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domenica 29 marzo 2015

Se ti prendono a schiaffi è colpa della saliera

Il lunedì sera alla Vigna c'è sempre qualcuno che suona; nel lunedi in questione io e Farnedi eravamo lì per sentire il concerto di Honkeyfinger.
Appena arrivati c'è stata la solita trafila per trovare la tessera  Arci, in questo caso dal mio portafogli è saltata addirittura fuori la tessera 2014, prontamente cestinata.
Al bar abbiamo chiesto quali bibite avevano e sentedo che c'era l'Ubuntu l'abbiamo ordinata per entrambi, tutto sotto lo sguardo incredulo della barista la quale non poteva capacitarsi che qualcuno conoscesse il marchio (evidentemente non aveva mai letto il mio post Maglie zebrate e pozioni vudù: incursione nell'Ubuntu mondo)
A introdurre Honkeyfinger c'era un apposito gruppo spalla; quando hanno iniziato a suonare è stato come se dei tizi si fossero avvicinati senza preavviso e mi avessero preso a ceffoni, c'era un volume che a parole non si arriva a descrivere: un volume da stadio in una zona grande quanto un salotto.
A un certo punto il chitarrista ha chiesto che gli alzassero la voce perché non la sentiva; purtroppo, il pensiero di abbassare tutti gli altri strumenti non l'ha nemmeno sfiorato. Intanto le nostre orecchie sanguinavano.
Assolutamente inspiegabile come questi soggetti potessero non accorgersi che noi del pubblico stavamo morendo, le nostre facce parlavano sa sole (principalmente credo fossero madonne).
La spiegazione ha tardato un po' a palesarsi ma alla fine, osservando attentamente il cantante, ho notato che quel poverino aveva l'anulare infilato in un cilindro trasparente, evidentemente durante la cena gli era rimasto incastrato il dito in una saliera e la pressione sanguigna comprimeva qualche nervo importante rendendolo temporaneamente inabile al pensiero razionale. Un peccato. Per noi.
Quando finalmente è arrivato il momento di Honkeyfinger, i volumi sono diventati molto più umani e a un certo punto (ci sono testimoni) il chitarrista si è girato e ha abbassato il volume.
"Quando un chitarrista abbassa il volume, lassù in cielo due angeli si abbracciamo" (l'ha detto Farnedi).
A circa metà concerto è iniziato un momento psichedelico, ed è in momenti come questo che ti rendi conto che non sei abbastanza drogata per apprezzare appieno la performance; in situationi del genere dovresti avere delle visioni, rincorrere ectoplasmi o vederti in triplice copia, invece io mi ritrovavo a pensare che dovevo restituire i libri della biblioteca entro l'indomani, pena cazziatone della bibliotecaria.
Evidentemente la psichedelia non è per tutti.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

mercoledì 11 marzo 2015

Sono le tre di notte...Auguri Alberta!

Sono le tre di notte quando finalmente io, Rico e Alex Monogawa chiudiamo la porta della Vecchia Stazione e andiamo verso le macchine, con l'andatura tipica dello zombie. Onestamente non so come riusciamo ancora a tenerci in piedi, sarà che fortunatamente l'adrenalina è ancora in circolo, speriamo lo rimanga per il tempo che serve ad arrivare a casa.

Per tornare invece alla cronaca della serata, inizierei col dire che, essendo la prima volta che Farnedi era accompagnato da una decina di musicisti, tra band e ospiti, la logistica è stata un po' un delirio (e non fatemi ripensare alla via crucis del panno nero, vedi Il panno nero, se lo conosci lo eviti).
Siamo arrivate (io e la Piraccini che per l'occasione sfoggiava un paio di scarpe taccatissime) in loco cariche di bottiglie d'acqua, lattine di coca e birra per rifocillare la truppa e, dopo aver salutato un po' tutti, ci siamo sistemate nelle nostre postazioni di lavoro.
La suddivisione dei compiti mi aveva assegnato la vendita di cd e magliette, un compito per cui sono assolutamente portata, come dimostra il seguente dialogo:
Lei - Ciao, questo è il cd nuovo?
Io - Sì
Lei - E quello invece?
Io - Quello è il suo primo CD.
Lei - Quale mi consigli? Io non le canzoni non le conosco...
(si noti come qui entrano in gioco le mie grandi capacità di vendita)
Io - Se fossi in te io prima di comprare un CD aspetterei di ascoltare il concerto, dopo decidi quale dei due prendere.
Lei - E queste compilation?
Io - In ognuna c'è un pezzo di Enrico, però quei pezzi puoi trovarli anche nei due cd che ti dicevo.

Se fossi una venditrice pagata a commissione sarei morta di fame da un pezzo.


Il concerto è iniziato da lì a poco con un'entrata stilosissima di Farnedi con giacca di paillettes viola ed è poi proseguito per un'ora e mezza senza interruzione; io me lo sono visto tutto seduta sul mio sgabello e circondata da tanti amici e anche da un termosifone rovente che pensavo mi avrebbe trasformato a breve in una mummia.
Ci sarebbero tante cose di cui parlare ma la logorrea è in agguato, quindi mi limito a dire che si è creata un'atmosfera bellissima e particolare, la sensazione di assistere a un evento davvero speciale, reso speciale non tanto o non solo dalle canzoni, dai musicisti e da Farnedi, ma soprattutto da tutti quelli che erano lì, dal loro entusiasmo, dalla voglia di ascoltare e perché no, anche di cantare.
I cori che ho sentito su Lena, Quanto piangere e Corso Sozzi avrebbero commosso una pietra.
Di tanto in tanto mi guardavo intorno e osservavo le persone, le loro facce sorridenti, pensando che un pezzettino di quei sorrisi era anche merito mio. Sono pensieri che fanno bene.

Concludo con un wow, una serata così proprio non me l'aspettavo. E non mi sto riferendo
semplicemente al fatto che sono venute talmente tante persone che a un certo punto alla cassa hanno dovuto attaccare alla porta il cartello che vedete nella foto (son soddisfazioni); lo stupore e la gratitudine sono per tutti gli amici che sono venuti da lontano, sciroppandosi ore di macchina e di treno, quelli che si sono organizzati in modo da esserci nonostante tutto e tutti, quelli che non essendoci più sedie sono rimasti in piedi, sfidando il caldo tropicale, insomma quelli che ci hanno fatto capire, in un modo o nell'altro, che volevano davvero esserci.  Grazie.



mercoledì 4 marzo 2015

Il panno nero, se lo conosci lo eviti.

Consiglio: per poter apprezzare appieno questo post è necessario aver prima letto Tenere botta e Auguri Alberta


