giovedì 10 dicembre 2020

Si può fare!

Finalmente sabato 28 novembre 2020 ho tenuto il mio webinar Blogging: istruzioni per l'uso per i colleghi di Tradinfo, l'associazione professionale di cui faccio parte. 
Dico finalmente perché in realtà il mio avrebbe dovuto essere un workshop in aula ed era previsto per lo scorso marzo, poi però è arrivata la maledetta pandemia e quindi ci è toccato rimandare tutto a novembre e optare per un webinar.

Quando lo scorso autunno ho letto la mail in cui mi proponevano di parlare di come si crea e si gestisce un blog, la mia prima reazione è stata: 
Io? E cosa gli dico? 
Poi mi è venuto in mente che nel 2020 avrei festeggiato i 10 anni di vita di questo blog e, ripensando a tutto quello che mi è capitato in questi anni, mi sono resa conto che gli argomenti non mi sarebbero mancati di sicuro. 

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E in un attimo, eccoci arrivati alla mattina di sabato 28 novembre. Ci siamo, è tutto pronto, non resta che sistemare gli ultimi dettagli:
- dopo  aver fatto colazione sono scesa fino all'atrio del mio condominio, armata di forbici e scotch, per attaccare al campanello un biglietto come quello che vedete nella foto. Questa mossa astutissima mirava a evitare che il postino o un corriere suonasse il campanello proprio nel bel mezzo della formazione. 
Non che un biglietto attaccato al campanello offrisse grandi garanzie; nel periodo in cui ho lavorato come volontaria all'ingresso di concerti ed eventi locali, ho imparato che la gente semplicemente non legge i cartelli, anche quelli che gli metti davanti agli occhi. Possiamo anche capirli, poverini, perché fare tutta quella fatica per leggere due intere righe quando basta stracciare le balle alla sfortunata in piedi di fianco alla cassa per avere le risposte? 
Poi però non lamentatevi se improvvisamente vi ritrovate con problemi di calvizie, diarrea, impotenza ecc.

- una volta tornata di sopra, ho acceso i pc, controllato le luci, attaccato il post-it con le cose che rischiavo di dimenticarmi e, solo alla fine, ho srotolato il cavo ethernet per collegare il pc direttamente al modem, sapendo che da quel momento in poi avrei avuto un'anaconda plasticosa che attraversava il salotto, a rischio inciampo, trauma cranico e danni vari.
626 Rip. 

Mentre aspettavo che scoccasse l'ora X, nella mia testa si affollavano i pensieri più assurdi: E se il microfono non funziona? E se il vicino del piano di sopra decide di attaccare un quadro e usa il trapano? E se cade un meterorite sulla centralina Telecom e si interrompe la connessione? Poi però è iniziato il collegamento su Zoom e tutto il resto è sparito, c'erano solo le slide e la lucina bianca in cima al pc, quella benedetta luce che puntualmente mi dimenticavo di guardare, presa com'ero a ricordarmi cosa dovevo dire in ogni slide. Sì perché qualche settimana prima avevo avuto una delle mie brillanti idee: essendomi accorta da tempo che quando proietti una slide tutti si mettono a leggerla e nessuno ti si fila più, ho deciso di scrivere sulle slide solo il minimo indispensabile, in modo che i partecipanti ascoltassero quello che avevo da dire. 

L'idea era sensata e direi che ha funzionato, però non avevo considerato che le scritte sulle slide aiutano anche chi la presentazione la deve fare, quindi la sopracitata brillante idea mi aveva lasciato in balia della mia sola, vacillante memoria; in realtà avevo approntato anche un secondo schermo con degli appunti ma, se guardi gli appunti non guardi la stramaledetta lucina, e uno dei dogmi della comunicazione online è che devi sempre, comunque, a qualunque costo, parlare guardando la webcam. Fortunatamente avevo fatto molte prove nei giorni precedenti, quindi la memoria ha tenuto, quasi sempre.

La cosa più fastidiosa della modalità online è stata il fatto che quando condividevo lo schermo e avviavo la presentazione delle slide, non vedevo più nessuno, quindi ogni tanto il cervello partiva per la tangente e iniziava a fantasticare: ci sarà ancora qualcuno dall'altra parte? Ed è pericolosissimo immaginare che non ci sia più nessuno di là dallo schermo perché, non so voi, io ho delle difficoltà a parlare senza un interlocutore umano; lo scorso Natale mi hanno regalato Google Home e il poverino da mesi se ne sta lì, abbandonato accanto alla televisione. Ho provato qualche volta a usarlo ma questa cosa di parlare con un oggetto inanimato mi inibisce; oltretutto spesso non capisce cosa dico e la cosa mi irrita, poi mi rendo conto che mi sto irritando con un altoparlante e l'irritazione cresce. Non c'è modo di uscirne in modo onorevole.


Una volta messo da parte il pensiero che tutti i partecipanti se ne fossero andati, proprio quando iniziavo a rilassarmi, ecco arrivarne un altro: magari sono ancora lì ma si stanno annoiando a morte e, preda della disperazione, hanno preso la Settimana Enigmistica e si sono messi a unire i puntini o annerire gli spazi, quelle attività che per me stanno appena un attimo prima di legarsi un mattone al collo e buttarsi giù da un ponte.  

A pensarci bene però, non è che una presentazione tradizionale offra maggiori garanzie di attenzione da parte del pubblico. Negli ultimi vent'anni mi è capitato un sacco di volte, mentre traducevo chiusa nella mia cabina in fondo alla sala, di vedere gente nelle ultime file che faceva di tutto: chiacchierava, mangiava, leggeva il giornale, a volte addirittura dormiva con la testa abbandonata all'indietro. Tutto sommato mi è andata bene, se anche qualcuno ha annerito gli spazi mentre parlavo, si porterà il segreto nella tomba.

Tutti questi dubbi si sono fortunatamente risolti al momento delle domande, quando è diventato evidente che qualcuno mi aveva davvero ascoltato ed era pure abbastanza interessato da chiedere chiarimenti. Il momento delle domande mi ha riservato anche qualche sorpresa: mi hanno chiesto come ho imparato a scrivere, se ho fatto dei corsi o cose del genere e lì, su due piedi non sapevo bene cosa rispondere. Sì, perché quando ho aperto il blog io non mi sono proprio posta il problema: il blog era mio, oltretutto ero sul web con uno pseudonimo (Estrema Riluttanza), quindi ho adottato l'approccio E qui comando io, e questa è casa mia, sbattendomene bellamente di cosa avrebbe pensato chiunque non fosse uno degli amici che di solito leggevano le mie cronache su Facebook, una filosofia che sicuramente non aiuta a conquistare lettori ma ti rende la vita molto più facile. 

Poi la palestra, quella che ti insegna davvero, te la fai negli anni, post dopo post, errore dopo errore. Se vogliamo darle un nome, si tratta del famoso metodo Trial and error che, detto così, suona molto figo ma in realtà si traduce in: quando sbaglio ci metto una pezza e spero di non farlo più. 



giovedì 6 agosto 2020

Ripartiamo col botto!

