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mercoledì 28 giugno 2017

L'accorato appello di un vampiro

In questi giorni di caldo torrido l'unica possibilità di sopravvivere, per chi come me non ha ancora l'aria condizionata in casa, è rifugiarsi al mare per godere della brezza marina o almeno di quel filo d'aria che si degna di circolare; purtroppo io e il sole non andiamo d'accordo quindi al momento gran parte della giornata la passo in casa con le tapparelle tirate giù, aspettando la sera per mettere fuori timidamente il capino; in sostanza ho tutte le beghe dei vampiri (se mi espongo alla luce non credo di prendere fuoco ma, bianca come sono, ci andrei vicino), senza nessuno dei vantaggi.
Sabato sera col favore delle tenebre ho raggiunto la Rinaldi che lavorava come cassiera a una festa in spiaggia; per l'occasione, onde evitare di perdere anni di vita cercando un parcheggio, ho tirato fuori lo scooter e rischiato la pelle sulla via Cesenatico, che in certi punti è ormai allo stesso livello di una mulattiera.
Quando finalmente sono arrivata nella zona di Ponente, mi sono trovata davanti il trenino che porta in giro bambini e turisti, ovviamente a una velocità massima di 25 km/ora; per aggiungere il danno alla beffa, i bambini che occupavano l'ultimo vagone cantavano in coro Occidentalis Karma, con tanto di coreografia. Sono abbastanza sicura di non aver fatto niente di tanto orrendo da meritare una cosa simile.
La Rinaldi era già in posizione ma non particolarmente indaffarata, erano le 23 e c'erano quattro gatti, non fa figo farsi vedere prima dell'una, sospetto che il vampirismo di stia diffondendo tra le nuove generazioni.
Io e la Piraccini (arrivata prima di me, per lei niente trenino), ce ne stavamo a lato cassa sorseggiando roba piena di ghiaccio nella speranza di abbassare la temperatura corporea mentre, dietro di noi, uno degli addetti alla sicurezza vegliava sull'incolumità della cassa (la cassiera alla sua incolumità ci pensa tranquillamente da sola).
Da quella posizione si ha un quadro perfetto della situazione (prima o poi tutti prendono qualcosa da bere) e devo dire che negli anni non ho visto grandi cambiamenti nella fauna che popola questo particolare tipo di evento (a suo modo è rassicurante notare che in fondo siamo tutti uguali), ci sono alcune categorie sempre rappresentate, a volte con qualche perla inattesa.
C'è per esempio quello inesperto che arriva alla festa in spiaggia con le scarpe di tela scure e lo vedi fermarsi davanti a quel mare di sabbia candida che lo separa dal pubblico danzante, incerto se sacrificare le scarpe alla possibilità di trovare da far del buono; la sua controparte femminile arriva con i tacchi a spillo e si trova suo malgrado costretta a scendere, decisione non facile visto che la mise per la serata è stata accuratamente pensata intorno a quei quindici centimetri in più e quindi scendendo dai tacchi si rovina tutto l'effetto.
Poi ci sono gli habitué, quelli che salutano i baristi (e la cassiera), che fanno un salto in bagno quando è ancora umano, quelli insomma che sanno come muoversi e non combinano casini.
La parte più interessante arriva più tardi, quando i livelli etilici si alzano e il lavoro della cassiera diventa complicato; è lì che l'esperienza fa la differenza.
Perché non si tratta solo di capire cosa ti dice gente che biascica come se avesse un tordo in bocca, devi anche gestire quello che ha finito i soldi e vuole barat tareil suo cellulare con un paio di birre, per non parlare della Splendida, quella che arriva alla cassa e ti chiede quanto costa l'upgrade. Alla tua richiesta di spiegazioni, questa ti risponde che lei vuole cocktail con alcool di migliore qualità. Purtroppo non ero presente quindi non so se teneva il mignolo alzato mentre faceva siffatta richiesta.
Un capitolo a parte merita colui (generalmente un uomo) che vive la festa in spiaggia come un momento di assoluta libertà e quindi a un certo punto decide di togliersi la maglia e ballare a torso nudo.
Ora, se da una parte plaudo all'uomo che si sente così a suo agio col proprio corpo da non avere
timore a mostrarlo, dall'altra devo riconoscere che la situazione si presenta alquanto delicata: mentre tu, ignara di tutto stai ballando, entri in contatto con l'uomo questione il quale, oltre essere a torso nudo è spesso anche abbondantemente sudato, un po' come prendere in mano una lumaca gigante.
Vorrei anche fare un appello all'intera comunità degli allergici alla t-shirt: capisco le vostre esigenze di libertà e spensieratezza ma mi aspetterei una maggiore sensibilità da parte vostra nei confronti dei meno fortunati; non è bello constatare che la maggior parte voi è più prosperoso della sottoscritta, lo trovo francamente ingiusto quindi, in futuro, prima di togliere quella t-shirt, fermatevi un secondo a riflettere, la vostra felicità non dovrebbe costruirsi sulle sofferenze di noi minoranze svantaggiate.
Cordialmente.


