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mercoledì 23 luglio 2014

Quando un Bretone lo paghi come l'oro

Non so se vi è mai capitato di imbattervi al supermercato in un espositore come quello nella foto; a me è successo qualche giorno fa mentre facevo la spesa con Enrico e, ignara della monumentale scoperta che stavo per fare, spingevo spensieratamente il mio carrello su per la corsia.
All'inizio ho pensato che si trattasse di qualche spezia strana e invece avvicinandomi ho scoperto l'esistenza, mai sospettata prima, del sale blu di Persia, del sale nero di Cipro e del sale grigio bretone.
La scoperta in sé non sarebbe niente di epocale se non fosse che, mentre esaminavo le confezioni, mi è caduto l'occhio sul cartellino del prezzo:

Sale Blu di Persia (confezione da 90 grammi) prezzo 2,21 euri
Sale Nero di Cipro (confezione da 50 grammi) prezzo 2,21 euri
Sale Grigio Bretone (confezione da 70 grammi) prezzo 3,19 euri

A prima vista magari non sembra neanche tanto ma, se uno ci pensa bene, corrisponde a quanto segue:

Sale Blu 24,5 euri/chilo
Sale Nero 44,2 euri/chilo
Sale Grigio 45,5 euri/chilo

Aggiungo solo, come termine di paragone, il prezzo del sale marca supermercato:  0,44 euri/chilo 
Facendo una botta di conti, i sali colorati costano 100 volte di più.

Impossibile non riandare col pensiero a un'altra scoperta di qualche anno fa: il complotto del pane (vedi Non di solo pane vive l'uomo) e farsi delle domande. 

Ammetto che in questo caso la situazione è diversa, di sale da 44 centesimi al chilo ce ne sono quintali e quindi il parente carissimo in Technicolor non è obbligatorio, semmai una scelta dovuta a motivi a mio avviso inspiegabili, nel senso che posso capire l'attrazione irresistibile del colore strano (in fondo io mangio il gelato al gusto Puffo), ma da lì a pagarlo cento volte di più ce ne corre!
Poi magari se li assaggi sono sali stratosferici che ti fanno rivalutare il concetto di paradiso e pur di averli li pagheresti più del Pata Negra, cosa ne so io che non li ho mai provati?
Tutto considerato, meglio optare per un sano vivi e lascia vivere,  in fondo qualcuno l'economia deve pur farla girare, o no?


martedì 20 novembre 2012

Tirar tardi e la nobile arte del fissar scarpe

E' domenica  mattina e ho dormito fino a un orario che è meglio non precisare in caso mia mamma legga questo post e svenga; negli anni dell'adolescenza, a casa nostra chi voleva dormire oltre le 10 la domenica mattina si trovava immancabilmente ad affrontare tutto il casino immaginabile: scale spostate, porte sbattute, nonché la lucidatrice (oggetto ormai vintage) che misteriosamente finiva sempre con lo sbattere contro la porta della camera da letto, quasi si trattasse di una potentissima calamita attira-lucidatrici.
La genitrice in questione potrebbe obbiettare che i lavori son da fare e se uno ha solo la domenica non è che possa aspettare i comodi della bella addormentata di turno; tutto vero e tuttavia la disapprovazione per quelle debosciate che osavano poltrire fino a tardi era a dir poco palpabile.
Ma passiamo sopra questi traumi giovanili e arriviamo al punto. Oggi sono a casa da sola e ho deciso di approfittarne per farmi i pancake, ovviamente non per colazione ma al posto del pranzo; potrei tirarmela e dire che è per il brunch ma è inutile ammantare di forestiero la cruda realtà, oggi si stravizia, punto.
La scelta dei pancake è in effetti un po' obbligata, essendo che ho finito il pane da toast e non l'ho ancora rifatto, lo stesso dicasi del pane normale (è un periodo in cui la voglia di fare non mi appartiene).
Dopo aver divorato i primi quattro pancake, debitamente ammantati di nutella o miele e cannella, mi rendo conto che c'è ancora parecchia pastella nella ciotola, peccato che io non abbia la benché minima intenzione di star lì a cuocere altre frittelle quindi butto tutto sulla piastra, originando un simpatico frisbee pastelloso. Certo che una volta fatto non posso mica buttarlo via (a casa Riluttanza non si butta via niente) quindi mi faccio coraggio e lo attacco con la teoria dei piccoli passi, tagliandone delle fette e, poco a poco, il mostro è sconfitto (in compenso io sono tonfa, digerirò forse dopodomani).

