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lunedì 26 ottobre 2015

Zucche e zebedei, prepariamoci al peggio

Wendy! Sono tornati!
Spiace dovervelo ricordare ma, da qui a metà gennaio calerà su di noi un'orda di eventi che ci segneranno tutti profondamente, aggiungendo nuove cicatrici alle molte già accumulate negli anni precedenti.
Il famoso detto Non si sfugge alla morte e alle tasse a me pare incompleto senza l'aggiunta di e alle feste comandate.
La prima incursione del nemico è imminente: Halloween.
Da anni tentiamo senza successo di sfuggire alle ossute mani di questa ricorrenza, è giunta l'ora di unire le forze e organizzarsi.
La rottura di zebedei inizia molto prima della vera e propria ricorrenza, quindi la cosa migliore sarebbe evitare supermercati e negozi in genere nei periodi più a rischio ma, ahimè, ormai è tutto un periodo a rischio e mangiare, dobbiamo mangiare.
Vediamo allora come gestire la situazione:
1) al supermercato evitate il reparto dolci e distogliete lo sguardo di fronte a qualsiasi cosa di colore arancione (per un po' non mangerete arance e carote, prendete un integratore),
2) davanti alla televisione, tenete sempre il telecomando a portata di mano, di fronte all'ennesima pubblicità con bambini travestiti da mostri, lo zapping è l'unica salvezza,
3) con l'avvicinarsi della data, evitate di essere troppo cordiali coi bambini dei vicini e lasciate cadere nelle conversazioni un vostro ipotetico viaggio per lavoro proprio il 31 ottobre,
4) il giorno fatidico, chiudetevi in casa (tapparelle o scuri rigorsamente chiusi, non deve trapelare luce) e guardatevi un film al buio, possibilmente con le cuffie, casa vostra deve dare l'idea di essere disabitata. Se avete l'ingresso indipendente, parcheggiate la macchina lontano da casa.
5) generalmente, queste incursioni di bambini-mostri si esauriscono entro le 22 quindi potete anche scegliere di fuggire in palestra o al cinema. Si sconsigliano vivamente ristoranti e pizzerie che trovereste sepolti da una profusione di zucche, scheletri e roba arancione pur che sia.

Un ultimo ma doveroso commento: se avete figli, tutto quanto appena scritto a voi non si applica, non avete scampo quindi è meglio farsene una ragione e cavalcare l'onda: compratevi un vestito da vampiro e tenete una fiaschetta del vostro superalcolico preferito a portata di mano (tornerà utile per superare i momenti più difficili e se qualcuno chiede spiegazioni potrete sempre dire che è sangue).






giovedì 21 maggio 2015

Minuscoli terroristi sfidano la 626

Sabato scorso eravamo a Modena per un concerto decisamente insolito: una band di ukulele (a dire il vero c'era anche un contrabbasso ma potremmo anche considerarlo una specie di ukulelone, in fondo ha quattro corde anche quello, no?), con alcuni ospiti tra cui Farnedi.

Una volta parcheggiata la macchina, resi baldanzosi e ottimisti dal possesso di un navigatore, abbiamo digitato Piazzale Torti pronti a partire verso la meta. Per tutta risposta il navigatore ci ha rimbalzato, Piazzale Torti NON PERVENUTO.
Per fortuna Modena non è la Grande Mela quindi, avendo un'idea seppur vaga della direzione ci siamo incamminati e, girandoci intorno come squali, alla fine l'abbiamo trovato.
Ho assistito al concerto con un filo d'invidia, questa band si è costituita in novembre sotto la guida di Giorgio Casadei, ci sono principianti ed esperti, tutti accomunati dalla voglia di suonare, una bellissima esperienza che varrebbe la pena di avviare anche altrove (magari a Cesena?)
Durante la prima parte del concerto Farnedi era nascosto al primo piano della casa di fronte, pronto a fare un'entrata a effetto suonando la tromba, quindi il suo ukulele si trovava appeso al suo supporto, di fianco ai musicisti che suonavano.
Un simpatico bambino che razzolava lì intorno si è incapricciato dello strumento e ha tentato ripetutamete di afferrarlo e portarselo via; fortunatamente suo padre lo ha sempre intercettato, seppure spesso solo all'ultimo minuto, quando le manine del gigino già toccavano lo strumento e io sentivo arrivare un principio di infarto, essendo che l'ukulele in questione era il mio, prestato al Farnedi per la serata e il grosso tavolo davanti a me mi impediva di gettarmi a corpo morto sul minuscolo terrorista.
Purtroppo questa necessaria vigilanza da parte del padre a volte si allentava: nel bel mezzo di un
pezzo mentre mi guardavo intorno cullata dalla musica, mi è caduto l'occhio su quel benedetto bambino che questa volta aveva PRESO IN MANO I CAVI ELETTRICI e LI STAVA TIRANDO.
Ora, non conosco nel dettaglio la nuova  normativa su Salute e Sicurezza ma sarei pronta a scommettere che "bambino con in mano i cavi elettrici" sia considerato un rischio un tantino alto.
 Una volta terminato il concerto si è ripresentato un fenomeno ormai diffusissimo nel nostro Paese (non so all'estero, varrebbe la pena indagare), la piaga sociale dei bambini orfani. Mi riferisco a quei bambini che vedo spesso a concerti, spettacoli, quando non al bar, in spiaggia o al parco, giovani virguti che scorrazzano liberamente ovunque senza alcun tipo di supervisione e spesso e volentieri ne combinano di ogni, senza che mai compaia alcun genitore a mettere loro un freno, da qui la definizione bambini orfani.
Nella fattispecie, eravamo circondati da 4-5 bambini che avevano deciso di provare gli strumenti e quindi era tutto un correre da una parte all'altra per evitare che facessero danni. I genitori con tutta probabilità erano imboscati dietro una colonna pronti a fingere un'amnesia che giustificasse l'abbandono temporaneo del minore.
Dopo un po', avendo spiegato loro che gli strumenti non sono giocattoli, che alcuni sono anche molto costosi e non si possono prendere senza chiedere, i mini-unni hanno diretto la loro attenzione verso i microfoni ancora accesi e si sono messi a recitare, cantare e parlottare negli stessi.
Mentre noi si lanciava maledizioni all'indirizzo di ignoti, appunto, genitori, il tecnico che stava lavorando lì vicino ha commentato che lasciare i microfoni accesi è un'azione di utilità sociale, lui lo fa di proposito, onde evitare danni maggiori all'attrezzatura.
Sua è anche la definizione di bambini orfani per cui lo ringrazio, cattura pienamente il fenomeno. 


