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venerdì 7 dicembre 2018

Mai chiedere cose strane, o forse sì?

Torno a scrivere per raccontarvi di una trasferta di lavoro che ha fatto di tutto per diventare
indimenticabile; questa volta mi trovavo in un piccolo paesino delle Marche per tre giorni di simultanea in una ditta e, avendo bisogno di un posto dove dormire, avevo prenotato un appartamento vicinissimo al posto di lavoro che, oltretutto, aveva un prezzo molto conveniente.
A una prima occhiata dal vivo, l'appartamento in oggetto si sarebbe potuto definire vintage, volendo essere molto, molto positivi: arredamento da casa dei nonni, mobili massicci e ninnoli ovunque, il tipico set da film dell'orrore. Mi aspettavo in ogni momento che da qualche angolo buio saltasse fuori una vecchia con un coltellaccio; per fortuna, non c'erano bambole vestite di pizzo sul comò, altrimenti non sarei riuscita a chiudere occhio per tutta la notte.
L'impressione era che in quelle stanze da parecchi decenni nessuno avesse fatto migliorie, tutto era rimasto come allora e vi lascio immaginare come chiudono bene gli infissi agé. Per lo stesso motivo ho evitato di usare la cucina a gas, non volendo rischiare di saltare per aria proprio prima di Natale, perderei i cappelletti in brodo di mia mamma e sarebbe un peccato.
Un altro problema è emerso al momento di caricare il telefono: immaginate la sottoscritta che gira per l'appartamento come un cane da tartufo alla ricerca di una presa di corrente post Concordato e alla fine si trova costretta a staccare la televisione dall'unica spina a disposizione in camera da letto, rinunciando a vedere la tv dopo cena.
Avrei scoperto solo dopo che l'apparecchio comunque non funzionava.

Appena entrati nell'appartamento, io e il proprietario avevamo constatato che sua moglie era passata a pulire ma si era dimenticata di accendere il riscaldamento.
Volendo vederla positivamente, potevo stare tranquilla in merito a topi e compagnia bella, solo La Cosa sarebbe sopravvissuta a quelle temperature.
Il tipo aveva immediatamente acceso il riscaldamento ma, essendo io impegnata con la valigia e la borsa del pc, non avevo prestato sufficiente attenzione alla manovra e quindi alle 2 di notte, quando il clima era ormai diventato tropicale, non sapevo come spegnere il riscaldamento.
Ho tentato di chiudere la manopola del singolo termosifone ma, per quanto la girassi, il termosifone in questione non si è fatto influenzare e ha continuato a lavorare alacremente, neanche dovesse scaldare l'Inferno.
La cena è stata un altro momento memorabile; su consiglio del proprietario sono scesa alla trattoria a conduzione familiare lì vicino e mi sono trovata in quello che sembrava un salotto di casa: a parte un paio di clienti seduti a un tavolo, c'era solo una tavolata di persone che guardavano Striscia la Notizia e sembravano gente di casa. Mi sono sentita in colpa per essere arrivata così, senza una bottiglia di vino o un mazzo di fiori.
Per quanto riguardava il menu, mi era stato dato un consiglio un po' preoccupante: non chieda cose strane, quindi per stare dalla parte del sicuro ho optato per un primo del luogo e mi sono ritrovata a mangiare pasta tipo capelli d'angelo con un ragù di non so quale bestia, magari era fatto bene ma a me non piaceva; per alleggerire un po' il pasto, di secondo ho chiesto solo un'insalata verde, insalata che è arrivata, già condita e annegata in un Missisipi di aceto.
A volte la vita è matrigna.
Dopo cena ho chiesto il conto e la signora mi ha risposto che per pagare sarei dovuta salire al bar per una scala interna; una volta al bar ho spiegato che volevo pagare la cena e la barista mi ha fatto aspettare mentre telefonava al ristorante di sotto per chiedere quanto dovevo pagare.

Il bagno merita un discorso a parte:
1) gli asciugamani erano di quegli anni là, quindi ti asciugavi e ti esfoliavi allo stesso tempo,
2) c'erano due asciugamani da bidet e uno da viso, telo da bagno non pervenuto,
3) le due estremità del porta-asciugamani erano ricoperte di carta stagnola (vedi foto), non ho avuto il coraggio di sollevarla per scoprirne la ragione,
4) c'erano i tappetini intorno a water e bidè (sentitevi liberi di rabbrividire),
5) niente doccia, solo una vasca da bagno con telefono della doccia vintage e quindi intasato di calcare giurassico, acqua spruzzata dai pochi fori non ostruiti, con una violenza di getto inaudita.
6) in bagno c'era la seconda e ultima presa di corrente utilizzabile, sarebbe stata utilissima per asciugarsi i capelli, se solo non mi fossi dimenticata il phon. Per un attimo ho considerato la possibilità di asciugarmeli davanti al calorifero scalda- Inferno.


Rileggendomi, non credo che sarei riuscita a inventare una storia con una trama così assurda neanche se mi ci fossi messa d'impegno, mi inchino alla realtà.

venerdì 28 luglio 2017

L'asteroide è sempre in agguato

Sono in partenza per Londra e devo arrivare a Linate per le 10.30, milioni di cose potrebbero andare storte e invece, stranamente va tutto bene, treno in orario, con solo il dettaglio che sembra di stare sul treno del film con Tom Hanks. Tento una estrema difesa bloccando il bocchettone dell'aria condizionata con la diga di carta ma fa comunque un freddo becco.

Esco dalla stazione centrale e il bus per Linate è già lì, parte dopo dieci minuti e anche quello arriva in orario. Tutta questa positività mi innervosisce, comincio a temere di vedermi cadere addosso un asteroide.

I boccia sono tutti in orario, l'asteroide diventa sempre più grande; per fortuna la british airways rimette tutto a posto: arriviamo al check-in e ci sono tre file, una per i vips, una per chi ha fatto il check-in online e una per noi popolo bove. L'impiegato del nostro banco, appena ci vede arrivare, si alza e se ne va. Vabbè, penso, magari deve andare in bagno, in fondo quelli sono diritti umani. Peccato che poi per i successivi venti minuti il banco rimanga vuoto e noi in piedi come dei mamelucchi a fissare la sedia vuota.

Quando alla fine si materializza una collega del fuggitivo, mi avvicino speranzosa al banco per fare il check-in ed ecco che improvvisamente il computer va in tilt (quella capatina a Sarsina per l'esorcismo sembra sempre più indicata).

Alla fine se dio vuole ci cecchinano tutti e ci dirigiamo verso il gate. Trattasi del B28 che pare stare proprio alla fine dell'aeroporto, viene da pensare che se camminassimo ancora un po' vedremmo le Bianche Scogliere.

Arriviamo al controllo documenti UK e lì ci aspetta la sorpresa, sono chiusi. No, dico, il controllo passaporti e carte d'identità è chiuso! Un po' come andare al pronto soccorso e trovare il cartello "torno subito". Sperando in una qualche spiegazione mi avvicino al cabinato e un tipo mi dice "signora apriamo di nuovo tra dieci minuti, alle 12", come se fosse Zara che riapre dopo la pausa pranzo. Non so, ci ripenso anche adesso ma la mia testa resta piena di domande (lo confesso, c'è anche qualche madonna). Alla fine si degnano di aprire e riusciamo ad arrivare al gate, quel B28 improvvisamente tanto simile al lasciapassare A38 di Asterix.

Per ora direi che l'asteroide è scongiurato, grazie a tutti quelli che ci hanno messo del loro per scongiurare la tragedia. 