Alle 5 di sabato 28 febbraio io e Farnedi eravamo seduti al tavolo della cucina davanti a una tazza di camomilla e un pacco di biscotti; la cosa in sé non è poi così sorprendente se è uno di quei giorni in cui avete il cervello talmente sovraccarico che, appena riprende coscienza anche solo per un attimo, parte in quarta e inizia ad arrovellarsi sulle cose da fare, le persone da contattare, i problemi da risolvere. In queste condizioni, dormire è proprio fuori questione.
Inizialmente avevo proposto a Rico di fare due passi prima di pranzo per rilassarci un po' ma, con tutto quello che c'era da fare, l'ora di pranzo è arrivata e passata senza che avessimo il tempo di mangiare e alle 14.30 ho salutato Farnedi che con la macchina stracarica di strumenti partiva digiuno verso la Vecchia Stazione.
Mentre mangiavo qualcosa al volo e controllavo la pagina di Auguri Alberta per assicurarmi che non ci fossero messaggi o richieste di informazioni, mi è arrivato un messaggio dalla Piraccini:
MAURO DICE DI AVERE PROBABILMENTE LASCIATO UN PANNO NERO DI SOTTO. SE GLIELO PORTI CHE GLI SERVE PER SUONARE.
Smadonnando profusamente sono scesa in cantina, dove i musici ieri avevano provato tutto il giorno, e mi sono guardata intorno ma di panni neri neppure l'ombra. Ho notato un fagotto scuro dentro la grancassa e, essendo Mauro il batterista, mi è venuto il dubbio che intendesse quello; dato che il cellulare in cantina non prende, sono risalita fino al salotto (due piani sopra) e ho risposto che qua da me, di teli neri, neanche l'ombra, però c'era un robo scuro dentro la grancassa.
Tempo dieci minuti è arrivato un secondo sms:
DOVREBBE ESSERE RIPIEGATO IN ZONA BATTERIA, CREDO SIA QUELLO.
Ok, allora sono scesa di nuovo di sotto e ho tentato di togliere il telo dalla grancassa. Peccato che il buco della grancassa non sia molto grande e il fagotto in questione non fosse un semplice telo ma una corposa giacca di velluto. Dopo l'ennesima profusione di madonne sono finalmente riuscita a estrarre il dannato robo.
Ho rifatto i due piani di scale e comunicato che trattavasi non di telo, bensì di giacca.
Nuovo sms.
MAURO DICE CHE È UN PANNO PIEGATO IN ZONA BATTERIA O NEL MOBILETTO ALL'ENTRATA...O IN MACCHINA DA LUI. IO SONO INNOCENTE STRUMENTO DI QUESTO DELIRIO.
Il primo pensiero è stato ma non poteva dirmelo prima che sto maledetto straccio poteva essere nel mobiletto dell'ingresso? Poi il cervello è entrato a pieno regime: nella sua macchina? Prima di farmi fare le scale millemila volte non si è scomodato a controllare se l'aveva semplicemente lasciato in macchina?! Lo ammazzo!
Alla fine, più per scrupolo che per altro sono scesa a controllare il mobile dell'ingresso che naturalmente conteneva di tutto ma panni neri, ciccia.
Onde risparmiare alla Piraccini l'ingrato compito di mediare tra me e Gazzoni, tornata di sopra ho mandato un sms direttamente a Farnedi che supponevo essere nei dintorni di Mauro.
UNICO TESSUTO NERO VICINO A BATTERIA È STUPIDA GIACCA DENTRO GRANCASSA, NELL'INGRESSO NON C'È NULLA.
In risposta ho ricevuto un sms non da Rico ma ancora dalla Piraccini.
CE L'AVEVA IN MACCHINA...A DOPO

Avevo già la schiuma alla bocca e non ero ancora neppure a Forlì. La serata si preannunciava interessante.
Continua...



P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

venerdì 27 febbraio 2015

Tenere botta e Auguri Alberta!

Immaginate un fredda notte di dicembre, un manipolo di coraggiosi volontari si riunisce in un bar del centro di Cesena. Intorno al tavolo abbiamo: la sottoscritta, Farnedi, Ale Monogawa di Monogawa Entertainment e quasi tutto il direttivo dell'associazione MicaPoco (l'Albertini, la Rinaldi e la Piraccini).
Lo scopo della riunione, segretissimo al momento, è pianificare l'organizzazione del concerto-anteprima del nuovo disco di Farnedi, Auguri Alberta, che uscirà ufficialmente il 13 aprile.
Il giorno scelto per l'evento è il 28 febbraio, compleanno di Farnedi.
Tutti i presenti danno la loro disponibilità e inizia la suddivisione dei compiti: chi contatta i locali, chi lavora sulla locandina, chi ingaggia i musicisti, insomma, la volonterosa macchina si mette in moto.
Un mese dopo, quando tutto sembra ormai deciso e stabilito e ci si comincia a rilassare, ecco l'avverso destino colpire impietoso: proprio nel fine settimana in cui si è previsto di ultimare la grafica per locandine e manifesti da mandare in stampa, Farnedi riceve una telefonata dai gestori del teatro Verdi di Cesena, luogo scelto da settimane per l'evento.
La telefonata gli comunica brevemente che i citati gestori hanno cambiato idea e, in barba a qualsiasi accordo preso in precedenza, hanno deciso di usare il locale per un altro evento. Grazie e arrivederci.
Inutile dire che i colpi e le maledizioni volano come rondini a primavera; manca un mese e mezzo alla data del concerto, trovare un locale disponibile con così poco preavviso sarà un'impresa.
Ed è proprio quando il gioco si fa duro che l'avverso destino fa la sua pausa sigaretta e gli eroi ne approfittano: a malincuore si comincia a cercare nei locali fuori Cesena e Ale Monogawa contatta i gestori della Vecchia Stazione di Forlì i quali, fortunatamente, accettano di ospitare il concerto. Bingo!
Inizia una nuova corsa contro il tempo, tutta la grafica da modificare, sopralluoghi da fare e
soprattutto, adesso che il luogo c'è, parte la massiccia campagna su Facebook con una pagina dedicata: Auguri Alberta - l'anteprima.

Bene, mancano ormai poche ore al concerto e, guardando indietro a tutto quello che abbiamo fatto, ne sono molto fiera, abbiamo fatto e dato tutto quello che potevamo.
Adesso non ci resta che aspettare sabato sera e vedere di nascosto l'effetto che fa.

Auguri Alberta!




sabato 17 gennaio 2015

E invece ciccia

Allora, non è che una pretenda che quando si va a vedere un concerto sia sempre tutto perfetto, che le cose filino lisce come l'olio, però, una volta ogni tanto, potrebbe anche succedere!
E invece ciccia.
- arrivi con mezz'ora di anticipo ma non trovi un posto auto libero neanche a pregare, quindi finisci per sistemare la macchina a mille leghe di distanza e in posizioni degne di un contorsionista.
- una volta all'ingresso scopri che se avessi oltre i 65 anni pagheresti solo 10 euri ma siccome non li hai ti attacchi e ne paghi 20.
- quando poi entri nel locale, l'orda impazzita ha già saccheggiato l'area, c'è qualche sparuta seggiola ancora libera e a quelle ti aggrappi per non dover passare tre ore in piedi, che alla tua età ormai non puoi mica più permettertelo...
- dieci minuti prima dell'inizio del concerto annunciano che sono arrivati i vigili e faranno multe a tutte le macchine parcheggiate con anche solo una ruota sul marciapiede; come d'incanto, metà della sala si alza in piedi e corre smadonnando a spostare la macchina.
- durante il concerto Finardi, per introdurre una canzone, tira fuori la chitarra e ti illustra il rapporto matematico tra le note, scomodando termini che noi umani... E tutto d'un tratto ti pare di essere in salotto e di avere davanti Farnedi nel pieno di una delle sue spiegazioni musicali, di quelle che dopo sessanta secondi vuoi morire. Ma non eravamo usciti per passare una serata diversa?
- sempre durante il concerto, mi accorgo che ci sono due trogloditi dietro di noi che non la smettono di chiacchierare a voce alta; paziento per un po'
(non molto, a dire il vero) poi mi giro e, facendo la mia faccia da Samara, gli chiedo cortesemente di fare piano. Lì per lì la mia richiesta viene accolta, seppur borbottando; qualche minuto dopo però, quando probabilmente sono sul punto di rimettersi a fare casino, dalla parte opposta della sala altri due baluba vengono quasi linciati dalla folla inferocita e quindi, prudentemente, i nostri si eclissano.

Concludo con una domanda che mi tormenta: qualcuno mi spiega perché diavolo ogni volta che a un concerto l'artista fa il nome di una persona famosa, scoppia un applauso? Cosa applaudite a fare? In sala quella persona non c'è, mica vi può sentire! Ho sentito applaudire anche il nome di Elvis e lui, fidatevi, non sente di sicuro.

mercoledì 12 novembre 2014

Si sta bene all'ombra delle nuvole

Sabato pomeriggio alla Biblioteca Malatestiana di Cesena Farnedi partecipava alla presentazione del progetto All'ombra delle nuvole  organizzato dall'Associazione Barbablu in collaborazione con ANPI: attraverso la creazione di un e-book (opera di Elisa Rocchi) e di una serie di tavole a fumetti dei ragazzi del gruppo F+, si rievocava l'assalto alla Rocca Malatestiana da parte di un gruppo di partigiani cesenati nel 1944, in occasione del 70° anniversario della Liberazione di Cesena.  A Vendemmia era affidata la conclusione musicale dell'evento.