P.S. Sì, sì, lo so, non avendo bambini non posso capire, però pagare una babysitter ogni tanto non manda in rovina e fa pure girare l’economia che ce n’è bisogno…

P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dellEstrema Riluttanza su Stonehand Express

domenica 4 maggio 2014

Capitan Findus e la maledizione dei titoli di coda

Giovedì primo maggio, dopo una rapida visita alle nipoti che giocavano in mutande al Festival degli Aquiloni a Cervia e un'altrettanta rapida fuga di fronte alla marea umana che stava calando sulla spiaggia, abbiamo deciso di concludere il pomeriggio al cinema.
Era da un po' che Enrico voleva vedere Capitan America 2 ma, onestamente, io di andare a al cinema e dilapidare 8 euri per vedere Big Jim col frisbee non avevo una gran voglia, quindi abbiamo raggiunto un onorevole compromesso, saremmo andati a vederlo in seconda visone alla modica cifra di 3,5 euri al cinema di Gambettola (e Bosch per gli oriundi).
Il cinema in questione è una di quelle vecchie sale di provincia di una volta (debitamente ristrutturata anni fa) però vanta alcuni notevoli vantaggi rispetto alle più moderne controparti, primo fra tutti il fatto di aver dimezzato il numero di posti eliminando una fila ogni due e garantendo così allo spettatore lungo-giuntato la possibilità di allungare le gambe all'infinito senza dare ginocchiate sul sedile davanti. Aggiungete il fatto che i 4,5 euri risparmiati sul biglietto si possono alla bisogna investire in loverie (liqurizie, patatine, semi di zucca ecc) e avrete praticamente la perfezione fatta cinema, almeno per me che i film in 3D non li posso guardare perché dopo un po' mi viene mal di testa.
Arrivati a Gambettola abbiamo parcheggiato lungo il corso e girato immediatamente la prua verso la multisala Abbondanza; mentre passeggiavamo godendo di una parentesi di sole in una settimana di tempo pessimo, abbiamo notato i nuovi lampioni istallati dall'amministrazione comunale, tutti provvisti di simpatici altoparlanti che diffondevano musica lungo il corso, una lodevole iniziativa se non fosse che la musica diffusa era quella roba unz unz più adatta a una discoteca alle ore piccole che a un corso di paese in un pomeriggio assolato. Vabbè, paese che vai...
Arrivati al cinema in perfetto orario siamo però stati costretti a un'attesa di dieci minuti nell'atrio perché il film, oltre a essere lunghissimo, arrivava pure corredato da una delle solite sigle di chiusura della Marvel in cui dopo un miglio e mezzo di nomi che scorrono sullo schermo, ti compare a sorpresa una scena conclusiva. 
Le prime volte quella scena non la vedeva nessuno, adesso invece si sa e quindi i più tenaci tra gli spettatori aspettano con pazienza che sia passato sullo schermo anche il nome della cartomante del tizio che portava il pranzo al regista, solo per vedere quest'ultima scena che spesso ti porta a riflettere sul fatto che quei dieci minuti che hai sprecato ad aspettarla non te li ridà nessuno e alla tua età su queste cose c'è poco da scherzare.
Alla fine se dio vuole ci siamo seduti e, com'era da aspettarsi in un giorno festivo alle 16.50, dietro di noi si è posizionata una famiglia con non uno ma due bambini, uno dei quali ogni volta che qualcuno nel film si menava (e trattandosi di un film di supereroi c'era quasi sempre qualcuno che si menava) faceva suoni onomatopeici tipo BAM! PIM! e via dicendo, più che un film pareva un videogioco. 
Non si faceva neppure mancare le interazioni con gli attori, quando Big Jim e la Gigina arrivano in un sotterraneo buio seguendo un segnale e Big Jim deluso sbotta "questa è una sala di 50 anni fa, il segnale non può essere venuto da qui!" il nostro piccolo eroe ha gridato "E invece sì!"
Poi, per carità, aveva anche ragione.
Un'ultima chicca tra le varie del pomeriggio: Robert Redford  incontra Samuel Jackson e i due, amici di vecchia data, si stringono la mano; in quel mentre sento una vocina alle mie spalle "Ma sono fratelli?"
Confesso che il film per me è stato di una noia mortale e i commenti del mio vicino di dietro sono stati provvidenziali fonti d'ilarità che mi hanno aiutato a far passare quelle due ore di botte da orbi, lanci di frisbee e mono-espressioni che fanno pensare che forse Capitan Findus non avevano mica finito di scongelarlo...
Almeno Clint Eastwood di espressioni ne aveva due.



