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mercoledì 2 agosto 2017

Gita bagnata, gita mai più

Io a Brighton non ci vado più, ci sono stata due volte e ogni volta mi becco un nubifragio, l'universo mi sta mandando un messaggio forte e chiaro, meglio ascoltarlo, vorremmo evitare la tromba d'aria.
Stamattina quando siamo usciti per fare colazione era tutto un cielo blu con sole splendente ma, già alla partenza, si poteva notare qualche avvisaglia di Fine del Mondo Imminente; niente cavallette per fortuna ma nel pullman l'aria condizionata non voleva saperne di funzionare ed eravamo stipatissimi, insieme a una mandria di 45 studenti cinesi, dopo venti minuti si faceva la sauna. L'autista, interrogato sulla faccenda, ha ammesso di non avere mai guidato quel pullman e di non sapere come attivare l'aria. Siamo arrivati vivi ma bolliti, una tipa del gruppone cinese ha pure vomitato e quelli in fondo al pullman per uscire hanno dovuto saltare come gazzelle.
Dopo un breve giro dei monumenti tra gli sbadigli generali, abbiamo liberato l'orda in zona negozi e siamo scappati; di lì a poco ci saremmo pentiti di aver abbandonato il pullman-sauna, sprovvisti come eravamo di pinne e boccaglio.
Quando finalmente siamo tornati al college, sono arrivata in stanza con scarpe e piedi bagnati, oltretutto con questo bel clima secco se si bagna qualcosa resta bagnato in secula seculorum. La polmonite incombe.

Dato che qui si mangia alle 18.30, mi sono cambiata in fretta e sono andata in mensa, sempre sotto la pioggia. Nel menù serale c'era lo spezzatino di vitello con riso, salutato dai più con gioia; grazie all'arrivo del citato gruppone di cinesi, i sadici della mensa fanno meno pasta scotta e più riso cotto giusto, in più quella sera per dolce c'era una crumble di mele mangiabile anche se, data l'ora, faceva molto pasto in ospedale con mela cotta di dessert. Son cose che un po' ti abbattono.

Concludo la cronaca della giornata con un esempio dell'inguaribile ottimismo della gioventù: la sera prima della partenza, di fronte a previsioni che davano per Brighton temperature tra i 18 e i 21 gradi, una delle boccia ha concluso imperturbabile: "io comunque il costume lo porto"

E l'ha portato.

mercoledì 28 giugno 2017

L'accorato appello di un vampiro

In questi giorni di caldo torrido l'unica possibilità di sopravvivere, per chi come me non ha ancora l'aria condizionata in casa, è rifugiarsi al mare per godere della brezza marina o almeno di quel filo d'aria che si degna di circolare; purtroppo io e il sole non andiamo d'accordo quindi al momento gran parte della giornata la passo in casa con le tapparelle tirate giù, aspettando la sera per mettere fuori timidamente il capino; in sostanza ho tutte le beghe dei vampiri (se mi espongo alla luce non credo di prendere fuoco ma, bianca come sono, ci andrei vicino), senza nessuno dei vantaggi.
Sabato sera col favore delle tenebre ho raggiunto la Rinaldi che lavorava come cassiera a una festa in spiaggia; per l'occasione, onde evitare di perdere anni di vita cercando un parcheggio, ho tirato fuori lo scooter e rischiato la pelle sulla via Cesenatico, che in certi punti è ormai allo stesso livello di una mulattiera.
Quando finalmente sono arrivata nella zona di Ponente, mi sono trovata davanti il trenino che porta in giro bambini e turisti, ovviamente a una velocità massima di 25 km/ora; per aggiungere il danno alla beffa, i bambini che occupavano l'ultimo vagone cantavano in coro Occidentalis Karma, con tanto di coreografia. Sono abbastanza sicura di non aver fatto niente di tanto orrendo da meritare una cosa simile.
La Rinaldi era già in posizione ma non particolarmente indaffarata, erano le 23 e c'erano quattro gatti, non fa figo farsi vedere prima dell'una, sospetto che il vampirismo di stia diffondendo tra le nuove generazioni.
Io e la Piraccini (arrivata prima di me, per lei niente trenino), ce ne stavamo a lato cassa sorseggiando roba piena di ghiaccio nella speranza di abbassare la temperatura corporea mentre, dietro di noi, uno degli addetti alla sicurezza vegliava sull'incolumità della cassa (la cassiera alla sua incolumità ci pensa tranquillamente da sola).
Da quella posizione si ha un quadro perfetto della situazione (prima o poi tutti prendono qualcosa da bere) e devo dire che negli anni non ho visto grandi cambiamenti nella fauna che popola questo particolare tipo di evento (a suo modo è rassicurante notare che in fondo siamo tutti uguali), ci sono alcune categorie sempre rappresentate, a volte con qualche perla inattesa.
C'è per esempio quello inesperto che arriva alla festa in spiaggia con le scarpe di tela scure e lo vedi fermarsi davanti a quel mare di sabbia candida che lo separa dal pubblico danzante, incerto se sacrificare le scarpe alla possibilità di trovare da far del buono; la sua controparte femminile arriva con i tacchi a spillo e si trova suo malgrado costretta a scendere, decisione non facile visto che la mise per la serata è stata accuratamente pensata intorno a quei quindici centimetri in più e quindi scendendo dai tacchi si rovina tutto l'effetto.
Poi ci sono gli habitué, quelli che salutano i baristi (e la cassiera), che fanno un salto in bagno quando è ancora umano, quelli insomma che sanno come muoversi e non combinano casini.
La parte più interessante arriva più tardi, quando i livelli etilici si alzano e il lavoro della cassiera diventa complicato; è lì che l'esperienza fa la differenza.
Perché non si tratta solo di capire cosa ti dice gente che biascica come se avesse un tordo in bocca, devi anche gestire quello che ha finito i soldi e vuole barat tareil suo cellulare con un paio di birre, per non parlare della Splendida, quella che arriva alla cassa e ti chiede quanto costa l'upgrade. Alla tua richiesta di spiegazioni, questa ti risponde che lei vuole cocktail con alcool di migliore qualità. Purtroppo non ero presente quindi non so se teneva il mignolo alzato mentre faceva siffatta richiesta.
Un capitolo a parte merita colui (generalmente un uomo) che vive la festa in spiaggia come un momento di assoluta libertà e quindi a un certo punto decide di togliersi la maglia e ballare a torso nudo.
Ora, se da una parte plaudo all'uomo che si sente così a suo agio col proprio corpo da non avere
timore a mostrarlo, dall'altra devo riconoscere che la situazione si presenta alquanto delicata: mentre tu, ignara di tutto stai ballando, entri in contatto con l'uomo questione il quale, oltre essere a torso nudo è spesso anche abbondantemente sudato, un po' come prendere in mano una lumaca gigante.
Vorrei anche fare un appello all'intera comunità degli allergici alla t-shirt: capisco le vostre esigenze di libertà e spensieratezza ma mi aspetterei una maggiore sensibilità da parte vostra nei confronti dei meno fortunati; non è bello constatare che la maggior parte voi è più prosperoso della sottoscritta, lo trovo francamente ingiusto quindi, in futuro, prima di togliere quella t-shirt, fermatevi un secondo a riflettere, la vostra felicità non dovrebbe costruirsi sulle sofferenze di noi minoranze svantaggiate.
Cordialmente.