L'inaugurazione della mostra era prevista per le 17 e alle 16.45 si poteva notare una figura camminare frettolosamente su per via Cesare Battisti in direzione della Biblioteca; come sempre non avevo calcolato bene i tempi e sono quindi arrivata a destinazione trafelatissima e alquanto accaldata, tra e altre cose perché continuo a dimenticarmi che pur essendo novembre fa ancora un gran caldo e quindi la maglia di lana è meglio tenerla nell'armadio.
Sono arrivata in aula magna alle 17.05 ma per fortuna era ancora tutto tranquillo; ho salutato Enrico che chiacchierava lungo il corridoio ma poi, preferendo garantirmi un posto a sedere, sono andata ad accasciarmi su una sedia e ho iniziato un complicato processo di svestizione che neanche con un kimono tradizionale sarebbe stato tanto complicato. Per fortuna essere impediti è ancora legale.
L'inaugurazione ha seguito il suo iter e, quando è arrivato il suo turno, Enrico ha introdotto la canzone riferendosi al progetto dell'ANPI per la celebrazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia (il triplo CD Addosso!), progetto a cui era stato invitato a partecipare con una canzone che sarebbe poi diventata Vendemmia. Ha narrato le vicissitudini che hanno portato alla nascita della canzone, senza peraltro risparmiare dettagli sulle litigate che abbiamo fatto in quei giorni, lavorando sul testo con una scadenza ravvicinatissima.
Non nascondo che è stata un'emozione quando alla fine della canzone ho sentito l'applauso fragoroso della sala, sembrava non voler finire mai.

Una volta concluso l'evento mi sono avvicinata alla mostra per poter guardare con calma le varie tavole esposte, peccato che un minuto dopo ci sia piombato addosso il solerte custode della Malatestiana il quale, borbottando che dovevamo andarcene perché erano le 19 e lui doveva chiudere, ci ha praticamente spalati via, chiudendoci il portone alle spalle come faceva sempre il prete con gli sposi, onde evitare che la grandinata di riso di ordinanza finisse dentro la chiesa.
Noi però riso non ne abbiamo tirato.




P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica "L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

martedì 12 agosto 2014

Non si può guardare opera sotto di piova

È martedì 8 luglio, sono seduta su uno dei sedili metallici dell'Arena di Verona e fino a cinque minuti fa pioveva. 
Non che la cosa mi sorprenda, non sembra aver fatto altro nelle ultime settimane, però non era esattamente quello che mi aspettavo quando, mesi fa, ho comprato i biglietti per vedere l'Aida.
Come ogni anno di questi tempi, stavo scegliendo il regalo di compleanno per mia sorella e mi sono ricordata di averle sentito dire che le sarebbe piaciuto vedere un'opera all'Arena, quindi ho colto la palla al balzo e avanzato la mia proposta. 
Dopo un breve consulto si è optato per l'Aida perché, pur non essendo questo il nostro primo incontro con l'Operosa Arte (vedi Mozart in Babydoll), non siamo proprio ferratissime in materia (leggi non ne abbiamo un'idea) quindi si è preferito cominciare con un classico. Certo che anche il classico più classico può riservare delle sorprese, specie se, come ho scoperto successivamente all'acquisto, l'allestimento è a cura de La Fura Dels Baus, collettivo catalano che non definirei proprio tradizionalissimo.
Dalla mia metallica sistemazione osservo il pubblico: quasi tutti indossano degli impermeabili usa e getta, il tipico indumento che ti tocca comprare
quando il maltempo ti coglie impreparato; resta da chiarire come abbia fatto a coglierli impreparati quando da settimane viviamo sott'acqua come gli Snorky...
Il colore favorito sembra essere l'azzurro-chiaro-sacco-dell'immondizia e, in effetti,  visti da lontano potremmo fare l'effetto di una discarica a cielo aperto. 
Inizia finalmente lo spettacolo ed è subito evidente che non sarà una passeggiata, sì perché questi plasticosi poncho quando ti muovi anche solo di un millimetro fanno swoosh swoosh e, se lo fa una persona è un conto, quando lo fanno in centinaia la musica cambia (figurativamente parlando ma anche no). Provate voi a capire cosa cantano i cantanti d'opera (che già normalmente cantano un po' nei pallotti), quando intorno a voi c'è un tale sciabordio che sembra di essere su una nave in tempesta.
Un improvviso movimento attira la mia attenzione, qualcuno si è sentito male, i suoi vicini tentano di attirare l'attenzione di quelli del soccorso ma essendo la performance in pieno svolgimento non è facile, solo dopo qualche minuto si riesce a fare arrivare il messaggio e i soccorritori finalmente si attivano. Morale della favola: stasera conviene stare bene.
Poco a poco il cielo sopra l'arena viene illuminato dal sorgere della luna e devo ammettere che è un momento molto coinvolgente, almeno fino a quando non si sente venire dall'esterno dell'Arena uno scroscio di vetri rotti, stanno svuotando una campana del vetro e con i cocci si portano via anche quel poco di atmosfera che si era creata.
Arriva finalmente il primo intervallo e molti si alzano per andare a prendere qualche rinfresco; noi che siamo nel girone dei poveri possiamo solo osservare da lontano l'angolo bar allestito nell'area vips dove ci sono due camerieri in giacca e papillon che servono prosecco in bicchieri lunghi da proposta di matrimonio con anello in fondo al bicchiere (Beautiful insegna) mentre intorno a noi si aggira il classico venditore da spiaggia al suono di "PESSIFANTABIRA!"

Vorrei ora dedicare qualche riga alla signora che durante le pause usciva a intervalli regolari, dava il suo colpo al gong e si ritirava tra gli applausi del pubblico; sicuramente più chic di un campanello per scandire il tempo ma, se mi metto per un attimo nei panni dei cantanti, viene spontaneo meditare sulle ingiustizie della vita: tu ti giochi le tonsille e mezzo polmone per strappare un applauso al pubblico mentre questa dà una botta a un piatto e gli applausi le piovono in grembo. Che vita matrigna!
L'allestimento dei Fura non ha deluso: bighe a motore, cammelli ed elefanti meccanici, c'erano pure due gru che issavano enormi cuboni a incastro, l'effetto era vagamente Tetris.
Durante il secondo intervallo i venditori avevano sostituito gli impermeabili, prodotto ormai obsoleto, con dei simpatici pile che, vista la temperatura, sospetto siano andati via come il pane. W l'estate.
 
Proprio alla fine del secondo intervallo si  è messo improvvisamente a piovere; mentre una voce comunicava che la performance era sospesa fino all'interruzione della pioggia, i contrabbassisti se la solo data a gambe (non senza qualche difficoltà data la stazza dello strumento) seguiti rapidamente da tutti gli altri mentre il pubblico si rifugiava sotto le arcate dell'arena. 

Mentre osservavo il fuggi fuggi generale al riparo del mio ombrello mi è caduto l'occhio sull'orologio: erano le 23.20 e ho realizzato che dovevamo vedere ancora due atti con in mezzo un intervallo, per non parlare delle quasi tre ore di macchina per tornare a casa.
A quel punto un'idea si è fatta strada prepotentemente nella mia mente: si potrebbe anche andare via, in fondo due ore di opera ce le siamo viste e non è che si debba restare per scoprire come va a finire, no?
Mentre concludevo che la qualità della vita vale ben più di un gorgheggio, il nostro DNA comune si è fatto sentire e la Checca ha proposto di togliere le tende, subito approvata da me e da Luca. 
E così ce ne siamo andati felici, dopo una serata quasi perfetta: cena al giapponese, due ore di opera e ritorno a casa non troppo tardi, cosa volere di più?

