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venerdì 8 settembre 2017

Se sei fuori squadra , ti serve il negozio universale

Quando metti su casa hai un sacco di roba da fare, da trovare, da sistemare, qualcosa sfugge sempre; per mesi continui a comprare cose che credevi di avere e invece...
A volte compri cose e poi scopri che non sono della misura giusta (es il porta-posate di 1 cm più grande del cassetto delle posate), oppure le compri e poi ti chiedi come diavolo ti è venuto in mente di comprarle (es il porta-spaghetti quando tu gli spaghetti non li cucini mai); il momento più alto arriva però quando compri oggetti che si rivelano poi posseduti dal Demogno, il quale Demogno ha un senso dell'umorismo tutto suo.
Nel caso in questione, dopo qualche mese dal trasloco ho deciso che era ora di comprarmi una bilancia (rimpiangendo di non aver comprato a suo tempo la splendida bilancia con ippopotamo che vendete in foto) ed essendomi imbattuta in una favolosa offerta per cui con solo dieci euri ti tiravano nella schiena una bilancia, ne ho portato a casa un esemplare e l'ho sistemato orgogliosamente in bagno.
Il primo dubbio mi è venuto due giorni dopo, quando mi sono pesata per la seconda volta (come sempre col giochino nuovo inizio con entusiasmo, salvo poi dimenticarmi che esiste dopo qualche giorno): tra la prima e la seconda pesata c'erano due chili di differenza. Ora, potrà anche essere che ci siano fluttuazioni di peso anche significative ma, se avessi perso due chili in un giorno, credo che me se sarei accorta. Ho quindi deciso di pesarmi di nuovo e, dopo quattro o cinque tentativi, ne ho ricavato la seguente ipotesi: la bilancia in questione calcola il peso in base a una serie di parametri tra cui l'oroscopo, le fasi lunari, il giorno della settimana e il numero di passerotti che solcano il cielo ogni giovedì e martedì. In parole povere, ogni pesata dà un valore diverso.
Questa scoperta, che normalmente porterebbe a un immediato defenestramento del marchingegno, in realtà mi ha fatto ridere, ho deciso che terrò la gigina e, quando sentirò l'assoluta necessità di pesarmi, lo farò tre volte consecutive per poi fare una media. A ripensarci, è stato un po' come quando ho scoperto che il parquet della camera da letto non era liscio ovunque o che, montando il rubinetto della cucina, l'operaio aveva lasciato incastrata in mezzo l'etichetta dell'Ikea (vedi foto a lato); in fondo l'idea che la mia casa non sia perfetta, che sia un po' storta, non mi dispiace, me la fa sembrare più mia: in fondo è un po' fuori squadra, come sono io.
Comunque, tornando all'argomento cose mancanti, il fatto in sè non sarebbe una tragedia, è la tempistica che spesso ti frega; per esempio ieri sera, complice la pioggia, la temperatura era scesa abbastanza da farmi correre un rischio mai neppure contemplato negli ultimi mesi: accendere il forno e fare la pizza.
Avevo preparato tutto sul piano della cucina: l'impasto pronto da stendere, i pelati da passare, il prosciutto cotto e i funghi (la mozzarella no perchè se ne fa volentieri a meno), si trattava solo di procedere. Peccato che quando ho preso in mano il barattolo dei pelati, il maledetto traditore si sia rivelato privo di linguetta per aprirlo, toccava usare l'apriscatole. Avercelo, l'apriscatole.
Una rapida occhiata nel cassetto delle posatone (mestoli, coltellacci, roba così) mi ha confermato il terribile sospetto: apriscatole, ciccia. Ovviamente erano le sette e venti di sera e fuori piovigginava.
Quando il gioco si fa duro, i duri non so esattamente cosa facciano, io mi rivolgo ai professionisti: mi sono vestita alla velocità della luce e sono corsa al negozio dei cinesi vicino a casa (quello che in questi mesi mi ha salvato la vita parecchie volte, dato che dentro c'è praticamente tutto) dove, alla modica cifra di 6 euri e 95, ho portato a casa il necessario aggeggio e di lì a poco infornato gloriosamente la mia pizza.
Tu, universo, divertiti pure coi tuoi tiri mancini, finché ho il negozio universale vicino, non ti temo.

venerdì 15 febbraio 2013

Tutto torna, qualche volta anche armato.

