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venerdì 25 novembre 2016

Trasferte tra mammut, gatti e neonati grossi

Ho in programma una quattro giorni in Toscana ma prima devo arrivarci e, con le condizioni meteo di questo periodo non è proprio così scontato.
Sfidando pioggia raffiche di vento e compagnia, arrivo in zona Firenze e quando ormai sto tirando un sospiro di sollievo mi trovo davanti un camion che trasporta tronchi, oltretutto con rimorchio.
Il mammut va a 30 km/h e, in quelle strade strette e piene di curve, è insorpassabile; la mia mezza età scivola via aspettando che le nostre strade si dividano.
Viste le lunghe distanze da percorrere, ho chiesto in prestito la macchina di Enrico che è a gpl (la macchina, non lui) ma, avendo scoperto che per fare rifornimento serve la presenza di un baldo operatore, vivo nel terrore di rimanere senza gas.
Poco prima di arrivare a destinazione comincio la ricerca di un punto rifornimento: passo diversi distributori che però non hanno il gpl, quando finalmente ne trovo uno sono le 19.05 e quindi gli addetti hanno già messo la giacca e chiuso il gabbiotto del distributore, li vedo allontanarsi e sembra mi salutino con la mano. Va là che un mese in miniera...
Sono ormai in prossimità di casa di Ilaria e vorrei avvisarla del mio arrivo ma, inspiegabilmente, il cellulare non si sblocca, striscio il dito sullo schermo ma lui non dà udienza.
Non è la prima volta che mi ritrovo con le dita talmente fredde che i sistemi che reagiscono al calore non si attivano, in passato rimasi bloccata e disperata nell'ascensore di casa Rinaldi; appoggiavo il dito sul numero ma l'ascensore non dava udienza. La cosa si risolse solo grazie a un vigoroso sfregamento delle mani sui pantaloni.
In questo caso però le mani sono calde, quindi non è colpa mia ma della stupida tecnologia. Mi rassegno e vado a cercare il campanello, sperando vivamente che funzioni perché ho appena fatto tre rampe di scale con:
- un trolley carico del necessario per un soggiorno di quattro giorni (utilissime le ruote quando ci sono le scale),
- la borsa porta-computer che pesa come un neonato grosso.
Rifarle non è un'opzione.
La mattina dopo mi trovo con Ilaria fuori dal palazzo del convegno a Colle di Val d'Elsa, il panorama è stupendo ed è pure uscito il sole ma la gioia dura poco, scopriamo che la sala convegni si trova due piani sottoterra e, una volta raggiunta la grotta tramite ascensore, precipitiamo nell'Era Glaciale, il riscaldamento è spento.
Ci chiudiamo in cabina di traduzione, stringendoci nel cappotto e confidando nel cosiddetto "effetto-asino-bue" per scaldare l'interno, se poi finisce l'ossigeno, pazienza, sarà una dolce morte.
Sopravviviamo fino alla pausa caffè e risaliamo in superficie a prendere un po' d'aria e di sole (il sole scalda, almeno lui), quand'ecco arrivare un tizio alla guida del solito SUV obeso (il SUV, non lui); l'individuo in questione vuole per forza infilarsi nel parcheggio, anche se non ci sono posti liberi.
Deciso a non lasciarsi scoraggiare dalle leggi della fisica e del buon senso, l'uomo si lancia in una serie di manovre degne di Austin Powers con la macchinina del golf e alla fine riesce a infilarsi con la macchina ma non ci vuole un genio a capire che non può lasciarla lì, è insensato, ha bloccato tutte le altre macchine!
Lo splendido però non si lascia turbare da queste plebee considerazioni, molla il SUV ed entra nell'edificio. La tentazione di dire qualcosa è forte ma, pensandoci bene, uno che ha fatto un lavoro così non può essere del tutto a posto con la testa quindi, onde evitare una coltellata, riprendiamo il nostro ascensore per l'inferno e torniamo al lavoro; alle 13 si conclude la mattinata di lavoro e ci buttiamo letteralmente verso il buffet, il freddo mette appetito.
Peccato che il pranzo non sia pronto perché, ci dicono, il camioncino non riesce a raggiungere la sala, essendo l'entrata bloccata da un SUV.
Ovviamente il gigino responsabile si guarda bene dall'andare a spostare l'obeso mezzo, immagino per paura di un meritato linciaggio (la folla affamata non usa guanti bianchi) e, purtroppo, quando lo splendido mi è passato di fianco io avevo il sole in faccia quindi non potrei riconoscerlo e smascherarlo, posso solo mangiarmi le mani e maledirlo in silenzio.
Finito il primo convegno parto per la destinazione del lavoro successivo e mi trovo in un bed and breakfast decisamente insolito; il gestore è un ragazzo giovane che l'ha messo in piedi da zero e si occupa di tutto da solo quindi a volte mancano la carta igienica in bagno, le grucce nell'armadio, la tapparella non scende, però ogni volta che gli chiedi aiuto lui si fa in quattro e gli si perdona molto, soprattutto perché per due giorni consecutivi a colazione mi ha preparato i pancake.
La legge di Murphy (Sorridi, domani sarà peggio) si rivela ancora una volta esatta: dopo essermi lamentata del freddo di Colle di Val d'Elsa, scopro che l'ultimo convegno è in un albergo per cui in sala c'è un bel teporino, però il cliente per risparmiare non ha messo la cabina quindi ci tocca tradurre esposte a tutti i rumori possibili, incluso quello che produce la griglia metallica del parcheggio vibrando ogni volta che una macchina ci passa sopra.
Il tutto aggravato da un relatore francese che parla un inglese, diciamo parallelo (es. lui vorrebbe dire cut-tagliare ma pronuncia cat-gatto e questa è la più inoffensiva del mucchio).
Quando finalmente esco dall'albergo, sulle spalle sento chiaramente tutti e quattro i giorni di questo tour toscano, però fuori c'è un bel sole e sono le 17, se parto subito dovrei riuscire a evitare il traffico spaventoso della Firenze Bologna e arrivare a casa prima di cena, questo sì, SUV obesi permettendo.