Oltre alle motivazioni addotte qui sopra, la decisione ha avuto anche un risvolto comico non indifferente: la faccia di Farnedi la mattina dopo quando gli ho detto che avevamo piantato lì l'opera prima della fine. 
È proprio vero che certe cose non hanno prezzo.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

mercoledì 25 giugno 2014

Sotto il vestito, un ukulele

Tutto è iniziato qualche mese fa quando Farnedi mi ha informato che avrebbe partecipato anche quest'anno al Festival dell'Ukulele di Caldogno (20-22 giugno); poi, come se fosse un semplice dettaglio, ha aggiunto "io suonerò il venerdì sera e il sabato sera ci sarà la Ukulele Orchestra of Great Britain". Un attimo dopo ho sentito la mia voce: "Vengo anch'io!"
L'orchestra in questione l'ho già menzionata in un precedente post (vedi Nonantola e il mucchio selvaggio) e il fatto che tornasse in Italia dopo non so mai quanti anni era già un evento in sé, figuriamoci per me che non l'avevo mai vista dal vivo...
***
Sabato 21 giugno è finalmente arrivato e mi trovo in fila da 30 minuti davanti al camioncino dei panini (un sacco di gente, un solo camioncino = fila interminabile), circondata da un mare di gente e un numero imprecisato di ukulele; per tutto il pomeriggio le performance "autorizzate" si sono alternate alla musica spontanea, gruppetti di persone sedute all'ombra di un albero improvvisavano piccoli concerti in un'atmosfera gioiosa e familiare difficile da rendere a parole.
Sono ormai le 21.13 e io mi sto chiedendo se mai riuscirò a mettere qualcosa sotto i denti quand'ecco aprirsi la porta del camerino e uscire gli otto membri dell'orchestra i quali, elegantissimi in smoking (i signori) e abiti da sera (le signore), davanti ai nostri occhi increduli sono saliti sul palco, hanno fatto un inchino di saluto e alle ore 21.15 hanno dato inizio al concerto.
Questo dettaglio, a prima vista trascurabile, è invece fondamentale per capire che noi e gli inglesi siamo popoli assai diversi: nel programma il loro concerto era previsto per le 21.15 e alle 21.15 è iniziato. Noi, da bravi italiani, di fronte a tanta britannica puntualità siamo rimasti a bocca aperta come paganelli.
L'orchestra non ha deluso le nostre aspettative, il repertorio ha spaziato dagli Who (Pinball Wizard in una versione da ballata marinaresca) a Morricone (Il buono il brutto il cattivo), passando per i Talking Heads (Psycho Killer) e i Nirvana (Smells Like Teen Spirit), il tutto accompagnato dall'inconfondibile humor d'oltremanica.


A metà concerto c'è stato un breve intervallo per far riposare i musicisti; nel frattempo un altro artista (Ugo Sánchez Jr) è salito sul palco, anche lui impeccabile nel suo smoking. Proprio mentre erano sul punto di uscire di scena, con una mossa rapidissima e letale, i membri dell'orchestra si sono gettati su di lui e quando sono scesi dal palco hanno lasciato di fronte alla folla un uomo coperto solo del suo ukulele (oltretutto soprano). 
La sorpresa del pubblico era palpabile, non capita tutti i giorni di vedere un uomo nudo su un palco e, per un attimo, mi sono chiesta come sarebbe andata a finire; è andata a finire che abbiamo goduto di quindici minuti di puro divertimento (non solo noi, anche le signore in abito a fiori sedute davanti a me hanno mostrato di apprezzare), su cui però mantengo un rigoroso silenzio, onde non rovinare la sorpresa a coloro che avranno la fortuna di assistere a una simile performance in futuro. Aggiungo soltanto che il signor Sánchez ha concluso in grande stile l'intervallo, consegnandoci all'orchestra per la seconda, strepitosa parte del concerto.
Non ho purtroppo spazio sufficiente per raccontare tutto quello che è successo in quei tre giorni: dal concerto della Keiki Ukulele Band, composta interamente da bambini, alla proposta di matrimonio che il virtuoso hawaiano Aldrine Guerrero ha fatto alla sua compagna nel bel mezzo del suo concerto, dalla lotteria con i biglietti pastello che di sera non capivi di che colore fossero, fino al numero spropositato di ukulele in mostra che ha causato in Farnedi più di un sospiro di desiderio. 
Per quanto mi riguarda, quello che porto a casa da Caldogno è l'atmosfera accogliente e di grande entusiasmo che si respirava, le facce sorridenti di chi lavorava senza sosta e il rammarico di non essere stata in grado, con i quattro accordi in croce che conosco, di partecipare davvero di tutta quella gioia a forma di ukulele. 

P.S. E il panino ukulele, ovviamente :)

P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

giovedì 8 maggio 2014

L'Uomo Criceto, Xena e le sorelle Pantene

eurovisionÈ un martedì sera e me ne sto accoccolata sul divano facendo zapping tra i canali del digitale terrestre quand'ecco che capito su Rai 4 e così, senza alcun preavviso, mi trovo ad assistere alla prima semifinale di Eurovision, uno di quegli eventi planetari che però in Italia non se lo è mai zuzzato nessuno.
La cronaca in italiano dell’evento è affidata al team di Caterpillar quindi ci sono tutte le premesse per una serata divertente.
Gli spettatori italiani inviano caterve di tweet che, pur comparendo in basso sullo schermo,  risultano illeggibili causa caratteri troppo piccoli però ogni tanto vengono letti ad alta voce e si rivelano delle vere perle.
Sfortunatamente la diretta è iniziata già da un po’ quindi i primi quattro concorrenti ce li siamo persi ma tra gli altri dodici c’è di che commentare:
a) La Russia è rappresentata da due gemelle bionde coi capelli intrecciati assieme che poco a poco si sciolgono, sembra una pubblicità di Pantene.
b) La concorrente della Moldavia pare sempre sul punto di dire “Io ti spiezzo in due” ed è vestita come una comparsa di Xena, oltre ad essere circondata da quattro ballerini vestiti color carne che si agitano e roteano follemente.
ukrainec) La tipa ucraina è un zinzinino vistosa ma la coreografia le ruba prepotentemente la scena per mano dell’Uomo Criceto (così battezzato da Caterpillar); trattasi di un individuo che, per motivi che ci sfuggono, corre all'interno di una ruota gigante e ovviamente nessuno ti si fila mentre canti se dietro di te c’è quest’uomo che rotola furiosamente, l’unico modo per batterlo sarebbe farti esplodere.
d) Dall’Islanda arrivano i Pollaponk, un gruppo coloratissimo che evidentemente non ha pagato il pizzo alla regia perché le loro inquadrature sono totalmente insensate, mentre subito dopo alla tipa dell’Azerbaijan con la sua trapezista lassù per aria fanno delle gran inquadrature ad effetto.
imagese) Susy del Portogallo si presenta con un body color carne e rosso fuoco che la fa sembrare una pattinatrice olimpica. Enormi tamburoni alle sue spalle, ballerini con canotta a rete e percussionista ossigenato, a torso nudo e tatuato ovunque. Una cosina raffinata.
f) Dall’Olanda arriva un duo che secondo quelli di Caterpillar è troppo ricercato; sicuramente arrivando dopo il percussionista a torso nudo chiunque sembrerebbe un lord inglese. Si mormora e tweetta che il pezzo sia un plagio di every breath you take; come in ogni concorso che si rispetti, l’ombra dello scandalo è sempre in agguato.
g) Arriva il concorrente dell’Ungheria accompagnato dalla presentazione esperta di quelli di Caterpillar: un bonazzo mica da ridere.
Uno degli aspetti che ho apprezzato di più in questo concorso è stato l’assenza degli interminabili siparietti con i vip tra una canzone e l’altra (vedi San Remo), la musica (bella o brutta) era sempre al centro della scena. Quelli di Caterpillar celebravano il fatto che la presentatrice non sparisse ogni tre minuti a cambiarsi l’abito (vedi sempre San Remo) però in questo caso, vista la coccardona che la tipa aveva su una spalla, forse UN cambio l’avremmo apprezzato.
Il più frequente visitatore della serata è stato l’effetto vento, che ha fatto la sua comparsa in quasi tutte le performance; confesso che in alcuni casi l’avremmo preferito molto più forte, tipo Bora, avrebbe liberato il palco più in fretta.

P.S. Alla fine della fiera confesso che mi sono divertita un sacco: più Eurovision per tutti!

P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

lunedì 28 aprile 2014

I ragazzini ai fornelli, quei sadici

L'unica vera incognita della serata era il parcheggio, tutto il resto era noto: dove (teatro Duse a Bologna), con chi (mia sorella), cosa (concerto di Sergio Caputo per il trentennale di Un sabato italiano).