martedì 30 agosto 2016

Tintarella sulla fiducia

Il balzo della fede serve più spesso di quanto non si pensi.
Qui a lato vedete l'inevitabile articolo sull'abbronzatura pubblicato su Grazia il 21 giugno (sto leggendo gli arretrati passatimi da mamma, devo recuperare il mese passato in terre straniere coi boccia); l'autrice ci rivela che quest'anno spopola il colore dorato in stile Copacabana, con effetti ambrati-dorati.
Fin qui tutto bene, però mi chiedo: se l'articolo deve servire a dare indicazioni a noi della plebe cosicché ci buttiamo su lozioni, pomatoni e integratori nella speranza di sentirci strafighi e molto vip, che senso ha metterci a corredo una foto in bianco e nero?
Perché noi del volgo non siamo mai passati da Copacabana con la cartella colori per capire qual è il pantone ideale per la tintarella di tendenza.
A mio avviso l'articolo, che in teoria dovrebbe spingerti a fare il mutuo per comprare i millemila prodotti che servono per l'abbronzatura vip (oltre agli spray vernicianti in caso i tentativi falliscano e ti ritrovi con un colore besciamella gratinata), con questa foto si dà la zappa sui piedi: ti fa vedere una giovine che, pur essendo innegabilmente grigia, fa comunque una gran figura
C'é il rischio concreto che qualcuno cominci a pensare che in fondo si può vivere anche senza tintarella ma allora tutti quei poveri pomatoni che fine farebbero?
 

giovedì 5 febbraio 2015

Pocahontas e Kit Carson uniti contro la crisi

Sulla crisi economica che affligge da un bel pezzo il Paese sono stati fatti studi e analisi di ogni genere, principalmente al fine di capire quanto ancora ce la dovremo sorbire; nonostante l'enorme valore scientifico di questi sforzi, io ho deciso di indagare a modo mio e ho rivolto l'attenzione altrove, nello specifico, sul numero di Grazia del 21 gennaio scorso.
In copertina la rivista ci promette ben 250 look per la primavera estate e quindi tu inizia a sfogliarla sperando che ti dica cosa diavolo andrà di moda in questa stagione: le borse a forma di pasticcino? Le scarpe fatte coi copertoni dei Tir? Chi meglio di Grazia può guidarci nell'intricato universo fèscion?
A pag. 82 troviamo, come promesso, le scelte di Grazia per la moda primavera-estate. Datemi dell'inguaribile ottimista ma non posso evitare di partire con una certa fiducia, tra questi benedetti 250 look vuoi che non ce ne sia qualcuno anche per noi esseri umani normali?

La pag 84 parte con garbo rivelandoti che in questa stagione vanno le RIGHE e puoi già sentire la fiducia crescere, le righe di per se non sono niente di terrificante, se escludiamo il fatto che in redazione paiono prediligere le righe orizzontali, possibilmente larghe, un tipo di fantasia che farebbe sembrare boteriana anche Olivia di Braccio di Ferro.
La pag. 86 è la solita zuppa riscaldata di nero, pelle, spille, fibbie e compagnia bella, forse un look un po' troppo dominatrix ma anche qui nessuna sorpresa.
Sorpresa che arriva invece a pag. 88 con i tailleur pantalone monocolore che saranno tanto utili quando si va a lavorare ma fanno sempre un po' l'effetto di un manichino in vetrina.
A questo punto io sarei già a posto per la mia primaveraestate: ho le righe (sottili), il nero (no fibbie, no dominatrix) e i tailleur (quelli proprio solo no), però in cuor mio so che non può essere tutto così rapido e indolore e quindi rassegnata giro pagina.
Qui la vita si fa dura, a pag. 90 scopriamo che va il look squaw (frange ovunque, un po' Kit Carson e un po' Pocahontas); mentre tentiamo disperatamente di digerire l'agghiacciante scoperta che il baule western non l'hanno sigillato a suo tempo e buttato a mare, la pag 91 ci abbatte con una potente mazzata: il 700, ispirazione Maria Antonietta, moda per dame contemporanee.
Confesso che arrivata a questo punto ho un po' paura ma ormai ho fatto 30, facciamo
31, quindi incurante del fatto che se ci fanno sopra dei film horror un motivo ci sarà, giro la pagina e quello che viene dopo me lo merito tutto:
Pag 92 - Gli abiti sembrano giardini (se è così qualcuno ha sbagliato qualcosa)
Pag. 94 - La palestra detta ancora lo stile (c'è una modella inzampata in un robo che la fa sembrare un sacco, non oso immaginare l'effetto su una donna umana)
Pag. 96 - I pois (lo stile Alkaseltzer incombe)
Pag. 97 - L'effetto nudo (a una certa età gli spifferi sono da evitare)
Pag. 98 - Patchwork (serve aggiungere altro?)
Pag. 99 - Anni 70
Pag. 100 - Solo Bianco
Pag. 102 - Stampe psichedeliche
Pag. 103 - Piume
Pag 104 - L'immancabile Denim
E, ciliegina sulla torta,
Pag. 106 - Verde
Pag 107 - Latina (la donna, non la città)

Mi pare evidente che, di fronte a un calo significativo delle vendite (e torniamo alla crisi), i capoccia del settore abbiano deciso che questa volta va di moda la qualunque così, vuoi che non ci prendano almeno una volta?
Fosse stato per me avrei concluso questo reportage dalle sfilate sottolineando che lo stile mix & match (leggi mettiti quello che ti pare, come ti pare, con cosa ti pare) non passa mai di moda.
E se non comprano così...



giovedì 31 luglio 2014

Le lotte femminili non finiscono mai

Confesso che questo post mi causa un po' di imbarazzo: è troppo facile, basta caricare l'immagine (che in questo caso vale ben più di mille parole) e la Festa della Badanti 2014 parla da sola.
Mi limito quindi a pochi e brevi commenti:

1) La locandina annuncia a gran voce incontri di lotta femminile nel fango (allestito apposito ring), poi però arriva la delusione: l'immagine a corredo è chiaramente quella di un foam party, forse si teme che il fango sporchi gli schizzinosi seduti nei tavoli a bordo ring?
2) Consiglio di spostare il CAR WASH delle badanti all'interno del salone, così si potrà lavare via tutto il fango dei precedenti incontri di  lotta femminile, ottimizziamo le risorse, no?
3) A cosa diavolo è appeso il dj Andrea Capello al quale è affidata la conclusione in grande stile dell'evento? Ho paura a dirlo ma temo sia un capello.
3-bis) però apprezziamo che l'artista si lasci andare a qualche confidenza sulla sua vita avec badante e dispensi consigli preoccupandosi per il nostro futuro.
4) Le ragazze del SEXI BAR (SEXY evidentemente è da vekki) faranno la pole dance intorno a un palo dell'INPS? Se sì, propongo che invece dei biglietti da cinque euro negli slip, i partecipanti versino alle showgirl i contributi.

