano circa le 19 e noi si aveva un po' fame per cui, appena ritirato il biglietto, abbiamo pensato di uscire e andare a mangiare un panino; il problema era che i biglietti non erano numerati e tardando si rischiava di andare a finire nei posti dei reietti, quelli nell'angolo in alto dietro il mixer dove, se il fonico è capellone, non vedi praticamente una mazza. Ci siamo rivolte agli omoni ai piedi della scalinata chiedendo se in cima ci fosse un bar e, ottenendo una risposta positiva, abbiamo deciso che per una volta potevamo anche tirare dalla finestra una vagonata di euri per un paio di panini a prezzo d'oro nel bar ufficiale. Si vive una volta solo, giusto?
A quel punto ci siamo avviate lungo la scalinata che portava all'ultimo ingresso, quello definitivo. Mentirei se dicessi che l'ascesa è stata piacevole; immaginate il caldo africano di Firenze in luglio, la stanchezza e la sete di due ore di macchina e, come ciliegina sulla torta, aggiungete una scalinata di quelle lunghissime che sembrano senza fine. Per un attimo mi è tornata in mente la gita di quinta elementare quando la maestra Egle ci portò nella sua città natale, Trieste e, già che c'era, ci fece visitare quel luogo ameno che è il cimitero militare di Redipuglia. Il ricordo di quella scalinata non mi abbandonerà facilmente, mi dicono che coi traumi capita così.
Raggiunta finalmente la vetta, la prima fermata è stata il bar e immaginate lo sgomento quando ci siamo accorte che trattavasi di una roba messa su alla buona per cui scorreva birra a profusione, con un po' d'impegno potevi ottenere acqua e cocacola ma l'unico cibo solido in vendita erano le patatine. Panico! Dovevamo fare qualcosa, non si può mica andare avanti di patatine per una sera intera, o meglio, puoi anche tentare ma poi muori di sete perché col caldo che fa sudi come una fontana e se oltretutto l'unica cosa che mangi è salatissima, rischi la mummificazione.
Abbiamo rapidamente scelto i posti (centrali davanti al mixer, come da suggerimento dell'esperto), poi la Checca è rimasta a difenderli e io sono uscita a caccia.Prima di avventurarmi giù dai mille gradini di Redipuglia, forte delle mie precedenti esperienze di maschera ai concerti, mi sono avvicinata a due del servizio security e ho chiesto se mi dovevano fare un timbro o altro per poter rientrare con le vettovaglie; la prima risposta è stata negativa, non era previsto che si uscisse, poi vedendo la disperazione nel mio sguardo sono stati mossi a compassione e uno di loro ha chiamato quelli ai piedi della scalinata dicendo di farmi passare; a quel punto, dopo essermi profusa in ringraziamenti, sono scesa celermente giù da Redipuglia. Arrivata alla base però i security boys, con un voltagabbana degno dei politici più navigati, mi hanno comunicato che non potevo uscire e, nonostante io menzionassi quanto dettomi dal loro collega sulla vetta, sono stati irremovibili.
La risalita su per Redipuglia è stata più lenta (un gradino, una maledizione) ma poco a poco ce l'ho fatta.
Arrivata all'altezza del security man, l'ho ringraziato per aver tentato, concludendo con un purtroppo non è andata. Quando l'uomo ha capito che non mi avevano fatto passare è andato su tutte le furie e ha chiamato giù dicendone di ogni, poi mi ha detto di tornare giù che era tutto sistemato.
Ora, mettetevi un po' nei miei panni: avevo appena percorso due volte Redipuglia, sotto il sole e invano, non è che avessi una gran voglia di ripetere l'esperienza; d'altra parte non avevo neanche una gran voglia di dire al gentilissimo omaccione della security che, dopo tutto quel can can che aveva fatto per me, avevo cambiato idea e preferivo suicidarmi nutrendomi di sole patatine. Insomma, alla fine terza discesa di Redipuglia, sempre sotto il sole e sempre con il dubbio che poi giù non mi facessero uscire. Dabbasso mi hanno guardato un po' male ma mi hanno fatto passare e mi sono avviata verso l'ultimo lontanissimo cancello; francamente ero in uno stato di prostrazione tale che se mi avessero fermato mi sarei messa a piangere lì davanti senza problemi pur di commuoverli e arrivare all'agognato bar.