P.S. Per un'ulteriore recensione del film in questione vi consiglio quella del prode Farnedi seduto accanto a me:

martedì 7 gennaio 2014

Impara le carte e mettile da parte

Sono le cose che non ti aspetti quelle che davvero lasciano il segno, quelle che come diceva Shirley MacLaine in Tutte le ragazze lo sanno, "ti colpiscono al di sotto della tua percezione".

Siamo stati invitati per una merenda-cena a casa dell'Elisa e Gianluca e, come sempre, avendo preso le cose con un po' troppa calma siamo arrivati tra gli ultimi (per una volta non proprio gli ultimi, grazie Claudia e Filippo).
Il primo problema si è presentato appena parcheggiata la macchina, la casa di fronte a noi aveva due campanelli diversi e non era chiaro quale dovessimo suonare. Ci siamo avvicinati al primo campanello ma una rapida occhiata non ha fornito alcun indizio, "Sarà questo?" ho chiesto dubbiosa a Rico. Prima che potesse rispondere, una voce che pareva venire dall'oltretomba ha squarciato il silenzio: "Entrate da qui, poi girate intorno alla casa" Poltergeist, Non aprite quella porta e Mary Poppins, tutto insieme.
Appena varcata la soglia si è chiarito il mistero: avendo scoperto che il campanello non funzionava (c'era chi era rimasto fuori per parecchio), l'eroico padrone di casa se ne stava attaccato al videocitofono in attesa degli ospiti.
Dopo il rituale scambio di auguri con tutti gli amici e parenti presenti abbiamo preso posizione intorno al tavolo dei dolci con una tazza di cioccolata calda in mano mentre la chiacchiera dilagava.
Dato l'alto numero di bambini presenti, i padroni di casa avevano organizzato una tombola e preparato alcuni premi (rigorosamente per i bambini, noi vecchi siamo sempre discriminati); io ovviamente non mi sono lasciata sfuggire l'occasione di liberarmi di uno dei premi più orrendi che mi erano rimasti attaccati dall'ultima tombola degli orrori che si era tenuta a casa nostra la vigilia di Natale.
Ci tengo a precisare  che la sottoscritta in quell'occasione aveva goduto del favore degli astri, non vincendo alcun premio, peccato che una certa altra persona che non stiamo a nominare avesse vinto la qualunque (vedi foto); a questo si aggiunge il fatto che alcuni lestofanti proprio prima di andarsene avevano imboscato i premi vinti un po' ovunque. Il premio che mi accingevo a sbolognare era stato scoperto appeso allo specchietto laterale della mia Fiesta: una deliziosa collana con pendente, il pendente essendo il cambio di una bicicletta. Molto Mad Max.
Una volta archiviata la tombola (l'ambito pendente è andato alla padrona di casa) ho raggiunto Rico che stava facendo un solitario con le carte romagnole e così, per divertirmi, mi sono offerta di leggergli le carte con un metodo assolutamente infallibile insegnatomi alcuni lustri fa (non diciamo quanti) da una compagna alle elementari.
Il metodo è così strutturato: io mescolo le carte mentre colui (o colei) a cui leggo le carte pensa a quella che gli piace (metodo delle elementari). Successivamente il colui di turno alza il mazzo e io lo ricompongo pronunciando la magica formula: corno, bicorno, tricorno. Compiuto l'indispensabile rituale scopro le carte due a due e, se escono due carte uguali, le metto da parte per poi interpretarle. Il tutto va ripetuto tre volte, un metodo chiaramente a prova di bomba.
Ho iniziato la lettura e dopo un po' qualcuno si è avvicinato per ascoltare. "Ma sai leggere le carte?" mi hanno chiesto. Io ho risposto ridendo che mi stavo inventando tutto eppure, poco a poco, si sono avvicinati altri e mi hanno chiesto di leggere le carte anche a loro; era iniziata come uno scherzo ma ho avuto come l'impressione che in qualche modo quello che stavo dicendo potesse essere preso sul serio, nonostante io continuassi a ripetere che era una roba che facevamo alle elementari.
Dopo l'ennesima lettura in cui un cinque di coppe è stato in grado di infiammare gli animi, mi sono
sentita chiedere ancora:"Ma dici sul serio?!" Al che ho sgranato gli occhi e ribattuto."Ma no! Me lo sto inventandooo!!"