Una volta estratta la prima fetta, guardando il piatto mi son trovata davanti un enorme Pac-Man e il pensiero è inevitabilmente corso allo stimatissimo Signor Croci che nella giornata di ieri ha inaugurato a Bologna lo Spazio Tilt, l'avanguardia di quello che sarà il futuro Museo del Flipper a Bologna.

Le mie performance/aberrazioni culinarie erano accompagnate da una colonna sonora radiofonica, inizialmente Per favore parlate al conducente, seguito da Yes weekend, mentre la parte degustativa era corredata dalla lettura dell'immancabile rivista in cui stamattina si sottolineava l'assoluta imprescindibilità del golfino di cachemire e del tubino nero nel guardaroba di qualsiasi donna. Ops!
Mentre lottavo col Godzilla-pancake in radio si parlava di questo fenomeno musicale degli shoe gazers; la mia prima reazione è stata: chi xxx sono sti shoe gazer? Seguita immediatamente da: certo che non so proprio una mazza! Per fortuna altri ascoltatori condividevano le mie difficoltà quindi i conduttori sono corsi in nostro aiuto, rivelandoci che questi fissatori di scarpe venivano così definiti perché durante il concerto, invece di guardare il pubblico, passavano tutto il tempo a fissarsi i piedi. Forse sarà stata l'influenza della rivista che avevo davanti ma è sorto spontaneo il parallelo con quelle fighine che vanno in giro con l'aria annoiata e il broncio, fingendo di non interessarsi a nulla e a nessuno, convinte sostenitrici del Teorema di Ferradini nel quale un tizio sostiene che più te la tiri e prendi a pesci in faccia il prossimo, più questo prossimo ti desidererà. Cosa non troverebbe in lui un buono psichiatra (cit.).
In realtà basta una rapida occhiata a wikipedia per far luce sul mistero: i signori in questione facevano smodato uso di pedalini (effetti per chitarra) per cui gli toccava guardar sempre per terra onde evitare di pestare il pulsante sbagliato e combinare un casino. In effetti mi è capitato in più di un'occasione di osservare il palco intorno ai musicisti e notare quell'ammasso di cavi e accrocchi vari chiedendomi quanto fosse alto il rischio di rimanere fulminati, soprattutto con tutti quei bicchieri pieni nei paraggi.
Adesso mi viene il dubbio che l'espressione assorta e pensierosa che si nota a volte sul volto del musico di turno non sia da attribuire a chissà quali tormenti esistenziali che gli dilaniano l'essere, bensì al più prosaico sforzo di concentrazione richiesto per ricordare quale maledetto pedalino deve pigiare tra i trenta che ha davanti.
Poi qualcuno dovrà anche spiegarmi come mai, nonostante le infinite possibilità che l'italiano ci offre, non abbiamo trovato di meglio che chiamare sti aggeggi pedalini (non è che pretenda proprio una parola nuova di zecca ma fate almeno uno sforzo, anche solo un passettino: magari pedaletti o pedalozzi); la prima volta che ho sentito Rico parlare di un video tutorial per imparare a usare i pedalini confesso che mi ero un po' preoccupata...


P.S. Consiglio vivamente di dare un’occhiata al video di Teorema per l’accurata e azzeccatissima scelta delle immagini. Come sempre le perle le scopri per caso.
P.P.S. Chissà quali pedalini avranno usato…
P.ecc ecc S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