Finalmente! Dopo un secolo di fermo macchine, oggi si torna in cabina a tradurre! 
Oddio, si torna... dipende: all'arrivo in ditta ci faranno un prelievo di sangue per vedere se siamo sani e, se sei sano vai in cabina, altrimenti vai a casa.
All'ingresso della ditta c'è un tizio che mi misura la temperatura con quel termometro puntato in fronte che sembra sempre che vogliano spararti, poi l'infermiera mi siringa il braccio. Torno fuori e lì aspettiamo tutti il responso, ognuno immagino assorto in preghiere e scongiuri, finché arriva il via libera, niente morbo, per stavolta è andata. 
Sì perché con questo maledetto virus non è che ci siano garanzie, tu puoi sentirti benissimo e poi magari viene fuori che sei uno dei tanti asintomatici e ti sbattono in quarantena. 
Di nuovo.
No so voi, io al pensiero di farmi altri due mesi di quarantena mi sparo; mi immagino già novella Tom Hanks a parlare con un pallone.
Una volta arrivate in cabina, nonostante abbiamo tutte passato il test Covid, ci sono altre misure di sicurezza: c'è un divisorio in plexiglass che divide la cabina e ciascuna di noi deve indossare uno di quegli elmetti trasparenti che fanno tanto minatore o Star Trek. Non sarebbe niente di impossibile, se non fosse che l'interprete in testa deve avere anche le cuffie e, se miope, gli occhiali.
Quindi, per ricapitolare, la sottoscritta in testa ha la seguente piramide: occhiali, elmetto da minatore, cuffie con microfono attaccato. 
Immaginate la situazione quando ho bisogno di cercare una parola sul glossario o fare una ricerca su internet: per farlo mi servono gli occhiali da lettura, quindi devo trovare il modo di infilare una mano tra l'elmetto e il naso senza sbattere nel microfono, afferrare gli occhiali e toglierli senza spostare l'elmetto e le cuffie, per poi infilare gli occhiali da lettura sempre tenendo sotto controllo il convegno, praticamente ogni volta sembra un film di Mr. Bean
Altro momento di grande comicità quando tenti di bere un sorso d'acqua senza fare crollare la piramide elmetto-cuffie: praticamente devi piegare il collo indietro a 90 gradi come faceva Raffaella Carrà con la sua famosa mossa.
Tutto questo sarebbe già da solo argomento sufficiente per farci un post, ma l'Universo deve aver notato che ultimamente non ho una gran voglia di scrivere, quindi sospetto che abbia deciso di sparare tutte le cartucce a sua disposizione (vedi sotto):

1) Il divisorio in plexiglass che divide il nostro tavolo è fissato con un blocchetto di legno contro cui il mio gomito destro sbatte sovente. Madonne e lividi in abbondanza, a saperlo portavo i paraspigoli dell'Ikea.

2) L'elmetto, invece, a forza di alzarlo e abbassarlo, metterlo e toglierlo, si è riempito di ditate e, se aggiungete il divisorio in plexiglass, i miei occhiali e i riflessi dei faretti, è facile capire perché oggi il mondo là fuori mi appaia molto confuso. 

3) Vedo Maura, la mia collega di cabina che in questo momento sta lavorando, indicarmi qualcosa sul suo computer, probabilmente una parola da cercare. Mi sforzo di leggere ma coi riflessi non riesco a vedere bene lo schermo, quindi le faccio segno e lei riscrive la parola su un foglio; mi avvicino per leggere la parola e... sbatto con l'elmetto nel plexiglass. 
Sospetto che ci sia gente che, invece di ascoltare chi parla, si sta divertendo a seguire le nostre disavventure in cabina.

4) Il tipo che sto traducendo pronuncia la parola cork e, proprio in quel momento il mio cervello decide di andare a farsi un aperitivo: non mi viene in mente la parola italiana che traduce cork. La cosa è ancora più irritante perché so benissimo che conosco la parola, so che è un temine comunissimo, ho un'immagine molto chiara in mente ma quel benedetto sughero non ne vuole sapere di farsi vedere. 
In questo lavoro una cosa del genere può capitare ma, quando capita insieme a tutto il resto di cui sopra, è impossibile non pensare che forse in una vita precedente ho commesso indicibili atrocità che ora devo scontare. Magari ero Gengis Khan.
Siamo all'ultima pausa-caffè, quasi alla fine della giornata lavorativa e mi rendo conto di essere riuscita a mantenere la calma per tutto il giorno, nonostante le mille difficoltà; mi sento anche abbastanza fiera di me e quindi, inevitabilmente, arriva la goccia che fa traboccare il vaso, quell'ultima carta che fa cadere l'intero castello: entra in cabina una zanzara.
Ora, va bene la tolleranza, va bene essere zen, però una riga da qualche parte una la deve tirare, ve lo immaginate tradurre con tutta quell'impalcatura in testa e sentire il ronzio della zanzara che ti gira intorno in attesa di ciucciarti il sangue?
In un attimo Raid ci ha posseduto e l'abbiamo inseguita e uccisa senza alcuna pietà. 

Per la pietà pregasi ripassare post-covid.



sabato 16 maggio 2020

Persino la Luna vuole andare al mare


Oggi voglio parlarvi di una canzone che ho ritrovato sul mio pc un po' di tempo fa, mentre approfittavo della quarantena per fare pulizia di file obsoleti.
Si tratta di una cover di Mr Moon di Kate Micucci che registrammo per gioco parecchi anni fa; mi è tornata in mente perché, in queste ultime settimane di quarantena, uno degli argomenti più caldi è il divieto di andare al mare e questa canzone parla proprio della Luna che è stanca di stare in cielo e decide scendere fino al mare per divertirsi un po'.
Ascoltando la canzone, che è molto solare, ho pensato che sarebbe stato bello condividerla in questo momento in cui, ammettiamolo, l'ottimismo non vola.
All'inizio non sembrava una cosa così difficile, dopotutto un canale youtube ce l'ho già, si trattava solo di caricare il file; però caricare un file audio così, senza neanche un'immagine di copertina, è un po' triste quindi mi sono detta facciamo un video! 
Una frase del genere, detta da una che ha un approccio paleolitico alle tecnologie, non può che essere foriera di indicibili sciagure, e così è stato.
Non avendo idea di come creare un video, ho chiesto consiglio al prode Riccardo Lolli, il quale mi ha inizialmente suggerito di leggere cosa dice Aranzulla sull'argomento, essendo che le sue spiegazioni sono spesso a prova di gente come me, salvo poi offrirsi lui di fare il video, in un impeto di compassione per noi meno fortunati. 
Ora, pur apprezzando enormemente l'offerta, ho avuto un moto d'orgoglio e deciso di fare un primo tentativo da sola, con il tacito accordo che se non fossi stata in grado, sarei tornata a capo chino a chiedere assistenza.
Sono quindi andata sul sito di Aranzulla e ho scaricato uno degli editor che lui consigliava, peccato che il tutorial non sia partito, costringendomi ad adottare un approccio trial and error: ravanare tra i comandi andando a naso, non è stato uno dei miei momenti migliori.
Poco a poco le cose sono migliorate e, dopo vari tentativi e qualche madonna, sono riuscita a caricare il file audio. Dovevo però ancora trovare foto di mari e spiagge da aggiungere al video e, non volendo rischiare che un cecchino del copyright mi chiudesse l'account, ho tirato fuori l'hard disk esterno dove sono salvate le foto dei miei viaggi e trovato abbondanza di spiagge e mare. 
A quel punto ho dovuto scoprire come modificare la durata delle foto in modo da coprire tutto il video, cosa banalissima solo se uno sa prima come fare, com'è altrettanto ovvio che, se dopo aver sistemato tutto decidi di rimodificare la durata della prima foto, poi ti tocca riguardare tutte le altre che si sono inevitabilmente spostate rispetto a dove le avevi messe. Tante, tante, madonne.
Alla fine di tutto, dopo aver addirittura aggiunto un effetto che, Aranzulla lévate, ho mandato fierissima il video a Lolli per vantarmi di cotanta prodezza. 
Qualche ora dopo ho controllato la posta elettronica e c'era un messaggio di WeTransfer che diceva che avevo ricevuto da me stessa un link per scaricare il video. Mi ero mandata il video.
Credo proprio sia ora di smettermi.




P.s. Qui sopra trovate il frutto di tanto tribolare.