Allora le cose sono due: o io ho un enorme potenziale come cartomante oppure il bisogno di sapere qualcosa del futuro è più forte di quanto pensassi. Tutto considerato, tra le due preferisco la prima, d'ora in poi chiamatemi Estrema Veggenza.

mercoledì 6 marzo 2013

E un giorno ti svegli e sei il Gatto con gli Stivali

Squilli di trombe, rulli di tamburi, volendo anche colpi di clacson!

Quello di oggi è un giorno che rimarrà scolpito negli annali della storia, sono certa che in un futuro non molto lontano gli storici lo citeranno come esempio degli eventi mirabolanti che preannunciarono la fine del mondo così come lo si conosceva.
Quando ho letto la mail con cui mi proponevano di cantare, la mia prima, equilibratissima reazione è stata:


oddionopropriononpossononsonomicacapacecheansiaesemichiedonodifarequalcosaenoncapiscocosafaccio? 

Dopo aver ispirato-espirato varie volte di seguito, una volta ri-ossigenato il cervello, ho esaminato ogni singola sfaccettatura dell'incredibile e alla fine ho deciso di buttarmi (tanto se stoni mica ti mettono in galera, spostano semplicemente tutto nel cestino e…plof! Problema risolto). A far pendere l’ago della bilancia è stata la risposta affermativa del prode Farnedi a cui avevo chiesto di accompagnarmi per farmi da interprete italiano-musica. Praticamente andavo con la balia.

Per riassumere, oggi pomeriggio è previsto che io registri dei cori per un disco, ovvero, mi hanno chiesto di fare la corista. E il bello è che non è per un disco di Farnedi, che si potrebbe pensare che accetti di farmi cantare unicamente onde evitare di morire soffocato da un cuscino mentre dorme, la richiesta mi è arrivata da altri, oltretutto sconosciuti. La cosa ha effettivamente dell'incredibile.


 ***
Il fatidico giorno è arrivato e per ora senza troppi traumi; sto trascorrendo la mattinata comodamente seduta su una sedia nella sala di regia mentre Farnedi di sotto registra la voce per una canzone. Son due ore che lavorano e il mio cervello ormai ha abdicato, rifiutando anche solo di guardare tutti quei grafici sul computer, quindi la mente vaga e si distrae come può. Prima sono andata in bagno e ci ho trovato un gatto bianco e grigio acciambellato su un panchetto, il quale mi ha squadrato con tutta la disapprovazione del padrone di casa di fronte a un ospite indesiderato.

Ammetto di essermi trovata un po' in difficoltà, io questa cosa dell'andare in bagno in compagnia proprio non la capisco, era così anche alle superiori, mi ricordo che c'erano tipe che andavano in bagno insieme, intendo proprio dentro al bagno, una sulla tazza e l'altra a chiacchierare del più e del meno, son quelle cose inspiegabili su cui mi arrovello da una vita: è davvero così urgente che non puoi aspettare e parlarne un minuto dopo quando lei esce dal bagno? Poi a me il pensiero di avere qualcuno che mi fissa mentre sono in bagno, zac, si blocca tutto per sempre. Quindi nella mia posizione si trattava di capire se il meccanismo sarebbe scattato anche con lo sguardo felino. E' inutile negarlo, sono stati momenti difficili, mi domandavo: cosa faccio se il gatto m'inibisce? Lo costringo a uscire dal bagno? E se non vuole? Il gigino ha una certa stazza, se gli gira mi massacra! E poi che figura ci faccio se mi metto a fare a botte col gatto a casa di persone appena conosciute?

Col senno di poi, tutti questi interrogativi erano superflui, alla fine ho tentato e tutto è filato liscio, a parte la leggera inquietudine data dal felino sconosciuto che ti fissa restando assolutamente immobile, con quegli occhi da gatto che sembra ti facciano una radiografia.
Dopo pranzo sono andata nella stanza dove si registrava (ovviamente con la farnediana balia al seguito) e devo dire che è stato molto meno drammatico di quanto temessi; prima di tutto in sala regia i due musici ascoltavano la canzone in questione e decidevano quali cori fare, dopodiché Farnedi me li faceva sentire e io, come Portobello, li ripetevo. Essendo poi che, quando andavamo nella sala di registrazione, Matteo dalla regia poteva sentirci ma non vederci, io e Farnedi ci lanciavamo minacce, maledizioni e quant'altro ma tutto rigorosamente in silenzio, onde mantenere un minimo di dignità e non fare la figura dei bambini delle elementari che si tirano le gomme.


Non aggiungo altro, se non che sono tornata a casa stanca ma con un sorriso stampato in faccia che non voleva proprio saperne di sparire. 
Che dire: un piccolo passo per l'umanità, una falcata da Gatto con gli Stivali per la sottoscritta.