martedì 11 marzo 2014

Estremo Oriente con Estrema Riluttanza: un viaggio, un delirio, un karma

Oggi siamo in partenza per la Cambogia, viaggio in autobus con durata prevista di nove ore (quindi potenzialmente di quindici, niente panico). Chiaro che prima dobbiamo arrivare alla stazione di Mo Chit che trovasi non proprio dietro l'angolo quindi  non c'è tempo da perdere, alle 07.00 ci alziamo e senza neppure fare colazione (la faremo in stazione) scendiamo in strada alla ricerca di un taxi.
Ieri il percorso dalla stazione dei bus fino all'albergo (eravamo andati a fare i biglietti) ha richiesto poco meno di mezz'ora ma si sa che la mattina a Bangkok nell'ora di punta è tutta un'altra storia quindi, anche se il nostro autobus parte alle 9.00, alle 7.30 stiamo già salendo sul taxi.
Si dà il caso che il mezzo che abbiamo scelto sia guidato da uno di quegli individui che da noi in Romagna sono generalmente noti come rabaziéri, quelli che cercano di fregarti anche mentre respirano, non ce l'hanno con te, ce l'hanno nel DNA.
Il tizio in questione, il cui tassametro è abilmente coperto da un enorme groviglio di oggetti appesi allo specchietto retrovisore, inizialmente tenta di estorcerci quasi il triplo rispetto a quanto pagato il giorno
prima per lo stesso tragitto, poi dopo un duro negoziato concordiamo 200 baht + 50 per il pedaggio dell'autostrada (necessaria dato il traffico in città). Pur essendo una cifra superiore a quanto pagato ieri, alla fine accettiamo, più che altro per sfinimento.
Una volta conclusa la trattativa ci rilassiamo sul sedile posteriore del taxi convinti che ormai il più sia fatto ma non ci vuole molto prima che ci rendiamo conto che la cosa butta male, perché a Bangkok quando butta male butta veramente male, puoi passare mezz'ora immobile nello stesso punto senza alcuna motivazione apparente se non il fatto che quelli davanti a te non si muovono.
Decidiamo di prenderla con filosofia, dopotutto abbiamo un'ora e mezza e ci basta arrivare all'autostrada, una volta là il traffico scorrerà sicuramente meglio. Peccato che questa benedetta autostrada non arrivi mai, mentre il taxi si muove a singhiozzo e le 9 si avvicinano sempre di più.
Non essendo abituata a mangiarmi le unghie, mentre Rico tamburella nervosamente con le dita sullo sportello, io mi limito a farmi venire la gastrite e, con lo sguardo perso e la speranza in rovinosa picchiata (sono ormai passate le 9), comincio a elaborare piani di emergenza, tutti con un unico comune denominatore: io a Bangkok non voglio restare quindi l'unica è arrivare alla stazione e poi scegliere una destinazione tra quelle degli autobus che partono stamattina. L'avventura con la A maiuscola.
Mentre il cervello elabora opzioni, alzo distrattamente gli occhi e così, senza alcun preavviso, mi trovo davanti la stazione dei bus mentre un pensiero si fa prepotentemente strada accompagnato da un giramento di zebedei di proporzioni cosmiche: lo stronzo non ha preso l'autostrada, probabilmente contando sul fatto che non ce ne saremmo accorti e avrebbe quindi intascato dei soldi in più. Guardo Rico e anche lui se n'è accorto, gli fa presente che non ha preso l'autostrada e chiede una spiegazione, ma quello fa finta di niente e si ferma davanti all'ingresso.
C'è da dire che io quando mi arrabbio per davvero non perdo le staffe, non urlo, al contrario divento estremamente calma; ho chiesto a Rico di scaricare i bagagli e poi mi sono piantata davanti al tizio con una faccia che immagino parlasse da sola e gli ho detto che lui l'autostrada non l'aveva presa per cui i soldi in più se li poteva scordare perché ci aveva fatto perdere l'autobus e quindi un sacco di soldi; il nostro eroe l'ha presa bene, da vero signore, mi ha mostrato il dito e regalato un simpatico fuck you.