P.p.s. Rileggendo il post mi è saltato agli occhi il titolo della canzone, soprattutto quel Mr; in italiano la luna può essere solo femmina ma, in una lingua come l'inglese in cui le parole non hanno genere, sei libero di immaginarti la luna al maschile o al femminile.

venerdì 1 maggio 2020

Coronadiario - Nostalgia canaglia

Come ho avuto occasione di dire più di una volta, spesso per l'interprete la vera sfida è arrivarci al lavoro; qui sotto trovate gli appunti presi durante il mio ultimo viaggio  di lavoro, ai bei tempi quando ancora ne avevo uno.

Oggi ho l'unico lavoro non annullato in tutto il mese quindi, nonostante il diluvio e le previsioni di Armageddon per chiunque metta il naso fuori di casa, esco e vado in stazione a prendere il treno. Sul binario siamo pochi e ci sistemiamo strategicamente a debita distanza gli uni dagli altri, avrei dovuto portare il metro di carta dell'ikea, che pesa poco e oggi mi tornerebbe utile.
Stessa cosa in treno, ognuno in un sedile, quella dietro di me ha la mascherina, per non parlare di quelli con la sciarpa avviluppata intorno alla testa come un cobra, novelli Ataru Moroboshi in giro a combinare casini.
Scendo nel girone dell'alta velocità e prima di prendere il treno faccio una capatina alla toilette. Avevo già avuto modo di notare la mestizia di questi bagni, a vederli sembrano rassegnati, come a dirti che meglio di così proprio non si poteva fare. 
A pensarci bene, ha dell'incredibile: hanno scavato le profondità della terra per farsi il privé ferroviario lontano dalla plebe e poi nel bagno se vuoi toglierti il cappotto o appoggiare una borsa c'è solo un gancetto striminzito che sembra stia per svenire, al massimo ci appendi una camicetta. Se poi vai a lavarti le mani, nel distributore trovi ancora il sapone liquido, niente fighissima mousse di sapone. Tutto questo in sé mi scivolerebbe addosso senza scalfirmi, il dramma è quando ti giri per asciugarti le mani e c'è questo robo bianco da cui esce un soffio cosi tenue da farti sospettare che dietro al robo ci sia un paziente asmatico che arrotonda la pensione facendo il soffione umano. Oltretutto l'aria è alla temperatura ambiente e, di questi tempi l'ambiente è freddo assai, quindi ti chiedi se le mani si asciugheranno prima di andare in ipotermia. 
Mentre smadonni contro quei rabighini che hanno comprato un asciugatore che non scalda perché di sicuro costava meno, avverti un impercettibile cambiamento nella temperatura; all'inizio non sei sicura ma poi col tempo la certezza arriva, il robo manda aria meno fredda. 
Quindi l'attrezzo scalda ma solo la terza generazione di avventori, per cui l'unica soluzione è aspettare altre due persone e lavarsi le mani dopo di loro, cosa che in questi tempi di coronavirus si rivela davvero difficile.
Arrivo finalmente alla sede del convegno e insieme a Cristina, la mia collega di oggi, raggiungiamo la sala regia tallonando l'organizzatore, perché ci troviamo in un labirinto così intricato che Dedalo prenderebbe appunti. 
La sala regia non offre tante opzioni quindi per oggi invece della cabina abbiamo un ripostiglio e, dato il ristrettissimo spazio vitale, il mio computer è appoggiato sulla valigiona che usano per trasportare le cuffie per i partecipanti; fin qui la cosa non mi preoccupa, non è la prima volta che traduco da un ripostiglio e ce ne sono stati di peggiori, ne ricordo uno a cui si accedeva solo abbassandosi ad altezza da gara di limbo.
Quello che invece mi dà da pensare è il buco nel soffitto da cui pende un preoccupante groviglio di cavi, sarà meglio andare subito in bagno perché se mi alzo durante il lavoro rischio di finire impiccata o folgorata, a scelta.

Nonostante le premesse, la giornata di lavoro filò liscia, senza impiccagioni o folgorazioni e, pur con un viaggio di ritorno un po' affollato, a distanza di due mesi sono ancora qui, quindi nessuno mi contagiò.
Ho usato di proposito il passato remoto perché, rileggendo adesso gli appunti, mi sembra si riferiscano a un periodo molto lontano, è difficile credere che sono passati solo un paio di mesi.
Mi manca il mio lavoro, mi mancano i colleghi con cui fare due chiacchiere, mi manca persino Trenitaglia con i suoi tradizionali ritardi.
In sostanza mi manca la mia vita di prima, come immagino a tutti noi.
Concludo augurando un buon primo maggio a tutti i lavoratori, spero di poter ritornare presto anch'io nel gruppo.

venerdì 17 aprile 2020

Coronadiario - Ommmmmmmmmmmmmm

Foto di PublicDomainPictures
Tra gli appuntamenti giornalieri più seguiti in questo periodo c'è la conferenza stampa quotidiana della Protezione Civile, però dopo le prime volte ho deciso di astenermi: guardare la diretta mi aumenterebbe l'ansia e non saprei dove metterla, è già parecchio affollato qui.
Siamo in casa ormai da oltre un mese e vi confesso che, dopo quattro settimane chiusa in un bilocale, mi aspettavo che avrei cominciato come minimo ad andare su per i muri come la bambina dell'Esorcista, invece le pareti del salotto sono ancora sorprendentemente immacolate.
Aggiungo che non ho rincorso nessuno per le scale con un'accetta e non mi sono neanche buttata dal balcone, anche perché abito al secondo piano, se mi butto dal balcone  al massimo mi rompo qualcosa e mi tocca andare al Pronto Soccorso, dove di sicuro mi menano perché gli faccio perdere tempo per delle sciocchezze.
Dato che secondo le direttive regionali posso farmi una corsetta solo intorno al mio condominio, cosa piuttosto deprimente, ho ridotto le uscite e ripreso a fare yoga.
Devo dire che le lezioni con insegnante americano che parla sottovoce per avere un tono più rilassante mentre tu, contorcendoti come un cobra, tenti di leggere il labiale per capire cosa diavolo devi fare, sono esperienze a volte surreali. Forse avrei dovuto capire che aria tirava già dalla prima lezione, che è iniziata davvero col botto: ho steso il mio tappetino e mi sono vestita prendendo direttamente pantaloni e maglietta dallo stendibiancheria sul balcone, per godere del profumo dei panni asciugati all'aperto e sognare di essere fuori.
Mi stavo vestendo quando all'improvviso ho sentito due fitte sotto il braccio, mi sono strappata la maglia di dosso e, immaginate la mia faccia quando ho scoperto una vespa furibonda intrappolata in una delle maniche.
Vorrà dire che d'ora in avanti prima di vestirmi passerò tutto nel microonde.
Fortunatamente, una volta ogni tanto metto un piede fuori di casa per andare a rifornirmi di cibo; l'ultima volta al supermercato c'era la fila quindi mi sono armata di pazienza, nonché di guanti e mascherina, dato che l'OMS comincia ad avere dei ripensamenti e quindi la mascherina è il nuovo nero.
A questo riguardo vorrei dare una pacca sulla spalla a tutti i portatori di occhiali che a ogni respiro vedono tutto appannato: prima di entrare al supermercato ho messo l'accessorio in posizione e il mondo è diventato improvvisamente Londra, in autunno, negli anni 80.
Mentre me ne stavo in fila con il carrello, ho fatto una serie di esperimenti che mi hanno permesso di eliminare il problema appannamento, costringendomi però a contorcere la bocca in posizioni da fare invidia alla maschera di Scream.
In attesa che arrivasse finalmente il mio turno, ho spostato più di una volta il carrello per fare spazio a quelli che uscivano con la spesa, tentando di mantenere l'ormai famoso metrodidistanza; questo almeno fino a quando una tizia, comparsa all'improvviso alle mie spalle, mi ha spinto da un lato per passare, metrodidistanza RIP, speriamo solo lui.

