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mercoledì 25 marzo 2020

Coronadiario - Voi ce l'avete il Metrodidistanza?

Foto di Mahesh Patel
Ieri pomeriggio mentre ero sul balcone intenta a sistemare le piante mi sono sentita chiamare e ho visto la mia vicina sul balcone di fronte; ci siamo salutate e abbiamo fatto quattro chiacchiere, forti del fatto che tra i nostri due balconi c'è ben più del regolamentare metrodidistanza.
Quando sono tornata in casa mi sono resa conto all'improvviso che quella che avevo appena avuto era la prima conversazione con un essere umano in carne e ossa negli ultimi dieci giorni; avevo chattato con parenti e amici, fatto videochiamate su skype ma, avere una persona vera davanti in 3D è molto diverso.
Oddio, dipende anche dalla persona: quella che mi sono vista arrivare contro a tutta velocità con il carrello del supermercato, che neanche Keanu Reeves in Speed, ecco, lei avrei preferito vederla solo su skype. 
Qualche giorno fa ho aperto il frigo e di fronte al vuoto cosmico mi sono arresa, dopo due settimane era ora di fare la spesa; essendo la mia prima uscita dall'inizio della quarantena, ho cercato su facebook dei consigli su come equipaggiarsi per non correre rischi e ho letto davvero di tutto, mancava solo che mi suggerissero di cospargermi di alcol e darmi fuoco per sterilizzarmi post-spesa.
Per stare dalla parte del sicuro, ho chiesto a LaDottora e lei mi ha dato qualche semplice indicazione che ho seguito scrupolosamente; confesso che avrei voluto prendere su una scopa per assicurarmi che gli altri mantenessero il famoso metrodidistanza, ma poi al mio rientro avrei dovuto darle fuoco per sterilizzarla, non mi è parso il caso.
Fortunatamente vicino a casa mia ci sono ben tre supermercati; dico fortunatamente perché nel primo c'era una fila tipo quelle degli Uffizi a Firenze nel weekend di Pasqua, tutti rigorosamente a un metrodidistanza con il loro carrello in paziente attesa. Ho ripreso la macchina e tentato con il secondo punto vendita; lì sono stata più fortunata, c'era gente ma niente orde, sono entrata senza grosse difficoltà. 
L'esperienza-spesa è stata a dir poco surreale: dentro il supermercato c'era un silenzio talmente forte da essere quasi una presenza, interrotto solo dagli annunci che ricordavano di tenere il metrodidistanza, ogni volta che vedevo avvicinarsi qualcuno mi mettevo a calcolare furiosamente quanto fosse sto benedetto metrodidistanza senza ricavarne grosse certezze, io con le misure a occhio non sono mai stata un granché. 
Dopo un po' ho ripensato con un certo rimpianto tutti quei metri di carta dell'Ikea che mi ritrovo sempre tra le balle a casa e che mi sarebbero tornati utilissimi, oltretutto avrei potuto dargli fuoco appena rientrata, sterilizzazione al 100%.
Ovviamente non ho comprato tutto quello che mi serviva, alcune cose me le sono dimenticate (la cocacola, sigh), altre erano finite, per esempio la farina 0, mentre c'erano quintali di pacchi di farina 00, a riprova del fatto che soffriamo della sindrome-da-guerra per cui facciamo provviste in quantità insensate, però i nostri standard di qualità non vacillano, la farina ultra-raffinata continuiamo a schifarla.
Un ultimo dettaglio degno di nota: sono andata a fare la spesa con un paio di guanti monouso ma SENZA mascherina, e mi sono trovata in un modo di gente mascherinata come neanche a Carnevale o tra gli Ultrà la domenica del derby. Quando mi incrociavano mi guardavano come un'appestata, mi ha ricordato quelle pubblicità degli anni 90 in cui il malato di AIDS aveva il contorno fucsia.
Fortuna che il fucsia mi dona.
Appena tornata a casa sono andata subito a controllare se c'era stato qualche cambiamento nelle indicazioni di comportamento e no, il ministero spiega che se sei in salute non serve a niente la mascherina per fare la spesa, è molto più importante mantenere il famigerato metrodidistanza, quello che ti protegge da eventuali goccioline prodotte da starnuti o colpi di tosse.
Quindi? Evidentemente la gente si è convinta che sia tutto un complotto, che ci stiano tenendo all'oscuro della verità e che il virus in realtà viaggi nell'aria, un po' come come il polline o la polvere; mi aspetto da un momento all'altro la pubblicità delle mascherine fatte con lo Swiffer.
Per le prossime due settimane con le provviste sono a posto, e anche di umanità penso di aver fatto il pieno; resterò a casa e magari scriverò qualche post, quindi per ora vi saluto, questo sì, da un buon metrodidistanza.




