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mercoledì 1 gennaio 2014

Calimero a Natale sugli anelli di Saturno

Sono le 18.45 e sono in salotto in attesa che passino a prendermi per andare al Pappafico: oggi è il D-day (per l'antefatto vedi La Genesi dei Biscotti). Nel corso dell'ultima settimana ho alternato momenti di panico (noncivadononcivadononcivado) a brevi momenti di panico (noncivadononcivadononcivado), tutti rientrati anche grazie alle parole confortanti di Farnedi: sarà una cosa divertente, pensa che siamo tra amici, è come una festa.
Il coro di ululati canini che si alza all'improvviso è più efficace di qualsiasi campanello, devono essere arrivate. La macchina mi aspetta col motore acceso, la Piraccini è al volante mentre nel posto del morto c'è la Gloria, fresca di laurea. Io mi sistemo dietro un po' intimidita, sul sedile di fianco a me c'è una Birkin bag e mi chiedo se devo accennare una riverenza, o magari baciare il manico, il galateo della it-bag ancora non mi è chiaro, cerco almeno di star seduta composta, sai mai...
Essendo il 23 di dicembre, l'invasione di lucine natalizie è ormai completa e il semplice tragitto Cesena-Cervia offre scorci a dir poco impressionanti, per me ci vedono dallo spazio.
Arriviamo al Pappafico mentre il gruppo sta finendo di sistemare gli strumenti, non senza qualche difficoltà (i musici sono in cinque e non c'è molto spazio) quindi in attesa che siano pronti ci sediamo intorno a un tavolo a far due chiacchiere. Dopo un po' Farnedi mi chiama per provare le DUE canzoni a cui parteciperò; sì, perché qualche giorno fa mi ha chiesto di cantare anche una canzone di Natale (si tratta in fondo del concerto natalizio), o meglio, LA canzone di Natale, quella sulla renna Rudolph che io adoro (vedi  l'ukulele con la barba bianca è una renna col naso rosso). Può sembrare assurdo ma cantare questa canzone da solista mi fa meno paura che cantare un coro ne "L'odore dei biscotti", immagino sia il fatto che la conosco bene e sento che potrei cantarla anche sotto un bombardamento, mentre l'altra è nuova nuova e ogni volta che provo sto benedetto coro, riuscire a farlo giusto è un po' un terno al lotto.
Tornando al presente, mi avvicino ai musici, sperando vivamente di non finire fulminata da uno dei millemila cavi che corrono per ogni dove e mi sistemo a destra di Gasperoni, il quale mi porge il suo microfono, peccato che questo emetta fischi assordanti ogni volta che sbatto le ciglia o respiro, l'unica posizione che sembra tollerare è quella in cui sono girata verso la cucina. Farnedi medita sul problema tecnico per qualche secondo, poi se ne esce con: se ti metti qui davanti il fischio non c'è di sicuro! Eh, certo, il gruppo sta dietro e io lì davanti da sola nella fossa dei leoni, ci manca solo l'occhio di bue, non credo proprio!
L'uomo pirulla un po' col mixer e mi fa dire cose al microfono poi proviamo la canzone dei biscotti. Giuro che per tutta la canzone non mi sono mai sentita, cioè, non è che il microfono fosse semplicemente spento, la sensazione era che ingoiasse la mia voce, io cantavo ma mi pareva di non produrre nessun suono, sembrava un episodio di Ai confini della realtà.
Altro pirullamento di manopole del mixer e poi proviamo Rudolph e alla fine il commento è: "ok, siamo a posto" A posto? Ma dove? Ma se non mi sento? Ma fai apposta?  Vedo che fa sul serio quindi me ne torno a sedere un po' dubbiosa ma comunque rincuorata dalla decisione che ho appena preso nella privacy della mia testa: se non sono sicura del coro taccio e riprendo appena possibile, a volte la migliore musica è il silenzio.