foto di Pexels
Con questo ho concluso il coronadiario, vi lascio con una chicca: anche da noi come in altri Comuni c'è la diretta quotidiana su Facebook, durante la quale il Sindaco ci aggiorna sulla situazione della nostra città; scrivo Sindaco con la maiuscola perché effettivamente il nostro ha una pazienza che va oltre ogni umana capacità (almeno la mia), riuscendo a mantenere la calma di fronte alla stessa domanda ripetuta millemila volte (ne cito una assolutamente a caso:  ma quindi non ci posso più andare a correre?), a commenti fuori tema, alla signora che gli chiede di rispondere solo alle domande intelligenti, per non parlare dei mille anatemi contro quegli untori che non stanno mai a casa. Una calma davvero imperturbabile.
Tutto questo si potrebbe forse considerare normale amministrazione per uno che fa il suo mestiere; quello però che lo eleva oltre il livello di noi comuni mortali è l'essere riuscito a mantenere la calma quando il mercoledì prima di Pasqua, dopo il quotidiano conteggio di nuovi ricoveri, persone in terapia intensiva e pazienti deceduti, seguito dal suo appello a uscire SOLO in caso di assoluta necessità, è arrivata la domanda delle domande, quella che al momento vince la coppa, LA DOMANDA:

"Quando posso andare a fare benedire le uova?"












mercoledì 25 marzo 2020

Coronadiario - Voi ce l'avete il Metrodidistanza?

Foto di Mahesh Patel
Ieri pomeriggio mentre ero sul balcone intenta a sistemare le piante mi sono sentita chiamare e ho visto la mia vicina sul balcone di fronte; ci siamo salutate e abbiamo fatto quattro chiacchiere, forti del fatto che tra i nostri due balconi c'è ben più del regolamentare metrodidistanza.
Quando sono tornata in casa mi sono resa conto all'improvviso che quella che avevo appena avuto era la prima conversazione con un essere umano in carne e ossa negli ultimi dieci giorni; avevo chattato con parenti e amici, fatto videochiamate su skype ma, avere una persona vera davanti in 3D è molto diverso.
Oddio, dipende anche dalla persona: quella che mi sono vista arrivare contro a tutta velocità con il carrello del supermercato, che neanche Keanu Reeves in Speed, ecco, lei avrei preferito vederla solo su skype. 
Qualche giorno fa ho aperto il frigo e di fronte al vuoto cosmico mi sono arresa, dopo due settimane era ora di fare la spesa; essendo la mia prima uscita dall'inizio della quarantena, ho cercato su facebook dei consigli su come equipaggiarsi per non correre rischi e ho letto davvero di tutto, mancava solo che mi suggerissero di cospargermi di alcol e darmi fuoco per sterilizzarmi post-spesa.
Per stare dalla parte del sicuro, ho chiesto a LaDottora e lei mi ha dato qualche semplice indicazione che ho seguito scrupolosamente; confesso che avrei voluto prendere su una scopa per assicurarmi che gli altri mantenessero il famoso metrodidistanza, ma poi al mio rientro avrei dovuto darle fuoco per sterilizzarla, non mi è parso il caso.
Fortunatamente vicino a casa mia ci sono ben tre supermercati; dico fortunatamente perché nel primo c'era una fila tipo quelle degli Uffizi a Firenze nel weekend di Pasqua, tutti rigorosamente a un metrodidistanza con il loro carrello in paziente attesa. Ho ripreso la macchina e tentato con il secondo punto vendita; lì sono stata più fortunata, c'era gente ma niente orde, sono entrata senza grosse difficoltà. 
L'esperienza-spesa è stata a dir poco surreale: dentro il supermercato c'era un silenzio talmente forte da essere quasi una presenza, interrotto solo dagli annunci che ricordavano di tenere il metrodidistanza, ogni volta che vedevo avvicinarsi qualcuno mi mettevo a calcolare furiosamente quanto fosse sto benedetto metrodidistanza senza ricavarne grosse certezze, io con le misure a occhio non sono mai stata un granché
Dopo un po' ho ripensato con un certo rimpianto tutti quei metri di carta dell'Ikea che mi ritrovo sempre tra le balle a casa e che mi sarebbero tornati utilissimi, oltretutto avrei potuto dargli fuoco appena rientrata, sterilizzazione al 100%.
Ovviamente non ho comprato tutto quello che mi serviva, alcune cose me le sono dimenticate (la cocacola, sigh), altre erano finite, per esempio la farina 0, mentre c'erano quintali di pacchi di farina 00, a riprova del fatto che soffriamo della sindrome-da-guerra per cui facciamo provviste in quantità insensate, però i nostri standard di qualità non vacillano, la farina ultra-raffinata continuiamo a schifarla.
Un ultimo dettaglio degno di nota: sono andata a fare la spesa con un paio di guanti monouso ma SENZA mascherina, e mi sono trovata in un modo di gente mascherinata come neanche a Carnevale o tra gli Ultrà la domenica del derby. Quando mi incrociavano mi guardavano come un'appestata, mi ha ricordato quelle pubblicità degli anni 90 in cui il malato di AIDS aveva il contorno fucsia.
Fortuna che il fucsia mi dona.
Appena tornata a casa sono andata subito a controllare se c'era stato qualche cambiamento nelle indicazioni di comportamento e no, il ministero spiega che se sei in salute non serve a niente la mascherina per fare la spesa, è molto più importante mantenere il famigerato metrodidistanza, quello che ti protegge da eventuali goccioline prodotte da starnuti o colpi di tosse.
Quindi? Evidentemente la gente si è convinta che sia tutto un complotto, che ci stiano tenendo all'oscuro della verità e che il virus in realtà viaggi nell'aria, un po' come come il polline o la polvere; mi aspetto da un momento all'altro la pubblicità delle mascherine fatte con lo Swiffer.
Per le prossime due settimane con le provviste sono a posto, e anche di umanità penso di aver fatto il pieno; resterò a casa e magari scriverò qualche post, quindi per ora vi saluto, questo sì, da un buon metrodidistanza.




sabato 15 febbraio 2020

Ne uccide più la penna della Sword?

Di recente ho iniziato a guardare alcune serie di anime su consiglio di mio nipote; ho iniziato con Sword Art Online, per poi proseguire con Tokyo Ghoul e altre amene serie.
Foto di Chräcker Heller 
Sto muovendo i primi passi in questo enorme universo, quindi immagino di avere le reazioni normali di chi vede qualcosa per la prima volta e si fa un sacco di domande.
1) Il mio rapporto con Sword Art Online è purtroppo partito con il piede sbagliato: ho iniziato a guardare la versione italiana in cui il nome del gioco viene pronunciato suord art onlain e, passi che la serie è giapponese ma, se il titolo è in inglese, la parola sword si dovrebbe pronunciare sord.
Lo so che è solo un dettaglio ma io ci soffro, immaginate come vi sentireste guardando un documentario su Star Wars se il narratore parlasse continuamente di Guerre Stellori. 
Quando l'ho fatto presente a mio nipote, lui ha ribattuto che tutti lo chiamano così e questo è sembrato mettere la parola fine al dibattito ma, essendo un ragazzo di buon cuore, abbiamo trovato un compromesso: quando ne parla con me si riferisce al gioco come SAO.