Vi tengo aggiornati.

venerdì 25 novembre 2016

Trasferte tra mammut, gatti e neonati grossi

Ho in programma una quattro giorni in Toscana ma prima devo arrivarci e, con le condizioni meteo di questo periodo non è proprio così scontato.
Sfidando pioggia raffiche di vento e compagnia, arrivo in zona Firenze e quando ormai sto tirando un sospiro di sollievo mi trovo davanti un camion che trasporta tronchi, oltretutto con rimorchio.
Il mammut va a 30 km/h e, in quelle strade strette e piene di curve, è insorpassabile; la mia mezza età scivola via aspettando che le nostre strade si dividano.
Viste le lunghe distanze da percorrere, ho chiesto in prestito la macchina di Enrico che è a gpl (la macchina, non lui) ma, avendo scoperto che per fare rifornimento serve la presenza di un baldo operatore, vivo nel terrore di rimanere senza gas.
Poco prima di arrivare a destinazione comincio la ricerca di un punto rifornimento: passo diversi distributori che però non hanno il gpl, quando finalmente ne trovo uno sono le 19.05 e quindi gli addetti hanno già messo la giacca e chiuso il gabbiotto del distributore, li vedo allontanarsi e sembra mi salutino con la mano. Va là che un mese in miniera...
Sono ormai in prossimità di casa di Ilaria e vorrei avvisarla del mio arrivo ma, inspiegabilmente, il cellulare non si sblocca, striscio il dito sullo schermo ma lui non dà udienza.
Non è la prima volta che mi ritrovo con le dita talmente fredde che i sistemi che reagiscono al calore non si attivano, in passato rimasi bloccata e disperata nell'ascensore di casa Rinaldi; appoggiavo il dito sul numero ma l'ascensore non dava udienza. La cosa si risolse solo grazie a un vigoroso sfregamento delle mani sui pantaloni.
In questo caso però le mani sono calde, quindi non è colpa mia ma della stupida tecnologia. Mi rassegno e vado a cercare il campanello, sperando vivamente che funzioni perché ho appena fatto tre rampe di scale con:
- un trolley carico del necessario per un soggiorno di quattro giorni (utilissime le ruote quando ci sono le scale),
- la borsa porta-computer che pesa come un neonato grosso.
Rifarle non è un'opzione.
La mattina dopo mi trovo con Ilaria fuori dal palazzo del convegno a Colle di Val d'Elsa, il panorama è stupendo ed è pure uscito il sole ma la gioia dura poco, scopriamo che la sala convegni si trova due piani sottoterra e, una volta raggiunta la grotta tramite ascensore, precipitiamo nell'Era Glaciale, il riscaldamento è spento.
Ci chiudiamo in cabina di traduzione, stringendoci nel cappotto e confidando nel cosiddetto "effetto-asino-bue" per scaldare l'interno, se poi finisce l'ossigeno, pazienza, sarà una dolce morte.
Sopravviviamo fino alla pausa caffè e risaliamo in superficie a prendere un po' d'aria e di sole (il sole scalda, almeno lui), quand'ecco arrivare un tizio alla guida del solito SUV obeso (il SUV, non lui); l'individuo in questione vuole per forza infilarsi nel parcheggio, anche se non ci sono posti liberi.
Deciso a non lasciarsi scoraggiare dalle leggi della fisica e del buon senso, l'uomo si lancia in una serie di manovre degne di Austin Powers con la macchinina del golf e alla fine riesce a infilarsi con la macchina ma non ci vuole un genio a capire che non può lasciarla lì, è insensato, ha bloccato tutte le altre macchine!
Lo splendido però non si lascia turbare da queste plebee considerazioni, molla il SUV ed entra nell'edificio. La tentazione di dire qualcosa è forte ma, pensandoci bene, uno che ha fatto un lavoro così non può essere del tutto a posto con la testa quindi, onde evitare una coltellata, riprendiamo il nostro ascensore per l'inferno e torniamo al lavoro; alle 13 si conclude la mattinata di lavoro e ci buttiamo letteralmente verso il buffet, il freddo mette appetito.
Peccato che il pranzo non sia pronto perché, ci dicono, il camioncino non riesce a raggiungere la sala, essendo l'entrata bloccata da un SUV.
Ovviamente il gigino responsabile si guarda bene dall'andare a spostare l'obeso mezzo, immagino per paura di un meritato linciaggio (la folla affamata non usa guanti bianchi) e, purtroppo, quando lo splendido mi è passato di fianco io avevo il sole in faccia quindi non potrei riconoscerlo e smascherarlo, posso solo mangiarmi le mani e maledirlo in silenzio.
Finito il primo convegno parto per la destinazione del lavoro successivo e mi trovo in un bed and breakfast decisamente insolito; il gestore è un ragazzo giovane che l'ha messo in piedi da zero e si occupa di tutto da solo quindi a volte mancano la carta igienica in bagno, le grucce nell'armadio, la tapparella non scende, però ogni volta che gli chiedi aiuto lui si fa in quattro e gli si perdona molto, soprattutto perché per due giorni consecutivi a colazione mi ha preparato i pancake.
La legge di Murphy (Sorridi, domani sarà peggio) si rivela ancora una volta esatta: dopo essermi lamentata del freddo di Colle di Val d'Elsa, scopro che l'ultimo convegno è in un albergo per cui in sala c'è un bel teporino, però il cliente per risparmiare non ha messo la cabina quindi ci tocca tradurre esposte a tutti i rumori possibili, incluso quello che produce la griglia metallica del parcheggio vibrando ogni volta che una macchina ci passa sopra.
Il tutto aggravato da un relatore francese che parla un inglese, diciamo parallelo (es. lui vorrebbe dire cut-tagliare ma pronuncia cat-gatto e questa è la più inoffensiva del mucchio).
Quando finalmente esco dall'albergo, sulle spalle sento chiaramente tutti e quattro i giorni di questo tour toscano, però fuori c'è un bel sole e sono le 17, se parto subito dovrei riuscire a evitare il traffico spaventoso della Firenze Bologna e arrivare a casa prima di cena, questo sì, SUV obesi permettendo.






domenica 3 luglio 2016

Boccia nella Grande Mela - 2

Alcune brevi considerazioni sulle differenze USA-Italia che ho notato finora.
Mi pare che i nostri amici d'oltreoceano abbiano le braccine parecchio corte, almeno a giudicare dalla carta igienica che qui consiste in enormi rotoloni di UN solo velo (ci vedi attraverso, giuro) quindi devi tirarne fuori mezzo chilometro per costruirti un rettangolino consistente che faccia il suo lavoro. 
Gli orari dei pasti sono insensati, ieri ci hanno portato a cena alle 17! Va bene che dobbiamo essere accomodanti ma alle 17 una si aspetta il tè coi biscotti, non la salsiccia con la cipolla e il riso alle verdure! 
Poi ovviamente alle 22 ti viene la prevedibile botta di fame e ti tocca sfamarti con quello che trovi nelle macchinette.
Sospetto che ci sia un accordo segreto con quelli delle macchinette in questione, altrimenti come si spiegano questi orari da pensionati in Florida?
C'è poi la spinosa questione dell'aria condizionata polare: tu scendi dall'aereo ormai trasformata in un bastoncino Findus (vedi Boccia nella Mela - parte 1) poi esci dall'aeroporto e per raggiungere l'autobus ci vogliono quei 5 minuti a 28 gradi per cui ti scongeli, peccato che poi il pullman sia una cella frigorifera per cui ti risurgeli fino all'arrivo al campus dove scaricare le valigie e salutare lo staff ti scalda e permette al sangue di ricominciare a circolare, almeno fino a quando non varchi la soglia dell'edificio che spazzerà via per sempre le tue illusioni: tu pensavi di sapere cosa fosse il freddo ma ora capisci che ti sbagliavi, quello che ti trovi ad affrontare è probabilmente lo stesso freddo che ha portato alla scomparsa dei dinosauri e, sospetti, presto farà lo stesso con te. 
Il colpo di grazia ti aspetta in camera: un caldo umido da foresta tropicale, se ti azzannasse un coccodrillo non ti stupiresti (e almeno, pensi, metterebbe fine alle tue sofferenze).
Ma com'è possibile che questi non si siano ancora estinti?