Tutto è iniziato la vigilia di Natale; quella sera avevamo invitato un po' di gente per una serata festaiola, quelle tre, quattro ore di libagioni, risate, chiacchiere ecc. C'era però un'incognita non da poco: tra gli intrattenimenti era prevista l'immancabile tombola degli orrori e, come sa chiunque vi abbia partecipato, questo ameno gioco risulta assai poco ameno per coloro che si trovano ad ospitare la soirée dato che quei luridi individui dei partecipanti approfittano di ogni distrazione dei padroni di casa per liberarsi degli orrori vinti, infilandoli in ogni anfratto della casa. E non lo dico per una mia forma di paranoia ma per semplice esperienza, avendo io stessa ingrossato le file dei luridi individui in passate edizioni nascondendo praticamente di tutto in casa altrui, da vecchie parole crociate in un vasino per bambini, fino a  un budda in un presepe. Quindi in effetti quanto mi stava succedendo potremmo semplicemente chiamarlo karma.

Questa volta si erano stabilite regole ferree: non più di due regali orrendi a testa e chi voleva poteva includere un regalo bello, giusto per aggiungere pepe e mistero all'evento.
Prima della festa erano stati fatti annunci roboanti dalla Zoffoli che, a suo dire, aveva scovato una vera e propria perla durante il trasloco; noi inizialmente non eravamo molto ben forniti ma, una visitina a casa degli antenati aveva prodotto risultati al di là di ogni aspettativa per cui la sera in questione si è potuto apportare anche noi un contributo di un certo livello.
Non mi dilungo in descrizioni dell'evento se non per dire che, nonostante il nostro regalo fosse di quelli col botto (un bambolotto Babbo Natale che si illumina e va in monociclo su una corda tesa), nulla ha potuto contro l'attimo di puro terrore che abbiamo vissuto quando gli sfortunati vincitori (il duo Piraccini-Gasperoni) hanno scartato con dita tremanti il regalo messo in palio dalla Zoffoli: una di quelle bambole coi boccoli biondi e il vestito pizzoso che una volta, per dio solo sa quale motivo, si mettevano in bella mostra sui comò delle camere da letto, insana abitudine che ha fortunatamente conosciuto un inevitabile declino negli anni Ottanta, a seguito del film "Chucky - La bambola assassina".
Mentre i due tapini si guardavano in faccia chiedendosi se mai avrebbero visto la prossima alba con quell'orrore in casa, noialtri ci siamo guardati tirando un grosso sospiro di sollievo, in fondo il peggio era passato.
Le settimane successive sono trascorse senza incidenti, salvo qualche velata allusione al "mostro in salotto" da parte della Piraccini e quindi lentamente tutto è tornato alla normalità.

Qualche settimana dopo, tornati a casa da una mattina di commissioni sotto la pioggia, io e Rico ci siamo trovati di fronte a un misterioso pacco e alla nostra vicina, agitatissima, che temeva si trattasse di una non meglio identificata truffa postale, idea inspiegabile se si considera che non le avevano chiesto di pagare alcunché. Abbiamo aperto il pacco con una certa curiosità e immaginate la nostra faccia quando vi abbiamo trovato dentro la boccolosa di cui sopra, con una commovente lettera scritta di suo pugno (vedi testo a lato). Dopo aver reso il dovuto omaggio all'astuto piano dei due lestofanti, ho iniziato a elaborarne uno mio e mi è apparso subito evidente che la naturale prosecuzione del viaggio della plasticosa mostruosità non poteva che essere casa Rinaldi-Tommasoni. Mentre studiavo i dettagli (indirizzo e numero civico dei due da inserire nel pacco) è arrivato però un messaggio della Zoffoli che ci invitava all'inaugurazione della sua nuova casa.
L'universo mi stava mandando un chiaro segnale, sarebbe stato da stolti ignorarlo.
Ho quindi preparato un pacchetto sontuosissimo, usando una delle carte da regalo da mille e una notte che rimediammo quella famosa volta del trasloco della Rini (vedi Il mio regno per il figlio di un vetraio!) e che probabilmente ci dureranno fino al Giorno del Giudizio. Ammetto di aver sogghignato diabolicamente per tutto il tempo.
La sera dell'inaugurazione siamo passati a prendere la Piraccini e Gasperoni, i quali da giorni attendevano una nostra reazione all'invio di Chucky ed erano rimasti  a dir poco perplessi di fronte al nostro silenzio; ovviamente è bastato vedere il pacco e ogni dubbio è scomparso.
Arrivati chez Zoffoli abbiamo consegnato alla padrona di casa il nostro delicato pensiero tra mille cerimonie e ci siamo ampiamente goduti il momento dello spacchettamento.