martedì 27 gennaio 2015

Lascia stare Godzilla che dorme

Qualche giorno fa ho letto un articolo sul web: Ecco perché la pallavolo è lo sport più pericoloso che esista.
Mauro Berruto, Commissario Tecnico della nazionale maschile di pallavolo, parla delle caratteristiche della pallavolo come gioco di quadra in cui il singolo, per quanto bravo sia, vale solo se riesce a fare gioco di squadra, a lavorare in modo efficace insieme agli altri. 
Mentre leggevo e annuivo mi è tornato in mente un episodio di millemila anni fa: era un caldo pomeriggio estivo e me ne stavo sdraiata sotto l'ombrellone, ascoltando gli amici che cercavano di organizzare una partita molto amatoriale di pallavolo. 
I più entusiasti tentavano di convincere i dubbiosi che in fondo giocare sotto il sole non è poi una gran tragedia (io dall'alto della mia pressione bassa li guardavo come se fossero alieni) ma con il passare del tempo sembravano non avanzare molto nei loro propositi.
In effetti però c'erano altre persone che si erano offerte di giocare (mi viene in mente la Leda) ma
erano state rifiutate con un perentorio "no tu no che sei negata"; credo sia stata proprio la frase tu sei  negata ad aver risvegliato dentro di me un assopito e incazzatissimo Godzilla. 
Ma come? Siamo qui che, tra tutti, ci ritroviamo con le capacità atletiche di una panna cotta e abbiamo il coraggio di lasciare fuori qualcuno? 
A quel punto mi sono alzata dal lettino (a dir la verità una gran voglia di giocare con quel sole in faccia non l'avevo ma, una volta svegliatosi Godzilla...) e ho chiesto di giocare nella squadra più deboluccia, a patto che includesse i famosi negati.
Ammetto che, così a prima vista, la nostra squadra non dava una gran fiducia, presi uno per uno eravamo decisamente meno dotati di quelli dall'altra parte della rete e infatti siamo partiti in svantaggio e lì siamo rimasti per un bel pezzo però, piano piano, le cose sono cambiate: stringendo i denti, incoraggiandoci a vicenda, sostenendoci ed esultando di ogni punto conquistato, siamo diventati, seppure al nostro livello fantozziano, una squadra. 
La dea bendata ci è stata favorevole in qualche occasione (non si dice forse che aiuta gli audaci?) ma alla fine è stato merito nostro se quell'ultima palla che è caduta in campo ha regalato la vittoria al nostro team.
So che da fuori può sembrare una cosa di poca importanza ma non potete immaginare la selvaggia soddisfazione, la gioia assoluta che ho provato vedendo il giocatore avversario buttarsi per terra gridando "Ho perso contro la Leda, non ci posso credere!"
Ma non era LUI ad aver perso, eravamo NOI ad aver vinto. 

Certe cose davvero non hanno prezzo.