venerdì 5 settembre 2014

Le vacanze, la fine del mondo e l'Ortrugo

Vediamo un po', come sono andate le vacanze quest'anno? 
Se dovessi dare un voto direi malino più.
Da una parte il fatto che non ci fosse quel caldo torrido che ti fa precipitare la pressione riducendo la tua vitalità a quella di uno straccio bagnato è stato molto apprezzato, dall'altra parte però questo tempo britannico (che ogni dieci minuti cambia e spesso e volentieri piove), ha fatto saltare parecchi eventi e provocato nella sottoscritta uno stato quasi costante di raffreddore.
In realtà il voto sarebbe molto più basso se non fosse per una breve parentesi dal 12 al 16 agosto che mi ha rimesso in pace col mondo; non potendo riassumere in poche righe sei giorni di felicità, mi limito a qualche significativo dettaglio.
In data dodici agosto io e Rico abbiamo infilato due trolley nella fedele Fiesta, acceso il navigatore e puntato la prua verso Artò (lago d'Orta) che abbiamo raggiunto sotto l'immancabile pioggerella rompiballe.
Ad accoglierci la Paola, Mauro, l'Eleonora e Giuseppe che hanno visto arrivare contemporaneamente noi e il maltempo ma, da ospiti impeccabili quali sono, hanno fatto finta di niente. 
Dalla Magna Romagna noi giungevamo carichi di salumi e formaggi tipici ma soprattutto di un dono
che non vedevamo l'ora di scartare: il gioco da tavolo di Beautiful, versione degli anni 90, ritrovato per caso (e in perfette condizioni) in un mercatino dell'usato.
Detto gioco ci ha fornito parecchi momenti indimenticabili e insegnato molto, ad esempio l'altezza massima per un centrotavola e il fatto che Brooke, dopo il divorzio da Ridge (non sappiamo quale dei tanti), era andata a consolarsi a Parigi dalla madre. Mi tocca anche ammettere che alla fine ha vinto Farnedi, mannaggia.
Ovviamente io ho battezzato subito la casa ospitante andando a sfracellarmi giù per la scala di legno (scala di legno e calzini: la ricetta perfetta per il disastro) ma per il resto la magione non ha subito grandi danni. 
Durante il nostro soggiorno, oltre agli ospiti umani abbiamo fatto la conoscenza di Stella, una veneranda barboncina color latte il cui sguardo mi ricordava parecchio quello della Duquesa de Alba.
Non riesco immaginare un risveglio migliore di quello del primo giorno, provocato dall'odore dei pancake con cui la Paola, cuoca sopraffina e instancabile, ci ha viziato in più di un'occasione. 
Al gruppo si sono presto aggiunte la Camilla e la Serena e anche loro erano della partita quando siamo saliti fino al bar di Artò per provare l'Ortrugo, un vino bianco locale che va giù che è una bellezza e si è presto trasformato nel tormentone della vacanza, anche grazie a personaggi come il Mez, così ribattezzato per la sua propensione ai mezzi litri di, appunto, Ortrugo. La festa che ne è nata quella sera rimarrà per parecchio nei miei ricordi, non ultimo la macchina del caffè il cui getto di vapore è stato trasformato, con l'aiuto di un piattino, in una vera e propria macchina del fumo. 
Approfittando di una mia momentanea distrazione Farnedi mi ha suggerito di accendere il fon mentre ero scalza sul pavimento bagnato del bagno, un chiaro tentativo di farmi fuori con la scusa dell'incidente domestico ma la Paola l'ha sentito e gli è andata male. Per ore la canzone del Quartetto Cetra mi è risuonata nelle orecchie.

Vedo che la cosa si allunga quindi mi avvio a concludere, senza però dimenticare la band Lino e i nevrotici, il palo da pole dance, la Festa dello Scalpellino di Artò, i 13° del 16 agosto, il gelato gusto Viagra, il tiro con l'arco, le amiche svizzere, la stinca nel budino, Giuseppe e le sue tasse, Remail e  Giorgio Mastrota, il panno puliocchiali dei cinesi e l'Ortrugo, sempre e comunque l'Ortrugo. Viva l'estate.

Una delle ultime sere, mentre Rico suonava l'ukulele, ho riconosciuto Noches de Boda di Joaquín Sabina, una delle mie canzoni preferite; nel testo della canzone a un certo punto si legge: que el fin del mundo te pille bailando. Ecco, non ho potuto fare a meno di pensare che se in quel momento fosse arrivata davvero la fine del mondo, è così che ci avrebbe sorpresi, ballando.




P.S. Indimenticabile la gelateria sul lago d'Orta che aveva il gusto Annibale, così battezzato in onore a un ortopedico milanese.


P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express


domenica 7 aprile 2013

Viaggio alla scoperta di TreniTaglia in compagnia di borse Esso e nappine optical

Apprendo con gioia che, anche quest'anno, la  Regione Emilia Romagna ha inflitto a Trenitalia pesanti sanzioni per i millemila disservizi piovuti sugli utenti causa guasti, avverse condizioni meteo, anno bisestile, Marte in Gemelli ecc.
Una parte di queste multe saranno utilizzate per compensare i pendolari, offrendo loro gratuitamente un mese di abbonamento ferroviario. Quando ho letto questa notizia la memoria è immediatamente corsa a un servizio fotografico scoperto su una rivista qualche mese fa e gelosamente conservato in attesa del momento propizio; il servizio in questione porta il seguente sottotitolo:

In viaggio sul Frecciarossa, ad alta velocità, con un look chic e comodo, tra tweed e geometrie. E poi it bag, borse da weekend e accessori da donna d'affari.

(Devo confessare che a me sta cosa delle it bag mi fa molto ridere; la prima volta che ho letto it bag ho pensato borsa esso (deformazione professionale, traduci tutto anche involontariamente) e da quel momento per me it bag è sinonimo di borsa della Esso, quella che ti danno con la raccolta punti. Quando leggo che una borsa Esso costa 6700 euri mi viene spontaneo chiedermi quanti bollini ci vorranno per averla gratis.)

Osservando la prima immagine di questo splendido servizio (vedi sopra) non posso fare a meno di riconoscermi nell'espressione da serial killer della protagonista, è la stessa che indosso io mentre salgo gli ultimi gradini verso il primo binario: per favore, almeno stamattina non fatemi incazzare. Certo, io viaggio un po' più leggera, meno itbag e più libri, acqua e telefono; se mi trovassi a viaggiare come la nostra amica, carica come uno sherpa tibetano, credo che riuscirei ad avere lo stesso sguardo omicida ma senza bisogno del bistrone negli occhi.
Fortunatamente, anche i momenti più difficili hanno fine e la nostra business woman sale finalmente sul treno, dove, una volta sistemate le sue millamila borse Esso, si cambia d'abito indossando la mise da permanenza sul Frecciarossa.
Mi rendo conto che è solo il mio atteggiamento reazionario e conservatore a impedirmi di trovare una logica in un cappotto senza maniche ma noto con una certa soddisfazione che la signora non è nata ieri e indossa un paio di guanti modello polipo che lasciano scoperta solo la zona spalla. Sì perché a volte sali sui treni e ti trovi catapultato in Siberia quindi se hai in programma una riunione d'affari ti conviene coprirti, altrimenti magari a destinazione ci arrivi ma poi ti trovi in una sala piena di uomini e donne d'affari pronti ad affareggiare con te e invece ti tocca correre in bagno. Se vogliamo per forza vederne il lato positivo, sicuramente uscirai dalla toilette più magra.
Il momento dell'arrivo si avvicina, quindi la signora nella foto qui sotto sceglie la mise-discesa dal treno; osservando quel body di pizzo scollato fino all'ombelico, ne deduco che ha scelto l'opzione dimagrire velocemente senza spendere una lira di cui parlavo prima; mi chiedo se Trenitalia abbia mai valutato la possibilità di sfruttare questo elemento per farsi pubblicità: TreniTaglia, passa un paio d'ore con noi e perderai una taglia. Di questi tempi, con l'estate che si avvicina, potrebbe avere successo.
Tornando alla nostra business woman, spero di non trovarmi mai in una situazione del genere: costretta a decidere se indossare il mocassino argento o quello optical con le nappine; e d'altra parte, è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo.

E così, passo passo, siamo arrivati alla fine della storia; purtroppo l'ultima immagine del servizio non ci rassicura circa la vitalità dei neuroni della nostra amica, che persiste nell'indossare capi senza maniche, va bene voler dimagrire ma ricordiamoci che la polmonite è dietro l'angolo e, anche nel caso di un semplice raffreddore forte, ti viene il naso rosso e parli come l'orso Yogi e allora addio al look chic del sottotitolo.
Per coloro che si chiedessero il perché dell'espressione Che cavolo stai dicendo Willis? della signora, la risposta si trova leggendo la didascalia a lato dell'immagine:
Ore 9.30 - Arrivo alla stazione di Milano, in perfetto orario.







mercoledì 9 gennaio 2013

Nonantola e il mucchio selvaggio


Erano le ore diciotto di mercoledì 12 dicembre e mi trovavo in autostrada tra Bologna e Modena alla guida della mia fedele Fiesta, in quel momento strapiena di ukuleli, al punto che un’inchiodata sarebbe stata letale.
Come inizio mi pare abbastanza d’effetto, adesso vediamo di fare un passo indietro e chiarire le cose: stavo facendo da autista a Farnedi che quella sera doveva tenere, presso la fonoteca di Nonantola, un incontro dedicato all’ukulele e aveva quindi deciso di dare fondo alla nostra provvista domestica e portare tutti gli ukuleli in dotazione (a lato solo alcuni esemplari) per permettere ai partecipanti di provare dal vivo lo strumento. A vederci da fuori immagino sembrassimo la macchina di Fantozzi carica per le ferie, mi chiedo ancora come sarebbero andate le cose se ci avesse fermato una pattuglia per un controllo e mi avessero chiesto di aprire il  bagagliaio.