La Checca è arrivata puntualissima all'appuntamento e prudentemente dotata di navigatore (Bologna è matrigna con l'automobilista di provincia); una volta guadagnato il centro città, ci sono voluti parecchi giri a vuoto ma alla fine anche noi abbiamo rimediato un parcheggio e, tutto considerato, neanche tanto distante. Mentre camminavamo verso il teatro, ricordo di aver pensato che fortuna che ci fosse mia sorella con me; in famiglia siamo abituati a muoverci e due passi non ci spaventano mentre in passato ho dovuto affrontare vere e proprie sollevazioni di popolo solo per aver tentato di parcheggiare la macchina a 500 m dal locale scelto per la serata.
Dato che la cosa più memorabile della serata è avvenuta ben prima di raggiungere il teatro, mi limiterò a dire che il concerto è stato interessante (le canzoni del disco erano state rivisitate in chiave jazz) e a tratti molto divertente anche se, secondo me, un/una corista avrebbe reso più brillante la parte vocale.
Torniamo quindi a quei trenta minuti prima dell'inizio del concerto; avendo ancora un po' di tempo e parecchia fame abbiamo deciso di fermarci a mangiare qualcosa e proprio sulla strada, dopo millemila negozi di abbigliamento, abbiamo trovato una pizzeria da asporto con un paio di tavolini e una signora molto gentile. Sembrava fatta e invece, proprio al momento di ordinare la pizza, la mia mente (nello specifico la mia bocca) è stata momentaneamente posseduta una presenza aliena (o dal demogno, fate voi); questa è l'unica spiegazione che che potrebbe giustificare ai miei occhi il fatto di aver ordinato di mia spontanea volontà una pizza con la mozzarella.
Da quando ho memoria, io la pizza della pizzeria la mangio senza mozzarella, non perché sia intollerante ai
Orrore!
latticini o vegana ma per un motivo molto più semplice: la mozzarella che fila mi fa schifissimo (lo so, ho sette anni) e a mio avviso ammoscia tutta la pizza; quando vedo quella roba gommosa sul piatto il mio stomaco fa i bagagli e appende all'uscio il cartello "Chiuso per protesta".
Le cose vanno un po' meglio con la pizza fatta in casa che cuoce per più tempo e asciuga il blob, in quel caso non c'è problema, ma in pizzeria non è proprio cosa...
Quando la signora mi ha allungato il piatto e mi sono resa conto dell'errore/orrore sono rimasta impietrita per qualche secondo senza sapere bene come reagire, fissavo il piatto che affogava in un mare di mozzarella e sapevo di dovermi rassegnare, di tempo per farmi fare un'altra pizza non ce n'era, toccava proprio mangiare quella. Alla fine ho preso le posate e mi sono fatta coraggio.
Nel corso della mia infanzia, quando situazioni del genere si presentavano (e si presentavano, a quei tempi le variazioni non erano di moda e in Italia la pizza senza mozzarella era inconcepibile) il mio modus operandi era sempre lo stesso: togliere il ripieno, rimuovere la massa gommosa, riposizionare il ripieno, mangiare; chiaro che a quel punto ormai la pizza era fredda e priva di pomodoro ma perlomeno si mangiava.
Con il sopraggiungere dell'età adulta sono un po' migliorata, soprattutto grazie alla dura scorza che il mio stomaco si è procurato nel corso di 15 anni di scoutismo in cui, per 15 giorni l'anno, mi ritrovavo a mangiare le sbobbe più abominevoli del creato (i ragazzini ai fornelli, quei sadici), quindi adesso quando capita (vedi la sera in questione) soffro in silenzio e mangio; non sarà un gran lusso ma - rifletto - è sempre meglio di quella volta che ci avevano sputato nel risotto. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno.

lunedì 10 febbraio 2014

Bovi sacrificati nel giorno del fagiano

Questa volta non posso proprio lamentarmi, le cose si sono incastrate tutte perfettamente, sembrava una di quelle partite a Tetris in cui ti arriva il pezzo a L proprio nel momento in cui ti serve e, in un colpo solo, spazzi via due righe intere quando ormai ti vedevi spacciata. Gioia e gaudio ovunque.
Sabato 18 gennaio Eloisa Atti presentava la sua ultima fatica: il CD Penelope, dodici canzoni liberamente ispirate alle gesta cantate nell'Odissea di Omero, lavoro di cui ho già parlato in passato (vedi Per le balle di paglia citofonare Gatto).
Avevamo già segnato la data in agenda (tra l'altro Farnedi avrebbe partecipato al concerto, avendo lui cantato la canzone Argo) quando mi è arrivato l'invito per la festa di compleanno di mio nipote Federico, mandando momentaneamente tutto all'aria; poi però, pensandoci meglio, mi sono resa conto che sarebbe stato possibilissimo partecipare alla festa di compleanno (pomeridiana) a Imola e poi da lì raggiungere Traversara, piccolo paese in provincia di Ravenna, dove si sarebbe tenuta la serata. Come dicevo, un incastro perfetto.
Quando siamo arrivati alla festa c'è stato giusto il tempo di far due chiacchiere e poi è iniziato lo scartamento dei regali; io avevo davanti agli occhi una meravigliosa ciotola di patatine che mi chiamava come le famose sirene di Ulisse ma mia nipote Valentina mi aveva fatto capire che c'era un tempo per scartare regali e un tempo per mangiare  per cui finché si scartavano regali, patatine ciccia. Peccato che la montagna di regali in salotto fosse degna di Messner. Fortunatamente la mia secondina in erba ogni tanto si distraeva, permettendomi così un'incursione nella dorata bontà, almeno fino a quando non mi ha beccato con due patatine in bocca.
Una volta finito lo scartamento noi barbari ci siamo buttati sul buffet che, oltre la torta di ordinanza, vantava pasticceria mignon dolce e salata, le citate patatine e....paté di fagiano. Sì perché il suocero di mia sorella è
appassionato di cucina e quel giorno aveva preparato il paté; il fatto che i bambini non degnassero il fagiano di uno sguardo, buttandosi con gioia su pane e robiola mi ha fatto pensare che in casa si sia raggiunto un compromesso per cui Ferruccio dà libero sfogo alla sua vena artistico-culinaria ma offre sempre ai nipoti un'alternativa-bambino. Il paté comunque era strepitoso e penso si sia capito da come calavo sul vassoio come un'avvoltoio a intervalli di massimo cinque minuti (un po' di tempo mi andava via per le patatine).
Per fortuna in questo caso, restando in zona salotto, non mi sono trovata a interagire con la collezione di peluche moderni che mia nipote tiene in camera sua e che trovo francamente inquietanti; non fraintendetemi, non ho niente contro il tipico orsacchiotto peloso, però la roba che si muove da sola mi mette un po' a disagio e questi cosi che nel più assoluto silenzio della cameretta girano la testa e se ne stanno lì a fissarti mi ricordano molto La Bambola Assassina. Chucky per me no, grazie.
Verso le 18.30 abbiamo salutato tutti e siamo ripartiti verso Traversara e il Circolo Amici della Musica, luogo che se fosse a Londra potrebbe ricordare uno di quei club super esclusivi che per entrarci devi avere come minimo tre quarti di sangue blu, la carta di credito di platino e rubini e conoscere almeno uno stilista-chef-scrittore di grido, nonché disporre del codice supersegreto da sussurrare all'ingresso. Trovandosi invece a Traversara è semplicemente un luogo il cui ingresso privo di insegna risulta introvabile ai più (leggi me), perlomeno la prima volta.
Una volta raggiunta la sala, Farnedi si è unito al gruppo per una rapida prova, poi ci siamo seduti a tavola e abbiamo cenato con un ottimo piatto di tagliatelle al ragù...di  fagiano. Si vede che era giornata.
Durante la prima parte del concerto ho fatto un po' fatica a concentrarmi, tutto per colpa di Marco Bovi che suonava la sua chitarra in una posizione assurda con i piedi impilati uno sotto l'altro, sempre con l'aria di chi sta per cadere ma è troppo preso dall'assolo per fare qualcosa al riguardo. Poi alla fine aveva ragione lui perché non è mica mai caduto...
Segnalo un altro momento comico durante il concerto quando Eloisa, facendo una breve introduzione alla canzone successiva, ha menzionato il fatto che i Proci a Itaca si davano alla pazza gioia a spese di Ulisse, bevendo il suo vino, sacrificando bovi...
Evidentemente i Bovi che suonavano da dio la chitarra li lasciavano stare...
La serata si è conclusa come sovente accade in inverno dalle nostre parti: ritorno a casa nella nebbia più fitta del mondo con la sottoscritta che sforzava gli occhi maledicendo il momento in cui si era offerta di prendere la macchina, tutto questo mentre Farnedi rilassatissimo sedeva lato passeggero.
A conti fatti mi è comunque andata meglio che al fagiano.