Morale della favola: a volte ritornano.


lunedì 12 settembre 2011

Il mio regno per il figlio di un vetraio!

Con quella di stasera si conclude la rassegna Rocca in concerto che ogni anno per cinque giovedì ospita gruppi rock alla Rocca di Cesena. La rassegna avrebbe dovuto concludersi il 4 agosto ma, causa maltempo, uno dei concerti (quello di The Rose) è stato rimandato.
Ovviamente, anche in questa occasione siamo stati precettati per fornire tutti quei servizi complementari che l’organizzazione (leggi la Ste) richiede: Paolo fa il pony express per portare le pizze ai tecnici che non hanno il tempo di scendere a cenare, Rico presenta al posto dell’Albertini che piuttosto che parlare in pubblico si fa sparare in un piede, io faccio la buttafuori e oblitero l’occasionale abbonamento, oltre a correre a chiamare Otello tutte le volte che arriva qualcuno con un cane perché non si è ancora capito se e come possono entrare (alla fine entrano ma c’è sempre da sudare) e la Clodia fa un po’ il jolly, scendendo in piazza a controllare la navetta che porta su la gente, informando quelli in fila che chi ha l’abbonamento può passare avanti e domando l’occasionale folla turbolenta.
Si dà il caso però che questo sia un giovedì particolare, infatti la Rinaldi è in pieno trasloco e oggi pomeriggio andiamo da lei per darle una mano. Per offrire un quadro più completo della situazione, preciso che la temperatura si aggira sui 35 gradi e l’appartamento da sgombrare è una mansarda, vi lascio immaginare il resto.
Arriviamo armati delle migliori intenzioni e ci mettiamo subito al lavoro; la Clodia ci indica uno sgabuzzino dicendo che è da svuotare e tutto il contenuto va buttato via però, una volta tirate fuori le scatole, troviamo chilometri di nastro e carta da regalo praticamente nuovi, parecchie decorazioni natalizie ancora incellofanate e una strepitosa befana di pezza. Approfittando dell’assenza della padrona di casa, scesa a caricare scatoloni in macchina, appendo qualche decorazione in giro per la stanza; intanto Rico ha trovato due scatole di cancelleria ed è andato in estasi, in questo momento sta provando penne e pennarelli uno a uno, seduto per terra e felice come una pasqua.
Quando la povera Clodia torna, aspettandosi di trovare sacchi dell’immondizia pieni e pronti da portare alla stazione ecologica, trova sì un paio di sacchi corrispondenti alle aspettative ma, aimè, anche parecchia roba messa da parte e noi che insistiamo che è nuova e non va buttata via. La Rinaldi oppone una strenua resistenza (come tutti quelli che traslocano sanno, arriva un momento in cui non ne puoi più e daresti fuoco a tutto) ma alla fine raggiungiamo un accordo: tutto quello che è ancora impacchettato/incellofanato, lo si dona al locale mercatino di beneficienza, qualcosa lo tiene lei (poca roba) mentre io porto a casa abbastanza carta e nastri da regalo da impacchettare tutta la mia via. Ci sarebbe un altro sgabuzzino da svuotare ma, visto come le è andata con il primo, la Clodia decide saggiamente di mandarci a casa con la scusa che dobbiamo prepararci per il lavoro alla Rocca, salvo poi schiavizzare l’Umberta qualche giorno dopo.
Arrivo alla Rocca in perfetto orario (per una volta) e avvicinandomi al cancello noto che è assolutamente deserto, ancora nessuno in attesa di entrare; non mi sorprende, quando rimandi un concerto dai già per scontato che verrà meno gente, tra quelli che si dimenticano, quelli che non lo vengono a sapere e quelli che magari avevano già un altro impegno, i numeri calano sempre.
Di lì a poco compare la Clodia e, vista la tranquillità della situazione, abbandoniamo la biglietteria e saliamo verso il palco alla ricerca della Ste. Paolo è già lì e partirà a breve sulla sua fedele vespa per il servizio di consegna pizze.