Come sempre il tratto dell’autostrada tra Bologna e Modena era l’equivalente di una zona di guerra e mi aveva già strappato una vasta gamma di brutture, peraltro pienamente giustificate: camion che invadevano corsie senza mai una freccia di preavviso e sfanalatori impazziti che mi alitavano sul collo, ne avevo già maledetti almeno una ventina. Altro che scompensi ormonali, la causa dell’alopecia maschile sono io.
Una volta arrivati a destinazione ed espletate le millemila prove necessarie a interfacciare pc, videoproiettore, sistema audio ecc ecc, Giorgio Casadei (l’organizzatore della serata) ha consegnato a Rico dei documenti da compilare per il Comune e ci ha accompagnato fino a La Smorfia, una pizzeria napoletana dove ho mangiato una delle pizze più buone degli ultimi tempi, arrivando alla conclusione che a me la pizza napoletana piace, se la sanno fare.
Essendo un po’ stretti coi tempi siamo tornati immediatamente alla fonoteca, ri-sfidando il freddo polare della provincia modenese; abbiamo varcato la soglia palesemente compiaciuti della nostra impeccabile puntualità, peccato che i famosi documenti, compilati come richiesto in tutte le loro parti, fossero rimasti allegramente in pizzeria. Farnedi a quel punto doveva rimanere in loco quindi la carne da cannone ero io: mi sono rimessa giaccone, sciarpa, berretto, guanti e grasso di balena e son tornata alla Smorfia dove, grazie a dio, erano pieni di gente e non avevano ancora trovato il tempo di sparecchiare il nostro tavolo, ragion per cui i due preziosissimi fogli erano ancora lì.
Al ritorno in fonoteca ho studiato la situazione e notando che parecchi tra il pubblico avevano portato un loro strumento, sono andata a recuperare l’unico tra gli undici ukuleli che era proprio mio, dicendomi che quello in fondo era un incontro per principianti, ce la potevo fare anch’io.
Ovviamente quando ti senti impedito vuoi dare nell’occhio il meno possibile, quindi mi sono seduta in fondo all’aula e in un angolo, con le spalle coperte, sembravo il tenente Ripley in Alien.
Poco a poco la sala si è riempita e si sono aperte le danze: Farnedi è partito con un breve accenno alla storia dello strumento mostrando video e foto; all’inizio era tutto molto tranquillo, poi quando siamo arrivati al momento della prova pratica ho iniziato un po’ a sudare (c’è del materiale per tesi di laurea in psichiatria). Mentre Enrico e Giorgio giravano per la sala offrendo ukuleli al popolo, un uomo dietro di me se n’è uscito con “No, io no che non conosco gli accordi!”
Fratello! - ho pensato- affrettandomi a dirgli che non si preoccupasse, che anche io ero messa così, che sapevo due accordi in croce, tutto ciò nel tentativo di incoraggiare il mio compagno in difficoltà. Il quale compagno in difficoltà si è fatto spiegare come fare il do e il fa e, dopo neanche un quarto d’ora era là che suonava tremila note al secondo, pareva ne avesse otto di mani! Solo dopo ha lasciato casualmente trapelare che lui non sapeva suonare l’ukulele, però la chitarra sì. Si sarebbe meritato una badilata nella schiena ma ero troppo presa dall'immane sforzo di suonare “la gatta” alla velocità smodata richiesta dal Farnedi quindi ho dovuto soprassedere.
Insomma, per tirare le somme, suonare in gruppo si è rivelato un vero toccasana per l’autostima: se sbagli accordo nel mucchio non si sente, se le dita s’invrucchiano e produci versi indefinibili, anche quello nel mucchio non si nota, se perdi il filo, il mucchio prosegue e alla prima occasione puoi infilarti di nuovo e continuare fingendo che non sia successo niente. Tutto questo sempre a condizione che nel mucchio la percentuale di impediti come te sia limitata. In questo caso lo era.
Alla fine insomma ti trovi a dire “oh, in fondo poi son bravina!” e per un po’ puoi tranquillamente far finta di crederci. Un sentito grazie ai colleghi del mucchio.