lunedì 15 luglio 2013

A volte in spiaggia si rischia la pelle

A volte capita di fare un viaggio quando meno te lo aspetti; sei lì che fai colazione sfogliando Grazia per distrarti dai mille impegni della giornata e, improvvisamente, ti trovi catapultata nel bel mezzo di un dramma umano, una tragedia che si consuma tra le onde e la sabbia di terre lontane.
In questo caso l'eroina del nostro dramma è una giovine e avvenente fanciulla che ha deciso di dare una svolta al suo look e buttarsi sulla pelle; investe quindi uno stramilione di euri in un nuovo guardaroba e, una volta a casa, si trova di fronte al classico dubbio che attanaglia chi è reduce da sciopping compulsivo: e adesso di tutta sta roba cosa me ne faccio? Non ci è dato di sapere quale sia il processo mentale che la porta a individuare proprio la spiaggia come luogo ideale ove sfoggiare il suo nuovo biker look ma ce ne facciamo una ragione e la seguiamo mentre entra decisa nella sabbiosa arena, inguainata in un miniabito color liquirizia.
Essendo donna prudente e consapevole dei rischi dell'esposizione selvaggia al sole, la nostra amica si è applicata una generosa dose di crema protettiva (o forse è olio solare che faciliterà la successiva rimozione di tutte quelle aderenze) e indossa un berretto con visiera che fa molto Village People.
Completa il tutto un bracciale con quelle due tonnellate di pietre che, ci auguriamo, sposterà a intervalli regolari anche sull'altro braccio, in modo da esercitare entrambi gli arti ed evitare l'effetto Hellboy che poi ti tocca far modificare le camicie.
Così bardata la nostra amazzone fa il suo ingresso da star sulla battigia però, inspiegabilmente, i due manzi che la incrociano sulla passerella non si degnano neppure di girarsi a guardarla. Ma che modi sono?
O forse il look non è quello giusto?! Per fortuna lei abita nei paraggi e può correre a casa, tuffarsi nell'armadio e riemergerne con un nuovo stile: abbandona il berretto e, sempre strizzata in un miniabito di pelle e taccata da dominatrice, si drappeggia artisticamente su una sedia a sdraio per vedere di nascosto l'effetto che fa.
Non abbiamo modo di sapere se il virile maschio che le sfreccia di fianco stia correndo perché al chiosco lì vicino offrono saraghina gratis o se stia più semplicemente andando a farsi una nuotata, fatto sta che non se la fila nessuno neanche stavolta.


Son momenti decisamente difficili ma la nostra eroina non ci delude: dopo un rapido cambio d'abito torna in pista e, individuata la sua preda (questa volta un atletico esemplare intento a scolpire il fisico), si ferma proprio un attimo prima di saltargli in braccio e lo fissa provocantissima in tutta quella pelle.
Per tutta risposta il primate maschio in oggetto si rivela molto più interessato alla sua tartaruga che a qualsiasi femmina bardata nei dintorni e non la considera neanche di striscio.
Pluf! Altro buco nell'acqua.
A questo punto, la fiducia della fanciulla comincia a vacillare ma lei non si lascia scoraggiare, ha ancora qualche cartuccia da sparare. Il guardaroba è ormai un po' sguarnito ma regala ancora qualche perla; indossati i colori di guerra, la nostra torna alla carica ma la attende una brutta sorpresa, la spiaggia si sta spopolando, si è ormai fatta ora di pranzo...
Tentando il tutto per tutto (come indicano chiaramente gli...stivali?, sandali? Fate voi), si avvicina a un gruppetto di maturi villeggianti (evidentemente già mangiati), sperando che almeno loro la notino; purtroppo questi due sono talmente presi dal racconto della recente colonoscopia subita dal tipo sulla sedia blu, da non accorgersi neppure della sua presenza.
Viene da chiedersi in che diavolo di mondo viviamo se una povera fanciulla, pur mettendoci tutto il suo impegno, non riesce a strappare neanche un'alzata di sopracciglia. O tempora, o mores!
Ormai sconfitta, la giovine sta per fuggire in un mare di lacrime verso il divano e un chilo di gelato ma il pensiero di quell'ultimo outfit che aveva provato davanti allo specchio la trattiene, in fondo - si ripete - la strada va percorsa fino in fondo, è sempre meglio il rimorso del rimpianto. 
In questo suo ultimo e disperato tentativo non è particolarmente selettiva: si piazza davanti alla prima attempata bagnante che incontra e improvvisa una sfilata togliendosi pure il giubbotto, sperando almeno in uno sguardo d'invidia; la signora in effetti la osserva e si lascia sfuggire un commento:
"Bambina mia copriti che, bianca come sei, ti viene l'eritema!"