Una volta raggiunto il famoso agognato bar, sul bancone era praticamente finito tutto, evidentemente l'affamato pubblico del concerto era anche astutissimo e si era fermato prima di entrare, a differenza di certe pipiloche di mia conoscenza. Scartando le piadine di gomma con salumi vari (preferisco vivere), ho scovato due focacce con prosciutto e un paio di croissant vuoti e pure una frolla con crema e frutta che sapevo la sorella avrebbe apprezzato e sono tornata all'ingresso in un batter d'occhio, riuscendo a rientrare senza problemi, se si eccettua la TERZA risalita di Redipuglia che qualche anno di vita me l'ha tolto.
Quando ho raggiunto la vetta, confesso di essermi sentita un po' Messner.
A quel punto, seduta al mio posto con un panino in mano e una bottiglia d'acqua nell'altra, mi sono rilassata e ho iniziato a guardarmi intorno. Non mi dilungo sul luogo, la Cavea, bello, molto bello ma le luci della mia ribalta erano tutte puntate sul pubblico, che riuniva tutto lo spettro di umanità visibile, o quasi. Capigliature in gara con la forza di gravità, oppure domatissime, stile signorina Rottenmeier, magliette stropicciate o vestiti vintage e, inevitabilmente, tatuaggi ovunque.
Assiepati davanti al palco, tutti pressati contro le transenne c'erano i fan, quelli che mica sian qui a pettinar le bambole, noi siam dei fan per davvero, quelli che non si siedono perché la loro distanza dal palco aumenterebbe di un metro e mezzo. E per fortuna che ci sono, così noialtri della plebe che pettina le bambole ci possiamo sedere comodamente e goderci il concerto dietro di loro (che non abbiamo più quindici anni e le ossa si fan sentire).
Dopo il concerto di apertura, opera di Kristeen Young, han calato gli assi e la band è uscita al gran completo: batterista, bassista, tastierista e due chitarristi, oltre ovviamente alla star. La distanza dal palco non era enorme ma sufficiente a farci dubitare dei nostri sensi; a una prima occhiata uno dei chitarristi poteva essere una donna tra le più befane mai viste, oppure un uomo vestito da donna. La Checca, consultata in merito, concordava con me sulla seconda ipotesi però questo poneva tutta una serie di interrogativi senza risposta: una scommessa persa? Un vile ricatto? Un trauma cranico con conseguente sdoppiamento di personalità? Mistero.
Di tanto in tanto, con tutte quelle luci in faccia che mi ostacolavano la vista, la possibilità che quella fosse semplicemente la donna più brutta del mondo faceva capolino ma veniva immediatamente spazzata viadal soggetto in questione che si toglieva le scarpe (i tacchi, anche se bassi, se non sei abituato dopo un po' fanno male), muoveva qualche passo con la grazia dell'orso Yogi ecc. L'unica cosa che realmente mi disturbava era che trovavo quel viso stranamente familiare; ci ho dovuto pensare un po' ma alla fine ho capito: da dove ero io sembrava la mamma della Banda Fratelli, i cattivi dei Goonies.