Una rapida ricerca mi ha permesso di scoprire che questo ineguagliabile evento si ripete già da qualche anno in quel di Prato Barbieri e con pochissime variazioni, segno inequivocabile di un solido successo di pubblico. Già nel 2010 il nostro baldo dj  chiudeva in grande stile l'evento ma evidentemente non era ancora ritenuto meritevole di comparire di persona sulla locandina.
La locandina 2011 purtroppo non è pervenuta.
Nel 2012 ecco comparire Andrea Capello virilmente appeso al capello.
Nel 2013 la conclusione era sempre saldamente nelle sue mani ma in partnership con Fabietto & Lyons, che avranno forse tentato di spodestarlo dal trono ma evidentemente con scarsi risultati.
Attendiamo con trepidazione la locandina dell'edizione 2015.


P.S. Un sentito ringraziamento a Roberto Orsini per aver portato alla mia attenzione questa piccola gemma.
P.P.S.Vi ricordo che è possibile prenotare tavoli a bordo ring.


Ora che si è finalmente svolto, ecco un video che documenta l'evento, da non perdere il discorso del commentatore :)


venerdì 31 agosto 2012

Un animale tipo topo ma più lungo

E' sabato, sono le 20 e fa veramente un caldo boia, però stasera c'è una festa in spiaggia: tutto sommato poteva andare peggio. 
L'evento su facebook sostiene che il concerto di apertura della serata inizia alle 22 ma l'Ale, che di ste feste se ne intende, è categorica: prima delle 23 non si farà veder nessuno, quindi l'appuntamento slitta di un'ora.
L'arrivo è ovviamente su due ruote (provate voi a trovare parcheggio a Cesenatico in agosto, io preferisco vivere), dopo aver evitato per un soffio di stirare un ciclista adolescente che pedalava allegramente contromano, sistemo lo scooter negli appositi spazi e via verso Bagno Universale; L'Ale mi aspetta davanti all'ingresso e, mentre ce ne stiamo lì a far delle chiacchiere, arrivano Paolo e Mohuro con i quali per un po' ammazziamo il tempo guardando il passeggio sul lungomare che offre sempre spunti stilistici a dir poco interessanti (ancora niente ghette di jeans ma non perdo la speranza).
Essendosi fatte le 23.30 decidiamo di raggiungere l'Albertini che questa sera è presente in veste di cassiera; ci spostiamo sul retro dello stabilimento e solo allora ci rendiamo conto che sulla spiaggia c’è già parecchia gente e il concerto è in pieno svolgimento. Come ci sia stato possibile chiacchierare per venti minuti senza accorgercene rimane un mistero.
L'artista in onda è HUBERT THE STOMPER e in effetti l'uomo stompa come se non ci fosse un domani; trattasi di una one-man-band, o meglio, qualcuno ha detto che sulla locandina era pubblicizzato anche uno special guest ma noi non se n'è vista traccia, forse ce lo siamo persi mentre giocavamo a Ma come ti vesti? sul lungomare.
Nonostante lo avessi davanti, ammetto che c'è voluto parecchio prima che mi rendessi conto che Hubert the Stomper indossava una maschera; ci tengo a precisare che stavo bevendo una semplice cocacola, non ero offuscata dall'alcol ma quella specie di taglio a caschetto che aveva gli copriva parte della faccia e le luci facevano il resto.
E' chiaro però che, una volta assodata la cosa, le domande son fiorite come tulipani: V for Vendetta? Venerdì 13? Il silenzio degli innocenti? 
Lo ammetto, la curiosità mi rodeva, cosa diavolo ci faceva un uomo mascherato a stompare in spiaggia? Anche la Ste, interrogata tra uno scontrino e l'altro, non aveva risposte da offrire; però mi ha rivelato che nel corso del concerto l'artista aveva menzionato spesso le pantegane, sottolineando che a volte te le ritrovi dentro casa (viene da chiedersi dove viva esattamente quest'uomo). Alla fine della conversazione avevo ancora più domande di prima; ho anche notato che pur parlando di luridi, schifosi ratti, la nostra cassiera non faceva una piega ma in fondo la cosa era facilmente spiegabile: per l'Albertini una volta assodato che non è un gatto, va bene anche Alien. 
Come la pantegana si collegasse alla maschera non era però ancora chiaro, non avevo altra scelta che calare l'asso: ho individuato Ale Monogawa (il deus ex machina della serata) in avvicinamento e gli ho girato la domanda. Ho così appreso che la maschera in questione era una maschera da lontra e che Hubert l'aveva fatta da solo. Le pantegane erano state quindi un balzo dell'immaginazione albertinesca, troppo presa da scontrini e resti per prestare più che un briciolo di attenzione al concerto. 
Quando sono tornata a riferire l'esito delle mie ricerche al gruppo s'è presentata un'altra difficoltà: Paul, che è forestiero, voleva sapere cosa fosse una lontra e mi son resa conto che, a parte non sapere come si dice lontra in forestiero, non ho un'idea precisa di come sia fatta una lontra, l'unica definizione che mi veniva in mente era un animale tipo topo ma più lungo, e ciò non era di grande aiuto. Mi tocca anche ammettere che, se qualcuno di noi si fosse sprecato a dare un'occhiata agli articoli online che pubblicizzavano la serata, la nostra vita sarebbe stata molto più facile; sarebbe bastato leggere il riferimento a Hubert e al suo otter boogie e il mondo ci avrebbe nuovamente sorriso. Branco di poltroni.
Alla fine della fiera però non ho trovato risposta al mio primo e più bruciante interrogativo: why? Perché?

Kudos per il djset che è seguito (han messo pure blister in the sun che tutte le volte penso sia dei Blur e invece poi risulta che è dei Violent Femmes), peccato che fosse arrivata talmente tanta gente che ballare era praticamente impossibile. 
Ci siamo spostati al riparo di un paio di lettini dove almeno non rischiavamo di essere calpestati dalla mandria assetata che calava sul bar e, mentre mi guardavo intorno, ho avuto una strana sensazione: all'inizio non riuscivo a metterla a fuoco, solo dopo un po’ mi sono resa conto che c’era un sacco di gente parecchio più alta di me, mi guardavano tutti dall'alto in basso, una cosa per me piuttosto insolita (non sarò una vatussa ma mi difendo). Quando l’ho fatto notare agli altri è stata l’Ale, che è oriunda di Cesenatico, a svelare il mistero: pare ci fosse un torneo di beach volley, da cui l’eccedenza di spilungoni. Peccato che lì in spiaggia non tornassero particolarmente utili: non avevamo scaffali alti da aprire né frisbee finiti su rami irraggiungibili, quindi sostanzialmente erano solo di troppo, come le altre tremila persone che si accalcavano ovunque. Almeno, essendo tutti atleti erano magri e quindi prendevano poco spazio dabbasso, dove era importante; ovviamente si allargavano parecchio più in alto ma tanto lassù noi non ci arrivavamo, quindi potevano coprire svariati metri quadrati senza dar fastidio a nessuno.
Devo ammettere che, nonostante la folla un po' soffocante, in spiaggia si stava decisamente bene, il caldo era finalmente calato concedendoci un po' di tregua e lasciandoci soli di fronte a una stellata strepitosa; però si eran già fatte le ore piccole e le mie possibilità di conquistarmi uno spazio sulla pista, circondata com'ero da tutti quei perticoni, oltretutto muscolosissimi, tendeva a zero quindi, da brava anziana, ho preferito ritirarmi quando ancora i ricordi della serata erano tutti positivi (eccetto il mistero della maschera, tutt'ora irrisolto). Dopo un rapido saluto ai presenti ho levato le tende, o piuttosto, ho tentato di levar le tende: avevo lasciato i sandali sotto lo sgabello dell’Albertini, di fianco alla cassa, quindi mi è toccato fendere la folla in fila per il bar e poi chiedere al nerboruto della sicurezza che vegliava sulla Ste di spostarsi per farmi recuperare i sandali.
Onde evitare un cartone sul naso, prima di agire ho chiacchierato un po’ con l’Albertini perché Maciste si rendesse conto che non ero una malintenzionata scippacasse ma avevo semplicemente lasciato i sandali nel posto sbagliato. Per fortuna l’uomo ha afferrato la situazione, mi ha lanciato un’occhiataccia del tipo ti spezzo in due quando voglio ma non una di quelle serie, era piuttosto un’occhiataccia di routine, di quelle che secondo me ormai lancia anche senza volere, un po’ come i ballerini che, dopo anni e anni di danza, camminano sempre con la posa da ballerini. Ricevuta l'occhiataccia di ordinanza, non me ne son rimasta lì a sfidar la sorte, ho afferrato i sandali, salutato la Ste e mi sono dileguata.
L’ultimo meraviglioso momento della serata è stato tornare a casa in scooter lungo quelle vie tra i campi dove anche in agosto fa freddo e ti trovi, incredula, a rabbrividire. 
Di questi tempi è la sensazione più bella del mondo.