Come ogni tragedia degna di questo nome, anche questa ci lascia un prezioso insegnamento: mai andare coi sandali di pelle in spiaggia, che poi ti suda il piede, la sabbia si appiccica e ti vengono le vesciche.

venerdì 31 agosto 2012

Un animale tipo topo ma più lungo

E' sabato, sono le 20 e fa veramente un caldo boia, però stasera c'è una festa in spiaggia: tutto sommato poteva andare peggio. 
L'evento su facebook sostiene che il concerto di apertura della serata inizia alle 22 ma l'Ale, che di ste feste se ne intende, è categorica: prima delle 23 non si farà veder nessuno, quindi l'appuntamento slitta di un'ora.
L'arrivo è ovviamente su due ruote (provate voi a trovare parcheggio a Cesenatico in agosto, io preferisco vivere), dopo aver evitato per un soffio di stirare un ciclista adolescente che pedalava allegramente contromano, sistemo lo scooter negli appositi spazi e via verso Bagno Universale; L'Ale mi aspetta davanti all'ingresso e, mentre ce ne stiamo lì a far delle chiacchiere, arrivano Paolo e Mohuro con i quali per un po' ammazziamo il tempo guardando il passeggio sul lungomare che offre sempre spunti stilistici a dir poco interessanti (ancora niente ghette di jeans ma non perdo la speranza).
Essendosi fatte le 23.30 decidiamo di raggiungere l'Albertini che questa sera è presente in veste di cassiera; ci spostiamo sul retro dello stabilimento e solo allora ci rendiamo conto che sulla spiaggia c’è già parecchia gente e il concerto è in pieno svolgimento. Come ci sia stato possibile chiacchierare per venti minuti senza accorgercene rimane un mistero.
L'artista in onda è HUBERT THE STOMPER e in effetti l'uomo stompa come se non ci fosse un domani; trattasi di una one-man-band, o meglio, qualcuno ha detto che sulla locandina era pubblicizzato anche uno special guest ma noi non se n'è vista traccia, forse ce lo siamo persi mentre giocavamo a Ma come ti vesti? sul lungomare.
Nonostante lo avessi davanti, ammetto che c'è voluto parecchio prima che mi rendessi conto che Hubert the Stomper indossava una maschera; ci tengo a precisare che stavo bevendo una semplice cocacola, non ero offuscata dall'alcol ma quella specie di taglio a caschetto che aveva gli copriva parte della faccia e le luci facevano il resto.
E' chiaro però che, una volta assodata la cosa, le domande son fiorite come tulipani: V for Vendetta? Venerdì 13? Il silenzio degli innocenti? 
Lo ammetto, la curiosità mi rodeva, cosa diavolo ci faceva un uomo mascherato a stompare in spiaggia? Anche la Ste, interrogata tra uno scontrino e l'altro, non aveva risposte da offrire; però mi ha rivelato che nel corso del concerto l'artista aveva menzionato spesso le pantegane, sottolineando che a volte te le ritrovi dentro casa (viene da chiedersi dove viva esattamente quest'uomo). Alla fine della conversazione avevo ancora più domande di prima; ho anche notato che pur parlando di luridi, schifosi ratti, la nostra cassiera non faceva una piega ma in fondo la cosa era facilmente spiegabile: per l'Albertini una volta assodato che non è un gatto, va bene anche Alien. 
Come la pantegana si collegasse alla maschera non era però ancora chiaro, non avevo altra scelta che calare l'asso: ho individuato Ale Monogawa (il deus ex machina della serata) in avvicinamento e gli ho girato la domanda. Ho così appreso che la maschera in questione era una maschera da lontra e che Hubert l'aveva fatta da solo. Le pantegane erano state quindi un balzo dell'immaginazione albertinesca, troppo presa da scontrini e resti per prestare più che un briciolo di attenzione al concerto. 
Quando sono tornata a riferire l'esito delle mie ricerche al gruppo s'è presentata un'altra difficoltà: Paul, che è forestiero, voleva sapere cosa fosse una lontra e mi son resa conto che, a parte non sapere come si dice lontra in forestiero, non ho un'idea precisa di come sia fatta una lontra, l'unica definizione che mi veniva in mente era un animale tipo topo ma più lungo, e ciò non era di grande aiuto. Mi tocca anche ammettere che, se qualcuno di noi si fosse sprecato a dare un'occhiata agli articoli online che pubblicizzavano la serata, la nostra vita sarebbe stata molto più facile; sarebbe bastato leggere il riferimento a Hubert e al suo otter boogie e il mondo ci avrebbe nuovamente sorriso. Branco di poltroni.
Alla fine della fiera però non ho trovato risposta al mio primo e più bruciante interrogativo: why? Perché?