I chitarristi cambiavano chitarra quasi a ogni pezzo (Mrs. Fratelli perlomeno, il suo collega spesso non l'ho notato, ero ipnotizzata dalla signora) ma anche in questo caso la differenza tra i due era evidente: mentre uno afferrava virilmente la chitarra che gli porgevano e la imbracciava, l'altra sporgeva in fuori la testa tenendo le braccia lungo il corpo e si lasciava infilare la chitarra come una miss a cui infilano la fascia. Nonostante la megera rubasse spesso la scena ai colleghi della band, batterista riusciva comunque a farsi notare, circondato com'era da un armamentario che sembrava urlare alla folla neanch'io son qui a pettinar le bambole. Non so se anche tra i batteristi vada di moda fare a gara a chi ce l'ha più grosso ma in questo caso lui avrebbe vinto; a parte il gong che fa sempre la sua porca figura, aveva un tamburone enorme (l'esperto mi ha detto trattarsi di una grancassa da banda ma tamburone suona molto meglio) che percuoteva con inesauribile entusiasmo.
Di tanto in tanto dalle file dei superfan, un eroe si lanciava in un esperimento di stage diving alla rovescia, nel tentativo di raggiungere l'amato Morrissey, tentativo che veniva puntualmente sventato dagli energumeni della security che quella sera il loro stipendio se lo sono guadagnato eccome!
Devo ammettere che per me il momento più difficile da gestire è stato quando hanno suonato Meat is murder, accompagnati da un video che mostrava le mille torture che gli animali subiscono per mano nostra ma, dato che immagino l'obiettivo fosse proprio farti star male, dal loro punto di vista è stato sicuramente un pezzo molto efficace.
L'unico neo del concerto è stata proprio la sua conclusione che ha lasciato francamente tutti di stucco: a un certo punto tutta la band è scesa rapidamente dal palco senza neppure congedarsi dal pubblico, come normalmente ci si aspetterebbe in questi casi. Inizialmente mi sono chiesta se non ci fosse un galateo dei suoi concerti che magari io ignoravo ma, quando si sono accese le luci e i tecnici hanno iniziato a smontare, la gente si guardava intorno perplessa, era evidente che eravamo rimasti tutti spiazzati.
Durante la discesa lungo la scalinata abbiamo valutato le possibili spiegazioni (malore, calo di voce, diarrea fulminante) ma poi abbiam lasciato perdere: in fondo era stato un gran bel concerto, non ci restava altro da fare che tornare al nostro parcheggio, scandalosamente vicino e gratuito, e dirigere la nostra prora fortunata verso casa.
P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press
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venerdì 27 gennaio 2012
Lotta senza quartiere contro Marte e la Freccia Lenta
Guardando indietro vorrei poter dire che è stata tutta una concatenazione di eventi sfavorevoli, che gli dei non mi sorridevano, che avevo il Sole in opposizione, ma la cruda realtà dei fatti è che sono invornita e, in alcune occasioni, questo fatto emerge in maniera inequivocabile. Giudicate voi.
Devo andare a Firenze per un lavoro all’ultimo minuto, quindi mi tocca far tutto un po’ di corsa; prenoto i treni un paio di giorni prima (boia Trenitalia e l’invenzione dei frecciarossa, argento, zinco e chissà cos’altro, che devi sempre prenotare prima) e, dovendo essere al convegno entro le 9 di mattina, mi tocca prendere il treno delle 6.21, il che impone una levataccia, sveglia ore 5.20.
Esco di casa alle 5.55 e il paesaggio è da lupi: freddo boia, buio assoluto e giusto tre macchine di disperati in giro. Se non altro arrivo in stazione in un batter d’occhio e trovo parcheggio praticamente davanti all’ingresso. Scendo dalla macchina bardata come un omino Michelin (le previsioni su Firenze ieri sera davano coperto e 2-3 gradi) e arrivo sul binario in netto anticipo sul regionale. Fortuna vuole che proprio davanti a me si fermi una carrozza di prima classe declassata a seconda, il che mi regala un viaggio morbidoso su uno dei sedili scicchissimi della prima classe. Contrariamente alle mie aspettative, durante il viaggio non passa la hostess con il flute con lo sciampagn come si vede nelle pubblicità, forse a quell’ora del mattino non è il caso, però due salatini non ci avrebbero mica fatto schifo!