Paese che vai, rabaziere che trovi.
Siamo entrati in stazione parecchio mogi (io più che altro mandavo fiamme dal naso) e siamo andati verso la corsia del bus per la Cambogia per vedere se magari quel giorno c'era un'altra corsa.
Il bus era ancora lì!
Causa traffico mancavamo all'appello in quattro e, avendo dato loro i nostri nominativi la sera prima, ci stavano aspettando nonostante fossero le 9.15 (avremmo imparato dopo che l'orario di partenza dei bus in Thailandia è piuttosto elastico)
Non sto a dirvi il sollievo e la felicità all'idea di non dover cambiare tutti i nostri programmi. Siamo saliti scusandoci del ritardo e dopo qualche minuto, una volta arrivati anche gli ultimi due e il bus è partito in direzione Cambogia, un viaggio lungo (causa anche burocrazia lentissima al confine) ma sostanzialmente tranquillo.
Appena scesi dall'autobus a Siem Reap siamo stati arpionati dall'autista di un tuk tuk che ci ha portati all'albergo che avevamo scelto (dove fortunatamente avevano una camera libera e soprattutto una piscina sulla terrazza) e poi si è gentilmente offerto di portarci l'indomani mattina a visitare il complesso di templi di Angkor Wat.
Stavamo per accettare quando l'uomo ci ha informati che il momento migliore per visitare il complesso è l'alba, per cui sarebbe passato a prenderci alle ore 5.00.
Ora, non so voi ma io non riesco a pensare a un motivo abbastanza importante per cui io debba alzarmi alle 4.50 di notte, oltretutto in vacanza, quindi stavo per rispondere che se lo poteva sognare ma poi Rico ha insistito dicendo che se tutti andavano a quell'ora ci  doveva essere un motivo e che così avrei sofferto meno il caldo, io che me ne lamento sempre! A quel punto, probabilmente a causa della fatica e dello stress accumulati durante la giornata, il mio cervello è andato in tilt e quando finalmente si è riconnesso eravamo già in camera e l'escursione era stata concordata, per fortuna per due giorni dopo.
Un'ora più tardi, mentre sguazzavo in piscina godendomi il fresco dopo una giornata decisamente intensa, due pensieri facevano prepotentemente capolino nella mia testa:
1) come diavolo farò a svegliarmi alle 4.50? Sopravviverò per raccontarlo?
2) se l'autista rabaziere avesse usato il tassametro (che quando il taxi va molto piano inizia a tariffare a tempo) avrebbe probabilmente guadagnato di più.
Chissà se anche in Thailandia lo chiamano karma.

sabato 18 febbraio 2012

Febbraio tra i ghiacci: in Romagna la neve la spaliamo in ciabatte


Nuova cronaca dall’avamposto innevato di Cesena: grazie al cielo dopo un ultimo fine settimana di bufera pesante, la situazione sta tornando alla normalità (almeno qua da basso, quelli che abitano in montagna sono ancora parecchio in difficoltà).
Al momento abbiamo tutte le strade principali libere ma, essendoci montagne di neve ovunque, non si trova un parcheggio neanche a pagare, per cui ognuno si arrangia come può, c’è gente che dopo aver spalato per una vita per liberare la propria macchina si rifiuta di usarla per paura di non trovare parcheggio al ritorno (sospetto che il vicino scic di cui vi parlavo nel post precedente Vita tra i ghiacci - prima parte la pensasse così). Per occupare il proprio parcheggio si usa di tutto, dalle cassette di plastica fino alle sedie, mi aspetto che prima o poi qualcuno ci metta a sedere il nonno ottantenne con una copertina sulle ginocchia e un termos di vin brulé.