martedì 26 giugno 2012

Trovate pane per i vostri denti

Questo post è l'inevitabile conseguenza delle mie ultime scoperte circa le macchinazioni ordite negli ultimi tempi dai produttori e/o distributori di pane (vedi Non di solo pane vive l'uomo...) locali. Avendo scoperto un'evidente speculazione su un bene di prima necessità, ho deciso di ribellarmi e, dopo un'attenta ricerca sul web e la visione di alcuni tutorial, mi sono lanciata nel mondo della panificazione. Mi sono imbattuta in video che promettevano di insegnare a fare il pane senza sporcarsi le mani; ora, se non volete sporcarvi le mani, il mio consiglio è: comprate il pane dal fornaio. Il cibo va manipolato, non morde. 
Ho deciso di iniziare senza troppe pretese con il tipo comune (che è poi quello che noi compriamo normalmente) senza tante aggiunte, se non un po' di lievito e sale.
Nella mia esplorazione dell'universo pane, ho raccolto qualche consiglio, che qui condivido più che altro per tirarmela e fare la parte di quella esperta.
Le cose sono andate più o meno così: ho misurato un quarto di litro d'acqua, tiepidina, e ci ho sciolto dentro 3 grammi di lievito di birra, poi seguendo le istruzioni di un video in cui l'autore rivelava il segreto di sua nonna (pare abilissima panificatrice), ho aggiunto un cucchiaino di miele e sciolto anche quello. Nel frattempo avevo messo 400 gr di farina  nel robot e vi ho quindi versato il liquido intruglio. A quel punto, solo dopo un minuto, ho aggiunto il sale perché gli esperti mi avevano fatto due balle così che, se lo aggiungi prima, esso interferisce con il lievito.
Ho lasciato lavorare il robot per qualche minuto, poi ho rovesciato tutto sul piano di marmo e munitami di grembiule di sicurezza (quello con sopra l'effige di Titti, regalo di compleanno delle superiori, praticamente vintage), ho passato il successivo quarto d'ora a impastare l'ammasso.
Devo dire che se uno è stressato, questa cosa di impastare sempre allo stesso modo, sempre con lo stesso ritmo, finisce per essere molto rilassante. Alla fine ho messo tutto in una terrina e l'ho infilato nel forno spento, lasciandocelo tutta la notte (un totale di 14 ore di lievitazione).
In realtà avevo ipotizzato solo 12 ore di lievitazione ma, per rispettare il programma, mi sarei dovuta svegliare alle sei e di questi tempi la sveglia all'alba non è proprio cosa...
La mattina dopo, una volta fatta colazione, ho aperto il forno e tirato fuori l'ammasso lievitoso; per fortuna mi ero messa un promemoria, altrimenti l'impasto l'avrebbero trovato i miei pronipoti, questo sì, lievitato da dio.
Sono seguite un'ulteriore fase di lavorazione manuale e seconda lievitazione (un paio d'ore), dopodiché ho messo l'impasto in una teglia e l'ho infornato a 220 ° x 35 min circa.
Ultimi dettagli appresi in Rete:

1) collocare un bricco di metallo pieno d'acqua nel forno per non fare seccare il pane.

2) Non scollegare mai il cervello durante il processo, ne potrebbero derivare tragedie inenarrabili (per esempio, se non usate la carta da forno, dopo per pulire la teglia ci vuole l'idropulitrice).

Oh, ha funzionato! Dopo i suoi 35 minuti, con la cucina che profumava di buono, ho sfornato la mia pagnotta e l'ho messa a raffreddare su una griglia; nonostante non fosse cresciuta tanto (come darle torto, con 3 grammi di lievito!), osservandola sono stata presa totalmente alla sprovvista da un senso di profonda soddisfazione. Mi ha sorpreso perché cucino abitualmente, quindi il fatto di produrre cibo non è una gran novità; forse in questo caso la differenza stava nel valore simbolico del pane, nel fare il pane con le mie mani. 
Non so bene perché ma sta di fatto che una decisione che avevo preso solo per protestare contro il rincaro dei prezzi, si è rivelata una gran bella esperienza.
E non oso immaginare le vette di felicità che raggiungerò quando le piante di pomodoro che ho piantato sul terrazzo (ne parleremo in separata sede) daranno i primi frutti e potrò farmi un crostino al pomodoro e basilico con il mio pane, il mio pomodoro e il mio basilico.
Prevedo un'estrema soddisfazione.

lunedì 4 giugno 2012

Non di solo pane vive l'uomo. D'accordo, però...

Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa in un supermercato diverso dal solito; tutto è cominciato perché volevo testare il nuovo e tecnologicissimo distributore di benzina (ubicato proprio a fianco del supermercato) la cui apertura, a lungo osteggiata dalla concorrenza, aveva suscitato un certo clamore in città, anche e soprattutto visti i prezzi del carburante, decisamente convenienti.
Dai racconti che avevo sentito mi aspettavo file chilometriche e attese interminabili e invece, nonostante ci fossero una decina di macchine in attesa, grazie alle otto pompe disponibili la cosa si è risolta in tempi piuttosto brevi.
A quel punto, visto che ormai mi trovavo lì, ho deciso di fare un po' di spesa e ne ho approfittato per andare al banco informazioni a richiedere la speciale tessera del supermercato che garantisce un ulteriore sconto sul prezzo della benzina; sfortunatamente, quando ho presentato l'IBAN al dipendente preposto, mi sono vista scacciare come una lebbrosa dalla frase "mi dispiace ma la tessera non si può fare con i conti online" che è un po' come dire "vendiamo solo in contanti perché delle carte di credito non c'è da fidarsi". Benvenuti nel 2012.