venerdì 8 settembre 2017

Se sei fuori squadra , ti serve il negozio universale

Quando metti su casa hai un sacco di roba da fare, da trovare, da sistemare, qualcosa sfugge sempre; per mesi continui a comprare cose che credevi di avere e invece...
A volte compri cose e poi scopri che non sono della misura giusta (es il porta-posate di 1 cm più grande del cassetto delle posate), oppure le compri e poi ti chiedi come diavolo ti è venuto in mente di comprarle (es il porta-spaghetti quando tu gli spaghetti non li cucini mai); il momento più alto arriva però quando compri oggetti che si rivelano poi posseduti dal Demogno, il quale Demogno ha un senso dell'umorismo tutto suo.
Nel caso in questione, dopo qualche mese dal trasloco ho deciso che era ora di comprarmi una bilancia (rimpiangendo di non aver comprato a suo tempo la splendida bilancia con ippopotamo che vendete in foto) ed essendomi imbattuta in una favolosa offerta per cui con solo dieci euri ti tiravano nella schiena una bilancia, ne ho portato a casa un esemplare e l'ho sistemato orgogliosamente in bagno.
Il primo dubbio mi è venuto due giorni dopo, quando mi sono pesata per la seconda volta (come sempre col giochino nuovo inizio con entusiasmo, salvo poi dimenticarmi che esiste dopo qualche giorno): tra la prima e la seconda pesata c'erano due chili di differenza. Ora, potrà anche essere che ci siano fluttuazioni di peso anche significative ma, se avessi perso due chili in un giorno, credo che me se sarei accorta. Ho quindi deciso di pesarmi di nuovo e, dopo quattro o cinque tentativi, ne ho ricavato la seguente ipotesi: la bilancia in questione calcola il peso in base a una serie di parametri tra cui l'oroscopo, le fasi lunari, il giorno della settimana e il numero di passerotti che solcano il cielo ogni giovedì e martedì. In parole povere, ogni pesata dà un valore diverso.
Questa scoperta, che normalmente porterebbe a un immediato defenestramento del marchingegno, in realtà mi ha fatto ridere, ho deciso che terrò la gigina e, quando sentirò l'assoluta necessità di pesarmi, lo farò tre volte consecutive per poi fare una media. A ripensarci, è stato un po' come quando ho scoperto che il parquet della camera da letto non era liscio ovunque o che, montando il rubinetto della cucina, l'operaio aveva lasciato incastrata in mezzo l'etichetta dell'Ikea (vedi foto a lato); in fondo l'idea che la mia casa non sia perfetta, che sia un po' storta, non mi dispiace, me la fa sembrare più mia: in fondo è un po' fuori squadra, come sono io.
Comunque, tornando all'argomento cose mancanti, il fatto in sè non sarebbe una tragedia, è la tempistica che spesso ti frega; per esempio ieri sera, complice la pioggia, la temperatura era scesa abbastanza da farmi correre un rischio mai neppure contemplato negli ultimi mesi: accendere il forno e fare la pizza.
Avevo preparato tutto sul piano della cucina: l'impasto pronto da stendere, i pelati da passare, il prosciutto cotto e i funghi (la mozzarella no perchè se ne fa volentieri a meno), si trattava solo di procedere. Peccato che quando ho preso in mano il barattolo dei pelati, il maledetto traditore si sia rivelato privo di linguetta per aprirlo, toccava usare l'apriscatole. Avercelo, l'apriscatole.
Una rapida occhiata nel cassetto delle posatone (mestoli, coltellacci, roba così) mi ha confermato il terribile sospetto: apriscatole, ciccia. Ovviamente erano le sette e venti di sera e fuori piovigginava.
Quando il gioco si fa duro, i duri non so esattamente cosa facciano, io mi rivolgo ai professionisti: mi sono vestita alla velocità della luce e sono corsa al negozio dei cinesi vicino a casa (quello che in questi mesi mi ha salvato la vita parecchie volte, dato che dentro c'è praticamente tutto) dove, alla modica cifra di 6 euri e 95, ho portato a casa il necessario aggeggio e di lì a poco infornato gloriosamente la mia pizza.
Tu, universo, divertiti pure coi tuoi tiri mancini, finché ho il negozio universale vicino, non ti temo.

