Guardando indietro vorrei poter dire che è stata tutta una concatenazione di eventi sfavorevoli, che gli dei non mi sorridevano, che avevo il Sole in opposizione, ma la cruda realtà dei fatti è che sono invornita e, in alcune occasioni, questo fatto emerge in maniera inequivocabile. Giudicate voi.
Devo andare a Firenze per un lavoro all’ultimo minuto, quindi mi tocca far tutto un po’ di corsa; prenoto i treni un paio di giorni prima (boia Trenitalia e l’invenzione dei frecciarossa, argento, zinco e chissà cos’altro, che devi sempre prenotare prima) e, dovendo essere al convegno entro le 9 di mattina, mi tocca prendere il treno delle 6.21, il che impone una levataccia, sveglia ore 5.20.
Esco di casa alle 5.55 e il paesaggio è da lupi: freddo boia, buio assoluto e giusto tre macchine di disperati in giro. Se non altro arrivo in stazione in un batter d’occhio e trovo parcheggio praticamente davanti all’ingresso. Scendo dalla macchina bardata come un omino Michelin (le previsioni su Firenze ieri sera davano coperto e 2-3 gradi) e arrivo sul binario in netto anticipo sul regionale. Fortuna vuole che proprio davanti a me si fermi una carrozza di prima classe declassata a seconda, il che mi regala un viaggio morbidoso su uno dei sedili scicchissimi della prima classe. Contrariamente alle mie aspettative, durante il viaggio non passa la hostess con il flute con lo sciampagn come si vede nelle pubblicità, forse a quell’ora del mattino non è il caso, però due salatini non ci avrebbero mica fatto schifo!
Scendo a Bologna con la massima calma, tanto il treno c’è tra venti minuti. Devo prendere il Freccia Qualcosa che va a Roma; controllo sul tabellone delle partenze per vedere che arrivi a Firenze alle 8.25 come previsto e, in quel momento, solo in quel momento, mi rendo conto che il treno ferma sì a Firenze ma a Campo di Marte e non a Santa Maria Novella come credevo io.
Aritmia.
Mi riprendo in fretta pensando che c’è sempre un treno che da Campo di Marte ti porta a Santa Maria Novella quindi al massimo impiegherò dieci minuti in più e, sommandoli ai dieci minuti che servono per raggiungere Palazzo Vecchio, sede del convegno, avrò comunque un quarto d’ora di margine. Bene, ma che strada faccio? Perché io la mappa per arrivarci non l’ho mica stampata! Tonta! Potrei forse usare le mappe sul cellulare ma non so gli indirizzi della stazione e del palazzo, potrei cercarli su internet, peccato che da Bologna a Firenze sia tutta una galleria quindi si è più isolati che in un bunker antiatomico. Nel frattempo, il Freccia Qualcosa è in ritardo di quindici minuti. Allegria.
Alla fine opto per il tradizionale sistema a base di “Scusi, per andare a Palazzo Vecchio vado bene di qua?” e, grazie a vari passanti gentilissimi incontrati lungo il percorso, arrivo a destinazione alle 9.05. Salgo le scale verso la sala dei duecento con una certa rapidità, pur sapendo che Ilaria, la mia collega, è già in cabina e il convegno non inizierà prima delle 9.15-9.30. La saluto, mi siedo in cabina e finalmente mi rilasso.
Il convegno in sè non si discosta dalla normale tipologia convegnistica, salvo per alcuni piccoli particolari:
1) TUTTI, ripeto, TUTTI i relatori hanno delle presentazioni, in power point o acrobat o chi per lui, ma NESSUNO, ripeto, NESSUNO ce ne ha fatta avere una copia. Gli venisse un pizzichino.
2) L’acqua per noi e per i relatori viene servita in brocche di vetro ed è chiaramente identificata come acqua dell’acquedotto. Tanto di cappello al comune di Firenze che, almeno a Palazzo Vecchio (non so altrove), ha smesso di comprare inutili bottiglie di vetro (o peggio plastica) e usa l’acqua pubblica. Ci tengo a precisare che alla fine della giornata nessuno ha riportato diarrea, vomito o mutazioni genetiche, pur avendo bevuto la pericolosissima acqua di rubinetto che, a sentire certa gente, farebbe più vittime del gas nervino.
3) Nella sala faceva parecchio freddo, tanto che mi son dovuta mettere la sciarpa persino dentro la cabina di traduzione dove di solito il clima è tropicale. E quella era la sala più calda del palazzo! Nella sala dove servivano il pranzo, di riscaldamento non c’era neanche l’ombra, abbiamo mangiato con il cappotto e la sciarpa. E non parliamo della toilette! Però almeno i bagni si liberavano in fretta.