Una volta iniziato il concerto, il mio fragile equilibrio ha iniziato a dare segni di cedimento; forte del fatto che le mie canzoni erano piuttosto avanti sulla scaletta, riuscivo ancora a tenere a bada l'ansia ma la situazione degenerava rapidamente; forse riuscite a farvi un'idea del mio stato d'animo se vi confesso che la Piraccini aveva lasciato lì mezzo piatto di patatine fritte e io non l'ho neanche degnato di uno sguardo.
Quando Farnedi mi ha fatto cenno che era arrivato il mio turno mi sono alzata un po' a fatica (in questo caso a paralizzarmi non era tanto il panico quanto tutta quella gente ovunque che non riuscivi neanche a spostare la sedia per alzarti), aggrappandomi al pensiero che la prima canzone era Rudolph, ce la potevo fare.
Chi mi osservava mi ha poi raccontato che sembravo la versione, diciamo matura, di Calimero. Con il senno di poi avrei dovuto preparare un cartello con su scritto NON FATE DEL MALE ALLA MIA FAMIGLIA.
L'unica cosa che ricordo della canzone è che non sapevo dove guardare, c'era sempre della gente che mi fissava; fortunatamente il manipolo di amici presenti mi aveva portato una mascotte con cartello di supporto e la cosa mi ha molto confortato (e comunque il locale era imballato di gente, di scappare non se ne parlava...), ho cantato Rudolph dall'inizio alla fine e, vista la situazione, per me era già un successo...
Compiuta la prima erculea impresa mi sono accasciata sulla sedia tentando di non pensare che la vetta più alta era tutta da conquistare, in fondo mancavano ancora parecchie canzoni...
Presto, troppo presto, sono stata richiamata su ed è andato tutto come la volta prima: mi sono alzata, ho affiancato Gasperoni e afferrato il microfono. A quel punto e solo a quel punto Farnedi si è girato verso di me e senza un pensiero al mondo ha pronunciato le seguenti parole: "No, va là, Estrema torna a sederti, adesso facciamo venire su l'Eloisa Atti a cantare una canzone, tu canti dopo"
Mentre tornavo al tavolo il mio primo pensiero è stato: a l'ho da mazè*. La seconda riflessione era un po' più articolata: mi tocca andare su a cantare dopo che ha cantato l'Eloisa, a l'ho da mazè**
Pensavo di aver raggiunto la stratosfera dell'ansia quando l'uomo ha aggiunto: "Poi già che è venuta a trovarci, facciamo un pezzo anche con la Gloria Turrini"
A quel punto l'ansia poteva toccare gli anelli di Saturno.
Della parte dopo non ricordo molto, so solo che ho iniziato bene ma poi, non so come, a un certo punto non sapevo più dove mi trovavo e dalla mia bocca son venute fuori cose che voi umani...
Sono ristrisciata verso la mia sedia e mi sono accasciata lì come uno straccio bagnato, in un modo o piuttosto nell'altro, il dado era tratto.
Anche se il mio ultimo post su Stonehand è piuttosto recente, ho deciso di scrivere immediatamente il resoconto della serata onde mantenere un minimo di obiettività sulla faccenda; già quella sera Farnedi aveva cominciato a dire che in quel punto avevamo stonato tutti (Lolli no che non è capace), che ci aveva confuso lui attaccando con una nota diversa, insomma, a lasciarlo continuare avrebbe tentato di convincermi che io non c'entravo niente, che era tutta colpa sua, magari che era stato lui a insegnarmi le note sbagliate giorni prima...
Alla fine, guardando la cosa da una certa distanza, sono contenta; certo non è venuto un gran bel lavoro ma, nella lunga battaglia per sconfiggere il panico da canto in pubblico, ho assestato un buon colpo al nemico e poi non dicono forse che è la goccia che scava la roccia?