Tornando al gioco in questione, trattasi di un gioco del genere harem: abbiamo un ragazzo attraente, Kirito, nel solito ruolo dell'eroe; intorno a lui ci sono solo donne o, in alternativa, maschi con ruoli comici che non insidiano la sua supremazia. Inevitabilmente, tutte le donne che incontra si innamorano di lui e, cosa curiosa, sono tutte belle e quasi tutte pettorute, brutte non pervenute. Per gli uomini ovviamente la regola non vale.
Tra i tanti momenti indimenticabili in questa storia di realtà virtuale ne cito solo un paio: 
- Kirito incontra una tipa che deve combattere contro uno dei soliti mostrazzi orrendi che girano da quelle parti. 
Il mostrazzo in questione non sarebbe poi così tremendo ma siccome la tipa per andare a combattere si è messa un vestito con una sottanina a pieghe, tutte le volte che attacca il mostro si vedono le mutande e lei si imbarazza. Per riassumere, qua c'è una guerriera che sventra mostri, però la mutanda non s'ha da vedere.
Altro momento che mi ha causato una certa gastrite è quello in cui la ragazza di cui l'eroe si innamora, Asuna (una guerriera potentissima ma ovviamente sempre un zinzino meno brava di lui), decide di prendersi un anno sabbatico per fare la piccioncina con lui, visto che c'è il rischio che entrambi tirino le cuoia nella prossima battaglia.
Foto di Oberholster Venita
La nostra Asuna, che è vice-comandante di tutta l'armata proprio in virtù delle sue grandi capacità come combattente, comunica le sue intenzioni al comandante e il tipo le risponde che se vuole prendersi le ferie, l'unico modo per farlo è che Kirito  lo sconfigga in combattimento.
Cioè, non so se mi sono spiegata, questa comanda l'intera armata quando il boss è impegnato col corso di Pilates, sconfigge nemici a destra e a manca ma, se decide che vuole fare qualcosa, la sua parola non è sufficiente, deve chiedere aiuto al moroso. 
La realtà virtuale degli anni 50.

martedì 14 gennaio 2020

E oltretutto si lamentano!

Foto di Giacomo Zanni
L'anno scorso mi era capitata la fortuna di dormire per un paio di notti nell'equivalente italiano della casa di Psycho (vedi Mai chiedere cose strane, o forse sì) e mangiare nella vicina trattoria a conduzione familiare, un'esperienza decisamente memorabile.
Mi trovo nuovamente in quella zona per lavoro e il ristorante dove di solito si va a pranzo è chiuso e quindi qualcuno, non sappiamo esattamente chi, ha chiesto in giro e trovato un altro locale.
Immaginate la mia sorpresa quando mi accorgo che stiamo andando verso la stessa trattoria in cui andavo a cenare quando uscivo da casa-Psycho.
Mentre scendiamo nella sala ristorante informo le mie colleghe che conosco il posto e che stiamo sostanzialmente entrando nel salotto di una casa ma mi trattengo dal fare commenti negativi sulla cucina, nella speranza che le cose siano cambiate.
Non è così.
Ci sistemiamo in un paio di tavoli e il cameriere ci informa che come primo possiamo scegliere tra:
a) tagliatelle ai funghi, al ragù o al pomodoro,
b) ravioli con pomodorini e bufala.
Scegliamo i ravioli e io chiedo se per me li possono fare senza la bufala perché non mi piace; il cameriere va a consultare la cuoca e poi mi fa sapere che posso averli con la panna o con il pomodoro. Senza farmi scomporre dall'inspiegabile comparsa della panna nella categoria sughi (e i funghi? E il ragù?) scelgo il pomodoro.
Di secondo ordiniamo il roast beef con verdure (broccoli e patate al forno).
Dopo qualche minuto, mentre servono le tagliatelle a quelli del tavolo a fianco, il cameriere ci porta roast beef (in realtà è tipo arrosto, ben cotto) e verdure.
Io - Noi veramente avremmo prima i ravioli
Cameriere - Tra un po' arrivano
E se ne va.
Foto di skeeze
Vista l'aria che tira, decidiamo di prenderla con filosofia e ci mettiamo a mangiare il secondo, tentando di non macchiarci, cosa non semplice perché la carne nuota in un lago di olio quindi, quando tiri su una fetta, schizzi gocce ovunque.
Mentre ci serviamo del secondo, arriva il cameriere con il primo: un unico vassoio con dei cuoricioni di pasta ripieni e conditi con salsa di pomodoro. Decido di indagare:
Io: Questi sono i ravioli senza la mozzarella di bufala?
Cameriere: No, sono tutti uguali.
Io: Ma la mozzarella di bufala dov'è?
Cameriere: Nel ripieno.
Io: Allora io non posso mangiarli, non mangio la bufala.
Sguardo sconvolto del cameriere, come se gli fosse appena arrivata un'informazione sconvolgente.
Mi trattengo dal chiedere che fine abbiano fatto i pomodorini e mi butto sul roast beef.
Mentre mi servo di broccoli e patate, il cameriere porta il secondo anche a quelli dell'altro tavolo e scopro che tra le loro verdure ci sono anche i carciofi. A noi nessuno ha parlato di carciofi, si vede che noi non ce li meritiamo.
Sara, dopo aver provato i cuoricioni mi informa che la mozzarella di bufala non si sente, quindi provo timidamente ad assaggiarli e in effetti la bufala non si sente anzi, non c'è proprio traccia di mozzarella di bufala, sarà andata a fare due passi con i famosi pomodorini di prima.
Foto di Oberholster Venita
Chiediamo se possono portarci un altro po' di roast beef con verdure e dalla cucina arrivano una piccola porzione di patate e broccoli (i carciofi li portano solo nel privé) e una porzione monumentale di roast beef, paiono fette di brontosauro.
Nel frattempo il cameriere urta la nuca di Sara con il vassoio e, alla domanda se sono previsti dolce e frutta ci risponde che andrà a chiedere in cucina, poi torna e ci ignora.
Io a quel punto trattengo a stento le lacrime, scoppierei a ridere ma sul muro davanti a me c'è il ritratto di una signora che mi fissa con aria arcigna, probabilmente indignata di fronte a tutti questi sconosciuti che mangiano a scrocco nel suo salotto.
E oltretutto si lamentano!