Kudos per il djset che è seguito (han messo pure blister in the sun che tutte le volte penso sia dei Blur e invece poi risulta che è dei Violent Femmes), peccato che fosse arrivata talmente tanta gente che ballare era praticamente impossibile. 
Ci siamo spostati al riparo di un paio di lettini dove almeno non rischiavamo di essere calpestati dalla mandria assetata che calava sul bar e, mentre mi guardavo intorno, ho avuto una strana sensazione: all'inizio non riuscivo a metterla a fuoco, solo dopo un po’ mi sono resa conto che c’era un sacco di gente parecchio più alta di me, mi guardavano tutti dall'alto in basso, una cosa per me piuttosto insolita (non sarò una vatussa ma mi difendo). Quando l’ho fatto notare agli altri è stata l’Ale, che è oriunda di Cesenatico, a svelare il mistero: pare ci fosse un torneo di beach volley, da cui l’eccedenza di spilungoni. Peccato che lì in spiaggia non tornassero particolarmente utili: non avevamo scaffali alti da aprire né frisbee finiti su rami irraggiungibili, quindi sostanzialmente erano solo di troppo, come le altre tremila persone che si accalcavano ovunque. Almeno, essendo tutti atleti erano magri e quindi prendevano poco spazio dabbasso, dove era importante; ovviamente si allargavano parecchio più in alto ma tanto lassù noi non ci arrivavamo, quindi potevano coprire svariati metri quadrati senza dar fastidio a nessuno.
Devo ammettere che, nonostante la folla un po' soffocante, in spiaggia si stava decisamente bene, il caldo era finalmente calato concedendoci un po' di tregua e lasciandoci soli di fronte a una stellata strepitosa; però si eran già fatte le ore piccole e le mie possibilità di conquistarmi uno spazio sulla pista, circondata com'ero da tutti quei perticoni, oltretutto muscolosissimi, tendeva a zero quindi, da brava anziana, ho preferito ritirarmi quando ancora i ricordi della serata erano tutti positivi (eccetto il mistero della maschera, tutt'ora irrisolto). Dopo un rapido saluto ai presenti ho levato le tende, o piuttosto, ho tentato di levar le tende: avevo lasciato i sandali sotto lo sgabello dell’Albertini, di fianco alla cassa, quindi mi è toccato fendere la folla in fila per il bar e poi chiedere al nerboruto della sicurezza che vegliava sulla Ste di spostarsi per farmi recuperare i sandali.
Onde evitare un cartone sul naso, prima di agire ho chiacchierato un po’ con l’Albertini perché Maciste si rendesse conto che non ero una malintenzionata scippacasse ma avevo semplicemente lasciato i sandali nel posto sbagliato. Per fortuna l’uomo ha afferrato la situazione, mi ha lanciato un’occhiataccia del tipo ti spezzo in due quando voglio ma non una di quelle serie, era piuttosto un’occhiataccia di routine, di quelle che secondo me ormai lancia anche senza volere, un po’ come i ballerini che, dopo anni e anni di danza, camminano sempre con la posa da ballerini. Ricevuta l'occhiataccia di ordinanza, non me ne son rimasta lì a sfidar la sorte, ho afferrato i sandali, salutato la Ste e mi sono dileguata.
L’ultimo meraviglioso momento della serata è stato tornare a casa in scooter lungo quelle vie tra i campi dove anche in agosto fa freddo e ti trovi, incredula, a rabbrividire. 
Di questi tempi è la sensazione più bella del mondo.

P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press

lunedì 16 aprile 2012

Staccare la spina tra Lanzarote e Fuerteventura - Buona Pasqua!