P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express



mercoledì 1 gennaio 2014

Calimero a Natale sugli anelli di Saturno

Sono le 18.45 e sono in salotto in attesa che passino a prendermi per andare al Pappafico: oggi è il D-day (per l'antefatto vedi La Genesi dei Biscotti). Nel corso dell'ultima settimana ho alternato momenti di panico (noncivadononcivadononcivado) a brevi momenti di panico (noncivadononcivadononcivado), tutti rientrati anche grazie alle parole confortanti di Farnedi: sarà una cosa divertente, pensa che siamo tra amici, è come una festa.
Il coro di ululati canini che si alza all'improvviso è più efficace di qualsiasi campanello, devono essere arrivate. La macchina mi aspetta col motore acceso, la Piraccini è al volante mentre nel posto del morto c'è la Gloria, fresca di laurea. Io mi sistemo dietro un po' intimidita, sul sedile di fianco a me c'è una Birkin bag e mi chiedo se devo accennare una riverenza, o magari baciare il manico, il galateo della it-bag ancora non mi è chiaro, cerco almeno di star seduta composta, sai mai...
Essendo il 23 di dicembre, l'invasione di lucine natalizie è ormai completa e il semplice tragitto Cesena-Cervia offre scorci a dir poco impressionanti, per me ci vedono dallo spazio.
Arriviamo al Pappafico mentre il gruppo sta finendo di sistemare gli strumenti, non senza qualche difficoltà (i musici sono in cinque e non c'è molto spazio) quindi in attesa che siano pronti ci sediamo intorno a un tavolo a far due chiacchiere. Dopo un po' Farnedi mi chiama per provare le DUE canzoni a cui parteciperò; sì, perché qualche giorno fa mi ha chiesto di cantare anche una canzone di Natale (si tratta in fondo del concerto natalizio), o meglio, LA canzone di Natale, quella sulla renna Rudolph che io adoro (vedi  l'ukulele con la barba bianca è una renna col naso rosso). Può sembrare assurdo ma cantare questa canzone da solista mi fa meno paura che cantare un coro ne "L'odore dei biscotti", immagino sia il fatto che la conosco bene e sento che potrei cantarla anche sotto un bombardamento, mentre l'altra è nuova nuova e ogni volta che provo sto benedetto coro, riuscire a farlo giusto è un po' un terno al lotto.
Tornando al presente, mi avvicino ai musici, sperando vivamente di non finire fulminata da uno dei millemila cavi che corrono per ogni dove e mi sistemo a destra di Gasperoni, il quale mi porge il suo microfono, peccato che questo emetta fischi assordanti ogni volta che sbatto le ciglia o respiro, l'unica posizione che sembra tollerare è quella in cui sono girata verso la cucina. Farnedi medita sul problema tecnico per qualche secondo, poi se ne esce con: se ti metti qui davanti il fischio non c'è di sicuro! Eh, certo, il gruppo sta dietro e io lì davanti da sola nella fossa dei leoni, ci manca solo l'occhio di bue, non credo proprio!
L'uomo pirulla un po' col mixer e mi fa dire cose al microfono poi proviamo la canzone dei biscotti. Giuro che per tutta la canzone non mi sono mai sentita, cioè, non è che il microfono fosse semplicemente spento, la sensazione era che ingoiasse la mia voce, io cantavo ma mi pareva di non produrre nessun suono, sembrava un episodio di Ai confini della realtà.
Altro pirullamento di manopole del mixer e poi proviamo Rudolph e alla fine il commento è: "ok, siamo a posto" A posto? Ma dove? Ma se non mi sento? Ma fai apposta?  Vedo che fa sul serio quindi me ne torno a sedere un po' dubbiosa ma comunque rincuorata dalla decisione che ho appena preso nella privacy della mia testa: se non sono sicura del coro taccio e riprendo appena possibile, a volte la migliore musica è il silenzio.
Una volta iniziato il concerto, il mio fragile equilibrio ha iniziato a dare segni di cedimento; forte del fatto che le mie canzoni erano piuttosto avanti sulla scaletta, riuscivo ancora a tenere a bada l'ansia ma la situazione degenerava rapidamente; forse riuscite a farvi un'idea del mio stato d'animo se vi confesso che la Piraccini aveva lasciato lì mezzo piatto di patatine fritte e io non l'ho neanche degnato di uno sguardo.
Quando Farnedi mi ha fatto cenno che era arrivato il mio turno mi sono alzata un po' a fatica (in questo caso a paralizzarmi non era tanto il panico quanto tutta quella gente ovunque che non riuscivi neanche a spostare la sedia per alzarti), aggrappandomi al pensiero che la prima canzone era Rudolph, ce la potevo fare.
Chi mi osservava mi ha poi raccontato che sembravo la versione, diciamo matura, di Calimero. Con il senno di poi avrei dovuto preparare un cartello con su scritto NON FATE DEL MALE ALLA MIA FAMIGLIA.
L'unica cosa che ricordo della canzone è che non sapevo dove guardare, c'era sempre della gente che mi fissava; fortunatamente il manipolo di amici presenti mi aveva portato una mascotte con cartello di supporto e la cosa mi ha molto confortato (e comunque il locale era imballato di gente, di scappare non se ne parlava...), ho cantato Rudolph dall'inizio alla fine e, vista la situazione, per me era già un successo...
Compiuta la prima erculea impresa mi sono accasciata sulla sedia tentando di non pensare che la vetta più alta era tutta da conquistare, in fondo mancavano ancora parecchie canzoni...
Presto, troppo presto, sono stata richiamata su ed è andato tutto come la volta prima: mi sono alzata, ho affiancato Gasperoni e afferrato il microfono. A quel punto e solo a quel punto Farnedi si è girato verso di me e senza un pensiero al mondo ha pronunciato le seguenti parole: "No, va là, Estrema torna a sederti, adesso facciamo venire su l'Eloisa Atti a cantare una canzone, tu canti dopo"
Mentre tornavo al tavolo il mio primo pensiero è stato: a l'ho da mazè*. La seconda riflessione era un po' più articolata: mi tocca andare su a cantare dopo che ha cantato l'Eloisa, a l'ho da mazè**
Pensavo di aver raggiunto la stratosfera dell'ansia quando l'uomo ha aggiunto: "Poi già che è venuta a trovarci, facciamo un pezzo anche con la Gloria Turrini"
A quel punto l'ansia poteva toccare gli anelli di Saturno.
Della parte dopo non ricordo molto, so solo che ho iniziato bene ma poi, non so come, a un certo punto non sapevo più dove mi trovavo e dalla mia bocca son venute fuori cose che voi umani...
Sono ristrisciata verso la mia sedia e mi sono accasciata lì come uno straccio bagnato, in un modo o piuttosto nell'altro, il dado era tratto.
Anche se il mio ultimo post su Stonehand è piuttosto recente, ho deciso di scrivere immediatamente il resoconto della serata onde mantenere un minimo di obiettività sulla faccenda; già quella sera Farnedi aveva cominciato a dire che in quel punto avevamo stonato tutti (Lolli no che non è capace), che ci aveva confuso lui attaccando con una nota diversa, insomma, a lasciarlo continuare avrebbe tentato di convincermi che io non c'entravo niente, che era tutta colpa sua, magari che era stato lui a insegnarmi le note sbagliate giorni prima...
Alla fine, guardando la cosa da una certa distanza, sono contenta; certo non è venuto un gran bel lavoro ma, nella lunga battaglia per sconfiggere il panico da canto in pubblico, ho assestato un buon colpo al nemico e poi non dicono forse che è la goccia che scava la roccia?