mercoledì 2 agosto 2017

Gita bagnata, gita mai più

Io a Brighton non ci vado più, ci sono stata due volte e ogni volta mi becco un nubifragio, l'universo mi sta mandando un messaggio forte e chiaro, meglio ascoltarlo, vorremmo evitare la tromba d'aria.
Stamattina quando siamo usciti per fare colazione era tutto un cielo blu con sole splendente ma, già alla partenza, si poteva notare qualche avvisaglia di Fine del Mondo Imminente; niente cavallette per fortuna ma nel pullman l'aria condizionata non voleva saperne di funzionare ed eravamo stipatissimi, insieme a una mandria di 45 studenti cinesi, dopo venti minuti si faceva la sauna. L'autista, interrogato sulla faccenda, ha ammesso di non avere mai guidato quel pullman e di non sapere come attivare l'aria. Siamo arrivati vivi ma bolliti, una tipa del gruppone cinese ha pure vomitato e quelli in fondo al pullman per uscire hanno dovuto saltare come gazzelle.
Dopo un breve giro dei monumenti tra gli sbadigli generali, abbiamo liberato l'orda in zona negozi e siamo scappati; di lì a poco ci saremmo pentiti di aver abbandonato il pullman-sauna, sprovvisti come eravamo di pinne e boccaglio.
Quando finalmente siamo tornati al college, sono arrivata in stanza con scarpe e piedi bagnati, oltretutto con questo bel clima secco se si bagna qualcosa resta bagnato in secula seculorum. La polmonite incombe.

Dato che qui si mangia alle 18.30, mi sono cambiata in fretta e sono andata in mensa, sempre sotto la pioggia. Nel menù serale c'era lo spezzatino di vitello con riso, salutato dai più con gioia; grazie all'arrivo del citato gruppone di cinesi, i sadici della mensa fanno meno pasta scotta e più riso cotto giusto, in più quella sera per dolce c'era una crumble di mele mangiabile anche se, data l'ora, faceva molto pasto in ospedale con mela cotta di dessert. Son cose che un po' ti abbattono.

Concludo la cronaca della giornata con un esempio dell'inguaribile ottimismo della gioventù: la sera prima della partenza, di fronte a previsioni che davano per Brighton temperature tra i 18 e i 21 gradi, una delle boccia ha concluso imperturbabile: "io comunque il costume lo porto"

E l'ha portato.

giovedì 17 dicembre 2015

A Natale i serpenti non aiutano

Anche quest'anno corro in soccorso di coloro che vagano per il mondo in cerca di ispirazione per gli obbligatori cadeau natalizi.
Ecco alcune idee raccolte nel corso dell'anno; i prezzi decisamente esigui le rendono alla portata di tutte le tasche (a parte quelle che dentro ci sono i serpenti, come da famoso detto popolare).