* Traduzione dal romagnolo all'italiano: lo devo uccidere.
** Per chi non avesse chiaro il motivo di tanta ansia è sufficiente pensare a come si sentirebbe se lo chiamassero, per una serie di coincidenze, a tirare rigori per intrattenere il pubblico nell'intervallo di una partita di serie A e, arrivato il suo turno, gli dicessero:" Aspetta un momento che prima facciamo tirare Francesco Totti e Rodrigo Palacio" (conosco solo questi due nomi qui, chiedo scusa agli appassionati).

P.S. Se volete sentire la canzone vera (lo dico soprattutto per chi era al Pappafico) cliccate qui
P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la mia rubrica L'angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Express

sabato 12 ottobre 2013

Basta piovere sul mio post!

Mi è sempre piaciuto quando fuori diluvia e tu sei in casa al calduccio e, con una tazza di tè in mano e una coperta sulle ginocchia, osservi la pioggia che cade e magari il pensiero corre sadicamente a quei diversamente fortunati i quali, per millemila motivi, devono uscire e affrontare il traffico con quel tempo da lupi.
Ovvio che le cose cambiano quando l'H2O che era fuori ti entra improvvisamente in casa.
Enrico è in cantina e sta osservando i rivoletti d'acqua che scendono lungo il muro; lo guardo e immagino che, al pari mio, stia maledicendo i costruttori di questa casa che, non sappiamo se per incompetenza o tirchieria, ci hanno lasciato in eredità una parete che in caso di piogge abbondanti e prolungate, come quelle di questi giorni, tende a familiarizzare un po troppo con l'elemento e invita in casa acqua mai vista prima. Screanzata.
Fortunatamente la diga di stracci che abbiamo approntato si è rivelata efficace e convoglia allegramente i torrentelli verso il tombino dove un'apposita pompa ributterà l'ospite indesiderato fuori di casa.
Dato che star qui a fissare la diga non è di grande aiuto, me ne torno di sopra e, dopo aver lanciato una rapida occhiata fuori dalla finestra (niente di nuovo, sempre e solo acqua a catinelle), decido di rendermi utile e fare il pane: peso la farina, scaldo l'acqua, aggiungo lo zucchero e prendo il lievito madre dal frigo.
Vorrei che qualcuno mi avesse avvertito dell'odore pestilenziale che sprigiona questo lievito del demonio; dicono che col passare del tempo ci si abitua a tutto, però quel pugno nel naso ogni volta che apro la busta non sembra perdere vigore. Lo si potrebbe paragonare a un tecnico del pronto intervento che mangia solo gorgonzola e cipolla cruda ma è molto bravo a far tutti quei piccini intorno a casa che saltano sempre fuori nel momento meno opportuno e rompono parecchio le balle: il rubinetto che perde, la serratura che non chiude bene ecc. Ecco, di fronte a questo lato enormemente positivo, il fatto che non sia proprio l'uomo Menthos passa in secondo piano e lo stesso accade con quel lievito: dopo aver assaggiato il pane prodotto da tale madre, ti tappi il naso e fai quello che devi fare, richiudendo la bustina il più presto possibile.