* Traduzione dal romagnolo all'italiano: lo devo uccidere.
** Per chi non avesse chiaro il motivo di tanta ansia è sufficiente pensare a come si sentirebbe se lo chiamassero, per una serie di coincidenze, a tirare rigori per intrattenere il pubblico nell'intervallo di una partita di serie A e, arrivato il suo turno, gli dicessero:" Aspetta un momento che prima facciamo tirare Francesco Totti e Rodrigo Palacio" (conosco solo questi due nomi qui, chiedo scusa agli appassionati).

P.S. Se volete sentire la canzone vera (lo dico soprattutto per chi era al Pappafico) cliccate qui
P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

mercoledì 27 novembre 2013

I polli in batteria e l'occhio di bue

Con questo post torno su un argomento difficile e già parzialmente trattato in un precedente articolo (Tondo è bello): cosa capita quando decidi di andare a vedere un concerto. Abbiamo già analizzato l'universo di quelli che potremmo definire gli incidenti in itinere, adesso occupiamoci di cosa succede quando finalmente ti trovi in loco. Tu, nella tua ingenuità, pensi che ormai il peggio sia passato e intanto il destino è lì che tira i suoi fili e se la ride sotto i baffi. Facciamo un paio di esempi:
1) entri, ordini da bere (hanno la cocacola, niente pepsi per fortuna) e ti siedi a un tavolo, dopo qualche minuto si spengono le luci e inizia il concerto. Mi correggo, si spengono alcune luci perché, per motivi inimmaginabili (ci saranno, senza dubbio, a me però sfuggono), c'è un faro tipo quelli per guidare i naviganti che qualche genio ha puntato sul pubblico invece che sul gruppo che sta suonando. In quel momento ti senti molto vicina a quei poveri polli allevati in batteria a cui lasciano sempre una lampadina accesa tentando di farli mangiare di più; guardandoti intorno ti salta all'occhio quel signore seduto davanti a te che, poco prima del concerto, ti avevano descritto come un frequentatore abituale del locale e dei suoi concerti. Quel signore con il suo cappellino con visiera ben calato in testa che a prima vista ti aveva fatto tenerezza e che ora invece riconosci per quello che è: la prova inconfutabile del fatto che l'occhio di bue in cui ti trovi non è il risultato di un pur comprensibile errore luci, ma di una sadica abitudine dei gestori. A saperlo prima ti spalmavi la crema solare.
2) questa volta il concerto è rock quindi non ci sono sedie, il posto non è enorme per cui siete tutti assiepati intorno al gruppo, come la banca Mediolanum. Inizia il concerto e dal palco parte una colonna di suono che è come se ti prendesse a randellate, non puoi vederlo ma i tuoi padiglioni auricolari sono già pieni di lividi; urli "Ma che cxxxo di volume hanno?!!!" a quello di fianco a te ma tanto nessuno può sentirti, i decibel sono talmente spallati che sono diventati centibel, millibel. Tu non puoi saperlo ma quella sera a cena il chitarrista ha scommesso che riuscirà a fare venire giù l'intonaco dai muri tutto da solo e, in effetti, sembra sulla buona strada.

Alla luce di quanto detto, mi permetto un suggerimento agli amici artisti: se, mentre suonate, notate tra il pubblico più di una persona che pare imitare un quadro di Much, provate a ridurre il volume, magari aiuta.



P.S. Non essendo riuscita a trovare un’immagine soddisfacente per rappresentare il titolo, ho schiavizzato Farnedi facendo leva sulla sua compassione per la mia totale incapacità di tenere in mano una matita. Direi che mi è andata bene, mi sa che il pollo-disegno che vedete nell’articolo sarà il primo di una lunga serie.


P.P.S  Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

sabato 28 settembre 2013

Tondo è bello

Abbiamo già parlato in passato delle molte difficoltà che si trova ad affrontare il musicista nella sua vita, appunto, di musicista; è quindi giunto il momento di mettere da parte gli artisti e parlare per un po' di noi del popolo e di quello che capita quando il volgo si mette in testa di andare a vedere un concerto. 
Riconosco che spesso tutto fila liscio: vai, prendi da bere, ti godi il tuo concerto e torni incolume, però ci sono le altre volte, quelle dispari, ed è appunto di quelle che mi accingo a parlare.
Ovviamente quella che vado a raccontare è una delle molte esperienze accumulate nel corso degli anni; per amor di brevità (e anche un po' per pietà nei vostri confronti), oggi mi limiterò a questa, lasciando a post futuri il compito di completare il quadro.


*****


E' una bella giornata, ho finito di lavorare presto (o forse quel giorno non lavoravo proprio) e quindi ho voglia di uscire e passare una bella serata in compagnia, magari andando a vedere un bel concerto. Passo a prendere la Rini a domicilio e mi lancio (si fa per dire, la Fiesta ha i suoi anni) sulla E45 in direzione Ravenna, confidando che il navigatore ci condurrà fino al Mama’s dove Farnedi ha in programma un  suo concerto. Giunta in fondo alla strada, laggiù dove l’oscurità è assoluta, sono lì che guardo il navigatore per capire quale delle due uscite prendere, onde evitare di finire a Ferrara, quando all’improvviso mi trovo i fari di un’auto puntati addosso.

La prima cosa che immagino venga in mente a entrambe (la Rini mi correggerà se sbaglio) è: Oddio, ci rapinano!
Avvicinandoci un po’ di più noto un tizio in piedi  e capisco che trattasi di un controllo della Guardia di Finanza (che poteva trovare anche un altro posto dove non rischiava di far venire un infarto ai conducenti ma comunque). Il tipo mi chiede patente e libretto come da programma e, mentre io scartabello nel vano documenti alla ricerca del libretto, comincia a fare alla Rini un sacco di domande su dove andiamo, cosa facciamo, quale concerto, insomma un pacco di fatti nostri, che ti verrebbe da dire alla faccia della privacy ma, cosa volete che vi dica, faccio sempre fatica a trovare da discutere con  chi ha il porto d’armi. Tutto questo mentre il suo zelante collega mi controlla la patente.
E qui ecco che ti arriva il colpo di scena: non riesco a trovare il libretto della macchina. Ora, nel mio universo di maniaca del controllo, scoprire che il libretto della macchina non è al suo posto è paragonabile allo scoprire che la terrà in realtà è piatta e che a un certo punto c’è un’enorme cascata dove tutto precipita nel nulla, in sostanza: non è concepibile, non esiste, NO. 
Alla notizia che non trovo il libretto l’uomo della legge non fa una piega e ci dice: andate pure, al che io lo guardo incredula e ribatto: No, No, il libretto deve saltare fuori!  
Nel frattempo la Rini mi sta dando vigorosamente di gomito (lividi ovunque) e sibilando: Dai che ha detto che possiamo andareeeee!!!! quindi, seppur controvoglia, riparto e mi dileguo.
Fortunatamente, un secondo controllo, una volta arrivati al locale, rivela il libretto in fondo al plico di documenti nell’apposito vano, il meccanico che ha portato la macchina a fare la revisione non l’ha rimesso nella sua cartellina di plastica (anatema!)
Mi sfugge un sospiro di sollievo, sono stati momenti difficili ma alla fine tutto è tornato alla normalità, il mondo è salvo e la terra è di nuovo rotonda.