E' l'otto di aprile, anche conosciuto come domenica di Pasqua e siamo a Fuerteventura, in quel delle isole Canarie; il fatto di essere all'estero in questo lieto giorno presenta innegabili vantaggi, primo fra tutti il fatto di non dover mangiare le costolette di agnello, immancabile piatto sulla tavola pasquale romagnola che io però rifuggo come la peste, non tanto per scrupoli di coscienza nei confronti degli agnelli, quanto per il fatto che la carne di agnello per me puzza di vecchio e comunque la si prepari il problema rimane.
Nel caso specifico delle costolette, che a casa mia si fanno impanate e fritte, la cosa è più subdola perché all'inizio il croccante t'inganna (sospetto che impanato sia buono anche un copertone) ma neanche il fritto può fare miracoli quindi a metà del primo boccone, ecco che ti assale ferocemente l'ovino e tu rimani lì e subisci tutto senza poter reagire.
Secondo me l'agnello dovrebbe essere cibo non da pasqua ma da quaresima, quando tutto è pianto e stridore di denti, pero' mi rendo conto che è un problema mio e che c'è gente che (inspiegabilmente) l'agnello l'adora, quindi basta lamentele e andiamo avanti.
Stamattina abbiamo deciso di andare a vedere il parco naturale di dune di Corralejos, paradiso indiscusso dei surfisti. Pur essendoci un comodissimo autobus che passa dietro il nostro appartamento e arriva direttamente la', Rico insiste per andare a piedi, indicando il tragitto sulla cartina e sostenendo che non e' poi cosi' lontano, a nulla vale sottolineare che secondo alcuni la cartina non riproduce fedelmente la distanze quindi mi rassegno, ci armiamo di cappello e occhiali da sole e, dopo esserci abbondantemente cosparsi di lozione spf 30, partiamo.
Ovviamente tira un vento boia e il sole picchia duro (villeggiare alle Canarie non e' sport per principianti) ma dopo una ventina di minuti di cammino siamo gia' all'interno del parco con la sua spiaggiona di sabbia e all'inizio la cosa ti rincuora; dico all'inizio perche' il nostro punto di riferimento, il luogo ove trovare cibo, riparo e bagni, e' un complesso alberghiero (per fortuna l'unico) della zona, il Riu, sostanzialmente una montagna di cemento colata nel bel mezzo del parco naturale che fa veramente gridare all'oltraggio paesaggistico e che persino la tenera Lonely Planet definisce "un pugno in un occhio".
Quando, dopo i famosi venti minuti di cammino, alzo i miei stanchi occhi e vedo il complesso laggiu' in fondo, piccolo piccolo (la nostra posizione era ancora molto molto fuori dall'immagine qui sopra), lo sconforto mi attanaglia: ho il vento nelle orecchie, caldo, e camminare nella sabbia e' una gran fatica. Rico mi guarda e visto il muso lungo accetta di tornare alla prima fermata del bus e aspettare la prima corsa. Peccato che, trattandosi del giorno di pasqua, detta corsa potrebbe tardare un'ora o tutta la giornata; una volta analizzata con calma la faccenda, temporaneamente al riparo della tettoia, decidiamo di proseguire.
Il tragitto non e' breve ma ne vale la pena, quando ti addentri tra le dune sembra di essere veramente in mezzo al nulla, se invece ti avvicini al mare la spiaggia e' piena di quelle tendine fatte apposta per ripararsi dal vento e in cielo è pieno di kite coloratissimi.
Dopo lungo camminare e molto fotografare, ecco finalmente il primo chiosco; con un sospirone di sollievo ci fermiamo e, dopo aver acquistato alcuni generi di conforto imprescindibili (leggi patatine e cocacola) li consumiamo seduti su un vecchio tronco (ovviamente al sole, l'ombra qui è merce rara) per poi ripartire rinvigoriti verso la meta finale, il cementoso orrore del Riu.
Una volta arrivati al traguardo ci guardiamo in faccia e tocca ammetterlo, siamo parecchio provati, soprattutto Rico che, avendo distrutto le scarpe in una precedente escursione (vedi Staccare la spina tra Lanzarote e Fuerteventura - secondo capitolo), ha percorso tutto il tragitto calzando All Star, scarpe che notoriamente sono la vergine di Norimberga dei piedi; avvistato un barettino in spiaggia, ci impossessiamo di un tavolino rigorosamente all'ombra e pranziamo molto pasqualmente con un panino tonno e pomodoro servitoci da un signore spagnolo di una certa eta' che si occupa di noi con una gentilezza che ci sorprende; davanti a noi c'e' il mare col suo spettacolo naturale e umano, sulla nostra destra l'inevitabile viavai di bagnanti in costume (noi ovviamente abbiamo pantaloni lunghi e felpa).
Dopo un'oretta di riposo decidiamo di tornare sui nostri passi ma questa volta non ci sono dubbi, nessuna discussione sulla modalita di rientro: facciamo trecento metri e ci buttiamo tra le braccia di un provvidenziale taxi. Facciamo muovere l'economia che noi per oggi ci siamo mossi abbastanza.