Scendo a Bologna con la massima calma, tanto il treno c’è tra venti minuti. Devo prendere il Freccia Qualcosa che va a Roma; controllo sul tabellone delle partenze per vedere che arrivi a Firenze alle 8.25 come previsto e, in quel momento, solo in quel momento, mi rendo conto che il treno ferma sì a Firenze ma a Campo di Marte e non a Santa Maria Novella come credevo io.
Aritmia.
Mi riprendo in fretta pensando che c’è sempre un treno che da Campo di Marte ti porta a Santa Maria Novella quindi al massimo impiegherò dieci minuti in più e, sommandoli ai dieci minuti che servono per raggiungere Palazzo Vecchio, sede del convegno, avrò comunque un quarto d’ora di margine. Bene, ma che strada faccio? Perché io la mappa per arrivarci non l’ho mica stampata! Tonta! Potrei forse usare le mappe sul cellulare ma non so gli indirizzi della stazione e del palazzo, potrei cercarli su internet, peccato che da Bologna a Firenze sia tutta una galleria quindi si è più isolati che in un bunker antiatomico. Nel frattempo, il Freccia Qualcosa è in ritardo di quindici minuti. Allegria.
Alla fine opto per il tradizionale sistema a base di “Scusi, per andare a Palazzo Vecchio vado bene di qua?” e, grazie a vari passanti gentilissimi incontrati lungo il percorso, arrivo a destinazione alle 9.05. Salgo le scale verso la sala dei duecento con una certa rapidità, pur sapendo che Ilaria, la mia collega, è già in cabina e il convegno non inizierà prima delle 9.15-9.30. La saluto, mi siedo in cabina e finalmente mi rilasso.
Il convegno in sè non si discosta dalla normale tipologia convegnistica, salvo per alcuni piccoli particolari:
1) TUTTI, ripeto, TUTTI i relatori hanno delle presentazioni, in power point o acrobat o chi per lui, ma NESSUNO, ripeto, NESSUNO ce ne ha fatta avere una copia. Gli venisse un pizzichino.
2) L’acqua per noi e per i relatori viene servita in brocche di vetro ed è chiaramente identificata come acqua dell’acquedotto. Tanto di cappello al comune di Firenze che, almeno a Palazzo Vecchio (non so altrove), ha smesso di comprare inutili bottiglie di vetro (o peggio plastica) e usa l’acqua pubblica. Ci tengo a precisare che alla fine della giornata nessuno ha riportato diarrea, vomito o mutazioni genetiche, pur avendo bevuto la pericolosissima acqua di rubinetto che, a sentire certa gente, farebbe più vittime del gas nervino.
3) Nella sala faceva parecchio freddo, tanto che mi son dovuta mettere la sciarpa persino dentro la cabina di traduzione dove di solito il clima è tropicale. E quella era la sala più calda del palazzo! Nella sala dove servivano il pranzo, di riscaldamento non c’era neanche l’ombra, abbiamo mangiato con il cappotto e la sciarpa. E non parliamo della toilette! Però almeno i bagni si liberavano in fretta.
Dopo pranzo siamo uscite un momento a prendere una boccata d’aria sotto un cielo turchino e un bel sole caldo. Evidentemente quello delle previsioni aveva fumato della roba buona.
Il convegno è terminato alle 17.30 con la consueta mezz’ora di ritardo ma la cosa non mi ha turbato affatto, avendo prenotato un posto sul treno delle 18.35. Ho salutato Ilaria e mi sono diretta con passo tranquillo verso la stazione. Sono arrivata verso le 18 e mi sono seduta in sala d’aspetto, dato che il mio treno ancora non era sul tabellone. Dopo aver risposto a un paio di telefonate ho riguardato il tabellone e non vedendo ancora il treno indicato mi sono diretta verso i banchetti freccia rossa per chiedere chiarimenti, estraendo contemporaneamente il biglietto per mostrarlo a chi di dovere. Nel farlo mi è caduto l’occhio su una scritta che mi ha fatto gelare il sangue: Campo-di-Marte. Anche il treno del viaggio di ritorno partiva da là. Peccato che non ci fosse più tempo per prendere il treno di collegamento e ovviamente il mio biglietto, essendo una tariffa scontata, non era modificabile.