Una volta introdotti tutti gli ingredienti nella macchina secondo ricetta, spingo start e quella, con gemiti che sarebbero da registrare per la colonna sonora di un film horror, si mette al lavoro. Ottimo, non mi resta che dare una pulita e sistemare la cucina; afferro il sacchetto della farina integrale e, mentre lo sto chiudendo per riporlo, noto sulla parte posteriore dei forellini sospetti...no! No! Ti prego no! Svuoto con mani tremanti il contenuto del sacchetto in una ciotola e la verità è lì che se la ride sotto i baffi, tra la farina  ci sono degli
insetti.
Nel frattempo la macchina del pane sta impastando con entusiasmo e fortunatamente  i cigolii aiutano a coprire i lamenti e le madonne che produco io.
Setaccio attentamente la farina contaminata (ovviamente il problema non è con la farina bianca che si controllerebbe in due secondi ma con quella integrale che è piena di residui e pezzetti di cereali) e alla fine la sentenza è incontestabile, ho trovato tre farfalline.
E' a questo punto che gli anni della mia formazione scout fanno capolino, soprattutto le settimane di campeggio coi boccia, settimane in cui quei terroristi in  erba cercavano di togliermi di mezzo propinandomi pasta caduta per terra, sciacquata sotto l'acqua per togliere la terra e poi condita, soffritto carbonizzato e quindi cancerogeno, nonché fricò avec sputazzi. Essendo sopravvissuta agli orrori culinari più impensabili (ci farò un post prima o poi), non posso fare a meno di pensare che in fondo sono solo tre farfalline, tutte proteine, e poi in forno cuoceranno a 220 gradi per 35 minuti, cosa vuoi che sia! Però mi viene in mente che quel pane dovrebbe mangiarlo anche Rico e lui magari il crostino gusto farfalline non lo apprezzerebbe; poco a poco ritorno in seno alla civiltà e, pur tra sospiri e maledizioni, fermo la macchina del pane e getto il dannato impasto e la farina integrale avanzata nel bidone dell'umido. Fosse per me gli darei fuoco ma l'impasto è bagnato...
Vabbè, niente pane fresco per per cena ma il pane comunque ci vuole, mi rimbocco le maniche e ricomincio tutto da capo (stavolta tutta farina bianca, l'integrale è finita); questa volta le cose procedono senza intoppi; quando la macchina finisce di impastare accendo il forno per la seconda lievitazione ed estraggo il cestello, rovesciando l'impasto sul piano di marmo, peccato che si stacchi anche il perno impastatore. Resto lì per un po' a fissare questo ammasso bianco con un perno metallico che spunta proprio in mezzo; non sono in grado di affrontare subito anche questa tragedia tecnologica, meglio mettere da parte il fatto e concentrarsi sull'impasto. Elimino il corpo estraneo, lavoro l'ammasso per un po' e poi lo metto nel forno tiepido per la seconda lievitazione. Solo a quel punto raccolgo le poche forze rimaste e guardo in faccia la realtà: la macchina del pane si è rotta. Non è che la cosa sia poi così sorprendente, in fondo quando era arrivata a noi l'impastatrice aveva già un bel po' di chilometri, sapevamo che prima o poi sarebbe successo ma, mi chiedo: proprio oggi, proprio adesso, proprio dopo tutto il resto?
Guardo fuori dalla finestra la pioggia che cade senza sosta e vedo sfilare un corteo di macchine, sono quelli che oggi uscivano sotto la pioggia e adesso tornano alle loro casette asciutte e si mangiano il loro pane fresco per cena. Che altro dire: karma.

