Non c'è Natale senza tombola. Per rispettare questa antica tradizione, la sera della vigilia di Natale sono andata con Piraccini e la Rinaldi al Magazzino Parallelo dove ogni anno si tiene la Tombola del Baffo.
Siamo arrivate ingenuamente alle 21.30, pensando di poter bere qualcosa prima dell'inizio della tombola ma il locale era già affollatissimo, non c'era un tavolo libero.
Forti nelle nostre conoscenze nell'ambiente, non ci siamo lasciate scoraggiare e abbiamo trovato posto dietro al bancone con le spine della birra, quello che si usa d'estate ma non d'inverno, abbiamo rimediato due sgabelli e approntato una sistemazione per la Rini, impilando le sedute di vari sgabelli sopra un fusto di birra.
Volendo accentuare l'atmosfera della tombola natalizia, nel corso della serata ho bevuto due tazze di vin brulè, caldo e profumatissimo; quanto vado a raccontare però non è frutto dei fumi dell'alcol ma della vita che, come sempre, ci supera.
Quando la tombola in questione ha finalmente avuto inizio, il centro dell'attenzione di tutto il circolo si è spostato sul banditore, che si sarebbe rivelato l'incontrastata star della serata.
Abbiamo capito subito che non sarebbe stata una tombola come le altre; l'uomo ci ha tenuto a precisare che i premi erano esclusivamente per ambo, cinquina e tombola, aggiungendo Per la decina andate al Lugaresi (un altro circolo dove evidentemente hanno un approccio più tradizionale).
La nostra star era già parecchio avanti con i lavori: estraeva una pallina, la guardava per un tempo infinito, come se non riuscisse a riconoscere quegli strani simboli e poi, finalmente, gridava il numero, seguito dalla sua personale versione della Smorfia, di cui trovate alcuni esempi qui sotto:
- Il numero uno - il Cesena
- 11 - i fratelli della morte
- 29 - il piscirillo (il pene)
- 19 - i carabinieri o, in alternativa, la comunista incarcerata
- 66 - e jeval (il diavolo)
- 78 la putena
- 45 il proletario.
Tra un numero e l'altro l'uomo ripeteva il valore dei premi in palio ma, causa l'avanzamento lavori etilici di cui sopra, non c'era una chiara distinzione tra i due momenti per cui, in più di un'occasione, mi sono ritrovata a chiudere la finestrella di uno dei numeri della mia cartella, solo per riaprirla dieci secondi dopo, quando capivo che non si trattava di un numero ma del valore del cesto.
Sono volate parole poco gentili.
Finita la prima tombola c'è stato un momento di pausa e, in quel momento, Paolo ci ha raggiunto; ci avrebbe rivelato solo in seguito che aveva deciso di venire pensando di passare una serata tranquilla senza fare troppo tardi. L'abbiamo già iscritto a un corso di recupero in chiaroveggenza.
Il momento più critico della serata è arrivato verso l'una, quando ancora dovevamo fare un ultimo giro di tombola: eravamo finalmente riusciti a cominciare e il popolo, avendo ormai capito che la star aveva i suoi tempi (direi biblici), aveva deciso di eliminare la cinquina per velocizzare le cose.
Quand'ecco che, dal pubblico, si leva un grido: Barzelletta!
Siamo impalliditi tutti, memori delle due precedenti barzellette (una per ogni tombola), ci siamo forse ingobbiti un po' ma senza fare tragedie, pensando che in fondo era come un cerotto, lo tiri via e lì per lì fa un gran male ma poi è tutto finito.
Grosso errore, enorme.
La differenza sta in poche semplici parole: questa è una barzelletta che NON HA UNA FINE. Dopodiché è iniziata una storia in cui il protagonista copulava con chiunque gli capitasse a tiro, incluso un cane, e la cosa sembrava non voler proprio finire.
Io ogni tanto urlavo Numeri! oppure Mescola! sperando di riportarlo sulla retta via ma c'è voluto l'intervento del dj (Marco Turci, santo subito) che, alzando il volume di una canzone, l'ha distratto quanto bastava per fargli dimenticare la barzelletta.
Quindi per riassumere: siamo stati al Magazzino dalle 21.30 alle 2 di notte, non abbiamo vinto niente, però io mi sono divertita un sacco (io e la tombola abbiamo sempre avuto un rapporto privilegiato), il vin brulè era buono e la compagnia altrettanto. Resta solo il rammarico di non aver trascritto le varie voci della Smorfia cesenate, la cultura merita sempre di essere condivisa.