A quel punto avevo due opzioni:
1) buttarmi in ginocchio urlando e strapparmi i capelli dandomi della deficiente.
2) andare alla biglietteria e comprare un altro biglietto a prezzo pieno per il primo treno in partenza, sperando che arrivasse in tempo per prendere il regionale che da Bologna mi avrebbe portato a casa.
Sono orgogliosa di affermare che, mentre qualche anno fa sarei precipitata inesorabilmente verso l’opzione 1, con concomitante agitazione di estremità, questa volta ho scelto l’opzione 2 senza un attimo di esitazione, ho pagato i miei 25 euri e sono corsa al binario sei, sperando di non perdere almeno quel treno lì.
Superato quest’ultimo scoglio le cose sono proseguite senza ulteriori incidenti e, se escludiamo l’aroma ricco di etile che aveva il mio vicino di posto, il viaggio fino a casa è stato piuttosto tranquillo.
Tutto è bene ciò che finisce bene.
Da domani, giuro, pesce azzurro tutti i giorni.
Devo andare a Firenze per un lavoro all’ultimo minuto, quindi mi tocca far tutto un po’ di corsa; prenoto i treni un paio di giorni prima (boia Trenitalia e l’invenzione dei frecciarossa, argento, zinco e chissà cos’altro, che devi sempre prenotare prima) e, dovendo essere al convegno entro le 9 di mattina, mi tocca prendere il treno delle 6.21, il che impone una levataccia, sveglia ore 5.20.
Esco di casa alle 5.55 e il paesaggio è da lupi: freddo boia, buio assoluto e giusto tre macchine di disperati in giro. Se non altro arrivo in stazione in un batter d’occhio e trovo parcheggio praticamente davanti all’ingresso. Scendo dalla macchina bardata come un omino Michelin (le previsioni su Firenze ieri sera davano coperto e 2-3 gradi) e arrivo sul binario in netto anticipo sul regionale. Fortuna vuole che proprio davanti a me si fermi una carrozza di prima classe declassata a seconda, il che mi regala un viaggio morbidoso su uno dei sedili scicchissimi della prima classe. Contrariamente alle mie aspettative, durante il viaggio non passa la hostess con il flute con lo sciampagn come si vede nelle pubblicità, forse a quell’ora del mattino non è il caso, però due salatini non ci avrebbero mica fatto schifo!
Scendo a Bologna con la massima calma, tanto il treno c’è tra venti minuti. Devo prendere il Freccia Qualcosa che va a Roma; controllo sul tabellone delle partenze per vedere che arrivi a Firenze alle 8.25 come previsto e, in quel momento, solo in quel momento, mi rendo conto che il treno ferma sì a Firenze ma a Campo di Marte e non a Santa Maria Novella come credevo io.
Aritmia.
Mi riprendo in fretta pensando che c’è sempre un treno che da Campo di Marte ti porta a Santa Maria Novella quindi al massimo impiegherò dieci minuti in più e, sommandoli ai dieci minuti che servono per raggiungere Palazzo Vecchio, sede del convegno, avrò comunque un quarto d’ora di margine. Bene, ma che strada faccio? Perché io la mappa per arrivarci non l’ho mica stampata! Tonta! Potrei forse usare le mappe sul cellulare ma non so gli indirizzi della stazione e del palazzo, potrei cercarli su internet, peccato che da Bologna a Firenze sia tutta una galleria quindi si è più isolati che in un bunker antiatomico. Nel frattempo, il Freccia Qualcosa è in ritardo di quindici minuti. Allegria.