Immancabile, dato il periodo, la tazza da tè a forma di C1P8 da regalare all'appassionato, con l'unica accortezza di non essere presente quando lui/lei si verserà il tè e proverà a berlo, sbrodolandosi inevitabilmente tutta la maglia.




A chi non piacerebbe sorseggiare un liquore fornito da un bambino? Un chiaro tentativo di trarre beneficio economico sfruttando il famoso mito della "pipì santa".



La prima reazione è un brivido lungo la schiena, poi ti chiedi perché i salvadanai li facciano sempre così orrendi. Finché gli giri intorno e scopri che non c'è la fessura per il soldi, ergo non è un salvadanaio, è solo a scopo ornamentale.











 



Il regalo perfetto per il suocero nasone e appassionato de "I tre moschettieri", il servizio ideale per sorseggiare vino guardando Cyrano de Bergerac.





Questo lo consiglio per il collega rompiballe (sì, quello che tenta di farvi le scarpe da mesi arruffianandosi il capo) temporaneamente a casa con l'influenza; l'arnese qui presente, con la sua meravigliosa frase guarisci presto, potrebbe rivelarsi più potente di una bambola vudù.


Il regalo ideale per l'amico che da mesi vi sgardella gli zebedei perché deve:
a) scegliere la facoltà universitaria, o
b) scegliere dove andare in vacanza, o
c) scegliere tra la Maria, la Giovanna e la Marika,
d) riempire a piacere
 A seguire trovate alcuni articoli che non mi spiego come siano potuti arrivare in produzione:





Chi non vorrebbe una bilancia che ogni volta che ti pesi ti dà dell'ippopotamo?



Questo penso sia un prodotto artigianale, quindi frutto della follia di un singolo, il quale:
a) odiava le conchiglie e quindi faceva loro del male, o
b) aveva seguito un suo progetto estetico che a noi francamente sfugge (da notare che le vele del veliero sono di carta e 3D).

Credo sia una delle cose più brutte che io abbia mai visto.
Terminiamo con un dubbio che mi lacera e per cui mi serve il vostro aiuto.                                                                                Mi rendo conto di avere grossi limiti, artisticamente parlando, sicuramente mi sfugge qualcosa quindi, vi prego, siate onesti: la pera in primo piano davanti al campanile la vedo solo io?


mercoledì 14 ottobre 2015

A volte basta poco

A volte basta poco per accendere un sorriso.
Stamattina sono andata dalla mia verduraia di fiducia per un necessario rifornimento di roba verde e, dopo aver dato un'occhiata al'angolo delle offerte, cosa che mi ha fruttato un broccolo e alcuni pomodori, ho iniziato a percorrere il solito percorso verduroso: un cavolo verza qui, tre banane là, il carrello si riempiva senza grossi sforzi mentre andavo avvicinandomi alla cassa.
In quel momento in tutto il negozio l'unico altro cliente era un uomo di mezza età che commentava ad alta voce con la titolare tutto quello che sceglieva, nell'errata convinzione che le sue scelte alimentari potessero essere d'interesse per qualcun'altro.
Girato l'ultimo angolo del percorso, dopo aver deciso  malincuore di lasciare lì la zucca (in questi giorni di tempo per la zucca proprio non ce n'è) mi sono diretta alla cassa, peccato che la suddetta fosse inagibile, letteralmente sommersa com'era da sacchetti di plastica pieni di verdura.
Mi sono guardata intorno cercando di capire l'origine del mucchio di vegetali e alla fine ho concluso che dovevano essere frutto dell'alacre attività di approvvigionamento del signor Bonaventura laggiù
in fondo; il gentiluomo probabilmente aborriva quelle cose plebee che noi del volgo chiamiamo carrelli ed aveva quindi deciso di appoggiare i suoi regali acquisti direttamente sulla cassa, "non è forse lì per quello?" - avrà pensato. A noi del popolo restavano i croissant.
Dopo avergli mandato quelle due-tremila maledizioni (niente di letale: un foruncolo nella piega di un orecchio, strapparsi il cavallo dei pantaloni mentre chiacchiera con il capo, piccole cose insomma), mi sono fatta largo e le mie verdure hanno finalmente raggiunto il nastro della cassa.
Una volta concluso l'acquisto, mentre mi avviavo verso l'uscita, dopo un rapido saluto alla signora, ho sentito Sua Maestà pronunciare queste celestiali parole:"Temo di essermi dimenticato il portafogli"
A volte basta poco per accendere un sorriso/sogghigno.