P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

martedì 3 settembre 2013

Ferragosto sì ma in edizione limitata

Come ho già detto in altre occasioni, in quel della riviera romagnola siamo ormai rassegnati al fatto che ci sono periodi in cui tocca voltare le spalle alla terra natia, schifare il mare e cercare rifugio altrove. La settimana di ferragosto è uno di questi periodi.
Normalmente, nei due giorni che precedono e seguono ferragosto, per convincermi a uscire di casa per andare al mare dovrebbero bombardare casa mia e tutto l'entroterra per chilometri, in questo caso invece ho deciso di trasgredire il santo precetto, sfidare gli dei e osare l'impensabile: venerdì 16 agosto, in pieno ponte di ferragosto, ho preso lo scooter per andare a Valverde di Cesenatico.
La meta del mio breve viaggio era il bagno Bahamas dove, quella sera, il duo Formazione Minima (anche noto agli amici come i Lorenzi) si sarebbe esibito verso le 21.30 in uno spettacolo di teatro-canzone.
Riesaminando la situazione col senno di poi, mi rendo conto che nel corso della serata il cielo mi ha mandato diversi segnali (stai a casa!), in effetti me ne ha inviati a frotte ma, purtroppo, non me ne sono mai accorta. Facciamo qualche esempio:
1) sono nell'ingresso di casa poco prima della partenza: prendo la borsa, ci infilo la felpa e la sciarpina di sicurezza (abbiamo una certa età e con gli spifferi non si scherza), esco di casa, chiudo la porta, metto le chiavi di casa nella borsa, apro il bauletto dello scooter per estrarre il casco e metterci la borsa ma dentro invece del mio casco ci trovo quello di Farnedi. Mi maledico per non averci pensato, apro la borsa, estraggo le chiavi di casa, afferro il casco Farnedi, riapro la porta di casa, prendo il mio casco, appoggio l'altro sul mobile, esco e richiudo a chiave.
2) sbuffando mi metto la felpa e il casco e, proprio in quel momento mi viene in mente che il portafogli non è nella borsa come al solito, l'ho usato nel pomeriggio per un acquisto online ed è quindi tuttora di sopra, in salotto; altre maledizioni, devo tornare a prenderlo ma non posso farlo messa così, suderei fino al midollo! Mi tolgo casco e felpa, riapro il bauletto, dove nel frattempo avevo messo la borsa, e riparte la trafila chiavi-apri porta-vai in salotto-scendi. Una volta di sotto, accendo la luce dell'ingresso per controllare di avere almeno cinque euri nel portafogli ma mi sbaglio e accendo la luce fuori sotto il portico, per fortuna riesco comunque a scorgere dieci euri nella penombra, per stasera mi bastano, siamo a posto. Chiudo tutto, porta, borsa, bauletto, indosso felpa e casco e finalmente sfreccio via verso sabbiosi orizzonti.
3) mentre mi allontano a tutta velocità (ormai sono oltre il ritardo), con la coda dell'occhio registro qualcosa di strano, mi volto un secondo e...la luce del portico è accesa! Mi sono dimenticata di spegnerla, e ovviamente l'interruttore è dentro casa. Per un istante accarezzo la possibilità di fregarmene e andare via, dopotutto sono sicura che Farnedi, se gli dicessi che mi sono dimenticata la luce accesa per quattro ore, sarebbe più che comprensivo ma, essendo che io sono io, non resisto e torno indietro, meditando sul numero di capelli bianchi che mi regalerà la serata.

Come previsto, una volta giunta in zona Cesenatico, mi trovo a combattere con un traffico a dir poco folle: macchine che vanno ai due nella speranza (vana, però chi ha il coraggio di dirglielo?) di trovare un parcheggio sul lungomare, gente in bicicletta contromano e/o senza lume, carrozzelle/risciò condotti da cerebrolesi con un misteriosi andamenti slalomistici (che ci sia all'orizzonte una gincana  coi risciò di cui nessuno mi ha informata?), insomma, tutto il prevedibile repertorio dei vacanzieri di ferragosto.
Arrivo indenne in zona Valverde e, una volta raggiunto il Bagno Bahamas, inizia la ricerca di un parcheggio per lo scooter. Sì, lo so che potrei anche parcheggiare sul marciapiede come fanno molti ma l'esperienza insegna che, se solo mi azzardo a parcheggiare in divieto in una strada che appare completamente deserta, immediatamente esce da una finestra un vigile/ausiliario del traffico col blocchetto delle multe già sguainato, preferisco non correre rischi. Peccato però che a Valverde non sia ancora arrivata notizia dell'esistenza delle due ruote né, quindi, della necessità di moto-parcheggi; dopo aver percorso circa un chilometro di lungomare imprecando dietro a risciò e autobus, trovo finalmente un parcheggio per moto con ben tre-dico-tre posti, due dei quali già occupati. Sistemo il mio scooter, raggiungendo la quota massima di due- ruote permessa dalla zona, e mi avvio di buon passo verso il lontano Bagno Bahamas.
Quando finalmente arrivo in loco, la performance è ovviamente già in pieno svolgimento, quindi recupero una sedia e vado a sedermi al tavolo della Piraccini, scusandomi per il ritardo e chiedendo se hanno iniziato da molto; lei mi risponde che non lo sa perché, causa disguido fantozziano al chiosco della piadina è arrivata a concerto già iniziato (avevano ordinato i crescioni per tutti ma quando lei è passata a ritirarli, dopo ben 40 minuti di attesa, ha scoperto che questi avevano perso l'ordine e le è toccato aspettare ancora: in sostanza c'è voluto più di un'ora per avere tre crescioni e una piadina col prosciutto).
Al momento il vassoio incriminato giace intonso sul tavolo e la cosa in sé ha implicazioni che obbligano a una riflessione: da una parte significa che i due artisti in piena performance sono a stomaco vuoto da ore e, con l'appetito che si ritrova Gasperoni, temo che finisca col mangiarsi Bartolini facendo diventare ancor più minima la formazione (da i Lorenzi a il Lorenzo, riga), dall'altra implica che le signore hanno deciso di aspettare le loro metà e cenare insieme a fine concerto.
Provo a calarmi per un attimo nella medesima situazione: sono andata io dalla piadinaia a prendere le piadine per tutti, ho aspettato io un'ora lì da sola e alla fine mi tocca avere davanti agli occhi la mia cena per due ore senza poterla mangiare? Va là che non è vero!! Non ho mica ammazzato nessuno!!
Duole ammetterlo ma, tutto considerato, temo che mi beccherei un debito formativo in moglie.
Devo riconoscere però che le privazioni sembrano dare ulteriore slancio alla performance: un Bartolini scoppiettante divora un pezzo dopo l'altro mentre Gasperoni, senza mai perdere un colpo, sorseggia appena può la sua birra, probabilmente confidando che le calorie ivi contenute gli permetteranno di sopravvivere fino al termine del concerto senza fare vittime.
In questi casi le richieste di bis pesano come macigni su quegli stomaci vuoti ma i nostri, consapevoli di aver voluto la bicicletta dell'arte, fanno un ultimo sforzo e, seppur ostacolati da un venditore di rose che si piazza davanti al pubblico schiodando solo una volta venduto anche l'ultimo stelo, danno il tutto per tutto e ne escono vincitori.
Radunando le poche forze rimaste, i due eroi si siedono al tavolo sotto gli occhi preoccupati delle rispettive compagne, afferrano ciascuno un crescione e consumano il loro mesto pasto. Sono momenti difficili da ricordare, non c'è niente di più immangiabile di un crescione tenuto per due ore a contatto con l'umidità marina sembrano dire gli occhi dei nostri, forse solo la piadina col prosciutto cotto ribattono gli occhi della Piraccini, mentre ella mastica rassegnata la sua piadina. In effetti, per quanto deliziosi se consumati subito, il crescione o la piadina lasciati in balia dell'umidità marina si trasformano in un masgotto gommoso che ti fa sudare per mandarlo giù anche dopo averlo masticato a lungo.
Di fronte al dramma che si consuma a quel tavolo, dimentico per un attimo (ma solo per un attimo) le mie preoccupazioni, nello specifico il fatto che nonostante sia il 16 agosto è calato sulla riviera un freddo boia e io, che dispongo solo della misera felpa che indosso, dovrò affrontare i rigori di un viaggio di ritorno in scooter. Riflettendoci meglio però non posso che concludere che, in fondo, anch'io ho voluto la mia bicicletta, ora tocca pedalare.
Saluto tutti e mi avvio, sperando di riscaldarmi un po' nel chilometro di strada che mi separa dallo scooter e da quei tre parcheggi limited edition. 


P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press