P.S. Ecco un esempio di come può essere suonare l’ukulele nel mucchio

P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press




lunedì 9 luglio 2012

La lunga notte di Musicultura: aromi, sfogliate e strani rimmel

L'arrivo a Macerata è stato abbastanza indolore, nonostante trenitalia e il trenino a carbone della tratta Civitanova-Macerata, dove ovviamente l'aria condizionata non esiste e il 15 giugno tutto è sudore.
L'appuntamento era in piazza a Macerata per un aperitivo e, su consiglio della Cesca che è del luogo, ci siamo fermati in un posticino che aveva i tavolini all'aperto; quando sono venuti a prendere l'ordinazione, non avevo voglia di starci a pensare tanto, sono andata sul sicuro chiedendo una cocacola; solo a quel punto la signora ci ha informati che eravamo seduti ai tavolini di un'enoteca dove la cocacola era bandita (solo quella, c'erano altre bibite scicchissime e aromi a profusione). Le decisioni affrettate non sono il mio forte, ma in fondo mica dovevo donare un rene, ho rotto gli indugi e scelto un'acqua tonica che mi hanno detto essere agli aromi del mediterraneo (olive? Pomodorini secchi? Origano? Sardine?) e che in effetti non era affatto male (mica capito che aromi ci fossero, però). Di lì a poco ci hanno raggiunto Lorenzo e l'Elisa e, dopo aver ritirato i biglietti, i musici se ne sono andati per la loro strada mentre noi, salutata Cesca, ci siamo spostate verso lo sferisterio; prima però ci siamo guardate intorno alla ricerca di qualcosa da mangiare perché i musici avrebbero avuto il loro vippissimo buffet ma noi della plebe mica potevamo stare senza cena!
Speravamo in un bar che vendesse pizzette al taglio ma, avendo non più di cinque minuti, ci siamo accontentate di qualche pasta sfoglia ripiena e via verso l'ingresso. Quando siamo arrivate, i cancelli erano ancora chiusi e una piccola folla aspettava paziente davanti all'entrata. A guardarli bene sembravano gli invitati a un matrimonio che aspettano l'uscita degli sposi dalla chiesa: vestiti lunghi, tacchi stratosferici e un quantitativo non indifferente di paillette. E noi eravamo lì coi nostri sacchettini di carta con dentro la cena, cena che avremmo poi consumato comodamente sedute ai nostri posti, sotto gli occhi increduli di una signora in fondo alla fila con una pettinatura che aveva richiesto come minimo il progetto firmato di un ingegnere.
A quell'ora era ancora giorno pieno quindi abbiamo consumato il nostro frugale pasto ammirando il tramonto e gli stormi di...robi pennuti che volavano sopra le nostre teste. Non azzardo alcuna ipotesi su cosa fossero, escludo giusto fenicotteri e dodo.
L'atmosfera era resa ancora più bucolica da una colonna sonora composta da suoni, come dire, naturali: fronde mosse dal vento, cinguettii, acqua che scorre, roba così; peccato che a intervalli regolari detti cinguettii si facessero sempre più forti, sempre più striduli, rendendo la citata atmosfera assai inquietante.  Hitchcock avrebbe apprezzato.
Poco a poco lo sferisterio è andato riempiendosi (per fortuna c'era anche gente vestita normale) ed è stato veramente spassosissimo osservare le persone mentre cercavano i propri posti, o meglio, mentre seguivano le maschere che li portavano ai posti assegnati, erano pochi quelli che osavano avventurarsi da soli alla ricerca dell'ambita poltrona. Dico poltrona per modo di dire, le sedie ricordavano più quelle del cinema della parrocchia, quelle che ti ricordano che sei lì per assistere a un evento di un certo livello, non per stare comoda. E in effetti si riconosceva subito il veterano dello sferisterio dal cuscino che appoggiava prontamente sul sedile e, in alcuni casi, dalla copertina di pile che teneva astutamente a portata di mano. Ovviamente la mia esperienza si limita al pubblico intorno a noi, magari in altre zone erano più baldanzosi...
Le maschere correvano a destra e a manca per sistemare tutti e, se da una parte non potevi fare a meno di ammirare il miracoloso equilibrio di quelle ragazze che riuscivano a spostarsi rapidissimamente sul ghiaino, pur indossando il tacco a spillo, dall'altra ti veniva da chiederti se tutti sti spilli fossero proprio necessari, se non sarebbe stato più prudente un sandalo, (se troppo plebeo, anche uno incrostato di piume o strass).
In più di un'occasione abbiamo osservato la maschera indicare i posti assegnati alle varie persone con l'ausilio di una pila; ahimè, il pur apprezzabile tentativo sarebbe risultato indubbiamente più efficace se solo fosse stato buio.
L'inizio dello spettacolo era previsto per le 21 ma ovviamente è slittato, e per fortuna, visto che la gente ha continuato ad arrivare anche a spettacolo iniziato, alcuni addirittura alle 21.40! E ovviamente questi galantuomini & gentili signore avevano i posti centrali, quelli che si deve alzare tutta la fila per farti passare. Li avranno maledetti fino alla settima generazione.
Alla fine se dio vuole lo show è iniziato e, la canzone scelta come sigla di apertura francamente mi ha spiazzato: a un festival che celebra la canzone d'autore italiana si accetta di tutto (de gustibus...) ma che almeno sia in italiano! La canzone in questione era in spagnolo, cantata da Mercedes Sosa. Immagino ci sarà stato un motivo ma noi da fuori non l'abbiamo proprio capito.
Ovviamente, trattandosi di un evento istituzionale, ci sono toccati  sindaco e assessore alla pesca con i loro discorsi ufficiali (mi sembrava di stare lavorando) e alcuni vipsss seduti tra il pubblico con cui Frizzi (presentatore ufficiale della serata) chiacchierava amabilmente a intervalli regolari. Momento di comicità involontaria mentre Frizzi parlava col sindaco: si avvicina il fotografo per le foto di rito ma il povero non si accorge di trovarsi esattamente davanti alla telecamera collegata ai tre maxi schermi per cui in video ci appaiono Frizzi da una parte, il sindaco dall'altra, e in mezzo il fotografo che sembrava scattasse una foto a noi del pubblico. Cheese!
I quattro artisti in gara si sono succeduti nell'ordine prestabilito, una canzone per uno, breve intervista e via; subito dopo è arrivata Noemi e ha cantato una canzone che ci ha rivelato essere stata composta da due bravissimi cantautori; peccato che si sia dimenticata di farne i nomi, costringendo Frizzi un paio di minuti dopo a infilarli nel discorso un po' di contrabbando. Quando l'ho sentita dire "la seconda canzone che canterò..." il mio primo pensiero è stato Oh, perché lei non ne canta una sola come gli altri? , evidentemente mi ero fatta coinvolgere un po' troppo dalla gara.
Nella seconda parte della serata è salito sul palco Francesco De Gregori per un mini concerto, concerto che ha concluso con (tra le altre) un'insolita versione di Rimmel con protagonista un'ukulele. La scelta del ritmo secondo me non è stata proprio felice, m'è parso un po' troppo vivace e allegro, non certo in tono con il testo malinconico della canzone. Ovviamente qualcuno mi ucciderà per quanto detto ma, cosa volete, voglio una vita spericolata.
Interrompiamo brevemente il resoconto per un dettaglio fashion: al momento di fare la borsa mi era stato detto di portarmi un giubbotto perché a Macerata la sera faceva freschino ma, la mattina della partenza, per motivi che non illustro perché farei la figura della pipiloca, mi ero ridotta a dover fare la borsa in soli dieci minuti quindi al momento di prendere il giubbotto avevo all'incirca un nanosecondo e ho inevitabilmente afferrato la cosa a me più vicina per poi volare in stazione. 
Peccato che la cosa a me più vicina fosse il giubbotto che uso quando vado a correre, un robo color verde mare che mi fa sembrare un ausiliare del traffico o un posteggiatore, non proprio la scelta più chic del mio guardaroba. Se non altro aveva il vantaggio di potersi appallottolare in borsa ma, una volta estratto, ricordava uno di quei papiri egizi che vedi esposti nei musei.  Durante tutta la seconda parte della serata quella sadica dell'Elisa, messa a parte dello spiegazzato segreto custodito nella mia borsa, ha tentato con ogni mezzo di farmi indossare l'acquamarinica oscenità, fingendo di rabbrividire e chiedendomi in continuazione se avevo freddo e, per un attimo, se non altro per non darle soddisfazione, avevo accarezzato la possibilità di non doverlo indossare, con i piedi al calduccio in scarpe e calzini si stava decisamente bene; non avevo però messo in conto che la serata si sarebbe protratta per diverse ore e quindi alla fine, vedendo che non si finiva mai e la temperatura calava, ho scelto la prudenza e indossato Sua Stropicciosità. Non oso neanche immaginare cosa avrà pensato, vedendomi,  la famosa signora seduta in fondo alla fila, sempre che quel metro cubo di capelli non le avesse già definitivamente compromesso le funzioni cerebrali.
Quando ormai si cominciava a valutare la possibilità di una chiamata anonima con allarme bomba per porre termine forzatamente all'evento (erano le 00.30, mettetevi nei nostri panni e pensate a quelle sedie), dopo un'ultima performance di Enzo Avitabile, la serata si è finalmente conclusa, questo sì, senza troppe soddisfazioni per il Farnedi fan club. Ma, come ha scritto l'Alberta in un suo commento alla notizia su facebook: quel che non è, sarà.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