P.S. Rileggendo mi rendo conto che, per paturnie mie, non ho menzionato il disco in questione che è Come è profondo il levare, omaggio a Come è profondo il mare di Lucio Dalla. Un grazie a Matteo Romagnoli e alla Garrincha Dischi.
P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press



lunedì 14 maggio 2012

Ascesa e caduta dell'acchiapparello nel cinema d'animazione giapponese

Nonostante il tempo da lupi, oggi pomeriggio siamo usciti sfidando le intemperie per andare a vedere Il castello nel cielo, film di animazione di Hayao Miyazaki. A prima vista non sembra ma trattasi di una vera e propria impresa dato che dalle nostre parti i film di animazione, oltre a essere proiettati in poche sale, quasi senza pubblicità, rimangono sullo schermo per un periodo limitatissimo quindi spesso non riesci neanche a sapere che un film è uscito e già l'hanno tolto.
Nel nostro caso invece, pur avendolo saputo per tempo, temevamo di non riuscire a vederlo perché (perlomeno nei cinema vicini a casa nostra) i film d'animazione giapponesi vengono quasi sempre proiettati solo la domenica pomeriggio, per una qualche misteriosa ragione, come se qualcuno pensasse che trattandosi di un cartone animato, possa interessare solo dei bambini. Ah, dì, siam messi così.

Questa volta un provvidenziale diluvio ha fatto saltare il concerto di Rico previsto per la domenica pomeriggio (per l'uso dell'aggettivo provvidenziale mi beccherò sicuramente un'infamata) e quindi, dopo un fitto carteggio via cellulare, alle 15.45 abbiamo varcato la soglia del cinema dove ci aspettavano la Ste, la Clodia, Paul e l'Ale.
Andare al cinema la domenica pomeriggio è sempre un terno al lotto perché rischi di trovarti circondata da bambini che fanno un casino allucinante, da quello che mi scappa la cacca, all'altro che voglio il gelato e via di questo passo; in questo caso invece mi ha sorpreso la tranquillità della sala, a parte l'occasionale vocina che chiedeva spiegazioni su quanto stava accadendo, il pubblico è stato quasi sempre silenzioso.
C'erano quindi tutte le condizioni per poter godere appieno di un film che è a tutti gli effetti una piccola gemma, che consiglio a chiunque, ovunque, a qualunque età.

Oddio, forse non proprio tutte le condizioni; la traduzione in italiano dei dialoghi (o forse l'adattamento successivo, non so) lasciava veramente molto a desiderare; è veramente difficile abbandonarsi a un mondo così fantastico se fatichi a capire cosa dicono i personaggi.
Mi chiedo quanti dei bambini che hanno visto con me il film sapessero il significato di "giocare all'acchiapparello". O forse è un'ignoranza solo nostra, magari nel resto d'Italia lo sanno tutti, boh.
Però c'è dell'altro: sentire una bambina (che si suppone sia cresciuta in mezzo agli yak) esprimersi come un libro stampato è una nota stonata e in qualche modo ti allontana dalla storia, per non parlare dei pirati (noti dotti) che, vedendo l'aeronave alzarsi in volo, urlano "Ascendono!"
O anche il cattivo che, prima di uccidere un suo complice, se ne esce con una roba tipo "Sono stanco di guardare la tua faccia di demenza".
Quello che ci ha lasciato perplessi è il fatto che io e Rico avevamo visto una precedente versione in dvd e nessuno dei due ricorda espressioni di questo tipo; ad esempio, per quanto riguarda la pietra protagonista del film, nella versione precedente si chiamava gravipietra mentre qui diventa l'aeropietra. Per carità, nessuna pietra dello scandalo, ma cosa volete che vi dica, a me piaceva più la prima.
Concludo in bellezza con "l'isola stante nel cielo" sempre a opera del cattivo.
L'impressione era che la traduzione in italiano l'avesse fatta qualcuno che la nostra lingua l'ha imparata solo sui libri (edizioni rigorosamente precedenti il conflitto del 15-18). La domanda è: ma prima di distribuire il film nelle sale, nessuno ha riascoltato la versione italiana? Perchè sarebbe bastato sentirla una volta, la perla del faccia di demenza.
Vorrei poter proseguire l'elenco delle assurdità ma purtroppo non ho avuto la prontezza di spirito di tirar fuori carta e penna, pur nell'oscurità della sala, quindi posso solo ricordare vagamente un ordunque o roba simile ma la memoria non mi assiste oltre.

Al di là di tutto, sono contenta di aver visto questo film sul grande schermo, è sempre un'emozione; e poi ti fa sorridere quando pensi che, nonostante demenze e acchiapparelli vari, il pubblico è rimasto inchiodato alla poltrona fino alla fine, inclusi i bambini. Altro che Pokemon.