venerdì 15 febbraio 2013

Tutto torna, qualche volta anche armato.

Tutto è iniziato la vigilia di Natale; quella sera avevamo invitato un po' di gente per una serata festaiola, quelle tre, quattro ore di libagioni, risate, chiacchiere ecc. C'era però un'incognita non da poco: tra gli intrattenimenti era prevista l'immancabile tombola degli orrori e, come sa chiunque vi abbia partecipato, questo ameno gioco risulta assai poco ameno per coloro che si trovano ad ospitare la soirée dato che quei luridi individui dei partecipanti approfittano di ogni distrazione dei padroni di casa per liberarsi degli orrori vinti, infilandoli in ogni anfratto della casa. E non lo dico per una mia forma di paranoia ma per semplice esperienza, avendo io stessa ingrossato le file dei luridi individui in passate edizioni nascondendo praticamente di tutto in casa altrui, da vecchie parole crociate in un vasino per bambini, fino a  un budda in un presepe. Quindi in effetti quanto mi stava succedendo potremmo semplicemente chiamarlo karma.

Questa volta si erano stabilite regole ferree: non più di due regali orrendi a testa e chi voleva poteva includere un regalo bello, giusto per aggiungere pepe e mistero all'evento.
Prima della festa erano stati fatti annunci roboanti dalla Zoffoli che, a suo dire, aveva scovato una vera e propria perla durante il trasloco; noi inizialmente non eravamo molto ben forniti ma, una visitina a casa degli antenati aveva prodotto risultati al di là di ogni aspettativa per cui la sera in questione si è potuto apportare anche noi un contributo di un certo livello.
Non mi dilungo in descrizioni dell'evento se non per dire che, nonostante il nostro regalo fosse di quelli col botto (un bambolotto Babbo Natale che si illumina e va in monociclo su una corda tesa), nulla ha potuto contro l'attimo di puro terrore che abbiamo vissuto quando gli sfortunati vincitori (il duo Piraccini-Gasperoni) hanno scartato con dita tremanti il regalo messo in palio dalla Zoffoli: una di quelle bambole coi boccoli biondi e il vestito pizzoso che una volta, per dio solo sa quale motivo, si mettevano in bella mostra sui comò delle camere da letto, insana abitudine che ha fortunatamente conosciuto un inevitabile declino negli anni Ottanta, a seguito del film "Chucky - La bambola assassina".
Mentre i due tapini si guardavano in faccia chiedendosi se mai avrebbero visto la prossima alba con quell'orrore in casa, noialtri ci siamo guardati tirando un grosso sospiro di sollievo, in fondo il peggio era passato.
Le settimane successive sono trascorse senza incidenti, salvo qualche velata allusione al "mostro in salotto" da parte della Piraccini e quindi lentamente tutto è tornato alla normalità.

Qualche settimana dopo, tornati a casa da una mattina di commissioni sotto la pioggia, io e Rico ci siamo trovati di fronte a un misterioso pacco e alla nostra vicina, agitatissima, che temeva si trattasse di una non meglio identificata truffa postale, idea inspiegabile se si considera che non le avevano chiesto di pagare alcunché. Abbiamo aperto il pacco con una certa curiosità e immaginate la nostra faccia quando vi abbiamo trovato dentro la boccolosa di cui sopra, con una commovente lettera scritta di suo pugno (vedi testo a lato). Dopo aver reso il dovuto omaggio all'astuto piano dei due lestofanti, ho iniziato a elaborarne uno mio e mi è apparso subito evidente che la naturale prosecuzione del viaggio della plasticosa mostruosità non poteva che essere casa Rinaldi-Tommasoni. Mentre studiavo i dettagli (indirizzo e numero civico dei due da inserire nel pacco) è arrivato però un messaggio della Zoffoli che ci invitava all'inaugurazione della sua nuova casa.
L'universo mi stava mandando un chiaro segnale, sarebbe stato da stolti ignorarlo.
Ho quindi preparato un pacchetto sontuosissimo, usando una delle carte da regalo da mille e una notte che rimediammo quella famosa volta del trasloco della Rini (vedi Il mio regno per il figlio di un vetraio!) e che probabilmente ci dureranno fino al Giorno del Giudizio. Ammetto di aver sogghignato diabolicamente per tutto il tempo.
La sera dell'inaugurazione siamo passati a prendere la Piraccini e Gasperoni, i quali da giorni attendevano una nostra reazione all'invio di Chucky ed erano rimasti  a dir poco perplessi di fronte al nostro silenzio; ovviamente è bastato vedere il pacco e ogni dubbio è scomparso.
Arrivati chez Zoffoli abbiamo consegnato alla padrona di casa il nostro delicato pensiero tra mille cerimonie e ci siamo ampiamente goduti il momento dello spacchettamento.

Morale della favola: a volte ritornano.


mercoledì 9 gennaio 2013

Nonantola e il mucchio selvaggio


Erano le ore diciotto di mercoledì 12 dicembre e mi trovavo in autostrada tra Bologna e Modena alla guida della mia fedele Fiesta, in quel momento strapiena di ukuleli, al punto che un’inchiodata sarebbe stata letale.
Come inizio mi pare abbastanza d’effetto, adesso vediamo di fare un passo indietro e chiarire le cose: stavo facendo da autista a Farnedi che quella sera doveva tenere, presso la fonoteca di Nonantola, un incontro dedicato all’ukulele e aveva quindi deciso di dare fondo alla nostra provvista domestica e portare tutti gli ukuleli in dotazione (a lato solo alcuni esemplari) per permettere ai partecipanti di provare dal vivo lo strumento. A vederci da fuori immagino sembrassimo la macchina di Fantozzi carica per le ferie, mi chiedo ancora come sarebbero andate le cose se ci avesse fermato una pattuglia per un controllo e mi avessero chiesto di aprire il  bagagliaio.