mercoledì 23 luglio 2014

Quando un Bretone lo paghi come l'oro

Non so se vi è mai capitato di imbattervi al supermercato in un espositore come quello nella foto; a me è successo qualche giorno fa mentre facevo la spesa con Enrico e, ignara della monumentale scoperta che stavo per fare, spingevo spensieratamente il mio carrello su per la corsia.
All'inizio ho pensato che si trattasse di qualche spezia strana e invece avvicinandomi ho scoperto l'esistenza, mai sospettata prima, del sale blu di Persia, del sale nero di Cipro e del sale grigio bretone.
La scoperta in sé non sarebbe niente di epocale se non fosse che, mentre esaminavo le confezioni, mi è caduto l'occhio sul cartellino del prezzo:

Sale Blu di Persia (confezione da 90 grammi) prezzo 2,21 euri
Sale Nero di Cipro (confezione da 50 grammi) prezzo 2,21 euri
Sale Grigio Bretone (confezione da 70 grammi) prezzo 3,19 euri

A prima vista magari non sembra neanche tanto ma, se uno ci pensa bene, corrisponde a quanto segue:

Sale Blu 24,5 euri/chilo
Sale Nero 44,2 euri/chilo
Sale Grigio 45,5 euri/chilo

Aggiungo solo, come termine di paragone, il prezzo del sale marca supermercato:  0,44 euri/chilo 
Facendo una botta di conti, i sali colorati costano 100 volte di più.

Impossibile non riandare col pensiero a un'altra scoperta di qualche anno fa: il complotto del pane (vedi Non di solo pane vive l'uomo) e farsi delle domande. 

Ammetto che in questo caso la situazione è diversa, di sale da 44 centesimi al chilo ce ne sono quintali e quindi il parente carissimo in Technicolor non è obbligatorio, semmai una scelta dovuta a motivi a mio avviso inspiegabili, nel senso che posso capire l'attrazione irresistibile del colore strano (in fondo io mangio il gelato al gusto Puffo), ma da lì a pagarlo cento volte di più ce ne corre!
Poi magari se li assaggi sono sali stratosferici che ti fanno rivalutare il concetto di paradiso e pur di averli li pagheresti più del Pata Negra, cosa ne so io che non li ho mai provati?
Tutto considerato, meglio optare per un sano vivi e lascia vivere,  in fondo qualcuno l'economia deve pur farla girare, o no?


lunedì 28 maggio 2012

Estreme interviste affatto riluttanti

Un paio di settimane apro facebook e ci trovo un messaggio in attesa; lo apro pensando che sarà una di quelle ragazze che vuole proporre qualcosa per il fine settimana, e invece mi trovo un messaggio assolutamente totalmente spaventosamente inaspettato:

"Ciao, mi chiamo Mauro e conosco Rico (e lui conosce me). Ma non ti scrivo per via di Rico, ma per via del tuo blog. (...). Volevo farti una piccola intervista per il mio sito di scrittura (www.maurocorso.it) e parlare del tuo blog. E' molto semplice, ti mando un po' di domande con l'introduzione che voglio mettere e tu devi solo scrivere le risposte. Che ne pensi, sepoffa'? A presto,
Mauro"