domenica 18 marzo 2012

Prove di crioconservazione lato spiaggia

Oggi la vita è dura.
Per prima cosa ho l’influenza, il raffreddore, la tosse ecc ecc, in più nei prossimi tre giorni mi toccherà andare a tradurre a una conferenza molto molto dura; per fortuna già ieri la febbre era scesa ma il resto c’è ancora, per cui parto comunque per il convegno ma ho avuto giorni migliori.
Altra cosa fondamentale da specificare è che l’albergo che fa sa scenario a questo tranquillo weekend di paura sarebbe un 4 stelle.
Dopo viaggio noioso e un po’ sofferto, tra starnuti, colpi di tosse ecc, arrivo all’albergo verso le due di venerdì pomeriggio e vado direttamente in sala conferenze; seguono quattro ore decisamente pesanti ma che grazie a dio finiscono. Raccolgo le mie cose e salgo in camera per farmi una doccia ristoratrice prima di cena ma, aimè, tra quelle quattro mura fa un freddo boia, il riscaldamento pare accendersi solo quando infilo la scheda/chiave della camera nell’apposita fessura. Mi toccherà tenere addosso il cappotto per mezzora in attesa che la temperatura diventi perlomeno umana.
Ovviamente in queste condizioni di fare la doccia non se ne parla; all’orario stabilito con la collega scendo a mangiare qualcosa nella kebaberia a lato dell’albergo, tentando di scacciare il freddo a suon di kebab e patatine; poi, tornata nella ghiacciaia, tiro fuori con una certa rassegnazione la coperta dall’armadio (almeno stavolta la coperta c’è, vedi Forse in miniera è peggio...forse), la nottata si preannuncia difficile.
 Trascorsa una ventina di minuti la temperatura perde il suo tocco siberiano e io azzardo la doccia; mentre me ne sto lì sotto l’acqua rovente mi viene un’idea: la prossima volta che mi trovo con l’Antartide in camera, chiamo la reception e li avverto che data la temperatura polare della stanza mi vedo costretta ad aprire la doccia calda e a lasciarla aperta almeno fino a quando il vapore non avrà portato la temperatura su di qualche grado, magari accendendo anche il phon a palla per potenziare l’effetto, così alla fine si troveranno una bolletta elettrica da casinò di Las Vegas e forse realizzeranno che non stanno usando il sistema migliore per limitare le spese…
C’è da dire che nonostante l’ora tarda e il posto poco frequentato data la stagione, da fuori arriva parecchio rumore, ne concludo che se l’isolamento termico è ai livelli di quello acustico, metà del calore finisce a scaldare i granchi in spiaggia. Sì, perché siamo proprio sul mare e se non fosse che il freddo congela ogni entusiasmo, il posto sarebbe anche bello. Fortuna che non eravamo qui qualche settimana fa quando ha fatto la bufera di neve…
La mattina alle 7 mi sveglio, o meglio, mi sveglia il freddo. Basta, quando è troppo è troppo, prendo il telefono e chiamo la reception ringhiando:
“Scusi ma è acceso il riscaldamento? Qui è un freddo boia!”
“Mah, se vuole posso alzarlo fino a 25°, il sistema mi indica che in camera ce ne sono 23”
Se qui dentro ci sono più di 15 gradi io sono Paperino.
“Guardi il suo sistema si sarà rotto perché qua è un gran freddo e di sicuro non ci sono 23°!”
“Si vede che l’ospite prima di lei l’aveva abbassato”
L’ospite prima di me doveva essere l’abominevole uomo delle nevi, oppure è morto assiderato e l’hanno nascosto sul terrazzino.
Mi copro come posso e scendo a fare colazione, trovando una fila interminabile davanti all’unica macchinetta che fornisce bevande (i partecipanti al convegno sono almeno 150 e questi dell’albergo hanno acceso una sola macchina, complimenti, il QI vola sempre più alto). Per fortuna l’acqua calda per il tè è in un caraffone termico, quindi riesco a saltare la fila altrimenti a quest’ora sarei ancora là.
La situazione già difficile è ulteriormente complicata dal fatto che quest’anno, per ridurre i costi, gli organizzatori hanno previsto solo la traduzione simultanea in italiano o in inglese, obbligando quindi i relatori a parlare solo italiano o inglese, senza però controllare che fossero effettivamente in grado di farlo e la decisione non è stata illuminata, ho sentito cose... Il momento di massimo sconforto (qualche giorno prima del convegno) è coinciso con l’arrivo di un breve testo (la sintesi di un intervento di circa mezzora) che pur contenendo parole inglesi, non aveva né capo né coda; quando abbiamo fatto presente la cosa al cliente, commentando preoccupate che uno che scriveva così chissà come avrebbe parlato, l’organizzatore si è offerto di tradurci qualsiasi termine tecnico oscuro, il problema è che non c‘erano poi molte parole sconosciute (magari erano scritte male, però si riconoscevano) ma sembravano messe insieme a caso, tipo estratte da un cilindro e attaccate lì. Il è primo pensiero è stato Avranno usato il solito traduttore automatico ma poi è arrivato il secondo “Un computer mette insieme le parole alla boia ma le parole, quelle, le scrive bene , qui le parole sembrano terremotate! Siam rimaste col dubbio, forse un trip di acido? O magari due bottiglie di quello buono a stomaco vuoto? Chissà…
Tra gli altri momenti degni di menzione c’è stato il pranzo a buffet (ricordo, sempre nell’hotel 4 stelle), la sala scelta allo scopo sembrava più un magazzino che una sala: c’erano solo porte antipanico con grossi maniglioni a spinta, e i cavi della luce invece di essere all'interno del muro come ci si aspetterebbe in una sala da pranzo normale, correvano liberi come mustang lungo le pareti, terminando in pompa magna dentro grossi interruttori di sicurezza; in più, per dare un tocco di eleganza alla tavola, i tovaglioli erano di carta e la tovaglia copriva a malapena il tavolo.
Torno in camera dopo pranzo per riposare un po’ e scopro che la camera è calda ma il bagno no. Vabbè, è comunque un miglioramento. Accendo la tv per distrarmi un po' ma per quanto provi non riesco a cambiare canale, sto coso non mi dà retta, evidentemente io emano un fluido malefico che trasforma gli oggetti inanimati in demoni tipo Christine la macchina infernale. Boh. In questo caso però non posso incolpare l’albergo, questo tipo di incidenti tecnologici per me sono all’ordine del giorno, sono tecnologicamente svantaggiata. O invornita, fate voi.
Alla fine preda della disperazione, cerco di spegnerla ma…non ci riesco! Sul serio, non sono capace di spegnere sto maledetto apparecchio. Sembra uno di quei film demenziali dove c’è il povero sfigato a cui ne capitano di tutti i colori. Dopo aver fatto qualche altro tentativo, alla fine mi rassegno e lascio acceso abbassando il volume al minimo, pensando che tanto appena esco e tolgo la chiave si spegne tutto, tv compresa. Oddio, potrebbe anche essere che si spenga solo il riscaldamento ma la tv continui allegramente a funzionare, le priorità innanzitutto.
Quel pomeriggio in sala conferenze, spinta dalla necessità, mi metto alla ricerca di una toilette. Inizialmente sembra si debba uscire dalla zona conferenze e tornare all’albergo vero e proprio, poi scopro che nel piano interrato c’è un bagno ma hanno messo una fioriera davanti alle scale per impedirci l’accesso (per evitare di dover pulire anche quello, suppongo); ovviamente ci vuol altro che una fioriera per fermarmi, anche perché per arrivare a un altro bagno si deve uscire dal complesso e fare una ventina di metri fuori all’aperto e, in febbraio, senza cappotto e malaticci, non è proprio cosa. Scendo le scale e in effetti il bagno c’è, il riscaldamento purtroppo no; con tutta probabilità la zona conferenze è senza riscaldamento da mesi, mi sento come quelli che arrivano al centro di ricerche artiche in “La cosa” di Carpenter.
A parte il freddo, sento un che di fastidioso nell’aria ma non capisco bene cosa, sospetto che il freddo mi abbia intirizzito il naso. Svelerò l'arcano solo alla mia terza visita, notando sul chilometrico lavello un simpatico cestino pieno di roba secca dove qualcuno a collocato un diffusore di essenza alla vaniglia che, come è noto, io apprezzo quanto un vampiro l’acqua benedetta.

La seconda notte dormo meglio, principalmente grazie alla seconda coperta che mi sono fatta dare alla reception. La mattina solito freddo boia, telefono in reception per chiedere che mi accendano sto riscaldamento benedetto e mi rifugio in bagno (lì c’è un termosifone e quello va) per dieci minuti, quando esco dal bagno la stanza è già un po’ più calda, il condizionatore/riscaldatore sta finalmente facendo il suo dovere, peccato che oggi sia l’ultimo giorno. No, pardòn, grazie a dio che oggi è l’ultimo giorno.
Arrivo a fare il check out e quello della reception insiste a dirmi che nella mia camera c’erano 25 gradi; mi controllo e riesco a non mandarlo dove peraltro meriterebbe, limitandomi a commentare che evidentemente il termostato è rotto e sarà il caso di controllare.
Ovviamente sono le 9.20 e, mentre noi attendiamo pazientemente in cabina, il resto del mondo è a fare il checkout e ci starà ancora a lungo perché al banco della reception c’è solo un simpatico omino (quello di prima) e se il poveretto deve fare da solo il check out per  tutti…
Non mi ricordo la conclusione del convegno, temo di aver rimosso tutto, ricordo solo la hall, la porta dell’albergo che si apriva e io che uscivo fuori nel sole.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
4 stelle.