Come sempre il tratto dell’autostrada tra Bologna e Modena era l’equivalente di una zona di guerra e mi aveva già strappato una vasta gamma di brutture, peraltro pienamente giustificate: camion che invadevano corsie senza mai una freccia di preavviso e sfanalatori impazziti che mi alitavano sul collo, ne avevo già maledetti almeno una ventina. Altro che scompensi ormonali, la causa dell’alopecia maschile sono io.
Una volta arrivati a destinazione ed espletate le millemila prove necessarie a interfacciare pc, videoproiettore, sistema audio ecc ecc, Giorgio Casadei (l’organizzatore della serata) ha consegnato a Rico dei documenti da compilare per il Comune e ci ha accompagnato fino a La Smorfia, una pizzeria napoletana dove ho mangiato una delle pizze più buone degli ultimi tempi, arrivando alla conclusione che a me la pizza napoletana piace, se la sanno fare.
Essendo un po’ stretti coi tempi siamo tornati immediatamente alla fonoteca, ri-sfidando il freddo polare della provincia modenese; abbiamo varcato la soglia palesemente compiaciuti della nostra impeccabile puntualità, peccato che i famosi documenti, compilati come richiesto in tutte le loro parti, fossero rimasti allegramente in pizzeria. Farnedi a quel punto doveva rimanere in loco quindi la carne da cannone ero io: mi sono rimessa giaccone, sciarpa, berretto, guanti e grasso di balena e son tornata alla Smorfia dove, grazie a dio, erano pieni di gente e non avevano ancora trovato il tempo di sparecchiare il nostro tavolo, ragion per cui i due preziosissimi fogli erano ancora lì.
Al ritorno in fonoteca ho studiato la situazione e notando che parecchi tra il pubblico avevano portato un loro strumento, sono andata a recuperare l’unico tra gli undici ukuleli che era proprio mio, dicendomi che quello in fondo era un incontro per principianti, ce la potevo fare anch’io.
Ovviamente quando ti senti impedito vuoi dare nell’occhio il meno possibile, quindi mi sono seduta in fondo all’aula e in un angolo, con le spalle coperte, sembravo il tenente Ripley in Alien.
Poco a poco la sala si è riempita e si sono aperte le danze: Farnedi è partito con un breve accenno alla storia dello strumento mostrando video e foto; all’inizio era tutto molto tranquillo, poi quando siamo arrivati al momento della prova pratica ho iniziato un po’ a sudare (c’è del materiale per tesi di laurea in psichiatria). Mentre Enrico e Giorgio giravano per la sala offrendo ukuleli al popolo, un uomo dietro di me se n’è uscito con “No, io no che non conosco gli accordi!”
Fratello! - ho pensato- affrettandomi a dirgli che non si preoccupasse, che anche io ero messa così, che sapevo due accordi in croce, tutto ciò nel tentativo di incoraggiare il mio compagno in difficoltà. Il quale compagno in difficoltà si è fatto spiegare come fare il do e il fa e, dopo neanche un quarto d’ora era là che suonava tremila note al secondo, pareva ne avesse otto di mani! Solo dopo ha lasciato casualmente trapelare che lui non sapeva suonare l’ukulele, però la chitarra sì. Si sarebbe meritato una badilata nella schiena ma ero troppo presa dall'immane sforzo di suonare “la gatta” alla velocità smodata richiesta dal Farnedi quindi ho dovuto soprassedere.
Insomma, per tirare le somme, suonare in gruppo si è rivelato un vero toccasana per l’autostima: se sbagli accordo nel mucchio non si sente, se le dita s’invrucchiano e produci versi indefinibili, anche quello nel mucchio non si nota, se perdi il filo, il mucchio prosegue e alla prima occasione puoi infilarti di nuovo e continuare fingendo che non sia successo niente. Tutto questo sempre a condizione che nel mucchio la percentuale di impediti come te sia limitata. In questo caso lo era.
Alla fine insomma ti trovi a dire “oh, in fondo poi son bravina!” e per un po’ puoi tranquillamente far finta di crederci. Un sentito grazie ai colleghi del mucchio.