martedì 20 agosto 2019

Le Cascate valgono bene un latte aromatizzato

E finalmente partiamo per quello che è il vero motivo per cui ho accettato di tornare a Nuova York per la seconda volta: vedere le Cascate del Niagara.
Il pullman è stipato di boccia fino al tetto quindi mi tocca condividere il viaggio con una tipa bionda che ascolta musica e lo farà ininterrottamente fino a destinazione. Ammiro la perseveranza, compatisco i timpani.
Alla prima curva del pullman, un raggio di sole le illumina le gambe che sbriluccicano furiosamente, questa si è data la crema con i brillantini per il viaggio di otto ore in pullman. Perché? Non ho risposte, solo domande.
Dopo un po' inizia un'altra fase: si fa un selfie col cellulare, poi controlla com'è venuta e si sistema i capelli, poi si fa un'altra foto, ricontrolla com'è venuta e si risistema i capelli. Così per più di mezz'ora, mi sembra di essere ne Il Giorno della Marmotta.
Va là che se c'era ancora la pellicola...
In questo caso i miei boccia si sono distinti dalla massa; consigliavo da giorni di indossare qualcosa di pesante per difendersi dalle otto ore di aria condizionata polare ma, vedendoli entrare ovunque mezzi nudi, non nutrivo grandi speranze; e invece la mattina della partenza una di loro mi ha fatto vedere lo zaino con dentro una copertina di pile. "È per il pullman" mi ha detto. Mi sono commossa. 
Arriviamo a destinazione in tempo per fare un giro nel parco sopra le cascate e un trilione di foto, prima di dover uscire per raggiungere l'inevitabile Hard Rock caffè per cena. All'interno del locale c'erano come sempre quei 16 gradi ma, forte delle precedenti esperienze, ero armata di sciarpone pesante quindi sono andata con un filo di gas e il pollo fritto preso al posto dell'ennesimo hamburger era buono. Tutto considerato, poteva andare peggio.
Dopo cena abbiamo visto le cascate illuminate e i fuochi d'artificio e devo ammettere che le cascate di notte con quell'illuminazione fanno un gran effetto.
Finiti i fuochi partiamo diretti verso l'albergo con l'inevitabile delirio al check in, però non mi lascio turbare da queste quisquilie, l'importante è che questa sarà l'unica notte in cui dormiremo in un letto degno di questo nome, invece di quei letti a castello da caserma che ci toccano a New York.
foto di Free-Photos da Pixabay
Salgo in camera e il termometro segna 66 gradi Fahrenheit, 18 gradi nostri, un freddo becco e un letto con solo il  lenzuolo e un copriletto tipo ostia. Li maledico fino alla quarta generazione e poi affronto lo scatolino dell'aria condizionata che ovviamente non ha le istruzioni; armeggio un po' e, non so come, riesco a far partire il riscaldamento. 
La situazione è a dir poco surreale: è fine luglio e mi tocca accendere il riscaldamento in camera da letto perché questi fulminati vogliono mantenerci eternamente giovani mediante surgelamento. 
Il giorno dopo viviamo un altro momento indimenticabile: in hotel la colazione è disponibile dalle 6 alle 9 mentre la partenza col pullman è alle 8.30, quindi l'astuta capogruppo scende a fare colazione alle 7.10 e trova scones con marmellata, cinnamon roll (sembrava una di quelle trecce tedesche con la cannella), tanta frutta e un bel tè caldo. Non così gli incauti tineggers che se la prendono comoda e quando arrivano alle 7.45 trovano una fila lunghissima composta da altri tineggers svegli quanto loro; oltretutto, più della metà della roba è finita e tarderanno un po' a riportarla. 
Li osservo dal mio tavolino dove sto gustando una lauta colazione e rifletto sul fatto che queste sono le famose esperienze formative di cui tanto sentiamo parlare, la prossima volta si daranno una mossa prima.

Rileggendo quanto scritto, mi rendo conto che forse il quadro che ho dipinto del gruppo di boccia a me affidati è un zinzino troppo idilliaco, quindi concludo con un crudo bagno di realtà.
Stiamo tornando dalle Cascate del Niagara e abbiamo appena fatto una sosta per pranzare; risaliamo sul bus e, mentre tutti si siedono, si svolge la seguente amena conversazione tra la sottoscritta e uno dei miei boccia:

Boccia: Chiara quarda!
Sottoscritta: Cosa?
Guardo dove mi sta indicando e noto delle gocce di liquido bianco per terra e sulla sua gamba, concludendo che l'invornito avrà comprato uno di quegli cartoni di latte aromatizzato che ogni tanto i boccia bevono e si sarà sbrodolato. 
Boccia osservando le gocce: Qualcuno mi dev'essere venuto sulla gamba.
Difficile non chiedersi se queste cose captano anche agli altri o sono proprio io che attiro tutti i soggetti speciali.
Sottoscritta: Mi dispiace per te ma pulisci subito!
Boccia: Chi, IO???
Sottoscritta: Non guardare me, io non sono stata di sicuro!


Ah, la poesia della giovinezza!

mercoledì 7 agosto 2019

I Boccia, lo stalking e l'aria condizionata

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Questo è il primo post del mio diario di viaggio negli USA. Enjoy

Arrivo a Roma incolume nonostante l'autista BlaBlaCar che risponde al telefono con le mani, le stesse mani che dovrebbe usare per guidare, specialmente sull'E45 a corsia singola.
Iniziamo col botto già alla partenza da Fiumicino: arrivati al gate, uno dei boccia si accorge di aver lasciato la borsa con il biglietto ai controlli di sicurezza. Nella borsa c'è il biglietto per New York.
La Coppa Fenomeno va però a un altro boccia, fermato ai controlli di sicurezza perché nell'astuccio oltre a penne, matite e gomma aveva pure un cacciavite, sai mai si debba riavvitare la portiera dell'aereo in volo.
Una volta arrivati sull'aereo, si entra in un universo parallelo in cui per otto ore sei circondata da gente che nella vita normale tireresti sotto con la macchina e oltretutto ti portano il pranzo alle 15.30. Almeno però i cannelloni sono commestibili (poco Masterchef, molto supermercato) e con parmigiano e cracker (da noi noti anche come i creck) non puoi sbagliare.
Tra una dormita e un film degli Xmen il tempo passa, l'unica seccatura è la confusione: l'aereo sembra la piazza del paese il sabato pomeriggio, c'è un costante viavai di boccia che parlano a volumi insostenibili. Mi scopro a desiderare una turbolenza che faccia accendere il segnale ALLACCIARE LE CINTURE e li costringa a sgombrare i corridoi.
Però in fondo li posso capire, sono a chilometri di distanza dall'autorità (leggi i genitori), sono in vacanza e circondati da un centinaio di coetanei, c'è un tale turbinio di ormoni che, volendo, potrei cambiare sesso.

Una volta al campus, i primi giorni sono di assestamento: qualcuno si chiude fuori, qualcuno si dimentica di chiamare casa e dopo due giorni ricevo messaggi delle madri in ansia, ci sono i soliti quattro ritardatari cronici, insomma, tutto nella norma. 
Il giorno della prima gita a Nuova York la temperatura si aggira intorno ai 7000 gradi e registro la prima sorpresa della vacanza: sì perché, dopo un po' che fai questi viaggi, pensi di sapere come vanno le cose e invece i boccia riescono sempre a spiazzarti, a ribaltarti i cliché che non sapevi di aver fatto tuoi. 
Tu ti sei fatta l'immagine dell'adolescente bradipo, che si veste come capita o al massimo come va di moda e invece, nel mezzo di un caldo umido da giungla asiatica, uno dei boccia tira fuori un ventaglio e inizia a sventagliarsi vigorosamente, mentre noi boccheggiamo attaccati alla bottiglia di minerale. A breve la gente farà a gara per farsi prestare il ventaglio che di lì a poco andrà inevitabilmente rotto.

Secondo giorno di gita: siamo allo Strawberry Field Memorial e una delle ragazze chiede:"quindi John Lennon è quello che ha fatto quella canzone lì?" riferendosi al musicista che suonava Imagine lì vicino; poco dopo ha aggiunto che l'unica Imagine a lei nota era la canzone di Ariana Grande. 
Potete prendervi un momento, se il colpo è stato troppo forte.

Nel gruppo abbiamo anche alcuni fotografi che mi fanno dannare durante i tour perché restano indietro per fare la foto definitiva, quella che cambierà la storia della fotografia. 
Questa cosa degli smartfon che fanno foto non è sempre positiva, i boccia fanno 6000 foto al giorno e quando si fissano su un tema è finita. In questo caso, alcune boccia hanno iniziato a paparazzarmi, facendomi foto a tradimento in qualsiasi momento. Nella maggior parte non sembro neanche normale. 
L'unica soluzione è rifiutarsi di guardarle, anche perché a volte lo choc è in agguato: tu sei tutta fiera dello sciarpone di cotone grosso che hai portato dall'Italia per difenderti dalla maledetta aria condizionata yankee, pensi che in fondo non ti stia neanche male, poi vedi sta foto in cui sembri una profuga che si copre con quel poco che ha. La verità a volte, anche no. 
Foto di Wendelin Jacober da Pixabay
Concludo questa prima parte con un momento di raccoglimento e gratitudine per il campus manager, Joel, a cui abbiamo rotto parecchio le balle durante il soggiorno; lo chiamavo così spesso che si poteva considerare stalking. 
Le mie telefonate cominciavano sempre con :"Joel, I'm sorry but..." a cui seguiva il marone combinato dai boccia in quella specifica occasione. 
Si andava dagli invorniti che puntualmente si chiudono fuori dalla camera (e quindi serve qualcuno della security del campus che venga ad aprire la porta), a quella che decide di fare i popcorn nel microonde e:
- legge male le istruzioni,
- li carbonizza,
- il microonde manda fumo,
- scatta l'allarme antincendio.