P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

venerdì 24 agosto 2012

T&F: e il cerchio si chiude

Oggi vorrei chiedere il vostro parere su un dubbio che mi tormenta da un po': tutto risale a un paio di settimane fa, me ne stavo su una stuoia in campeggio a leggere fumetti mentre la voce dei commentatori radiofonici mi teneva compagnia, strappandomi di tanto in tanto alle mie nipponiche avventure. Era ancora il periodo di fuoco delle olimpiadi quindi a tenere banco erano le gare, gli atleti, i giudici, i menu, il gossip olimpico ecc.
Tutto sommato l'esperienza olimpica è stata piuttosto divertente, l'unica cosa che ho trovato piuttosto irritante è stata questa tendenza dei commentatori a scagliarsi contro l'atleta di turno, colpevole di non  aver raggiunto il traguardo che tutti si attendevano; ho ascoltato questi esimi personaggi, la cui massima performance atletica sarà probabilmente la partita di calcetto con gli amici il martedì sera, sparare a zero su atleti che hanno sudato sangue per quattro anni in silenzio e nell'oscurità (perché si sa, in Italia se non prendi a calci un pallone non ti si fila nessuno), e tutto questo con una tranquillità che mi ha lasciato sbalordita. Gare in cui tutto si decide in una frazione di secondo usate come pretesto per sparare a zero su qualcuno che immagino sia già parecchio depresso di suo. Capisco che tutti dobbiamo pagare il mutuo e se fai polemica magari ti si alza l'ascolto ma il concetto che non si spara sulla Croce Rossa è passato di moda?
Comunque il mio dubbio riguarda un'altro argomento, questo era solo un sassolino che volevo togliermi dalla scarpa, mi rodeva da un po'...

Passiamo al dubbio vero e proprio: tornando al pomeriggio di cui sopra, i commentatori erano elettrizzati perché si avvicinava la sfida più attesa di tutte, quella sera ci sarebbe stata la finale dei 100 metri e non stavano più nella pelle al pensiero di poterla seguire in diretta (infilavano nella conversazione l'uomo proiettile ogni tre secondi). Ovviamente si sono sprecati i collegamenti telefonici con i vari esperti ed ex atleti a cui chiedere un pronostico, la probabilità di un nuovo record olimpico ecc.
Inizialmente ho pensato che questi commentatori in particolare fossero appassionati di corsa ma poi, nelle trasmissioni successive la cosa si è ripetuta e da qui il mio dubbio: considerando quanto è cambiato il mondo negli ultimi millenni, non vi pare strano che continuiamo a considerare come gara più importante e come atleta più significativo di tutti i giochi olimpici quello che corre più forte? Perché? In fondo ci sono tante altre discipline più complesse, che richiedono l'eccellenza in tutta una serie di capacità, partendo anche solo da quelle che richiedono l'utilizzo di un attrezzo e quindi l'iterazione dell'atleta con l'oggetto, per non parlare poi degli sport di squadra in cui giocano un ruolo fondamentale anche la strategia, il lavoro in gruppo ecc ecc. Quindi perché questa fascinazione con l'atleta che corre più veloce?
Giuro che non sto cercando di fare polemica o di provocare, è che non riesco a capire per quale ragione il campione dei 100 metri abbia più rilevanza del campione del salto in alto o di quello del sollevamento pesi.
Forse il problema è che io e il modo dell'atletica non siamo venuti in contatto spesso, magari mi sfuggono dei concetti base.
Ricordo che alle superiori si era quasi tutti parecchio restii all'idea di partecipare ai giochi d'istituto; una volta la prof per costringere tutte a fare qualcosa ricorse alle minacce, decretando che chi non avesse partecipato alle gare di atletica avrebbe dovuto fare il "balletto di apertura". Inevitabile la valanga di iscrizioni alle gare, improvvisamente ci eravamo scoperte atleticissime.
Ovviamente la prof in questione ci fece due balle così, ripetendo come un mantra che dovevamo allenarci seriamente, che nella vita era fondamentale mantenere gli impegni, ecc ecc, rendendo quindi le cose ancora più pesanti di quanto già non fossero.
Arrivato il giorno del giudizio, dopo aver assistito a un imbarazzante  balletto di apertura (un comprensibile sospiro di sollievo per lo scampato pericolo serpeggiava tra le nostre file), ci spalmammo in giro per le varie discipline; io ero al lancio del disco, scelto più che altro perché non era molto frequentato. Era talmente poco frequentato che riuscii non so come ad arrivare prima (il che la dice lunga anche sul livello atletico dell'istituto nel suo complesso).
Io non mi considero una persona particolarmente competitiva, preferisco gli sport di squadra in cui puoi essere anche il più bravo del mondo ma se non sai lavorare con gli altri non vai da nessuna parte, però devo ammettere che, in quella occasione, starmene lassù in cima al podio e ricevere la dorata coppa, ma soprattutto riceverla direttamente dalle mani di quella cara persona della prof, è stata una soddisfazione di livello stellare. Na na  na na  na!


P.S. Certo che tutto sto cappello, solo per arrivare a dire che una volta ho vinto una coppa...




















giovedì 21 giugno 2012

Faraone in carriola con salsa yogurt: la nuova ricetta di Johnny e Mongo

Oggi facciamo un viaggio nel tempo e torniamo con la mente al 5 giugno: è martedì sera e tutto sembra indicare che stavolta ce la faremo. In passato abbiamo fallito per motivi vari e troppo lunghi da elencare; questa sera però, cascasse il mondo, si va a vedere il nuovo spettacolo di Johnny e Mongo: "Johnny & Mongo - l'Antico Egitto".
L'Ale passa a prenderci puntuale come sempre e dopo mille dubbi (sarà caldo? Sarà freddo? Sarà umido? Avranno la cocacola?) saliamo in macchina e si parte in direzione Ravenna.
La performance si tiene all'Arena Palma d'Oro in quel di Castiglione di Cervia, un'amena località che dista circa mezzora da casa nostra; durante il tragitto in macchina scopriamo un mondo a noi sconosciuto, vecchie case, vie con macchine parcheggiate ovunque causa locale festa dell'Unità ma, soprattutto, strade così strette e remote da farci temere che finissero nella famosa cascata alla fine del mondo.
Ma non hanno uno straccio di navigatore? - vi domanderete voi; il navigatore ci sarebbe anche ma, qualcuno, quando ho chiesto se dovevo prenderlo su, ha scosso la testa con l'ormai famosa frase "no, che fin lì ci arriviamo", salvo poi andarsi a sedere sul sedile di dietro e lasciare me (no, dico, me) a far da navigatore.
Ovviamente alla fine il posto l'abbiamo trovato ma, chissà come mai, al ritorno ci abbiamo messo moolto meno...