Il dipendente in questione, probabilmente notando la mia espressione incredula (non dissimulo benissimo, devo ammetterlo) ha insistito per consegnarmi una copia del regolamento, copia che allego perché altrimenti uno non ci crede che stampino ancora della roba così. Soffermatevi per un attimo sull'elegante carattere lillipuziano in un sobrio e leggibilissimo color grigio chiaro, l'ideale per invogliare il cliente riluttante (si sa che quando c'è da leggere un regolamento l'entusiasmo non è proprio alle stelle).
Immagino gli anatemi che avrà sfoderato l'anzianotto medio (notoriamente presbite) di fronte a questo gioiellino.

Perdendo probabilmente qualche diottria e lanciando anch'io parecchie maledizioni, ho scorso i vari paragrafi, scoprendo così che la carta può essere legata solo al  conto corrente di una banca con cui abbiano previamente stipulato un accordo. Nessun ostracismo contro la tecnologia quindi, solo un'incomprensibile limitazione del parco clienti, ma quelli son problemi loro e del loro illuminato management.

Visto il nolle prosequi contrattuale, ci ho messo una pietra sopra e mi sono concentrata sulla spesa. Il primo prodotto a colonizzare il carrello è stato una pianta di basilico, uno degli acquisti più a lungo meditati degli ultimi mesi (mica puoi prendere la prima pianta che capita, altrimenti addio pesto!). Mentre stavo passando davanti al reparto pane ho notato un cartello piuttosto vistoso; mi sono avvicinata per vedere meglio e ho letto la seguente comunicazione:



La cesta al centro dello scandalo era pressoché vuota, salvo un filone solitario. Ma cosa avrà di tanto speciale sto pane che fan le corse per comprarlo? La risposta saltava agli occhi dando una rapida occhiata agli altri tipi di pane in vendita. Non c'era niente che costasse meno di 2,80 euro al chilo. Quasi il triplo! E ti credo che la gente fa le corse! Il pane è una di quelle cose per cui al prezzo uno proprio non ci guarda, si dà per scontato che, essendo un bene di prima necessità, il prezzo sia calmierato. E invece, a guardare bene, c'era solo un tipo di pane da 1 euro (e neanche in gran quantità, a giudicare dalla cesta vuota e dal cartello), tutto il resto costava da tre fino anche a sei volte tanto. Ricordo che parliamo di un supermercato, non di una panetteria. Ho trovato un pane (di quelli ai tremila cereali più uno) a 6,20 euro al chilo e mi è venuto un dubbio: sono andata al banco della carne e ho dato un'occhiata ai prezzi: lasciando ovviamente perdere i tipi e tagli più pregiati, c'era il petto di pollo (in offerta) a 4,90 euro al chilo.
No dico, stiamo scherzando? C'è del pane che costa più della carne? Cos'è un'universo parallelo? Una candid camera? Uno dei segni dell'Apocalisse?
Sono francamente senza parole, non per il prezzo in sè ma per la crescente sensazione che qualcuno mi stia prendendo in giro. Qua non puoi distrarti un attimo che qualcuno tenta di svuotarti il portafogli! E non puoi neanche chiamare i carabinieri!
Il pensiero è tornato prepotentemente a quella macchina per fare il pane che volevamo regalarci un paio di natali fa ma che poi abbiamo sostituito con qualche dvd. Che sia il caso di riconsiderare?

P.S. Mentre facevo un giro per la Rete alla ricerca di un tutorial su come fare il pane in casa (che non si dica che non siamo un blog di servizio pubblico), mi sono imbattuta in nel video che vedete qui sotto; l'autore è vikyblu e il sito che lo ospita si chiama BRACCINO CORTO.




P.P.S. Il tocco del barattolo per sciogliere il lievito è notevole, fa molto Tom Cruise in Cocktail.