Dopo pranzo siamo uscite un momento a prendere una boccata d’aria sotto un cielo turchino e un bel sole caldo. Evidentemente quello delle previsioni aveva fumato della roba buona.
Il convegno è terminato alle 17.30 con la consueta mezz’ora di ritardo ma la cosa non mi ha turbato affatto, avendo prenotato un posto sul treno delle 18.35. Ho salutato Ilaria e mi sono diretta con passo tranquillo verso la stazione. Sono arrivata verso le 18 e mi sono seduta in sala d’aspetto, dato che il mio treno ancora non era sul tabellone. Dopo aver risposto a un paio di telefonate ho riguardato il tabellone e non vedendo ancora il treno indicato mi sono diretta verso i banchetti freccia rossa per chiedere chiarimenti, estraendo contemporaneamente il biglietto per mostrarlo a chi di dovere. Nel farlo mi è caduto l’occhio su una scritta che mi ha fatto gelare il sangue: Campo-di-Marte. Anche il treno del viaggio di ritorno partiva da là. Peccato che non ci fosse più tempo per prendere il treno di collegamento e ovviamente il mio biglietto, essendo una tariffa scontata, non era modificabile.
A quel punto avevo due opzioni:
1) buttarmi in ginocchio urlando e strapparmi i capelli dandomi della deficiente.
2) andare alla biglietteria e comprare un altro biglietto a prezzo pieno per il primo treno in partenza, sperando che arrivasse in tempo per prendere il regionale che da Bologna mi avrebbe portato a casa.
Sono orgogliosa di affermare che, mentre qualche anno fa sarei precipitata inesorabilmente verso l’opzione 1, con concomitante agitazione di estremità, questa volta ho scelto l’opzione 2 senza un attimo di esitazione, ho pagato i miei 25 euri e sono corsa al binario sei, sperando di non perdere almeno quel treno lì.
Superato quest’ultimo scoglio le cose sono proseguite senza ulteriori incidenti e, se escludiamo l’aroma ricco di etile che aveva il mio vicino di posto, il viaggio fino a casa è stato piuttosto tranquillo.
Tutto è bene ciò che finisce bene.
Da domani, giuro, pesce azzurro tutti i giorni.
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venerdì 27 gennaio 2012
giovedì 1 settembre 2011
Campeggio last minute: una vacanza bestiale - Prima Parte
E finalmente anche quest’estate siamo riusciti a ritagliarci sei giorni di meritata vacanza. Ok, a questo punto dove si va? Mandiamo una mail al campeggio “da Quinto” di Pennabilli, dove abbiamo passato una splendida settimana un paio di anni fa e, lode lode, ci arriva la conferma il giorno successivo. Tutto sistemato.
E invece il solito contrattempo dell’ultimo minuto (ho mandato accidenti su accidenti, mi aspetto di vedere quanto prima obesità e calvizie nei destinatari) ci obbliga a una riorganizzazione totale: cancelliamo tra le lacrime la prenotazione e ci mettiamo a cercare un altro campeggio in Umbria. Non è così facile, primo perché questa è la settimana di ferragosto, secondo perché noi siamo di gusti un po’ difficili. Mi spiego: il campeggio non deve essere al mare perché noi di spiaggia, in agosto, preferiamo vederne il meno possibile, non deve avere l’animazione per i bambini perché questo significa che se ne prevede una densità/mq troppo alta e deve assolutamente avere la piscina.
Tra i pochi campeggi che rispondono a questi requisiti (e soprattutto che rispondono in giornata) ne scegliamo uno nella zona di Gubbio. Purtroppo la riorganizzazione ci ha portato via quasi tutta la giornata, quindi raduniamo in tutta fretta i bagagli, li sistemiamo alla meglio nella mia attempata macchina e la mattina dopo si parte.
Se posso fare un appunto alle strade/autostrade italiane è che i cartelli dei limiti di velocità ti fanno venir voglia ti prendere a schiaffi qualcuno. Facciamo un esempio, siamo sulla A14 diretti verso Ancona e, dati gli immancabili lavori, c’è un cartello che dice 110. Ok. Peccato che dopo cento metri ce ne sia un altro che dice 90 e dopo altri cento metri si torna a 110. Ogni tanto appare anche un 60 e vi sfido ad andare in autostrada ai sessanta all’ora, con i tir che vi alitano sul collo! Ma non c’è di che preoccuparsi, tanto dopo cento metri si torna a 90 e dopo altri cento a 110. Per fortuna non sono da sola e Rico mi rassicura, non ho assunto nessuna droga pesante, sta tutto succedendo davvero.
Arriviamo al campeggio senza troppi problemi (grazie navigatore, grazie!) e dopo un rapido giro di perlustrazione scegliamo di posizionarci vicino alla piscina in una zona piena di meli selvatici che ci fanno da tetto, un gran bel posto. Montiamo la tenda e iniziamo a sistemarci. Intorno ci sono varie famiglie, alcune con bambini ma sono molto tranquilli. Scopriremo dopo che il campeggio è frequentato in gran parte da turisti stranieri (ecco spiegata la tranquillità).