venerdì 2 dicembre 2011

Street art e marshmallow puffosi: Drink & Draw per Cesena Comics

Domenica 13 novembre si è concluso ufficialmente Cesena Comics 2011, il festival dedicato al fumetto e ai suoi fan di tutte le età. La conclusione era affidata a un evento particolare, una serata “Drink & Draw” in cui vari disegnatori ospiti del festival si sarebbero trovati a bere un bicchiere di buon bere, fare due chiacchiere e, soprattutto, disegnare in libertà.
La colonna sonora della serata era nelle mani di “Enrico Farnedi e i suoi ukuleli” (mi piace ukuleli), quindi noi non potevamo mancare.
Alle ore 20.30 l’Ale ha suonato il mio campanello e alle 20.45 eravamo sotto casa della Clodia; la Ste purtroppo era di turno al teatro Bonci e quindi ci avrebbe raggiunto là.
Per una volta abbiamo osato (non guidavo io) e la nostra baldanza è stata ricompensata: abbiamo trovato parcheggio a pochi metri dalla piazza del popolo, più centro di così non si può.
Andando verso il locale ci siamo fermati davanti a un negozio di suppellettili e, mentre la Rini e Paul vagliavano gli oggetti in vetrina alla ricerca dell’attaccapanni definitivo, mi è caduto l’occhio per terra e più precisamente sul disegno dell’omino che indica il percorso pedonale, disegno che una mano misteriosa aveva reinterpretato. L’umorismo romagnolo pare godere di ottima salute.
L’enoteca Vivì era già parecchio affollata per cui ci siamo buttati sull’unico divano libero, quello di fianco a dove suonava il Farnedi. Peccato che il divano fosse per tre e noi invece fossimo quattro, per cui l’Ale e la Clodia che erano in mezzo stavano come papesse, mentre io e Paul ai lati eravamo a dir poco sacrificati, a dir bene insteccati come stoccafissi. Quando è iniziato il concerto mi sono ritrovata a fare le contorsioni per vedere qualcosa perché, pur essendo di fianco al palco (anche quello un altro divano), nel tentativo di far posto a tutti alla fine mi ero ritrovata girata al contrario (sono un genio). In più alcune ragazze, non riuscendo a trovare sedie libere, avevano optato per il pavimento, soluzione comprensibilissima ma che trasformava qualsiasi tentativo di andare a prendere da bere in un simil-camel trophy. Per fortuna di lì a poco due degli occupanti del divano di fronte se ne sono andati e noi ne abbiamo preso possesso, se non altro ho evitato un potenziale colpo della strega.
Sul tavolino di fronte a noi, oltre ai prevedibili bicchieri di vino, c’erano delle mucche pezzate di plastica, uno scoiattolo a molla e uno stagno con paperette anch’esso di plastica. A Farnedi ci piace decorare (vedi asse da stiro avvolta in una tovaglia e cosparsa di lucine di Natale posta a lato palco).
L’artista era in solitaria, quindi il concerto è stato molto raccolto, intimo. Non aveva pedalini e questo secondo me un po’ l’ha fatto soffrire ma a volte la vita è matrigna. A noi invece è andata meglio: da una parte Paul  si è eroicamente offerto di andarci a prendere qualcosa da bere e ci ha portato a chi un ottimo bicchiere di rosso, a chi del vin santo, sfidando le intemperie di quel mare di gambe e piedi che lo separava dal bar, dall’altra Farnedi aveva messo a disposizione del pubblico una ciotola piena di orsetti gommosi e noi non ci siamo certo fatti pregare.
Però c’è un però; al nostro arrivo non avevamo potuto fare a meno di notare il sacchetto di marshmallow a forma di puffi appoggiato con noncuranza sul divano del musico, il quale musico l’aveva definito un omaggio dell’organizzazione. Ora, a casa mia, se lasci un sacchetto di roba da mangiare in bella vista, poi lo devi condividere, mica puoi fare finta di niente. E invece il concerto proseguiva e di puffi neanche l’ombra. Ho deciso di passare all’azione: mentre Farnedi era impegnato con l’accordatura del millesimo ukulele, ho iniziato ad allungare la mano poco a poco, strisciando sul divano in direzione del sacchetto. Di fonte a me la Clodia ha notato la mia manovra e io le ho fatto un cenno, indicando con gli occhi il sacchetto di puffi; immaginate il mio sgomento quando la serpe in seno mi ha segnalato al Farnedi svelando l’ardito piano! In un attimo il sacchetto di puffi è sparito e sono stata pubblicamente redarguita. Vari gesti in direzione della Rinaldi le hanno fatto capire che me l’avrebbe pagata, la spiona, intanto però toccava rassegnarsi. Il concerto è proseguito tra cover del cugino veterinario e cuori a metano. L’unico appunto che mi sentirei di fare è che quando l’uomo ha attaccato Julie, l’ukulele scelto era troppo morbido per rendere la disperazione e l’angoscia del pezzo. Ma poi queste sono idee mie che chissà…
Pur continuando a seguire il concerto, una parte della mia mente si arrovellava sul problema dell’accesso ai puffi, temporaneamente impedito, come sbloccare la situazione?
 Alla fine ci sono riuscita ma, onestamente, non posso prendermi il merito della situazione se non per il fatto di aver colto l’attimo: Farnedi mi ha alzato la palla e io ho schiacciato. Eravamo ormai ben oltre la metà del concerto quando al microfono the artist mi ha chiesto che ore fossero e io gli ho risposto “È l’ora dei puffi!” A quel punto aveva le mani legate, ha tirato fuori il sacchetto e l’ha fatto girare. Dopo vari avanti e indietro, finalmente la merce è tornata all’ovile e ho potuto assaggiarne uno: la cosa più schifosa che si possa immaginare, dopo dieci secondi ti sembra di aver in bocca una lumaca, oltretutto sa di plastica ma dolcissima. Ho dato fondo a tutto il mio vasto repertorio di facce schifate, avrei voluto sputarlo ma non si fa (sempre ste xxx di buone maniere) quindi mi è toccato ingoiarlo tra le risate del popolo dei divani.
Tra le chicche del concerto segnalo la cover di Bovi in moscone, una delle mie canzoni favorite, anche se preferisco ascoltarla quando c’è anche Marco Bovi che suona. Mi resta il rammarico di non essermi alzata per osservare un po’ più da vicino i disegnatori al lavoro che purtroppo erano dall’altra parte della sala; ci ho pensato più di una volta ma, da una parte avrei dovuto calpestare parecchia gente accomodatasi sul tappeto, dall’altra ero seduta proprio a mezzo metro dal Farnedi e quindi un mio alzarmi e andare via non sarebbe passato inosservato quindi, da vera pusillanime, ho lasciato che il non oso prevalesse sul vorrei come il vecchio gatto del proverbio.
Si stava bene in quel posto là, tra chi chiacchierava, chi disegnava, chi elencava le cose da mangiare che non ci piacciono e chi come l’Albertini elencava quelle che non può mangiare per intolleranze varie. È un po’ il dramma di quelle domeniche sera che finiscono tra le migliori, quando stai passando una serata stupenda ma hai il lunedì appollaiato sulla spalla che rompe le balle, quindi alla fine ci siamo arresi, abbiamo salutato un po’ tutti e, con un ultimo inchino a Elisa Rocchi per rendere merito all’organizzazione del Festival e della serata, noi cinque donzelletti abbiamo abbandonato il calore del Vivì per il freddo e il gelo dell’era glaciale scesa quella sera giusto per noi.
Qui trovate alcune foto della serata




Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271

martedì 23 agosto 2011

Tacco quindici, paillettes e formaggio di fossa: Lou Reed a Sogliano sul Rubicone

“Sabato andiamo al concerto di Lou Reed, ti va di venire?” La Clodia mi sta guardando in attesa di una qualche reazione. Faccio una rapida ricerca mentale ma brancolo nel buio assoluto. “Chi è già Lou Reed?”
Essendo ormai avvezza alle lacune della mia cultura musicale, lei non si scompone “Dai, abbiamo visto un film su di lui, Berlin, era uno di quelli di Across the Movies!” Questo almeno restringe il campo, trattasi di rassegna di film musicali che si tiene da tre anni a Cesena; debole, debolissima, si accende una lucina “Ah, era quel film rosso?”
E qui anche la Clodia non ce la può fare, mi guarda perplessa “Ma che film rosso?”
“Dai, quel film che le immagini si vedevano un po’ così, sul rossiccio” La vedo annuire rassegnata e mi sento subito meglio, almeno il film l’ho inquadrato; peccato che avendolo visto l’anno scorso non è che mi ricordi molto.
“Allora cosa fai, vieni? Prendo il biglietto anche per te?”
Ci penso un momento. Vabbè, vediamo un po’ com’è.
“Costa 34,5 euro in prevendita”
EEEEEEEE!!!!!!! 35 euri!!!!!!!! Ma con quelli ci compro trentacinque sacchetti di patatine light dell’Eurospin!!!! Rinunciare alla droga è dura, una lotta che va combattuta giorno per giorno, a volte vinci a volte perdi. Oggi vinco. “Ok, ci sono.” Vediamo un po’ com’è.

Arriva il sabato. Siamo in cinque: Clodia, Ste, Io-me, Mohuro e Ale. L’appuntamento è alle 19 davanti all’Esquisito, dato che il concerto è a Sogliano e ci vuole circa un’ora per arrivare (trentacinque minuti se guida l’Albertini). L’Ale passa a prendermi e una volta caricati felpa, giubbotto, ombrello (previsioni incerte) si parte. Peccato che dopo cinque minuti arrivi una telefonata furibonda della Clodia “Sono passata a prendere Mohuro ma lui aveva capito che l’appuntamento era alle 20.45 invece che alle 18.45!” Come potesse pensare che saremmo arrivati in tempo per il concerto alle 21 è un mistero (forse stava guardando Star Trek) “Mi ha chiesto di ripassare dopo venti minuti ma gli ho detto che ha cinque minuti di tempo per scendere altrimenti lo lascio qui!” Meglio non scherzare con la Rinaldi furibonda.
Mi torna in mente che la settimana scorsa ci eravamo trovati in centro per pranzo e Mohuro aveva capito che l’appuntamento era alle 12.30 invece che alle 13.20, evidentemente legge troppo in fretta e con cento altre cose in mente. D’ora in poi gli manderemo gli orari scritti in lettere.
Riusciamo miracolosamente a riunirci e saliamo sul bolide sportivo della Ste; la strada per Sogliano è alquanto tortuosa e l’Albertini ci va a nozze, tagliando le curve come se fossimo in un videogame. Noi tapine sedute dietro ci avvinghiamo ai sedili nel disperato tentativo di non finire con la faccia spiaccicata sul vetro. Mi sa che a suo tempo la Ste ha visto troppe puntate di Automan.