Durante la settimana di clausura nevosa, ho visitato regolarmente la pagina facebook del comune per farmi un’idea di come andavano le cose fuori e mi son trovata a leggere i commenti di certi soggetti i quali, nel pieno dell’emergenza (i mezzi dell’esercito appena arrivati a San Carlo e costretti a tornare indietro perché la strada era impraticabile, parecchie famiglie completamente isolate e senza luce o acqua), si lamentavano perché il Comune non aveva ancora pulito i marciapiedi. Mi chiedo se su facebook sia possibile aggiungere all’opzione “mi piace” anche quella “ti prenderei a badilate”.
Qualche giorno fa, dato il redivivo bel tempo e le strade principali libere (e soprattutto visto che avevamo a pranzo Marco Bovi e Mohuro Mauro Gazzoni e il frigo era vuoto), ho preso la macchina e sono andata a fare la spesa. La guida in queste condizioni mette alla prova anche gli animi più miti, se da una parte cerchi di andare piano e non investire i pedoni costretti a camminare sulla carreggiata, dall’altra ti trovi di fronte a un’umanità che pare aver subito una radicale lobotomia. Mi spiego: esco dal supermercato e c'è la fila. Perché? Perché più avanti ci sono due gigini che camminano per strada appaiati, paralizzando la circolazione con la massima nonchalance. Mi unisco ai colleghi automobilisti mandando anch'io un paio di maledizioni a Cip e Ciop e non vi dico la sorpresa quando, superandoli, noto che indossano divise molto simili (per non dire identiche) a quelle degli autisti dei nostri bus, che in fatto di ostruzioni al traffico dovrebbero saperla lunga.
Rimanendo in tema di lobotomia, analizziamo brevemente il caso della signora con la borsa della spesa che pareva voler attraversare la strada. Ecco come sono andate le cose: io sto arrivando dall’altro lato della strada e vedendola lì ferma con le borse della spesa, mi fermo per farla passare, lei mi lancia uno sguardo assolutamente privo di espressione e se ne resta lì stocafissata per un paio di secondi, come se fosse la cosa più bella del mondo star lì al freddo con dei pesi da portare. Io continuo a fissarla alla disperata ricerca di un segnale: vuoi andare? Passo io? Dall'altra parte tutto tace, encefalogramma piatto. Poi, improvvisamente si anima, però inizia a camminare parallelamente alla strada senza dare segnali di attraversamento imminente, al che io concludo che mi son sbagliata, riparto e me ne vado, ed è solo a quel punto che la signora (che sto ancora osservando dallo specchietto retrovisore) parte e attraversa la strada. Se avete interpretazioni plausibili dell’evento (alternative alla lobotomia) sono tutt’orecchi.

dalla foto non si direbbe ma c'era un gran sole, giuro!
Ma torniamo alla cronaca nevosa. La mattina dopo c’era un gran bel sole quindi ho proposto a Rico una passeggiata tra i campi innevati intorno a casa nostra. Il panorama era veramente stupendo e le strade, ormai quasi del tutto sgombre, non davano grossi problemi, quindi non abbiamo fatto caso all’orologio e siamo stati in giro fino a che ne avevamo voglia. L’unico neo dell’escursione è da imputarsi a un esemplare della sottospecie automobilisti stronzi che siccome la strada è libera vanno a palla senza curarsi di eventuali pozzanghere; eravamo quasi a casa quando un simpaticone con il furgone è passato rombando e ci ha lavato dal ginocchio in giù. Mi scuso con la moglie per l’inevitabile calvizie che colpirà il pirata a breve. E’ il minimo sindacale.
Arrivati in vista di casa ho notato in fondo alla via l’ormai famosa macchina del vicino scic, ferma in mezzo alla strada con il portabagagli aperto; niente di strano se non fosse che non c’era traccia alcuna del guidatore e che non è comparsa anima viva neppure nei minuti successivi. Non ho perso tempo a cercare di capire il perché della cosa (l’esperienza insegna), mi sono semplicemente immaginata che trovandosi a dover spalar la neve davanti al garage e non sapendo dove metterla il nostro uomo abbia deciso di metterla nel bagagliaio per portarla via, salvo poi sentire i morsi della fame e abbandonare tutto per mettersi a tavola. Non ho prove che ciò sia successo ma francamente, visti i precedenti (vedi sempre Vita tra i ghiacci - prima parte), non mi pare un’ipotesi tanto strampalata.