martedì 2 agosto 2011

Scusa Jeff ma quando è caldo è caldo

Tutto ha inizio con una mail con cui l’Ale ci invita alla sua festa di compleanno in spiaggia; l’invito è per giovedì ma, sfortunatamente, per i prossimi tre giovedì siamo in servizio volontario alla Rocca di Cesena, con funzioni che spaziano dalla consegna pizze al reperimento sedie, passando per la domatura folle turbolente, quindi decliniamo anche se un po’ a malincuore.
L’Ale però non è tipo da farsi scoraggiare, quindi ci manda una controproposta: martedì al Pappafico suona un gruppo (THE GRACE) in un tributo a Jeff Buckley, perché non andiamo a cena lì?
La cosa ci stuzzica, primo perché al Pappafico ci sono i maccheroncini Pappafico (per non parlare del mascarpone col salame di cioccolato), secondo perché qualche giorno fa Andrea ci ha parlato proprio di questo nuovo gruppo in cui suona e siamo parecchio curiosi.
In realtà quello che veramente brameremmo sentire e che abbiamo proposto in varie occasioni ai Big! Bam! Boo! (altro gruppo di cui fa parte) è un tributo ai Beehive (sì, quelli di Kiss me Licia), anche solo strumentale, con tanto di parrucche viola e ciuffi rossi, ma possiamo capire che serva tempo per mettere su un repertorio così esteso e complesso (da Freeway a Baby I love you) e per trovare dei passamontagna che assicurino l’anonimato ai musicisti, quindi per il momento portiamo pazienza e perlustriamo i negozi in cerca di parrucche.