La sottoscritta, che se ne stava in camera a riposare, esce, vede il fumo, smadonna, fa aprire tutte le finestre (quel poco che si aprono), cazzia chi di dovere e chiama ANCORA il povero Joel. Il tutto sempre dopo le dieci di sera, altrimenti che gusto c'è?

domenica 24 marzo 2019

Quei momenti da incorniciare

Stamattina devo andare in centro e fuori c'è il sole, sarà meglio prendere lo scooter per evitare il problema parcheggio. Pronta per uscire cerco le chiavi ma non le trovo, penso che probabilmente saranno rimaste in garage, non è la prima volta che le lascio infilate nel bauletto dello scooter.
Quando apro il garage lo scooter è lì che mi aspetta, con le chiavi infilate ma non nel bauletto, nell’ACCENSIONE. Ovviamente il mezzo non si accende, batteria RIP.
Smadonnando con vigore, salgo in macchina e passo dall’officina moto che fortunatamente è a due passi da casa. Spiego al meccanico il problema, aggiungendo che il garage è sotterraneo e quindi non ho modo di portare lo scooter fin lì.
Il meccanico nella sua ingenuità di professionista pronuncia la seguente frase: Perché non mi porti semplicemente la batteria? Poi vede la mia espressione  e capisce che per me la parola semplicemente non si collega al concetto di portargli la batteria; a quel punto si rassegna e si fa lasciare il cellulare, promettendomi che cercherà di fare un salto da me prima di sera.

Fortunatamente devo studiare per un convegno di chirurgia plastica che ho a breve, quindi aspettare in casa la sua chiamata non è un problema.
O meglio, non lo sarebbe, se questa benedetta chiamata arrivasse, invece scruto inutilmente per ore il deserto dei Tartari che c'è fuori dalla mia finestra. Ore 20, meccanico non pervenuto. Sospiro e metto un promemoria nel telefono, tornerò all'attacco domani mattina.
Nel corso della serata però il pensiero ritorna a quella frase Perché non mi porti semplicemente la batteria? Già, perché non gliela porto? La prima ragione è che non so neanche dove stia la batteria in quello scooter, poi però mi ricordo che il meccanico ha detto che probabilmente si trova sotto il poggiapiedi, potrei anche provare a toglierla da sola, in fondo mica mi chiedono di fondere l'atomo!
L'indomani mattina faccio una ricerca su internet e trovo il tutorial di un tipo amerregano che cambia la batteria a uno scooter della stessa marca del mio. Ok, non sembra poi così difficile.
Ora, non è che sia proprio un’urgenza, siamo in marzo è il clima è fresco, però io preferisco togliermi il dente subito quindi, armata di cacciaviti a stella, spaccati, lunghi e corti, scendo in garage.
Una volta arrivata esamino lo scooter e il poggiapiedi dove il mio collega d’oltreoceano aveva trovato la sua batteria; c’è effettivamente uno sportellino e la sottoscritta si butta con entusiasmo nell’operazione di svitamento viti di fissaggio batteria (i nomi tecnici me li invento, sia chiaro).
Peccato che dietro lo sportellino non ci sia la batteria ma un altra roba non meglio identificata, mi sembra di stare osservando l’intestino di qualcuno. Richiudo tutto in preda allo sconforto, poi però mi sovviene che lo scooter è accompagnato da un simpatico manuale d’uso, gelosamente conservato nel vano sotto la sella. Vuoi che nel manuale non ci sia scritto dove trovare la batteria?
Con una rapida occhiata scopro che la gigina è sul lato destro dello scooter, mi sposto e ricomincio l’operazione di svitaggio; smonto il coperchio protettivo e dopo qualche incertezza libero tutte le viti tranne una. Sì perché evidentemente al costruttore non piace essere prevedibile, quindi l'ultima vite te la posiziona verticale, proprio sotto la sella dove il cacciavite non arriva.
Servirebbe una chiave inglese, peccato che tutte le chiavi, inglesi e non, siano rimaste nella cassetta degli attrezzi, nel mio appartamento tre piani più sopra. Chiudo il garage smadonnando e sto per prendere l'ascensore, quand'ecco che un'illuminazione mi coglie: in cantina a pochi passi dal garage c'è la vecchia cassetta degli attrezzi dello zio Giovanni il quale, avendo le manine d'oro, faceva un sacco di lavoretti da solo, vuoi che non avesse delle chiavi inglesi?
E infatti una volta aperta la cassetta, in mezzo a un casino inimmaginabile, trovo parecchie chiavi inglesi di varie misure e, usando il robo tondo che c'è su un lato, riesco a svitare anche l'ultima vite.

La batteria è libera! Yes, we can!

Estraggo con qualche difficoltà l'aggeggio e torno dal meccanico. 
Quando arrivo in officina il nostro uomo sta parlando con un cliente ma appena si libera si affretta a dirmi:”Non mi sono dimenticato, è solo che ho avuto...”
La gioia mi impedisce di farlo finire, lo interrompo e con un sorriso da orecchio a orecchio rispondo: “Tranquillo, ti ho portato la batteria”

Ci sono momenti che una vorrebbe incorniciare.

Il giorno dopo torno a prendere la batteria che ha passato la notte in officina a ricaricarsi. 
Il meccanico, sant'uomo, non mi fa pagare nulla per la ricarica, assicurandosi così una cliente da qui all'eternità.
Scendo in garage e dopo qualche altra madonna, la batteria è montata, trattengo il fiato e giro la chiave. 
Lo scooter parte.
Anche se il mondo finisse adesso, io morirei contenta.

mercoledì 26 dicembre 2018

La Tombola del Baffo

Non c'è Natale senza tombola. Per rispettare questa antica tradizione, la sera della vigilia di Natale sono andata con Piraccini e la Rinaldi al Magazzino Parallelo dove ogni anno si tiene la Tombola del Baffo.
Siamo arrivate ingenuamente alle 21.30, pensando di poter bere qualcosa prima dell'inizio della tombola ma il locale era già affollatissimo, non c'era un tavolo libero.
Forti nelle nostre conoscenze nell'ambiente, non ci siamo lasciate scoraggiare e abbiamo trovato posto dietro al bancone con le spine della birra, quello che si usa d'estate ma non d'inverno, abbiamo rimediato due sgabelli e approntato una sistemazione per la Rini, impilando le sedute di vari sgabelli sopra un fusto di birra.
Volendo accentuare l'atmosfera della tombola natalizia, nel corso della serata ho bevuto due tazze di vin brulè, caldo e profumatissimo; quanto vado a raccontare però non è frutto dei fumi dell'alcol ma della vita che, come sempre, ci supera.
Quando la tombola in questione ha finalmente avuto inizio, il centro dell'attenzione di tutto il circolo si è spostato sul banditore, che si sarebbe rivelato l'incontrastata star della serata.
Abbiamo capito subito che non sarebbe stata una tombola come le altre; l'uomo ci ha tenuto a precisare che i premi erano esclusivamente per ambo, cinquina e tombola, aggiungendo Per la decina andate al Lugaresi (un altro circolo dove evidentemente hanno un approccio più tradizionale).
La nostra star era già parecchio avanti con i lavori: estraeva una pallina, la guardava per un tempo infinito, come se non riuscisse a riconoscere quegli strani simboli e poi, finalmente, gridava il numero, seguito dalla sua personale versione della Smorfia, di cui trovate alcuni esempi qui sotto:

- Il numero uno - il Cesena
- 11 - i fratelli della morte
- 29 - il piscirillo (il pene)
- 19 - i carabinieri o, in alternativa, la comunista incarcerata
- 66 - e jeval (il diavolo)
- 78 la putena
- 45 il proletario.