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mercoledì 26 dicembre 2018
mercoledì 9 gennaio 2013
Nonantola e il mucchio selvaggio
Erano le ore diciotto di mercoledì 12 dicembre e mi trovavo in autostrada tra Bologna e Modena alla guida della mia fedele Fiesta, in quel momento strapiena di ukuleli, al punto che un’inchiodata sarebbe stata letale.
Come inizio mi pare abbastanza d’effetto, adesso vediamo di fare un passo indietro e chiarire le cose: stavo facendo da autista a Farnedi che quella sera doveva tenere, presso la fonoteca di Nonantola, un incontro dedicato all’ukulele e aveva quindi deciso di dare fondo alla nostra provvista domestica e portare tutti gli ukuleli in dotazione (a lato solo alcuni esemplari) per permettere ai partecipanti di provare dal vivo lo strumento. A vederci da fuori immagino sembrassimo la macchina di Fantozzi carica per le ferie, mi chiedo ancora come sarebbero andate le cose se ci avesse fermato una pattuglia per un controllo e mi avessero chiesto di aprire il bagagliaio.
Come sempre il tratto dell’autostrada tra Bologna e Modena era l’equivalente di una zona di guerra e mi aveva già strappato una vasta gamma di brutture, peraltro pienamente giustificate: camion che invadevano corsie senza mai una freccia di preavviso e sfanalatori impazziti che mi alitavano sul collo, ne avevo già maledetti almeno una ventina. Altro che scompensi ormonali, la causa dell’alopecia maschile sono io.
Una volta arrivati a destinazione ed espletate le millemila prove necessarie a interfacciare pc, videoproiettore, sistema audio ecc ecc, Giorgio Casadei (l’organizzatore della serata) ha consegnato a Rico dei documenti da compilare per il Comune e ci ha accompagnato fino a La Smorfia, una pizzeria napoletana dove ho mangiato una delle pizze più buone degli ultimi tempi, arrivando alla conclusione che a me la pizza napoletana piace, se la sanno fare.
Essendo un po’ stretti coi tempi siamo tornati immediatamente alla fonoteca, ri-sfidando il freddo polare della provincia modenese; abbiamo varcato la soglia palesemente compiaciuti della nostra impeccabile puntualità, peccato che i famosi documenti, compilati come richiesto in tutte le loro parti, fossero rimasti allegramente in pizzeria. Farnedi a quel punto doveva rimanere in loco quindi la carne da cannone ero io: mi sono rimessa giaccone, sciarpa, berretto, guanti e grasso di balena e son tornata alla Smorfia dove, grazie a dio, erano pieni di gente e non avevano ancora trovato il tempo di sparecchiare il nostro tavolo, ragion per cui i due preziosissimi fogli erano ancora lì.
Al ritorno in fonoteca ho studiato la situazione e notando che parecchi tra il pubblico avevano portato un loro strumento, sono andata a recuperare l’unico tra gli undici ukuleli che era proprio mio, dicendomi che quello in fondo era un incontro per principianti, ce la potevo fare anch’io.
Ovviamente quando ti senti impedito vuoi dare nell’occhio il meno possibile, quindi mi sono seduta in fondo all’aula e in un angolo, con le spalle coperte, sembravo il tenente Ripley in Alien.
Fratello! - ho pensato- affrettandomi a dirgli che non si preoccupasse, che anche io ero messa così, che sapevo due accordi in croce, tutto ciò nel tentativo di incoraggiare il mio compagno in difficoltà. Il quale compagno in difficoltà si è fatto spiegare come fare il do e il fa e, dopo neanche un quarto d’ora era là che suonava tremila note al secondo, pareva ne avesse otto di mani! Solo dopo ha lasciato casualmente trapelare che lui non sapeva suonare l’ukulele, però la chitarra sì. Si sarebbe meritato una badilata nella schiena ma ero troppo presa dall'immane sforzo di suonare “la gatta” alla velocità smodata richiesta dal Farnedi quindi ho dovuto soprassedere.
Insomma, per tirare le somme, suonare in gruppo si è rivelato un vero toccasana per l’autostima: se sbagli accordo nel mucchio non si sente, se le dita s’invrucchiano e produci versi indefinibili, anche quello nel mucchio non si nota, se perdi il filo, il mucchio prosegue e alla prima occasione puoi infilarti di nuovo e continuare fingendo che non sia successo niente. Tutto questo sempre a condizione che nel mucchio la percentuale di impediti come te sia limitata. In questo caso lo era.
Alla fine insomma ti trovi a dire “oh, in fondo poi son bravina!” e per un po’ puoi tranquillamente far finta di crederci. Un sentito grazie ai colleghi del mucchio.
P.S. Ecco un esempio di come può essere suonare l’ukulele nel mucchio
P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press
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