Purtroppo avevamo già mangiato, quindi non abbiamo potuto testare gli strozzapreti o le tagliatelle al ragù, e neppure l'ottima piadina che una signora stava tirando con il matterello proprio davanti ai miei occhi,  ma per un paio di porzioni di patatine fritte il posto lo si trova sempre; arraffati cibo e beveraggi, siamo scesi nell'arena e ci siamo accaparrati un tavolo in posizione centrale.
Mentre si chiacchierava sorseggiando (io) l'immancabile cocacola, da dietro le quinte del palco è uscito un giovine reggendo un ampio cartellone con cui tentava, senza grande successo, di occultare alla nostra vista quella che era a tutti gli effetti una mummia; la bendata figura (almeno cinque rotoli di carta igienica) si è rapidamente infilata in un parallelepipedo-scatola stile sarcofago, scomparendo ai nostri occhi.
Anche se le trombe sono ufficialmente squillate più tardi, per me è stato quello l'inizio dello spettacolo.
La mummia ha fatto la sua comparsa a spettacolo già inoltrato e dall'alto della mia lievissima claustrofobia sarei curiosa di chiedere,  all'eroe celato sotto le bende, come sia stato trovarsi completamente bendati, chiusi in uno scatolone e impossibilitati a uscire. Solo a pensarci, l'ansia scorre a fiumi.

Lo spettacolo in questione è uno spettacolo di cabaret, surreale e gioiosamente sgangherato, con momenti di musica e teatro alternati, sovrapposti, o come si dice dalle mie parti invrucchiati (attorcigliati). Le scenografie e i costumi sono poveri, fatti di carta, cartone e oggetti improbabili ma perfettamente in linea con lo spirito nonsense della performance.
Merita menzione l'entrata in scena del farone Ramesse, trasportato su una portantina adorna di fronde e spinta da uno schiavo che tutti abbiamo compatito; ho tentato invano di catturare la regale immagine ma il tragitto non era illuminato e il mio telefono al buio non ce la può fare. Quella che vedete qui a lato è una foto presa dalla pagina facebook di Johnny & Mongo
Il faraone in questione, oltre a essere allergico ai latticini (stando alle analisi appena ritirate) si rivela anche un uomo forzutissimo, riuscendo a uscire illeso dall'agguato tesogli da Johnny & Mongo, costretti a toglierlo di mezzo onde spazzare via la maledizione scagliata su di loro dalla mummia di Sethi I, faraone precedentemente ucciso da quello attualmente in carica (la trama in effetti ricorda un po'  Biutiful).
Il faraone e la mummia lottano senza esclusione di colpi e alla fine, quando ormai l'ammasso tessile sembra sconfitto, la mano del destino si abbatte senza pietà sul faraone: incautamente cibatosi di una salsa allo yogurt, il pur nerboruto dio tira le cuoia causa overdose di fermenti lattici.
A quel punto si pone il problema di trasportare fuori scena il corpo del faraone ed ecco ricomparire il carretto frondoso e gli schiavi; sfortunatamente, proprio sul più bello un posizionamento non proprio impeccabile del corpo ha fatto impennare il carretto come un cavallo imbizzarrito. Comunque alla fine ce l'hanno fatta (chissà quanti regali lividi saranno spuntati il mattino dopo).

Ovviamente, trattandosi di una performance di un certo livello, non sono mancati gli attimi di romanticismo struggente, cito ad esempio la vetta di tenerosità toccata dall'espressione "Amore ti spezierò" all'interno del componimento "Amore ho fatto il sugo rosso" che non ha mancato di strappare qualche lacrima al pubblico.
Segnalo alcuni dei miei momenti preferiti tra quelli ormai considerati parte irrinunciabile di qualsiasi performance J&M che si rispetti: la lotta con il coccodrillo gonfiabile (in questo caso è il dio coccodrillo che i due sono costretti a venerare) e l'inno a Gozer, il Distruggitore (a lato trovate un video, in questo caso vale veramente mille parole); in questa performance il Gozeriano è il nuovo dio incontrato dai due eroi dopo quarant'anni di peregrinazioni nel deserto.
Di pregevole fattura il cartellone con su scritto "40 anni dopo".

Come già accaduto con l'ingresso e l'uscita del faraone, la performance non si limitava al palco, estendendosi invece anche alle zone limitrofe, come ad esempio quando Mongo ha deciso di salire su un albero per scrutare l'orizzonte ed è saltato giù dal palco, dirigendosi verso una palma ubicata sulla nostra destra. Io pensavo facesse finta e invece quest'uomo scalzo, a mani nude, i fianchi cinti da un gonnellino, si è arrampicato fino in cima alla palma, roba che neanche l'Uomo Ragno... Mentre lo fissavo incredula, il dubbio che fosse in realtà un alieno fatto di gomma mi è venuto, lo confesso.

Mi rendo conto che potrei continuare ancora per parecchio, mano a mano che ci penso mi vengono in mente altre cose ma, essendo che ho una lavatrice di panni da stendere, mi congedo con un'ultima raccomandazione: date un'occhiata alla loro pagina facebook e, se dovessero venire dalle vostre parti, non fatevi sfuggire l'occasione.


P.S. Per quelli geograficamente svantaggiati, qui sotto trovate un video con alcuni spezzoni tratti da diversi spettacoli (segnalo la lotta col coccodrillo gonfiabile a fine video); lo spettacolo di cui parlo qui non c'è ma un'idea ve la fate di sicuro. Buon divertimento.



P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

venerdì 13 aprile 2012

Elle Spagna e la cavitazione dei nostri risparmi

Pur trovandomi in mezzo all'oceano, in quel di Lanzarote, ho deciso di mantenere il rito mattutino della lettura di riviste durante la colazione, soprattutto perché ero curiosa di leggere le riviste femminili spagnole per vedere se la percentuale di assurdità per pagina è pari alla nostra.
A questo scopo mentre ero al supermercato a far la spesa mi son fermata nell'angolo riviste; c'era un po' di tutto, pettegolezzi, giardinaggio, cucina e, sorprendentemente, donne nude. Ormai al supermercato trovi proprio tutto. Essendo però che a colazione preferisco star leggera, ho preso Elle Spagna (era quella che costava meno) anche se poi un po' me ne son pentita perché la grafica all'interno è assai noiosa, però qualche chicca l'ho trovata comunque.
Il numero in questione è di aprile e annovera tra i suoi articoli una gemma intitolata "le sette regole pre-estate"; il sottotitolo ci avverte che ci restano ancora tre mesi per trattare e modellare il nostro corpo in vista dell'estate. Vediamo dunque queste sette fatiche a cui dovremmo sottoporci nei prossimi tre mesi:

1) sei un ammasso di cellule morte quindi ti tocca fare il peeling fotonico (150 euri a seduta) due volte la settimana, in totale otto volte al mese, moltiplicato per tre mesi ti partono 3600 euri.