Nel dubbio lo rileggo, magari non ho afferrato bene. Oh, a me par di capire che mi vuol fare un'intervista.
A me. Un'intervista. Rileggo. Ah dì, parrebbe così. Non avrà sbagliato persona? Però il riferimento al blog è troppo preciso. Provo lo stesso livello d'incredulità di quella volta che mi arrivò per mail la lettera della signora Mary Joseph, benedetta nel Signore.
Chiamo Rico, gli leggo il messaggio e alla fine concordiamo che non v'è dubbio alcuno: mi vuol proprio fare un'intervista. 
Intendiamoci, non è che non mi sia mai capitato di fare interviste, però in quei casi a nessuno fregava una cippa di quello che pensavo io, erano più che altro interessati al pensiero del guru/esperto/cervellone straniero che stavo traducendo. 
Un colpo di scena che certi sceneggiatori si sfregherebbero le mani.
Ovviamente rispondo subito subissandolo di ringraziamenti anche solo per il fatto che sia stato sfiorato dal pensiero di farmi un'intervista. Il giorno dopo mi arrivano le domande ma purtroppo quel fine settimana mi tocca un lavoro last minute a Firenze e tra l'incubo logistico e la fretta, non avrei il tempo di pensare. Decido di posticipare la cosa al lunedì (torno sabato notte e la domenica chissà in che stato sarò).

Quando finalmente mi ci metto, mi trovo un po' spiazzata, ci son delle domande a cui non sono proprio preparata, però mi piace questa cosa di andare a scavare per capire com'è che gira la mia testa. E parlarne con qualcuno che trova assolutamente naturale che tu scriva (ci ho messo parecchi anni prima di poter scrivere qualcosa senza sentirmi in colpa perché "perdevo tempo").

Ovviamente non sono mancati i momenti difficili (uno su tutti il trauma delle medie che riaffiora con prepotenza a distanza di decenni, cavolo se  ero fiera di quella favola) ma ripensandoci adesso è stata davvero una gran soddisfazione; secondo me dovrebbero lanciare sul mercato un servizio di sostegno all'autostima che nei momenti di sconforto ti contatta per chiederti un'intervista, così risollevi l'umore senza affossare le finanze in ore di shopping, che poi torni distrutto e col portafogli esaurito.
Tomò, Mastercard.