P.S. Date un'occhiata al trailer.

domenica 30 ottobre 2011

Lotta al coltello tra asciugamani e medaglie : CesenaComics 2011

Era il mese di maggio quando ci è arrivata dall'Elisa la triste notizia: dato il taglio di fondi pressoché ovunque in Italia, il comune aveva comunicato che non c'erano fondi da elargire per l'organizzazione della terza edizione del festival di fumetti CesenaComics, un festival che nelle passate edizioni aveva portato a Cesena autori, appassionati e curiosi e che aveva il merito di incoraggiare i più piccoli alla lettura, guidandoli alla scoperta del mondo dei fumetti mediante laboratori gratuiti organizzati presso le scuole elementari e medie della zona.
Un fulmine a ciel sereno, questo tirare i remi in barca da parte delle istituzioni, soprattutto considerando il fatto che da anni questa associazione opera nel territorio organizzando per i più piccoli laboratori sempre molto frequentati.

Dopo un primo momento di comprensibile amarezza però, le legioni di Barbablù, capitanate dall'impavida Elisa Rocchi, sono scese sul sentiero di guerra alla ricerca di sponsor. E' iniziata una campagna di comunicazione che ha sfruttato qualsiasi mezzo (ovviamente gratuito) a disposizione, inclusi social network e simili. Noi che osservavamo la battaglia dai lati, troppo timorosi o pigri per lanciarci nella mischia, abbiamo dato un piccolissimo contributo condividendo gli appelli per la ricerca di sponsor su facebook e perorando la causa presso le poche azienda a noi note. Tra le iniziative segnalo il Towel Day (Giorno dell'Asciugamano - per maggiori info), organizzato il 25 maggio a sostegno della campagna su Facebook, evento a cui ho partecipato non senza le mie piccole soddisfazioni.
a mali estremi estremi asciugamani
Poco a poco i tanti sassolini lanciati in acqua hanno prodotto onde sempre più grandi e si sono fatti vivi i primi sponsor, piccolini all'inizio poi più grandi. Il 7 giugno un post ci ha comunicato che Cesena Comics sarebbe sopravvissuto, un po' ridotto, un po' malconcio ma pur sempre pronto a tutto. E da quel momento abbiamo assistito a un piccolo miracolo: l'interesse è aumentato trascinandosi appresso le adesioni da parte di autori (Sergio Staino, Tuono Pettinato, Roberto Grassilli e tanti altri ancora), case editrici e sponsor, ponendo le basi per un'edizione 2011 coi fiocchi. Però intendiamoci, quando parlo di miracolo non intendo la manna dal cielo, mi riferisco alla tenacia e determinazione di un gruppo di irriducibili che è andato a bussare a mille porte e ha incontrato chiunque potesse fare qualcosa per Cesena Comics. Il miracolo sono loro.

E proprio in questi giorni fioccano le ultime bellissime notizie: il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e...la medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il festival si tiene dal 7 al 13 novembre ma già a partire dal 4 novembre ci sono alcuni eventi: la partecipazione è gratuita e il programma è scaricabile al seguente link  http://www.cesenacomics.com/?p=1783

Accorriamo numerosi!


sono molto fiera

Altro barbalink: Associazione Barbablù

venerdì 23 settembre 2011

Campeggio last minute: una vacanza bestiale - Terza e Ultima Parte

Questa volta la notte trascorre in modo un po’ meno traumatico; sempre freddo, sempre a rigirarmi semisoffocando causa felpa termica in faccia ma, almeno, grazie ai due pile avvolti intorno al sacco a pelo, riesco a dormire per parecchie ore di fila. Il trauma però è solo rimandato. Infatti proprio quella mattina arrivano tre allegre famigliole di italiani (e a giudicare dalla parlata temo fossero delle nostre parti), provviste di un certo numero di bambini. Che non avessero un’idea ben chiara del concetto di campeggio è apparso evidente quando, dopo aver montato la prima tenda familiare, una di loro ha passato l’aspirapolvere. L’ASPIRAPOLVERE. E non quello piccolo e portatile, magari solo negli angoli, no, ha usato la scopa elettrica e l’ha passata avanti e indietro per qualche minuto. Ho temuto volesse dare pure la cera.
Da quel momento in poi la pace e la tranquillità del campeggio vanno in ferie anche loro; da una parte i bambini urlano a qualsiasi ora del giorno (incluse le cinque di mattina), dall’altra i genitori guardano la TV (si sono portati la tv, probabilmente la parabola è rimasta a casa solo perché non entrava in macchina) fino a mezzanotte e mezza, nonostante il periodo di silenzio inizi alle 23; insomma, un delirio.

La mattina dopo, verso le 6.30 veniamo svegliati da urla belluine (Hoooooooo!!!! Huìììììì!!!!) non meglio identificate e accompagnate da meno misteriosi muggiti; Rico mi rivelerà successivamente che quando il casino l’ha svegliato lui era convinto si trattasse di una lezione di karate. Fortunatamente, dopo una decina di minuti la transumanza termina e ritorna il silenzio. Mi giro nel sacco a pelo tentando di riprendere sonno ma, purtroppo, il fragore bovino non ha svegliato solo me: una vocetta penetrante squarcia la quiete: “Mamma?!” E continua a ripetersi ogni dieci secondi. La colpa è ovviamente di quella disgraziata della di lui madre che si guarda bene dal rispondere, probabilmente sperando che il nano si riaddormenti. Eppure dovrebbe saperlo che non funziona così; morale, sto bambino tiene sveglio mezzo campeggio e mezzo campeggio manda accidenti di vario genere alla sua famiglia.