2) datti un'occhiata allo specchio, sei pallida come un cadavere, urge trattamento autoabbronzante, stavolta te la cavi con 90 euri.

3) peccato che tu sia devastata da macchie e nei, l'unico rimedio sono il laser Fraxel Dual (800 euri a zona) e il Q-Switched (400 euri a zona). Siamo buoni e facciamo finta che tu debba trattare una sola zona, in totale 1200 euri.

4) è ora di dire basta alle calze da vecchia, però devi dare una sistemata alle gambe, quindi depilazione definitiva Vectus per soli 1340 euri.

5) sta maledetta pelle a buccia d'arancia non si può vedere, per non parlare del nemico grasso, quindi interveniamo con ultrasuoni e cavitazione (tratt. Cyclone) alla modica cifra di 2000 euri per 12 sedute.

6) a forza di succhiare via del grasso sarai tutta in caduta libera, non ti resta che rassodare a destra e a manca con il Thermage CPT che però farà cadere in picchiata i tuoi conti strappandoti altri 2500 euri.

7) ormai sei in fondo, restano solo da fare pedicure e manicure, dì addio a 165 euri.

Facendo due conti questa eroica impresa, che spero ti faccia diventare almeno come la Barbie, richiede un investimento di quasi 11.000 (sì, proprio undicimila) euri. Sarei curiosa di vedere la faccia di quello a cui arriva la richiesta di finanziamento per, come le potremmo chiamare, attività di manutenzione biologica?

martedì 9 agosto 2011

Gli spifferi ai tempi del Muto

Da alcuni giorni nella nostra ridente Cesena era in corso la manifestazione “Piazze di Cinema” e, quali orgogliosi cittadini, abbiamo deciso di dare il nostro contributo ingrossando le file degli spettatori. 

Il venerdì sera in Piazza del Popolo era prevista alle 21.30 la proiezione di un film muto, “La caduta della casa Usher”, un horror degli anni venti con accompagnamento musicale live dei Massimo Volume, quindi con un giro di sms ci siamo dati appuntamento in piazza alle 21.

Parto con il mio solito ritardo ma recupero qualcosa bruciando l’asfalto sullo scooter, una scelta praticamente obbligata se consideriamo che parcheggiare l’auto in centro a Cesena il venerdì sera rischia di toglierti quei due-tre anni di vita e io ormai ho parecchie lune, quelle che restano me le tengo strette.
Al mio arrivo in piazza trovo già una certa folla (anche se sospetto sia più per l’apertura serale dei negozi che per il film muto horror anni venti) ma dei miei compagni di serata neanche l’ombra: chiamo la Clodia e scopro che, visto il mio ritardo sono andati a prendersi un gelato bio. Mi chiedono di tenere tre posti fino al loro arrivo e, trovandomi dalla parte del torto, non mi resta che accettare.
A me questa cosa di tenere i posti mi mette sempre un po’ d’ansia, probabilmente perché ricordo perfettamente i casini che montava mio babbo quando si arrivava al cinema e c’era qualcuno che aveva sparso il proprio guardaroba nel tentativo di occupare quattro o cinque poltrone; ancora adesso quando mi capita di dover tenere più di un paio di posti ho il terrore che sbuchi il genitore da dietro una fila e me ne dica quattro
Non avendo alcuna esperienza di cinema di quel periodo, ero un po’ preoccupata perché io i film horror non posso guardarli, altrimenti non dormo più (mai più); in realtà sarebbe bastato riflettere sul fatto che, se proiettano un film in piazza alle nove di sera, è altamente improbabile che detto film sia spaventoso, ma in questi giorni fa un caldo africano e io non funziono bene oltre i 28 gradi.

Devo ammettere che la mia totale ignoranza sull’argomento cinema francese degli anni venti, non mi ha permesso di assaporare l’opera d’arte in tutta la sua pienezza. Del film conservo alcuni ricordi di cui farei volentieri a meno: ore e ore di occhi pallati e sguardi allucinati, chilometri di tende che svolazzano ovunque, causa vento imperversante, altri chilometri di velo bianco che seguono lo stesso copione, sopracciglia inquietanti, uomo sordo con cornetto acustico lungo quanto un avambraccio. Senza dimenticare che gli unici testi a fare capolino nel corso del film, quelli a cui ti saresti aggrappato come un naufrago a una scialuppa, erano in francese. Evidentemente il pubblico doveva essere cinefilo e francofono. 
E poi, va bene la sospensione dell’incredulità ma, dopo mezz’ora di bora è possibile che a nessuno venga in mente di chiudere almeno una finestra?
A ben pensarci, però, il cinema muto presenta alcuni vantaggi non trascurabili, uno su tutti il fatto che quando durante il film ti capita di condividere con i vicini di posto alcuni dubbi cinematografici che ti attanagliano (ma quante matite per occhi avranno consumato? Che lei si stia lasciando morire per sfuggire all’orrore di quella pettinatura?), la cinefila della fila davanti non può apostrofarti con parole pungenti sostenendo di non riuscire a sentire i dialoghi ma deve limitarsi a uno sguardo bieco.

Una volta terminata la proiezione, il desiderio di affogare i ricordi di cui sopra in una cocacola gelata si fa pressante, quindi attraversiamo il centro, passando dalla piazza a fianco dove sta iniziando Senso di Luchino Visconti e puntiamo verso il NeroSuBianco dove perlomeno si può star sicuri che la cocacola c’è e non ti rifilano della pepsi calda.
Propongo di sederci a uno dei pochi tavolini liberi ma la Clodia preferisce il muretto (per ulteriori evidenze della sua mania per le superfici in muratura, vedi la mia nota In fondo Bob è Bob). Una volta trovato posto sul famoso muretto e con il fresco beveraggio stretto in mano, mi capita di ripensare al film appena visto: non posso proprio affermare di averlo apprezzato, non potendo cogliere gli elementi rivoluzionari dell’opera che, mi assicurano alcuni più esperti, ha precorso i tempi. Però una cosa mi sento di dirla: a differenza di alcune recenti opere cinematografiche, celebrate come capolavori da critica e festival, se durante la proiezione avessero invertito primo e secondo tempo, ce ne saremmo accorti. E, coi tempi che corrono, non mi pare poco.