Arriva martedì e dire che è caldo è un eufemismo. Tutto suda.
Partiamo da casa nostra alle 20.40: io, la Clodia, Mohuro e Rico con il giubbotto. IL GIUBBOTTO. Non ci è dato di sapere quale processo mentale abbia portato alla scelta del giubbotto con 35 gradi, scelta che il tapino difende a spada tratta contro qualsiasi critica; devo però ammettere che, quando la Clodia alla guida dell’Incudine attacca l’aria condizionata a palla, mi trovo a rimpiangere di non avere un colbacco e a pensare che, se non avessi usato pesante sarcasmo nei confronti di Rico e giubbotto, adesso potrei elemosinarne almeno una manica. A volte, la migliore musica è il silenzio.
A ristabilire l’equilibro termico ci pensa Mohuro il quale, senza minimamente accorgersi dell’aria condizionata in piena attività, abbassa il finestrino e appoggia fuori il gomito con evidente soddisfazione. Se guidasse l’Albertini, il poveretto si troverebbe presto separato dal suo avambraccio da una repentina e letale alzata di finestrino ma per sua fortuna questa sera la Ste è a Perugia da Santana e al volante c’è la Clodia che invece non fa una piega, anzi, quando Rico suggerisce di spegnere l’aria condizionata, visto il sabotaggio di Mohuro, rifiuta con decisione sostenendo che il finestrino aperto aiuta la circolazione dell’aria condizionata. Quei due potrebbero essere fratelli di camicia di forza.
Arriviamo in vista del Pappafico e parcheggiamo prudentemente a qualche centinaio di metri, non senza sorbirci le lamentele dell’ala scansafatiche della macchina. Il locale è già pieno di gente (perlomeno la zona all’aperto) ma noi, astuti come il diavolo, abbiamo prenotato e il nostro tavolo è proprio di fronte al gruppo.
Trattasi di un trio: chitarra, violino (Andrea) e batteria. Apprendo con un certo stupore che il batterista è anche il cantante e mi gira la testa; io già non riuscirei a fare due cose diverse con le mani (per non parlare dei piedi), figuriamoci cantare.
Arriva il cameriere con i menù e la fame mi riporta bruscamente alla realtà: dobbiamo ordinare. Ripercorrendo mentalmente la serata mi rendo conto che è proprio questo il momento chiave, l’istante in cui commettiamo l’errore madornale che influenzerà tutto il resto. Pur sapendo che quando tutto suda è meglio consumare cibi freddi, di fronte al maccheroncino Pappafico la carne (almeno la mia) è debole; mi consola però pensare che erro in buona compagnia: io vado di maccheroncino mentre la Clodia, che è vegetariana, si butta (dietro mio consiglio) sui cappelletti alle erbe profumate e gli altri si distribuiscono equamente su garganelli, cozze ecc.
Intanto la folla è aumentata e si è infilata in tutti i buchi possibili, rendendo praticamente l’area a tenuta stagna, non entra un filo d’aria neanche a morire.
Quando finalmente arrivano le cibarie, noi siamo già un pezzo in là, causa frizzantino fresco che va giù benissimo ma poi lo sudi tutto e ti taglia le gambe.
Mentre arpiono maccheroncini come fossi un baleniere, mi cade l’occhio sulla Clodia che sta fissando il suo piatto con aria sconsolata. Strano – penso – lì non c’è né aglio né cipolla (torneremo in un altro momento sull’affascinante tema della Rini e del suo regime alimentare); dando un’occhiata da vicino al piatto scopro però che, per una ragione che non riesco a immaginare, i cappelletti sono conditi con burro, erbe profumate come da titolo, e…un’abbondante dose di salsiccia. Come mai? – vi chiederete. Ce lo chiediamo pure noi ma sappiamo per esperienza che catturare l’attenzione del cameriere all’ora di cena, in un locale pieno, è impresa disperata e non ci resta che rassegnarci.
Facendo mente locale alle mie precedenti esperienze di cappelletti,  non ricordo di aver mai visto la salsiccia in questo piatto ma l’ho pur sempre consigliato io quindi l’ondata di senso di colpa è tale che ci potresti fare il surf; mi prostro in scuse, vorrei offrire in cambio il mio maccheroncino ma nel sugo c’è la pancetta, Rico ha  preso le cozze, Mohuro i bruciatini (sempre di pancetta), insomma, tutto quello che abbiamo ordinato contiene cadaveri. La nostra eroina sospira un “non fa niente” e inizia a rimuovere la salsiccia (tutta sbriciolata, un po’ un delirio) dai cappelletti mentre noi, dopo un buon mezzo minuto di parole consolatorie e sguardi mesti, ci ributtiamo allegramente sui nostri manicaretti animali. Ah, gli amici!
Quando scocca l’ora d’inizio del concerto, i musicisti imbracciano gli strumenti (tranne il batterista) e danno fuoco alle polveri;  noi vorremmo essere un pubblico all’altezza della situazione ma ormai l’errata scelta di menù si sta facendo sentire pesantemente. La situazione è talmente grave che quando arrivano le due porzioni di patatine fritte ordinate in precedenza da due incoscienti che resteranno anonime (visto come sono stata discreta, Ale e Clodia?!), io rifiuto categoricamente di mangiarle (è praticamente uno dei segni dell’Apocalisse).
Accanto a me Mohuro pare ancora più provato dal caldo e, guardandolo bene, è facile capirne il motivo: indossa jeans lunghi e scarpe chiuse. Interrogato sull’argomento mi informa che il vero uomo elegante aborre indumenti plebei e trasandati quali bermuda e sandali, certi standard vanno mantenuti.
Il fazzoletto dell'uomo elegante
In linea con questo pensiero sfoggia un fazzoletto di stoffa che utilizza per detergersi frequentemente la fronte imperlata di sudore. La vita dell’uomo elegante non è una passeggiata.
Il concerto prosegue ma per me rimane avvolto in una specie di nebbia, ho i neuroni ovattati dalla digestione e dal caldo, non ne posso veramente più; a un certo punto scoppio, mi alzo e fendo la folla puntando verso l’esterno come un naufrago che ha intravisto terra. Fuori dal locale mi accoglie un venticello che sa di mare e che mi restituisce alla vita; nel giro di qualche minuto la pressione si alza, l’occhio torna vispo e tutto ricomincia a funzionare, anche se a regime ridotto.
Guardandomi intorno mi accorgo di aver fatto tendenza: l’Ale e la Clodia mi hanno seguito come il popolo Mosè. I due baldi uomini sono rimasti dentro, un po’ perché trattandosi di musicisti secondo me non se la sentivano di alzarsi, un po’ perché il vero uomo non accusa debolezze di questo tipo, salvo poi sudare sette camicie e rischiare uno svenimento.
Una volta riprese le forze mi si sono riaperte le orecchie e il caso vuole che proprio in quel momento stessero suonando Halleluja. Tempismo perfetto.
Da quel momento in poi abbiamo seguito il concerto dall’esterno, e siamo riuscite a godercelo davvero, salendo a turno sul muretto perimetrale per sbirciare al di là della folla. Ogni tanto si riusciva a intravedere la testa del batterista/cantante, a volte un manico di chitarra o l’archetto del violino; però, si poteva ascoltare, guardando il mare seduti sul muretto e godendosi una signora stellata. Tutto considerato, proprio niente male.



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