Contrariamente ai miei timori, troviamo da parcheggiare abbastanza facilmente; adesso non resta che scendere dalla macchina. Uscire incolumi dalla tre porte dell’Albertini non è cosa facile, il sedile dietro è talmente indietro che occorrerebbe uno skilift per portarti fino allo sportello, in più devi essere celere, se esiti anche solo un po’ la pilota sospetta subito che tu stia facendo velata ironia sulla comodità della sua macchina e ti becchi uno sguardo bieco di quelli che gelano il sangue.
Saliamo verso la piazza centrale del paese dove, a rigor di logica, dovrebbe tenersi il concerto (non è che Sogliano sia questa megalopoli che brulica di luoghi adatti); anche per un forestiero il rischio di perdersi è nullo, basta seguire le bancarelle che vendono magliette rock. Una banana ci salverà.
C’è già parecchia gente e tra questa le facce note sono tante. Seduti a un tavolino troviamo la Cecca e U che sono astutamente partiti prima e infatti hanno già cenato. La cosa ci fa riflettere: non sarebbe bello trovarsi a metà concerto a ululare per i morsi della fame (fa molto rock da vedere ma per i protagonisti è un’altra cosa), quindi optiamo per una frugale cena e ci mettiamo in fila davanti a un cartello che promette piadina farcita più bibita alla modica cifra di cinque euri.
L’idea non è proprio originalissima e infatti la fila è lunghina, però essendo che si snoda lungo la via, vediamo passare tutti quelli diretti alla piazza e c’è l’occasione di fare due chiacchiere con le famose facce note di cui sopra. Dopo una mezzora, se dio vuole, arriva anche il mio turno. Ordino piadina prosciutto cotto e formaggio (purtroppo un misto standard, niente fossa di Sogliano) e, sorpresa sorpresa, una cocacola. A quel punto il cassiere mi spiazza chiedendo “La coca la vuoi subito?”
In che senso? Mi sforzo ma non ci arrivo proprio, che sia una domanda trabocchetto? Indago. “Perché?” In risposta mi rifila un bigliettino numerato e mi fa “Sei il numero 102, ci vorrà una mezzora” Neanche avessi chiesto un soufflé.
Mi rassegno all’attesa e insieme alla Clodia perlustriamo l’area individuando una panca e una sedia appena liberatesi su cui ci fiondiamo senza esitazione. L’Ale e la Ste ci raggiungono dopo poco, l’Ale brandisce un ghiacciolo al mojito di un verde talmente fosforescente che pare kriptonite. La Ste dà un’occhiata dubbiosa alla panca e chiede “C’è posto anche per me?” Risponde un attempato latin lover locale seduto di fianco a noi “Ma sì che ci sta! Con quel sederino…” Per fortuna del nonno, il suo commento è andato perso nella marea dei nostri “Sì, certo!”, “Ma figurati!” e “Dai siediti!”, quindi gli anni che gli restano potrà goderseli su tutte e due le gambe.
Nel frattempo Mohuro ci confida preoccupato di avvertire una certa, inspiegabile debolezza. Azzardo che forse deve mangiare qualcosa ma lui ribatte che non è possibile, ha mangiato cinque biscotti a merenda! Inevitabile l’infamata collettiva che lo spedisce a comprare della piadina.
Una volta rifocillati e riguadagnate le forze, ci avviamo verso la piazza. Tira un curioso venticello ma per fortuna il popolo bove scalda. Devo dire che, non avendo una gran esperienza di questo genere di eventi rimango un po’ sorpresa constatando che c’è veramente di tutto: dalle signore con passeggino ai teenager capelloni con maglia sanguinaria, fino alle panterone inguainate in roba scintillante e paiettosa. Non mancano le fighe di legno tirate a balestra con schiena nuda e tacco quindici, calzatura ideale per andare a un concerto dove si sta in piedi per ore; mi chiedo se anche sulla ciambella del wc (dove indubbiamente passeranno la notte, risultato inevitabile dell’addizione freddo + pelle di fora) terranno i tacchi. Toglietemi tutto ma non lo stiletto.

Minuto dopo minuto si accumula un’ora di ritardo; Mauro sostiene che lui in fondo doveva saperlo e che sicuramente il suo inconscio gli ha detto che era meglio partire alle 20.45. Il rumore delle unghie sui vetri è assordante.
Quando ormai s’inizia a disperare, la luminaria si risveglia, Lou esce sul palco e dà inizio alle danze. Mi alzo sulle punte tentando di vedere oltre il mare di teste e mi chiedo come mai in un paese mediterraneo dove in teoria l’altezza media è pari alla mia, ogni volta che vai a un concerto finisci col trovarti in un gruppo di Vatussi. Iella? Epidemia di tacco quindici? Boh.
Osservando meglio l’uomo sul palco, non posso fare a meno di notare la sua riga da una parte, gonfia come un nido di rondini. Mi sa che la parrucchiera ha avuto la mano un po’ pesante con la lacca. 
Intanto la temperatura si è ulteriormente abbassata (è luglio, porcaccia paletta! Luglio!!!!!), costringendomi a indossare tutto quello che possiedo; noi ovviamente siamo in zona poveri, non al centro dove si trovano le sedie per la nobiltà che ha sborsato ben 57,50 euri, però noto con una certa maligna soddisfazione che, essendo un po’ meno fitta di noi, la crème se ne sta lì come un mucchio di calippi, preda del vento siberiano che sferza la piazza. Rabbrividisco e mi torna in mente l’Impero colpisce ancora, non dico che sarei disposta a infilarmi negli intestini di una bestia ma un pensierino…. Il mio regno per una coperta di pile.
Dopo aver passato la prima ora a maledire le quattro biondone accanto a noi che invece di guardare e ascoltare passano tutto il tempo a chiacchierare e a ridere sguaiatamente, decidiamo di spostarci un po’ indietro ma più centrali, nella speranza di stare più tranquille e goderci il concerto. Peccato che là troviamo due coppie che fanno altrettanto casino e raccontano pure barzellette (l’uomo cresciuto che racconta male una barzelletta è la cosa più triste del mondo).
Nel vano tentativo di ignorare il barzellettiere improvvisato mi concentro sul pubblico in piazza e non posso fare a meno di notare che c’è parecchia gente che sta andando via. Ma non siamo neanche ai bis! Questa è una cosa che mi lascia sempre molto perplessa: hai pagato il biglietto, fatto un’ora di macchina e adesso te ne vai  quando potrebbero mancare ancora venti minuti? Hai paura di rimanere imbottigliato nel traffico? Ma quale traffico? SIAMO A SOGLIANO!!!!!!!

Dopo i tre bis di ordinanza, Lou si congeda e inizia il deflusso. Noi ci riuniamo nel punto di ritrovo astutamente concordato pre-inizio; Mohuro arriva con un’espressione soddisfatta, evidentemente la sua decisione d’infilarsi là davanti nella bolgia ha dato i suoi frutti; ci raggiungono anche la Cecca e U per un ultimo saluto. La Cecca si sta infilando un maglino di cotone e qualcuno  (non mi ricordo chi) commenta che avrebbe potuto portare una maglia di lana, viste le previsioni per la serata. Al che lei ribatte serafica che quella maglia è sì di cotone ma se la scrolla un po’ prima di metterla diventa di lana. Vorrei tanto poter pensare che era ubriaca.
Salutiamo tutti e ci avviamo verso la macchina; lungo la strada vediamo venirci incontro un gattino piccolo e tenero ed essendo tutti consapevoli della gattofobia dell’Albertini (avrei potuto dire ailurofobia ma sembra il nome di una medicina e poi, santo cielo, siamo a un concerto rock!), ci dirigiamo verso l’animale facendo muro per separarlo dalla Ste e producendo tutti quei suoni idioti che è inevitabile emettere di fronte a un cucciolo. Il quale cucciolo, evidentemente infastidito dal nostro casino, cambia repentinamente direzione nel tentativo di sfuggirci e si dirige proprio verso la gattofobica. Veniamo ripetutamente maledetti e per un istante si teme di dover tornare a casa a piedi ma poi per fortuna la crisi passa e l’Albertini ci riammette in macchina.

Dal basso della mia limitatissima esperienza, avrei compilato un piccolo vademecum per il maschio frequentatore di concerti che a mio avviso potrebbe migliorare notevolmente l’esperienza per il pubblico:
1)      Qualche consiglio tricologico:
a)      Il giorno prima del concerto, fai un favore a tutti e tagliati quei capelli.
b)      Se proprio non vuoi tagliarteli, legali o appiattiscili col gel.
c)      Per l’amor di dio, non li cotonare!!!!!
2)      Se sei alto come una pertica, trova un palo/lampione e appoggiatici, così minimizzi l’area di limitata visibilità per i diversamente alti.
3)      Se vai a prendere una birra, bevine almeno tre sorsi prima di tornare tra la folla così non la rovesci su degli innocenti oppure, in alternativa, dirigiti verso la figa di legno più vicina.
4)      Lo so che sai tutte le canzoni a memoria ma io preferirei sentirle da quello sul palco, quello intonato.

Il vademecum per le femmine non lo faccio, tra tacchi, paillettes, gridolini e risatine è un’impresa superiore alle mie forze, mi tremano le ginocchia al solo pensiero.


Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271