N.B. Si sconsiglia la visione di questo video a chi soffre di otite.

lunedì 1 agosto 2011

La battaglia di Branzolino

Intorno a questa serata c’è stato lo stesso livello di dubbio e incertezza che c’è riguardo al mostro di Lochness o al triangolo delle Bermuda; per giorni, quando incontravi qualcuno, dopo le solite due chiacchiere arrivava puntuale la domanda: ma poi domenica sera siamo a cena da Fabio? E la risposta: boh?
Tutto è iniziato di domenica a casa della Cecca e di U; Fabio ha proposto di fare una cena a casa sua la domenica successiva per salutare la Grazia che tornava in Messico.
La proposta è piaciuta al popolo, una serata in compagnia è sempre accolta con favore; e tuttavia, nel giro di qualche minuto ognuno ha iniziato a scervellarsi sul metodo migliore per compiere l’impresa: passare una serata a casa di Fabio evitando però di essere costretti a mangiare le 40 tonnellate di cibo che puntualmente prepara per le sue cene e che, se non trovi il modo di difenderti, possono ridurti in stato vegetativo per parecchie ore. 
Il problema origina fondamentalmente dal suo metabolismo alieno che ne farebbe un perfetto supereroe Slimfast o Figurella: quest’uomo mangia quantitativi di cibo che ucciderebbero lo yeti, eppure è secco come un chiodo. L’invidia è d’obbligo, in fondo siamo umani anche noi (Fabio non si sa).
La settimana trascorre così tra un non so e un chissà; arrivati al venerdì sera, l’amletico dubbio è sempre lì che rode: cena o non cena? Giro l’interrogativo alla Clodia che decide di prendere il toro per le corna e telefonare al gigino: estrae il cellulare e vi trova un sms che dice Sto preparando la lista della spesa per domenica, quanti siamo? Indovinate di chi è.
Alla fine, dopo una breve conversazione Clodia-Fabio, parte un vagone di sms d’invito e la situazione si sblocca.
Torniamo quindi a domenica sera: docciati e sistemati (io ho un look un po’ ghiacciolo: maglia giallo limone e bermuda verde bottiglia, farà parlare di sé), carichiamo in macchina sei sedie (dietro richiesta della Berti che ha ricevuto un SOS da Fabio) e una torta pere e cioccolato acquistata all’Ipercoop (con questo caldo in casa nostra chi tocca il forno muore, nel senso che lo uccido).
Prima di partire mi viene in mente che non so la strada per Branzolino, quindi chiedo a Rico se devo prendere su il navigatore. Risposta: no, tanto la strada me la ricordo (segnatevi queste parole).
Partiamo già un po’ in ritardo ed essendo domenica, decidiamo che non è prudente prendere l’autostrada, c’è il rischio di finire imbottigliati nel rientro dei turisti e passare la notte al Bevano mangiando rustichelle. Ci buttiamo sulle stradine alternative e tutto sembra filare liscio, almeno fino a quando l’autista, con la massima naturalezza, si gira e mi fa: Mi sa che di qui in avanti non la so più la strada. Peccato che siamo nel mezzo del nulla e non ci sia anima viva in giro, un cartello “Fine del mondo km 2” non mi stupirebbe.
A peggiorare la situazione c’è il fatto che non ho con me l’indirizzo, PERCHÉ LUI LA STRADA SE LA RICORDAVA!!!!!
Prendo il cellulare e comincio a chiamare ma, ovviamente, nel mezzo del nulla non c’è campo, solo il nulla. Quando finalmente riesco a parlare con Fabio, tra la linea che cade ogni tre per due e la mia totale incapacità di spiegare dove ci troviamo, l’impresa pare disperata e continuerà a sembrarlo fino a quando, quasi per caso, ci troveremo a destinazione. Resta il sospetto che una certa persona di mia conoscenza abbia finto di non sapere la strada per arrivare più tardi e ridurre il rischio indigestione.

Facciamo il nostro ingresso in giardino carichi come muli (sedie, torta, borse, felpe), solo per scoprire che ci sono altre sei sedie (nel marasma dell’invito last minute Fabio ha inviato SOS impazziti un po’ a tutti). Vorrei incazzarmi ma non ne ho il tempo: mentre avanzo verso il tavolo il piede incontra una buca abilmente mimetizzata dall’erba con conseguente inciampo e rischio di morire travolta dalle sedie. Le maledizioni volano come rondini a primavera.
Provvisto di grembiule da pizzaiolo, il nostro ospite presiede l’angolo forno, dove ciascuno deve recarsi a scegliere la guarnizione per la sua pizza; trattasi di un vero e proprio campo di battaglia perché lui non concepisce una pizza con meno di cinque ingredienti (pomodoro e mozzarella sono a parte) e fargli accettare una prosciutto e funghi richiede non poco impegno. Il popolo seduto in giardino si prepara al suo turno, come un esercito alla guerra, facendo gesti scaramantici e ripetendo dei mantra del tipo: solo rucola e crudo, solo rucola e crudo. Salvo poi tornare puntualmente sconfitto, con almeno due ingredienti in più.
Vista la situazione, Enrico decide di andare per ultimo nella speranza che finiscano le provviste. Io combatto la tensione ingurgitando smodate quantità di patatine fritte che qualche anima buona ha pensato di farci trovare belle croccanti sul tavolo.
Di lì a poco, però, la fortuna corre in nostro soccorso per la seconda volta: dato che le pizze vengono cotte nel fornetto elettrico, secondo le leggi della fisica non possono superare certe dimensioni, né essere troppo cariche quindi, dopo un paio di disastri con collasso della struttura portante, Fabio è costretto a cedere, piegato dall’universo e dalle sue strane regole.
Quando arriva il mio turno, affronto la tenzone con un piano ben preciso, sapendo che già il fatto di non volere la mozzarella mi mette in cattiva luce. Parto astutamente chiedendo zucchine e olive nere e, dopo un breve negoziato, torno al mio posto soddisfatta, avendo ottenuto la sola aggiunta del salame piccante (che si rivelerà poi essere la morte sua, fortuna che Fabio ha insistito).
La pizza, quando non è affogata di roba, è veramente da leccarsi i baffi; però una è più che sufficiente, soprattutto dopo il metro cubo di patatine ingerite e in previsione dei dolci (tutti dell’Ipercoop, evidentemente il caldo non spaventa solo me). Ragion per cui quando il pizzaiolo passa per il secondo giro di pizze, il popolo rifiuta compatto, con solo qualche eccezione nelle persone di Filo e della Cecca che chiedono di fare a metà di una pizza e, ovviamente, gliene arrivano due.
Finiamo le nostre pizze (c’è il dubbio che non siano le nostre, visto il semi-buio dato dai due timidissimi lampioni e da un cero che dovrebbe illuminare ma in realtà fa solo atmosfera, molto vecchio maniero), per poi buttarci allegramente sui dolci, mentre poco più in là, Fabio mangia soddisfatto la sua seconda pizza ultrafarcita.
La serata prosegue piacevolmente nel fresco del giardino; c’è chi si fotografa indossando maschere e alette d’angelo di provenienza sconosciuta, chi cade nella maledetta buca traditrice e ne dice di ogni, chi cerca di farmi tradurre all’esotico Paul delle robacce (che, se proprio le vuole dire, va là che se le traduce da solo) e, soprattutto, chi sta sempre in guardia, pronto a infrattarsi dietro a un cespuglio, nel caso lo chef opti per un ultimo attacco a sorpresa sotto forma di pizze alla nutella.

lunedì 11 luglio 2011

Rocca in concerto: partenza col botto.