Alla fine opto per il tradizionale sistema a base di “Scusi, per andare a Palazzo Vecchio vado bene di qua?” e, grazie a vari passanti gentilissimi incontrati lungo il percorso, arrivo a destinazione alle 9.05. Salgo le scale verso la sala dei duecento con una certa rapidità, pur sapendo che Ilaria, la mia collega, è già in cabina e il convegno non inizierà prima delle 9.15-9.30. La saluto, mi siedo in cabina e finalmente mi rilasso.
Il convegno in sè non si discosta dalla normale tipologia convegnistica, salvo per alcuni piccoli particolari:
1) TUTTI, ripeto, TUTTI i relatori hanno delle presentazioni, in power point o acrobat o chi per lui, ma NESSUNO, ripeto, NESSUNO ce ne ha fatta avere una copia. Gli venisse un pizzichino.
2) L’acqua per noi e per i relatori viene servita in brocche di vetro ed è chiaramente identificata come acqua dell’acquedotto. Tanto di cappello al comune di Firenze che, almeno a Palazzo Vecchio (non so altrove), ha smesso di comprare inutili bottiglie di vetro (o peggio plastica) e usa l’acqua pubblica. Ci tengo a precisare che alla fine della giornata nessuno ha riportato diarrea, vomito o mutazioni genetiche, pur avendo bevuto la pericolosissima acqua di rubinetto che, a sentire certa gente, farebbe più vittime del gas nervino.
3) Nella sala faceva parecchio freddo, tanto che mi son dovuta mettere la sciarpa persino dentro la cabina di traduzione dove di solito il clima è tropicale. E quella era la sala più calda del palazzo! Nella sala dove servivano il pranzo, di riscaldamento non c’era neanche l’ombra, abbiamo mangiato con il cappotto e la sciarpa. E non parliamo della toilette! Però almeno i bagni si liberavano in fretta.
Dopo pranzo siamo uscite un momento a prendere una boccata d’aria sotto un cielo turchino e un bel sole caldo. Evidentemente quello delle previsioni aveva fumato della roba buona.
Il convegno è terminato alle 17.30 con la consueta mezz’ora di ritardo ma la cosa non mi ha turbato affatto, avendo prenotato un posto sul treno delle 18.35. Ho salutato Ilaria e mi sono diretta con passo tranquillo verso la stazione. Sono arrivata verso le 18 e mi sono seduta in sala d’aspetto, dato che il mio treno ancora non era sul tabellone. Dopo aver risposto a un paio di telefonate ho riguardato il tabellone e non vedendo ancora il treno indicato mi sono diretta verso i banchetti freccia rossa per chiedere chiarimenti, estraendo contemporaneamente il biglietto per mostrarlo a chi di dovere. Nel farlo mi è caduto l’occhio su una scritta che mi ha fatto gelare il sangue: Campo-di-Marte. Anche il treno del viaggio di ritorno partiva da là. Peccato che non ci fosse più tempo per prendere il treno di collegamento e ovviamente il mio biglietto, essendo una tariffa scontata, non era modificabile.
A quel punto avevo due opzioni:
1) buttarmi in ginocchio urlando e strapparmi i capelli dandomi della deficiente.
2) andare alla biglietteria e comprare un altro biglietto a prezzo pieno per il primo treno in partenza, sperando che arrivasse in tempo per prendere il regionale che da Bologna mi avrebbe portato a casa.
Sono orgogliosa di affermare che, mentre qualche anno fa sarei precipitata inesorabilmente verso l’opzione 1, con concomitante agitazione di estremità, questa volta ho scelto l’opzione 2 senza un attimo di esitazione, ho pagato i miei 25 euri e sono corsa al binario sei, sperando di non perdere almeno quel treno lì.
Superato quest’ultimo scoglio le cose sono proseguite senza ulteriori incidenti e, se escludiamo l’aroma ricco di etile che aveva il mio vicino di posto, il viaggio fino a casa è stato piuttosto tranquillo.
Tutto è bene ciò che finisce bene.
Da domani, giuro, pesce azzurro tutti i giorni.
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