Tra un numero e l'altro l'uomo ripeteva il valore dei premi in palio ma, causa l'avanzamento lavori etilici di cui sopra, non c'era una chiara distinzione tra i due momenti per cui, in più di un'occasione, mi sono ritrovata a chiudere la finestrella di uno dei numeri della mia cartella, solo per riaprirla dieci secondi dopo, quando capivo che non si trattava di un numero ma del valore del cesto.
Sono volate parole poco gentili.
Finita la prima tombola c'è stato un momento di pausa e, in quel momento, Paolo ci ha raggiunto; ci avrebbe rivelato solo in seguito che aveva deciso di venire pensando di passare una serata tranquilla senza fare troppo tardi. L'abbiamo già iscritto a un corso di recupero in chiaroveggenza.
Il momento più critico della serata è arrivato verso l'una, quando ancora dovevamo fare un ultimo giro di tombola: eravamo finalmente riusciti  a cominciare e il popolo, avendo ormai capito che la star aveva i suoi tempi (direi biblici), aveva deciso di eliminare la cinquina per velocizzare le cose.
Quand'ecco che, dal pubblico, si leva un grido: Barzelletta!
Siamo impalliditi tutti, memori delle due precedenti barzellette (una per ogni tombola), ci siamo forse ingobbiti un po' ma senza fare tragedie, pensando che in fondo era come un cerotto, lo tiri via e lì per lì fa un gran male ma poi è tutto finito.
Grosso errore, enorme.
La differenza sta in poche semplici parole: questa è una barzelletta che NON HA UNA FINE. Dopodiché è iniziata una storia in cui il protagonista copulava con chiunque gli capitasse a tiro, incluso un cane, e la cosa sembrava non voler proprio finire.
Io ogni tanto urlavo Numeri! oppure Mescola! sperando di riportarlo sulla retta via ma c'è voluto l'intervento del dj (Marco Turci, santo subito) che, alzando il volume di una canzone, l'ha  distratto quanto bastava per fargli dimenticare la barzelletta.
Quindi per riassumere: siamo stati al Magazzino dalle 21.30 alle 2 di notte, non abbiamo vinto niente, però io mi sono divertita un sacco (io e la tombola abbiamo sempre avuto un rapporto privilegiato), il vin brulè era buono e la compagnia altrettanto. Resta solo il rammarico di non aver trascritto le varie voci della Smorfia cesenate, la cultura merita sempre di essere condivisa.

venerdì 7 dicembre 2018

Mai chiedere cose strane, o forse sì?

Torno a scrivere per raccontarvi di una trasferta di lavoro che ha fatto di tutto per diventare
indimenticabile; questa volta mi trovavo in un piccolo paesino delle Marche per tre giorni di simultanea in una ditta e, avendo bisogno di un posto dove dormire, avevo prenotato un appartamento vicinissimo al posto di lavoro che, oltretutto, aveva un prezzo molto conveniente.
A una prima occhiata dal vivo, l'appartamento in oggetto si sarebbe potuto definire vintage, volendo essere molto, molto positivi: arredamento da casa dei nonni, mobili massicci e ninnoli ovunque, il tipico set da film dell'orrore. Mi aspettavo in ogni momento che da qualche angolo buio saltasse fuori una vecchia con un coltellaccio; per fortuna, non c'erano bambole vestite di pizzo sul comò, altrimenti non sarei riuscita a chiudere occhio per tutta la notte.
L'impressione era che in quelle stanze da parecchi decenni nessuno avesse fatto migliorie, tutto era rimasto come allora e vi lascio immaginare come chiudono bene gli infissi agé. Per lo stesso motivo ho evitato di usare la cucina a gas, non volendo rischiare di saltare per aria proprio prima di Natale, perderei i cappelletti in brodo di mia mamma e sarebbe un peccato.
Un altro problema è emerso al momento di caricare il telefono: immaginate la sottoscritta che gira per l'appartamento come un cane da tartufo alla ricerca di una presa di corrente post Concordato e alla fine si trova costretta a staccare la televisione dall'unica spina a disposizione in camera da letto, rinunciando a vedere la tv dopo cena.
Avrei scoperto solo dopo che l'apparecchio comunque non funzionava.

Appena entrati nell'appartamento, io e il proprietario avevamo constatato che sua moglie era passata a pulire ma si era dimenticata di accendere il riscaldamento.
Volendo vederla positivamente, potevo stare tranquilla in merito a topi e compagnia bella, solo La Cosa sarebbe sopravvissuta a quelle temperature.
Il tipo aveva immediatamente acceso il riscaldamento ma, essendo io impegnata con la valigia e la borsa del pc, non avevo prestato sufficiente attenzione alla manovra e quindi alle 2 di notte, quando il clima era ormai diventato tropicale, non sapevo come spegnere il riscaldamento.
Ho tentato di chiudere la manopola del singolo termosifone ma, per quanto la girassi, il termosifone in questione non si è fatto influenzare e ha continuato a lavorare alacremente, neanche dovesse scaldare l'Inferno.
La cena è stata un altro momento memorabile; su consiglio del proprietario sono scesa alla trattoria a conduzione familiare lì vicino e mi sono trovata in quello che sembrava un salotto di casa: a parte un paio di clienti seduti a un tavolo, c'era solo una tavolata di persone che guardavano Striscia la Notizia e sembravano gente di casa. Mi sono sentita in colpa per essere arrivata così, senza una bottiglia di vino o un mazzo di fiori.
Per quanto riguardava il menu, mi era stato dato un consiglio un po' preoccupante: non chieda cose strane, quindi per stare dalla parte del sicuro ho optato per un primo del luogo e mi sono ritrovata a mangiare pasta tipo capelli d'angelo con un ragù di non so quale bestia, magari era fatto bene ma a me non piaceva; per alleggerire un po' il pasto, di secondo ho chiesto solo un'insalata verde, insalata che è arrivata, già condita e annegata in un Missisipi di aceto.
A volte la vita è matrigna.
Dopo cena ho chiesto il conto e la signora mi ha risposto che per pagare sarei dovuta salire al bar per una scala interna; una volta al bar ho spiegato che volevo pagare la cena e la barista mi ha fatto aspettare mentre telefonava al ristorante di sotto per chiedere quanto dovevo pagare.

Il bagno merita un discorso a parte:
1) gli asciugamani erano di quegli anni là, quindi ti asciugavi e ti esfoliavi allo stesso tempo,
2) c'erano due asciugamani da bidet e uno da viso, telo da bagno non pervenuto,
3) le due estremità del porta-asciugamani erano ricoperte di carta stagnola (vedi foto), non ho avuto il coraggio di sollevarla per scoprirne la ragione,
4) c'erano i tappetini intorno a water e bidè (sentitevi liberi di rabbrividire),
5) niente doccia, solo una vasca da bagno con telefono della doccia vintage e quindi intasato di calcare giurassico, acqua spruzzata dai pochi fori non ostruiti, con una violenza di getto inaudita.
6) in bagno c'era la seconda e ultima presa di corrente utilizzabile, sarebbe stata utilissima per asciugarsi i capelli, se solo non mi fossi dimenticata il phon. Per un attimo ho considerato la possibilità di asciugarmeli davanti al calorifero scalda- Inferno.


Rileggendomi, non credo che sarei riuscita a inventare una storia con una trama così assurda neanche se mi ci fossi messa d'impegno, mi inchino alla realtà.