Per chi fosse curioso, ecco l'intervista


venerdì 7 ottobre 2011

Pollice Nero, la Squartatrice e Amor di Broccolo: il ratto dell'Ikea

A volte una decisione lì per lì non sa di niente, non è giusta o sbagliata di per sé, lo scopri solo dopo.
Ricevo  un sms della Clodia:
Domani pomeriggio ore 14 io e l’Ale andiamo all’Ikea, vieni?
Il domani in questione è sabato e in circostanze normali ci vorrebbero un arpione da balena e un baleniere nerboruto per trascinarmi all’Ikea di sabato, in genere preferisco vivere. In questo caso però la Rinaldi, avendo appena traslocato, deve andare a comprare parecchia roba, incluso il divano, quindi mi pare giusto andare a offrire il mio sostegno, data l’enormità dell’impresa.
Decido di raggiungere lei e l’Ale direttamente là, dato che sono a pranzo parenti e non posso arrivare, scofanarmi tutto e  correre via, non è carino. E c’è sempre il rischio che mia mamma mi prenda a padellate.
Quando arrivo all’Ikea il parcheggio è sul pienino ma senza esagerare e la cosa mi rincuora; entro e chiamo la Clodia ma purtroppo non c’è campo. Mi avvio lungo il percorso, confidando di trovarle a breve; passo salotti, cucine e camere da letto, dribblando chiunque incontri sulla mia strada, neanche fossi Pelè. Dopo un po’ arriva un sms dell’Ale che chiede dove diavolo sono finita. Stringo i denti e continuo la perlustrazione e alla fine le trovo, nell’area dei giochi per bambini. La Clodia ha appena messo nella borsa Ikea un ratto grigio di peluche. Mi aggiornano sulla situazione e mentre le ascolto mi cade l’occhio su una roba verde in uno dei cestoni dei giochi che una volta estratta si rivelerà essere il peluche di un broccolo con corpo conico e pantaloni a quadretti. Un colpo di fulmine.
Le due lovarone (leggi golosastre) sono già state al bar Ikea per la merenda, quindi non ci resta che scendere al piano terra dove ci aspettano stoviglie, bicchieri e, soprattutto, le candele. Mi preparo psicologicamente alla battaglia: scendere nella fossa dei leoni con la Rinaldi, e sospetto anche con l’Ale, non sarà un passeggiata (fosse per loro comprerebbero anche i muri). Per fortuna manca la Ste che è al festival di Venezia a vedersi sette film al giorno, se ci fosse anche lei mi butterei direttamente sotto al primo carrello carico di Billy. Partiamo abbastanza tranquillamente, l’Ale vuole comprare un servizio di posate nuove, la Rinaldi cerca due ciotole per il muesli, niente di drammatico; di tanto in tanto cerco di convincere la Clodia a comprarsi un’alzatina per torte in vetro ma, inspiegabilmente, lei rifiuta nonostante le illustri i mille utilizzi di questo sottovalutato ammennicolo. Con il passare del tempo però la febbre sale e si iniziano a considerare le tovagliette da colazione, i piatti piani, fondi e anche quelli verdi giganti, fino ad arrivare al tragico momento delle lenzuola. 
Niente nelle parole della Clodia fa presagire la tragedia, non un avvertimento, non un segnale, dice semplicemente venite che dovete aiutarmi a scegliere le lenzuola; la seguiamo docili mentre passa incurante davanti a tutti gli altri colori, quelli normali, per poi fermarsi di fronte al nero.  
Personalmente il pensiero di dormire tra le lenzuola nere mi fa orrore ma per il momento taccio; però quando mi dice che non sa cosa scegliere, tra il lenzuolo con angoli grigio e quello nero, non riesco a trattenermi e osservo che sembra che stia preparando la cassa per qualcuno. Da morto. Lei ribatte che sono colori di design e io ne deduco che io non sono donna di design perché mi dovrebbero legare per farmi dormire in un letto con il sotto grigio e il sopra nero. Mancherebbero solo le corone di garofani e le candele accese. 
La Rinaldi mi lancia un’occhiataccia e ribatte Ma che colore vuoi metterci? Il letto è nero!
E questa è proprio l’ultima goccia. Io il suo letto non l’avevo ancora visto, sapevo solo che doveva andare il falegname a montarlo ma immaginavo fosse di legno, color legno. Di fronte a un letto nero con lenzuolo sotto grigio e sopra nero sono senza parole (a dir la verità, una ce l’avrei: catafalco). Alla fine però, vedendola esitare di fronte alle nostre velate critiche (anche l’Ale è perplessa ma non quanto me), le dico di non badare a noi e di prendere le lenzuola del colore che preferisce; anzi, di farlo subito, finché un abbinamento del genere è legale (prima o poi…).
E anche questa ce la lasciamo alle spalle, avanzando abbastanza spedite verso le casse; passiamo la zona tappeti e quella luci senza grossi problemi per poi arenarci del tutto inaspettatamente nella zona piante. Sempre la Rinaldi, pietra dello scandalo, se ne esce con Bella quell’orchidea, la compro! e a questo punto dobbiamo tirare una riga. Ci sono confini che non si possono e non si devono oltrepassare, uno di questi è quello che separa la Rinaldi dal mondo vegetale. Sono sempre più convinta che la Clodia sia vegetariana non perché ama gli animali ma perché odia le piante. Mesi fa, preda di un impulso malsano, le ho regalato una giovane pianta di clivia che avevo separato dalla mia. Trattasi di pianta senza particolari esigenze, a parte quelle dell’essere vivente in genere. Ho scoperto qualche mese dopo che la pianta in questione era deceduta, secondo l’assassina, inspiegabilmente. Riporto per correttezza la conversazione:
“Come, è morta? Ma se te l’ho data solo qualche mese fa? Cosa le hai fatto?”
“Ma niente, anzi l’ho curata! Un giorno che era bello l’ho anche messa fuori”
“Ma quando?”
“Boh, era dicembre”
“Ah, bene!”
“L’unica cosa è che me la sono dimenticata fuori qualche giorno”
“Oddio!”
“Dopo però l’ho sistemata vicino alla caldaia perché si scaldasse”
Rumore di testa sbattuta ripetutamente contro il muro, s’ode una voce rotta che grida Mio dio mio dio perché mi hai abbandonato!