Il clima è più fresco di quanto ci aspettassimo ma non ci diamo troppo pensiero, in fondo siamo in vacanza. Peccato che già verso le 20 calino l’oscurità e un freddo boia che ci costringe a indossare jeans, scarpe, felpa e giubbotto per poter cenare all’aperto. Stasera in programma per cena c’è la pasta; cominciamo a preparare la tavola e mettiamo su l’acqua ma dopo qualche minuto il fornellino si spegne, è finito il gas. Per fortuna abbiamo la bombola di ricambio quindi anche se con un po’ di ritardo ci rimettiamo in carreggiata, salvo poi scoprire che nella fretta di partire ci siamo dimenticati il coperchio della pentola, che non è solo un semplice coperchio ma funge anche da scolapasta (nel senso che io lo uso per tappare la pentola e scolare la pasta). Tentiamo una prima soluzione con il sottopentola (sì, non abbiamo coperchi ma abbiamo un sottopentola, misteri della psiche umana), peccato che questo sia di sughero (o di turacciolo, come dico io) e quindi dopo qualche minuto ci ritroviamo con un coperchio preoccupantemente gonfio. Immediata la rimozione e sostituzione con un piatto di plastica rigida che compirà il suo dovere senza tante ripercussioni. Solo una volta buttata la pasta ci accorgiamo di un altro problema: cerchiamo un cucchiaio per mescolare ma ci sono solo quattro cucchiaini da tè, nessun cucchiaio grande. Vista la piega della serata ovviamo al problema con una forchetta e io inizio a buttare giù una lista di cose da comprare l’indomani in paese.
Alla fine però riusciamo a cuocere la pasta e il sugo zucchine e gamberetti portato da casa è una bomba. Ci sediamo attorno al tavolo con i nostri piatti di pasta e Rico accende le lucine bianche (quelle del nostro albero di Natale) che ha avvolto intorno al ramo del melo che ci fa da tetto. Sembra di essere in una favola.
Una volta lavati i piatti torniamo alla tenda e constatato che, incredibilmente, si è fatto ancora più freddo, ci rifugiamo nel bar del campeggio per evitare l’assideramento. Tiriamo fuori il mazzo di carte da vacanza e ordiniamo un caffè e un tè. Chiedo alla barista se può darmi la teiera perché nella micro-tazzina che usano la bustina ci sta a fatica. Nessun problema, torno al tavolo con la mia teiera, la micro-tazza e lo zucchero. La pazienza non è tra le mie principali virtù quindi non è neanche immaginabile che io aspetti cinque lunghissimi minuti prima di bere il tè, di solito lo bevo bollente e mi ustiono; in questo caso dopo appena un paio di minuti alzo il coperchio per vedere se è pronto e noto con piacere che hanno riempito la teiera fino all’orlo, peccato che manchi la bustina. Torno al bar e ottengo finalmente la mia dose di droga; l’acqua non sarà più bollente ma ormai sono esaurita, voglio solo un po’ di broda calda nella pancia. Ne bevo tre tazze e mi sento subito meglio.
Una volta riacquistata una temperatura che ci garantisca la sopravvivenza, torniamo in tenda e ci prepariamo per la notte. In vacanza c’è chi porta il babydoll, chi il completo pizzoso supersexy, questa sera invece io alla partenza indosso il pigiama con calzoni lunghi ma nel corso della notte aggiungerò tutta una serie di indumenti fino ad arrivare a quanto segue: calzetti, mutande, canottiera, pigiama, felpa, felpa termica con cappuccio. Sono ovviamente rannicchiata nel sacco a pelo e mi sono avvolta intorno una coperta di pile. La notte più fredda del mondo. E non è ancora finita: alle tre e mezza di notte mi sveglio, semi congelata e con un gran bisogno di andare in bagno, le maledette tre tazze di tè non perdonano. Combatto per parecchi minuti, l’ultima cosa che vuoi quando sei rannicchiata nel sacco a pelo semi congelata è uscirne per affrontare il gelo della notte; aggiungo che il bagno non è vicinissimo ed essendo un po’ rimbambita dal sonno, il rischio di andare a sbattere in un albero non è remoto. Alla fine cedo, mi alzo e noto con sorpresa che sembra quasi meno freddo quando cammini. Fuori c’è una stellata spettacolare e mentre torno alla tenda per un attimo penso che questi sono proprio i giorni delle stelle cadenti, magari se aspetto un po’ ne cade qualcuna. O magari mi cadono le dita dei piedi. Sospiro e torno in tenda.
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