Facendo una sommaria analisi della situazione direi che, tutto sommato, a noi le cose potevano andare molto peggio, sono quelli che abitano nelle frazioni più in alto che si son trovati davvero nei guai; c’era chi doveva uscire a spalare la neve ogni trenta minuti altrimenti non riusciva più ad aprire la porta, sono crollati tetti di stalle e rimesse, per non parlare di chi era isolato e aveva necessità mediche. Non riesco neanche a immaginare come si possano essere sentite tutte queste persone quando hanno visto alla tv o sul web i mille servizi sul’emergenza neve di Roma e le foto di Alemanno, con tanto di elmetto, che tentava di spalare la neve, tentativo infruttuoso causa principalmente il fatto che non c’era neve a sufficienza per poterla prender su con la pala, per cui gli è toccato far mucchio con pigne, aghi e affini.
Di fronte a questa presa per i fondelli di proporzioni colossali, la Romagna è insorta e nel giro di qualche ora la Rete è stata invasa da video, foto e commenti a non finire. Qui sotto ne trovate alcuni esempi, a dimostrazione del fatto che dalle nostre parti, anche se in difficoltà, non ci si perde d'animo né ci si lascia prendere per il culo senza reagire, questo sì, con un tocco romagnolo doc.


Primo video: il cittadino romagnolo giustamente indignato



Da qui in avanti la creatività la fa da padrona:






Ecco come il romagnolo verace spala la neve:





Un'ultima chicca per gli appassionati di videogiochi:








giovedì 24 marzo 2011

Ok, in miniera sarà anche peggio, però...