Ora, voi capite che dopo una serie di sevizie del genere, non si può assistere senza fare niente di fronte a un’altra morte annunciata.
Era così bella...
“No, non la puoi prendere”
“Ma dai, perché no?”
“Perché non sei in grado, hai il pollice nero”
“Non è vero!”
“Ma te la ricordi la mia clivia? Per non parlare della pianta che avevi messo nel bagno senza finestre, dai, sei negata!”
“Magari stavolta va bene!”
Alla fine cedo per stanchezza e la Clodia mette l’orchidea nel carrello. A questo punto, secondo le nostre previsioni il più è fatto (che tenerezza le illusioni!) e ci dirigiamo con passo deciso verso la cassa. Il processo di pagamento è un po’ lungo ma alla fine ne veniamo fuori e ci troviamo dall’altra parte con un carrello pieno e un carrellone coperto di pacchi piatti.
Portiamo le macchine in zona carico e, a questo punto, iniziano le comiche. Abbiamo la mia macchina e quella della Rini ma i pacchi sono troppo grandi per entrambe; suggerisco di rimuovere l’imballaggio per guadagnare qualche centimetro ma strappare lo scotch a mani nude non è sport per signorine e dopo qualche tentativo ci fermiamo sconfortate. A questo punto l’Ale salva la situazione tirando fuori un portachiavi con coltellino e mettendosi a sgozzare cartoni con una ferocia degna di Whitechapel. Alzo la testa e vedo al primo piano tre tizi appoggiati alla ringhiera che guardano giù verso di noi; non posso giurare di avergli visto in mano del popcorn ma…
Poco a poco, a forza di togliere poggiatesta e piegare sedili (il tutto accompagnato dal lancio di sanguinarie maledizioni contro i produttori di automobili, di divani fai da te, e chi più ne ha più ne metta) riusciamo a farci stare tutto. Una volta pronte a partire, salutiamo l’Ale che torna a Cesenatico e la Clodia chiude il portabagagli con entusiasmo, proprio sopra l’orchidea. Non ci siamo per niente.
La strada del ritorno la percorriamo in carovana: io davanti sulla Fiesta e la Rini di dietro sull’Incudine; guardandola dallo specchietto retrovisore la vedo alla guida un po’ sbilenca ma è comprensibile, i mobili occupano buona parte dello spazio e se vuole vedere qualcosa non ha molta scelta se non fare la contorsionista. Ovviamente c’è un inizio di rientro quindi in autostrada è un po’ affollato ma, tutto sommato, ce la caviamo abbastanza dignitosamente e riusciamo a raggiungere incolumi casa Rini. La felicità però finisce lì. Sì, perché i mobili non è che volino, quindi almeno fino all’ascensore li devi trasportare, e poi dall’ascensore all’ingresso. In un paio di occasioni, proprio mentre stiamo caricando l’ascensore, questo si ribella e chiude le porte intrappolandoci nel mezzo. Dannate macchine. Quando finalmente anche l’ultimo mobile è entrato in casa e l'orchidea fa bella mostra di sè sul tavolo in terrazzo, ci guardiamo con soddisfazione: il dado è tratto.
Con questo si conclude la narrazione di un epico pomeriggio svedese/romagnolo. Non mi resta quindi altro da riportare se non il fatto che in data 30 settembre ho appreso con dolore del decesso dell’orchidea di cui sopra: in poco più di tre settimane il giovane virgulto è appassito, il fluido Rinaldi ha colpito ancora. Voci di corridoio sostengono che i produttori del Flit siano molto interessati al fenomeno.