Sono le 20.10 e sto sfrecciando sul mio bolide a due ruote verso la Rocca Malatestiana; stasera c’è la prima serata di Rocca in Concerto e mi sono offerta come addetta strappamento biglietti ma sono in leggero ritardo. Arrivo su e vedo l’enorme cancellata di ferro, chiusa, con dietro la biglietteria e un paio di persone che armeggiano lì intorno; però (ed è un però grande come una casa), non c’è traccia neanche in lontananza di quello che mi sta più a cuore al momento: il baracchino che vende le piadine farcite. So che non è molto artistico ma io non mangio niente dalle due ed è solo perché sono arrivata in scooter che nessuno ha sentito il brontolio del mio stomaco che pare un cumulonembo sul piede di guerra.
Appoggio armi e bagagli in un angolo della biglietteria (una cavità polverosa scavata nel muro) e con la scusa di andare a cercare un paio di sedie mi lancio in perlustrazione. E in risposta alle mie preghiere mi appare un omino vestito di bianco in piedi tra piadine, affettati e verdure. Sta mangiando con evidente soddisfazione una piadina farcita, probabilmente approfittando degli ultimi momenti di calma prima dell’apertura dei cancelli. Tentenno per un po’, divisa tra l’opzione sana (prosciutto stracchino e rucola) e quella lova (salsiccia e cipolla), poi cedo di schianto e dopo qualche minuto torno tutta pimpante sul posto di lavoro, reggendo in mano una fumante (diciamo anche un po’ ustionante) piadina lova. Sono quasi le 20.30, orario previsto per l’apertura della biglietteria e dietro la cancellata c’è già una nutrita folla ma il gruppo (i Floyd Machine) non ha ancora finito di fare le prove dei suoni e a noi è stato detto di non aprire finché si sente suonare. Certo, è facile da dirsi ma un po’ meno da farsi quando senti su di te le occhiatacce torve del popolo al di là delle sbarre che ti fissa pensando che se non apri è per una qualche tua forma di sadismo. Dietro suggerimento delle più esperte, faccio finta di nulla e continuo a mangiare la mia piadina, pregando che ste benedette prove finiscano prima che la muraglia umana al di là del cancello si scateni in una stampede degna delle migliori. E indovinate di chi sarebbero i corpi a terra tutti calpestati.
Improvvisamente tutto tace, ci arriva il via libera e noi si corre ad aprire, accompagnate da sospiri di sollievo da entrambi i lati della barricata. Da questo momento per le successive due ore la biglietteria sarà letteralmente sommersa da una fiumana di gente arrivata per l’occasione. Io sono l’addetta all’obliterazione biglietto, mentre la Clodia è stata mandata giù in piazza, da dove parte la navetta che porta su la gente che, per vari motivi (alcuni validissimi, altri decisamente meno), farebbe fatica a fare tutto il percorso in salita e sull’acciottolato. Tra questi segnaliamo le solite soggette che vengono a vedere un concerto sul prato della Rocca con zeppe trampolate o addirittura tacchi a spillo. Ho assistito alla scena di una ragazza taccatissima che si è trovata improvvisamente scalza perché una delle sue scarpe era rimasta conficcata nel terreno. E non è neanche venuta fuori tanto facilmente.
Come in ogni evento che si rispetti, c’è stato l’inevitabile contrattempo che andiamo a illustrare:
- essendo che in piazza del popolo proiettano un film all’aperto, l’amministrazione comunale ha deciso un po’ all’ultimo che il concerto alla rocca non poteva cominciare prima delle 22.15, per non disturbare la proiezione. Ovviamente, appena scoperta la cosa, si è provveduto a informare tutti quelli sul Faccione usando la pagina di Rocca in Concerto e poi si è messo l’avviso sui cartelloni. Il problema è che molta gente ha fatto come faccio sempre io, che non guardo mai da nessuna parte, e quando è arrivata lassù (magari senza uso navetta quindi dopo la scarpinata di cui sopra), ha scoperto che si iniziava alle 22.15 e non l’ha presa bene.
Ora, nessuno meglio di me capisce lo stato d’animo di quello che arriva in cima alla vetta sudato fradicio, stanco, assetato e, dopo aver fatto la fila per entrare, scopre che s’inizia più tardi e che quindi poteva anche partire mezzoretta dopo. Io in questi casi avverto un forte bisogno di masticare le ossa di qualcuno; però, quando un tizio se la prende con te, umile strappa biglietti, sostenendo che “potevate anche avvisare”, cominci a farti delle domande: siamo forse veggenti capaci d’indovinare chi verrà al concerto e chiamarlo per avvisare? O secondo lui avremmo dovuto affittare l’aereo pubblicitario del Crodino e passare per ore sopra la città, facendo anche qualche picchiata (non tutti ci vedono a quelle distanze)? O magari gli organizzatori dovevano infischiarsene delle richieste del Comune e far partire il concerto? Salvo poi essere costretti a chiudere baracca e burattini poco dopo causa intervento vigili urbani? Il tema è complesso e gli interrogativi abbondano.
Come pure i dubbi circa la propria e altrui sanità mentale quando, dopo aver strappato un biglietto d’ingresso ti senti chiedere E’ compreso anche il giro? Che giro?! Il giro di do? Il girotondo? Il giro sulla navetta? E come sempre la realtà va oltre: alla tua richiesta di chiarimento ti rispondono Il giro sulle mura! Ti verrebbe da rispondere Come no, con sette euro ti diamo il trasporto in navetta, il concerto, il giro notturno sulle mura e alla fine sull’ultima torre c’è anche uno che ti scaraventa giù. Tutto compreso. Ma ste straccia palle delle buone maniere s’intromettono e ti tocca tacere.

Prima dell’inizio del concerto c’è bisogno di qualcuno che salga sul palco per ringraziare il pubblico, gli sponsor ecc ma, quando la vittima sacrificale di turno (il baldo Enrico) ha accettato il compito, non poteva sapere dello slittamento di orario che il Comune avrebbe imposto e quindi non è proprio con animo serenissimo che sale sul palco. Seguono le inevitabili proteste della folla che però il nostro affronta con sommo sprezzo del pericolo.
Poi, finalmente, il gruppo inizia il concerto e ogni altro pensiero scompare magicamente.
Intorno alle 22.40 l’afflusso di gente si tranquillizza quindi, deposte le armi (nel mio caso l’aggeggio per bucare gli abbonamenti), salgo fino sul prato a vedere come vanno le cose. Un vero spettacolo: centinaia e centinaia di persone, un mare di gente che applaude o canta (quando c’è una di quelle canzoni che non è proprio possibile starsene lì a bocca chiusa).
A quell’ora la stanchezza inizia a farsi sentire quindi insieme ai vari compagni di avventura mi siedo sul prato a godermi il venticello, le stelle e la musica che di bello ha che, se anche non la vedi, lei ti abbraccia comunque. Ce ne stiamo lì sul prato a mangiare un ghiacciolo e a chiacchierare anche quando, finito il concerto, la folla si riversa verso l’uscita e per un attimo il pensiero oddio ci calpestano! fa prepotentemente capolino.
Ci sarei rimasta ancora lassù al fresco, solo noi quattro gatti sul prato; purtroppo però lo spirito è forte ma la stanchezza e il sonno giocano sporco. Ci avviamo verso l’uscita e proprio in quel momento il mistero ci assale: dall’altoparlante una voce proclama: Romi, ho un bacione per te, ripeto, Romi, ho un bacione per te. Dopo, soltanto silenzio.
Cosa volete che vi dica: se questo è l’inizio non oso immaginare  cosa succederà giovedì prossimo.