Quel pomeriggio, mentre me ne sto stesa sul prato leggendo l’ennesimo numero di Maison Hikoku (Rico ha portato due diverse serie di manga e ci stiamo abbuffando di fumetti), un grido improvviso mi fa sobbalzare. Riconosco la voce e lo raggiungo in tenda: il tapino mi aspetta con la faccia di uno che ha appena mangiato un limone e, in effetti non ha tutti i torti: mentre stava riordinando la tenda il poveretto ha preso in mano un oggetto non identificato che si è rivelato essere un enorme lumacone ciccione. Ecco spiegato l’urlo schifato, seguito dall’apertura della mano e abbandono del salsicciotto bavoso che ora giace immobile in un angolo della tenda.
Ammetto di non aver proprio reagito nel modo migliore di fronte a tutto questo orrore: senza minimamente preoccuparmi del suo trauma, mi sono piegata in due dal ridere per almeno un paio di minuti, mentre lui me ne diceva di tutti i colori. Sono un mostro insensibile.
A questo punto le nostre strade si dividono: mentre io mi occupo di traslocare il viscido ospite verso un albero nei paraggi, Rico afferra un sapone e parte diretto ai bagni per togliersi la bava dalla mano, salvo però tornare cinque minuti dopo: “Non va viaaaa!!!!! Dammi il detersivo per i piatti!!” Alla fine però, dopo molto sfregare e parecchio imprecare, tutto torna alla normalità.

Ovviamente, di fronte a questa calata di barbari sul campeggio noi scegliamo la fuga, anche perché quella sera è in programma un’altra cena sociale, in questo caso la cena di Ferragosto, e non esiste che ci facciamo incastrare due volte. Il volantino che annuncia la cena è a modo suo un’opera d’arte, evidenza oggettiva degli effetti devastanti che produce qualsiasi tentativo di tradurre dei testi dall’italiano all’inglese traducendo parola per parola (in the kitchen are we).
Ci lasciamo alle spalle il campeggio con il serpentone di tavoli in via di composizione e partiamo alla ricerca di un posto dove mangiare. Avendo letto che in uno dei paesini dei dintorni è in programma una sfilata, decidiamo di provare là e io m’immagino già la scena: noi due che sorseggiamo frizzantino circondati da modelle chilometriche calate in abiti sciccosissimi. Peccato che, nell’unica pizzeria che troviamo ci rispondano picche, sono già tutti lì in attesa dell’evento e hanno occupato fino all’ultima sedia. Riprendiamo la macchina e fortunatamente nel secondo ristorante c’è posto; ci sediamo e sospiriamo soddisfatti, anche questa è fatta! In realtà le cose stanno diversamente: bastano pochi minuti per renderci conto che il personale è assolutamente sconvolto dalla massa di gente arrivata per cena, tutti corrono di qua e di là come se trasportassero organi per trapianti. Ci guardiamo un po’ perplessi e proprio in quel momento una delle cameriere, passando, appoggia i menù sul nostro tavolo e schizza via senza dire una parola. Prendendo il menù mi cade l’occhio sulla tovaglia: è alla rovescio e pure macchiata, cominciamo bene.
E invece, a dispetto delle mie nere previsioni, le cose filano più che lisce; del tutto casualmente ordiniamo una focaccia con salumi e formaggio mentre tutto il resto del mondo vuole la pizza, quindi ci servono quasi subito e in meno di un’ora siamo pronti per il conto. Arriviamo alla cassa parecchio ringalluzziti ed è lì che ci si presenta un problema francamente inimmaginabile: il cassiere non sa né il prezzo della focaccia né quello di salumi, formaggi ecc, non sa neppure dove cercarli nel menù. Ci lanciamo in suo soccorso indicandogli i prezzi (avendo ordinato sappiamo dove sono) e ripartiamo di gran carriera, sperando di non aver perso l’evento clou della serata.