Si torna a lavorare, ogni tanto tocca. La partenza è prevista per domenica pomeriggio: vado a Cernusco dove mi aspetta una spartana camera d'albergo a poca distanza dall'azienda dove lavorerò lunedì. Purtroppo trattasi della domenica di rientro dal ponte del 150° anniversario quindi del tutto inconsapevole mi trovo nel bel mezzo di una folla oceanica di macchine, file chilometriche sull'autostrada e il simpatico speaker di isoradio che ti dice che ci sono dei rallentamenti. E tu sei lì, immobile, che friggi. Poi il citato speaker (qui ipotizzo) riceve sms/telefonate da gente che lo infama per la presa per i fondelli del "rallentamenti" e lui si affretta a spiegare che, se ogni tanto la fila si muove, allora è un rallentamento. Ne consegue che le uniche vere file mai esistite saranno state quelle degli abitanti di Pompei intrappolati dalla lava. Almeno loro potevano smoccolare che erano in fila.
Ringrazio il cielo di aver fatto benzina prima di partire perché le aree di sosta sono invase da uno sciame di gente che va nutrita toilettata e benzinata. Io guardo e apro un paccheto di cracker, stasera si cena leggeri.
Quando finalmente arrivo all'albergo, verso le 22.45 sono parecchio provata ma felice. Prendo il cellulare per chiamare casa e confermare la mia incolumità e mi accorgo che è quasi scarico. Peccato che nella fretta non abbia preso su il carica cellulare o, se è per quello, i tappi per le orecchie. E ovviamente la mia camera dà su una strada assai trafficata.
La notte è agitata. Il lavoro è peso ma poi finisce e inizia la vera impresa del giorno: sono le 18.40 e parto da Cernusco diretta a Pesaro dove lavoro il giorno dopo (con breve pausa a casa per prendere quanto dimenticato). Mi consigliano di prendere l’autostrada per Verona perché a quell'ora la zona di Milano è tutta un'enorme fila. Mi piacerebbe far presente che in realtà sono solo rallentamenti ma non c'è tempo.
Alle ore 22.20 sono a casa. Entro e, mentre Rico mi scalda l'acqua per un tè, controllo la posta e prendo il caricacell (tappi introvabili, speriamo bene). Dopo esattamente quindici minuti riparto diretta verso Pesaro. Sono più di là che di qua. Esco a Pesaro e inserisco nel navigatore l'indirizzo dell'albergo. Niente. Secondo lui non esiste. Sono le 23.20 e non ne posso più, odio l'umanità. Se una vecchietta con carrozzina mi attraversasse la strada sulle strisce la stirerei senza pensarci due volte. Fortunatamente nella zona artigianale non c'è un gran viavai di vecchiette con carrozzina al seguito. Comincio a girare in tondo come uno squalo e dopo un po' ci capito per caso. Alleluia.
Il giorno dopo io e Isabella partiamo presto dirette verso l'azienda. Arriviamo e fortunatamente la cabina c'è. Sospiro di sollievo, stavolta l’isolamento acustico c’è. Peccato che, non avendo spazio, la cabina l'abbiano messa in magazzino, in mezzo alla gente che lavora. C'è un casino che sembra il mercato del pesce; muletti che vanno e vengono trasportando di ogni, gente che taglia dio-solo-sa-cosa con il flessibile, strani cigolii non meglio identificati, manca solo un rave party e il concorso Miss Maglietta Bagnata.
La sala conferenze è visibile tramite video ma, essendo la telecamera in fondo alla sala, vediamo solo delle gran nuche, perfetto per leggere il labiale quando parla l'indiano o l'australiano o peggio l'italiano che decide di parlare inglese perché lui lo parla così bene.
L’orario del primo giorno è un po’ insolito: 8.30-11.20, pausona, poi 16-20. Le prime tre ore si concludono senza spargimento di sangue e verso le 11.30 torniamo in macchina e tentiamo di tornare all’albergo. Dico tentiamo perché la situazione è sempre quella, il navigatore sto albergo non lo trova e quindi per un po’ andiamo a caso. Lo troviamo dopo venti minuti buoni. Per onor di verità devo riconoscere che le decisioni prese dalla sottoscritta (dai giriamo di là, mi sa che veniamo da laggiù) non ci prendevano neanche per sbaglio e che abbiamo trovato l’albergo solo perché Isabella l’ha visto da lontano.
Torniamo nel pomeriggio un po’ rinvigorite dalla pausa e ricominciano le danze. Ovviamente avevamo chiesto che ci mandassero le presentazioni ppt da studiare prima del convegno ma la risposta è stata che non c’era nulla, che avrebbero parlato a braccio. E altrettanto ovviamente ci siamo ritrovati tre relatori che parlavano di dati finanziari, modelli di macchine ecc con le loro belle presentazioni ppt piene zeppe di cifre di dimensioni lillipuziane. Dopo due ore di maledizioni saranno ormai tutti pelati e probabilmente costipati.
Verso le 17, sono lì che sto traducendo e si sente suonare una sirena a un volume pazzesco. Primo pensiero: c'è un incendio, secondo pensiero: ossignore, anche questa! Guardando però la gente lì intorno non vedo segni di panico e mi tranquillizzo. Scoprirò dopo che si tratta della sirena di fine turno per gli operai. Ovviamente tra il pubblico in sala, chi ascoltava la mia traduzione in cuffia si è beccato pure la sirena anche se decisamente più debole. Chissà cos’avrà pensato. Avrà pensato? Alle 5 di pomeriggio probabilmente no.
Alle ore 20 comincio a pensare alle vacanze; è segno che il cervello ha abdicato. Torniamo finalmente in albergo e dopo un quarto d’ora si riparte alla ricerca di una pizzeria. Non sembrerebbe un’impresa impossibile e invece la zona di Montecchio il martedì sera non è che brulichi di posti aperti. Delle gran gelaterie, quelle sì. Evidentemente a Montecchio hanno un gran caldo in marzo. Troviamo una pizzeria da asporto che però ha anche qualche tavolo; la pizza è buona ma ci sono dei problemi con l’impianto di aspirazione: non c’è, dubito che ci sia anche solo una finestra aperta. Quando usciamo, il cappotto odora di pizza, i vestiti sotto odorano di pizza, i capelli odorano di pizza. Non fraintendiamo, io adoro la pizza ma possibilmente non sui capelli. Nonostante il mio controsenso dell’orientamento, riusciamo a tornare in albergo senza troppi problemi. Lungo la strada, grazie al cielo terso, possiamo ammirare l’apogeo lunare (meglio noto come fenomeno della luna grossa).