Le cose procedono più o meno come sempre, salvo per il fatto che il popolo, inizialmente scarso, poco a poco si riprende e alla fine ci ritroviamo, senza sapere bene come, con una rocca quasi piena. Non mancano ovviamente i borderline: da quello che quando gli strappi il biglietto ti fa la battuta ma quando tu gli rispondi con una battuta resta lì a guardarti come uno stoccafisso, neanche avessi tirato fuori un coniglio dal cilindro, a quello che tenta di infilarsi senza pagare e quando tu avanzi verso di lui ti dice che ha bisogno di parlare con Giorgio, salvo poi  battere in ritirata dopo aver farfugliato un cognome a caso appena tu indaghi chiedendo “Giorgio chi?”
Altra grossa novità: per la prima volta nessuno ha chiamato i vigili per lamentarsi del casino. Dovete sapere che puntualmente ogni giovedì, esattamente cinque minuti dopo l’inizio del concerto (9.45, 9.50), i soliti noti telefonavano ai vigili per lamentarsi che il volume era troppo alto e nonostante i misuratori mostrassero che si era entro i limiti consentiti, non hanno mai mutato il loro modus operandi. Con tutta probabilità a salvarci dall’ennesima sgardellatura di zebedei è stato il rinvio per maltempo che ha stravolto la loro tabella di marcia. Probabilmente avevano già in agenda di telefonare per lamentarsi del casino di qualcos’altro.
Dopo aver dato il mio modesto contributo in zona biglietteria, ho deciso di godermi la vita e salire a vedere il resto del concerto. C’è voluto un po’ per trovare la Clodia e l’Ale tra la folla ma, conoscendo i miei polli, sono andata davanti. E infatti erano là, sedute sul prato a destra del palco. Di lì a poco ci hanno raggiunti anche Rico e l’Anna, dopo una rapida incursione in zona piadina salsiccia e cipolla.
E qui arriviamo a parlare del fenomeno paranormale della serata: misteriose apparizioni e sparizioni. Il primo fenomeno si è verificato dopo una decina di minuti dal mio arrivo: alzo la testa e c’è un uomo in piedi davanti al palco. Se ne sta lì in evidente estasi di fronte al gruppo, peccato che tutto il resto del mondo sia seduto e che lui non sia né snello né figlio di vetrai. C’è il dubbio che sia anche completamente sordo, se ne sta lì davanti a quattro quintali di casse che hanno la potenza di suono di una portaerei e non fa una piega! Fortunatamente è abbastanza vicino al palco da coprire solo parzialmente la visuale ma comunque…
Non abbiamo ancora finito di smoccolare contro sto tizio che ne compare un altro; due secondi prima c’era il palco e due secondi dopo solo una maglietta rossa con dentro una schiena. Il tizio in questione si accompagna a una ragazza che però si siede subito; lui invece, pur essendo chiaramente insieme a lei, rimane tranquillamente in piedi. E diversamente dal non-figlio-di-vetrai di cui sopra, che perlomeno era attaccato al palco, il nuovo arrivato è proprio a un metro da noi. A quel punto, prima di compiere atti estremi, mi sono consultata con gli altri, chiedendo se secondo loro sarebbe stato scortese alzarmi e andare a chiedergli di sedersi. Purtroppo il verdetto del gruppo è stato unanime e mi ha ridotto al silenzio. Verbale, perché il mio cervello ha continuato ad arrovellarsi: perché diavolo sta in piedi? Non è che sia più comodo. Anche dall’altra parte c’era gente in piedi ma in quel caso era perlomeno comprensibile, stavano ballando. Qui invece l’immobilità totale. Ho anche ipotizzato che fosse talmente preso dal gruppo da non accorgersi di niente, come il non-figlio-di-vetrai là davanti, ma a una seconda occhiata quello non stava neanche guardando il concerto, si stava rullando una sigaretta!
Mi sono persa per qualche minuto in queste riflessioni e quando sono riemersa mi attendeva un’ulteriore sorpresa: il non-figlio-di-vetrai era scomparso. Mi sono guardata intorno pensando si fosse spostato/seduto ma niente, non ce n’era più traccia. E qui le opzioni non sono molte:
a)      Si era rotto e se n’è andato (dato il rapimento e l’estasi con cui seguiva il concerto è poco plausibile)
b)      Emorragia dai timpani, convulsioni e collasso, seguiti da rimozione del corpo mediante barella (altrettanto poco plausibile, qualcuno se ne sarebbe accorto).
c)      Un rapimento alieno (fa troppo X-files).
d)      Attacco di diarrea fulminante e conseguente corsa verso la toilette (questa vince).
Speravo che l’evento creasse un trend, infettando i vicini (in particolar modo la schiena rossa davanti a me) e invece ciccia. Ogni tanto ci illudeva andandosi a spostare di fianco al palco (sempre in piedi ovvio) per poi tornare tristemente al suo posto.
A questo proposito vorrei aggiungere un punto al mio vademecum per maschi frequentatori di concerti (per maggiori info vedi Tacco quindici, paillettes e formaggio di fossa: Lou Reed a Sogliano sul Rubicone): se siete tra quei buontemponi che si piazzano in piedi davanti a gente seduta, prendetevi almeno il disturbo di indossare una maglia con le scritte su entrambi i fronti, almeno quelli dietro hanno qualcosa da fare e ciò li distrae dal prendervi a badilate.
Mi rendo conto di non poter pretendere che si piazzino davanti a me solo atleti con glutei scolpitissimi e schiene di ampiezza autostradale, fasciati in abiti seconda pelle, ma perlomeno venitemi incontro!
Nel frattempo, mentre io mi trastullavo con le mie considerazioni, sul palco si stavano creando le condizioni per il disastro: la cantante del gruppo faceva salire due bambine sul palco.
Da dove comincio? I bambini sul palco durante un concerto rock ti fanno sorridere i primi due minuti, dopodiché sono di troppo. E soprattutto, una volta fatti salire non ci sono garanzie che accettino di scendere, soprattutto se i loro genitori si guardano bene dal venirli a prendere a fine canzone, salvo poi denunciare a destra e a manca nel caso i giovani virgulti: a) cadano dal palco, b) inciampino in uno dei novemila cavi elettrici che ci sono e (vedi a), c) vengano calpestati da uno del gruppo preso dalla performance e non avvezzo ad avere intorno a sé roba sotto il metro di altezza.
Abbiamo guardato con preoccupazione l’Albertini che si avvicinava al palco tentando invano di convincere le virgulte a scendere; di genitori neppure l’ombra, neppure quando la cantante ha ringraziato le bambine in quello che era inequivocabilmente un gesto di congedo. Solo parecchi minuti dopo una mamma si è fatta avanti per far scendere le due gigine e ho scoperto in seguito che Paolo, avendola individuata, era andato da lei a chiederle d’intervenire. Altrimenti forse sarebbero ancora là.
Risolta anche l’ultima emergenza, si sono fatte le 11.45; il gruppo ha iniziato a congedarsi, salvo poi rientrare come previsto su richiesta dei molti fan. Peccato però che quello che doveva essere il pezzo finale si sia trasformato in un altro quarto d’ora di concerto.
Dalle nostre parti ormai anche i muri sanno che, in caso di concerti dal vivo, devi chiudere baracca e burattini entro mezzanotte, pena sanzioni, scudisciate e marchiature a fuoco. È quindi con una certa preoccupazione che abbiamo seguito la Ste mentre si avvicinava al palco facendo segni al gruppo. Onde evitare fraintendimenti vorrei precisare che la preoccupazione non era per lei ma per i membri del gruppo. C’è voluto qualche minuto perché l’effetto dello sguardo Albertini (quello che fonde il metallo e secca le piante) raggiungesse tutti i membri del gruppo, quindi la serata si è conclusa con ben cinque minuti di ritardo. Sono lieta di poter affermare che non sono state riportate vittime tra gli artisti.




Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271