Purtroppo la kermesse è già iniziata. Un lunghissimo tappeto rosso corre lungo il corso principale indicando il percorso della sfilata; è fiancheggiato da centinaia di sedie, ovviamente tutte occupate. Più o meno a metà del percorso trovasi il tavolo dei commentatori, a cui siedono una commentatrice principale, che parla con una dizione super impostata da signorina buonasera, e un paio di esperti che intervengono su richiesta della signora: una illustra le musiche utilizzate come colonna sonora, l’altro dà cenni storici del periodo in esame. Sì, perché trattasi di una sfilata che ripercorre la storia del paese dal Cinquecento a oggi.
Come modelli sono stati precettati i giovani locali e devo dire che, soprattutto gli uomini, danno prova di grande forza d’animo, essendo che gli tocca andare scalzi perché l’organizzazione non dispone di calzature delle varie epoche; va meglio alle donne che sotto i loro vestitoni lunghi possono nascondere un paio di infradito o addirittura delle Nike (ogni tanto fanno capolino quando alzano il vestito).
Quello della commentatrice non è un compito facile perché il percorso della sfilata è lunghissimo e lei deve trovare qualcosa da dire per tutto il tempo; gli esperti le danno una mano ma per la maggior parte del tempo la poveretta è lasciata a se stessa e, dopo aver menzionato per la centesima volta questi abiti così ricchi di oro, pietre preziose e perle, trovare altro materiale si rivela un’impresa. Dopo circa mezzora lo stress e la stanchezza sembrano avere la meglio e la dizione perfetta s’incrina lasciando trasparire in modo sempre più evidente l’accento locale che, per chi come noi viene da fuori, è piuttosto marcato. A questo punto si sparano le ultime cartucce, le migliori, e vediamo sfilare tre individui che rimarranno per sempre scolpiti nella mia memoria:

a)      Il boia, a torso nudo e con calzamaglia nera e scure,
b)      Il condannato a morte, anch’egli a torso nudo, le mani legate davanti e, inspiegabilmente, la stessa calzamaglia del boia,
c)      Il poveretto che trasporta il ceppo per l’esecuzione (astutamente collocato su una carriola), anche lui inguainato nella stessa calzamaglia di cui sopra. Si vede che c’era un 3x2.

Proprio quando credi che non possano in alcun modo superare quanto appena visto, ecco che ti arriva il garibaldino a cavallo. Inizia a sfilare nonostante il nervosismo evidente dell’animale di fronte alla folla e al rumore. La presentatrice, carica di entusiasmo, esorta il pubblico chiedendo un forte applauso; la folla la ignora nella maniera più assoluta dimostrando che, checché se ne dica dei suoi gusti in fatto di intrattenimento, non è così rimbambita da applaudire un cavallo nervoso a pochi metri di distanza. Incredibilmente, cavallo e cavaliere completano il percorso senza che la povera bestia tiri calci a nessuno (uno alla presentatrice sarebbe stato quantomeno comprensibile) e di lì a poco la sfilata giunge al termine. Ed è bello poter dire: io c’ero.

Con questo si conclude la cronaca della vacanza; sono successe molte altre cose ma se continuassi arriveremmo a Natale. Permettetemi quindi di elencare brevemente alcuni dettagli omessi nel corso della narrazione:

1)      Tornando dal supermercato incrociamo un cartello che indica la grotta di monte cucco e decidiamo lì su due piedi di seguirlo. Dopo un quarto d’ora di strada con una pendenza allucinante (la macchina poverina teneva il fiato coi denti), arriviamo in cima; deltaplani e parapendii volteggiano sopra di noi in un cielo azzurrissimo con il sole ormai al tramonto, il tutto in un silenzio quasi assoluto, di quelli a cui ormai non siamo più abituati. Un’esperienza strana e bellissima. Purtroppo noi siamo in bermuda e maglietta e a quell’altezza fa un freddo boia, riusciamo a resistere per un quarto d’ora ma poi il vento gelido ci scaccia. Tornando giù ci tocca fare lo slalom tra mucche e cavalli che pascolano allegramente in mezzo alla strada; verso la fine della discesa comincio a sentire un odore di bruciato che non promette bene, la voiture ha una certa età, non puoi scherzare coi freni. Ci fermiamo per far riposare il mezzo, con grande soddisfazione di quelli nel suv dietro di noi che, dopo aver morso il freno per parecchi minuti, possono finalmente sfrecciare giù bruciando l’asfalto.
2)      Il penultimo giorno, mi sveglia l’ennesima vocetta penetrante, di una bambina stavolta, che pare trovarsi a mezzo metro dal mio orecchio. Sta raccontando che la bambina era vicino alla macchina e dopo però la macchina l’ha messa sotto. Chissà come mai l’avrà messa sotto?! Io un’idea l’avrei. Mi alzo e guardo Rico. “Smontiamo?” Risposta: “Smontiamo”.
3)      L’ultimo giorno andiamo a pagare e la signora ci chiede “E’ andato tutto bene?” Io, incapace di dire la verità ma anche di mentire spudoratamente, scelgo un compromesso, e rispondo “Sì, è solo che non siamo molto abituati a tutta la gente che c’è a Ferragosto” al che lei ribatte piccata “Qui non c’è mai molta gente, neanche a Ferragosto!”                                                                                              Ma se non lo vuoi sapere, cosa me lo chiedi a fare?
4)      Sempre mossi dal desiderio di fuggire dal delirio del campeggio, una delle ultime sere decidiamo di visitare Costacciaro; stiamo camminando lungo il muro esterno, ammirando il panorama notturno quando un cartello di divieto di sosta attira la nostra attenzione: sotto il cartello c’è una comunicazione:

DIVIETO DI SOSTA E TRANSITO
DOMENICA 07/08/2001
DALLE ORE 08 ALLE ORE 24.00
PER PANINAZZO

Non dico che non ci dormiamo di notte ma, se qualcuno potesse far luce sul mistero del paninazzo…