P.S. Ecco un esempio di come può essere suonare l’ukulele nel mucchio

P.P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press




giovedì 8 marzo 2012

Panico da palcoscenico tra folletti, lattuga e rimozioni per neve

Questo articolo era previsto per la settimana scorsa ma, essendo io prostrata dal maledetto morbo che spaccia giovani (e meno giovani) promesse romagnole con implacabile ferocia, ho mantenuto un profilo basso per qualche giorno girando per casa infagottata in un poncho di lana, scuotendo la testa e gemendo La è brotta la è brotta, citazione della lamentela standard di mio suocero quando è malato. Adesso però, sarà che mi è toccato andare a lavorare questo fine settimana e in condizioni allucinanti, sarà che mi ritrovo un po’ di tempo tra le mani, ho deciso di buttarmi su un nuovo articolo.
Bene, oggi vi chiedo di fare un po’ di ginnastica mentale e tornare indietro con la memoria al 16 febbraio scorso. Non che il 17 o il 25 non fossero ugualmente degni di nota ma, giovedì 16 febbraio, dopo due rinvii nelle settimane precedenti dovuti a bufere di neve forza otto,  è finalmente partita la rassegna di Across the Movies 2012 di cui ho già parlato in passato. Come sempre, l’evento prevedeva un film/documentario, in questo caso sui Pixies e la loro reunion, preceduto da una presentazione del gruppo a opera di Luigi Bertaccini, alcuni video (tra gli altri Caribou) e una performance live (cortesia dei Rock’n’Roll Kamikazes).
Ho mangiato alla velocità della luce e sono partita con largo anticipo temendo di dovermi scavare un parcheggio nella neve con le mie proprie mani,  essendo che in centro c’erano montagne di neve ancora ovunque; invece mi è andata abbastanza bene, probabilmente ho fregato il parcheggio a qualcuno dei residenti che mi avrà mandato quelle due-tremila maledizioni.
Seduti al bar del cinema mi aspettavano la Clodia e Paul, giunti direttamente dal lavoro e decisamente affamati. Di lì a poco è arrivato il barista con i due panini che i nostri avevano ordinato; nonostante gli anni trascorsi in sua compagnia, riesco ancora a farmi prendere alla sprovvista dalle scelte alimentari della Rinaldi, in questo caso il panino con lattuga (solo pane e lattuga, anche il barista era perplesso) che lei ci ha assicurato essere buonissimo (?)
Poco a poco sono arrivati anche gli altri, inclusa l’Albertini che indossava per l’occasione un paio di jeans pieni di strappi, evidentemente ormai promossi nuovo look supertrend neve (per maggiori dettagli vedi Febbraio tra i ghiacci...) A questo punto mettetevi nei miei panni: l’Albertini è quella che tutte le volte che si va da qualche parte è coperta fino al naso e comunque ha freddo, arriva a casa nostra e si avvinghia alla stufa, oppure si lamenta che teniamo il riscaldamento troppo basso, come facevo a far passare il jeans strappato sotto silenzio? Quando gliel’ho fatto notare la gigina ha ribattuto senza scomporsi che in realtà gli strappi si erano allargati in questi giorni causa le montagne di neve ovunque che richiedevano un’ampiezza di movimenti fuori dal comune. Sì, certo, come no!
Alla fine siamo entrati in sala e si sono aperte le danze; dentro c’era una temperatura a dir poco caraibica e ovviamente mi ero dimenticata di comprare l’acqua quindi dopo poco boccheggiavo invocando una finestra aperta; fortunatamente, proprio come predetto dall’Albertini, la temperatura è andata via via calando e alla fine era addirittura un po’ freddo ma ho preferito non dire niente per non fare la figura della maletta. Dopo una decina di minuti, Luigi Bertaccini ha interrotto la presentazione per informare il pubblico che in Corso Cavour c’erano i camion che dovevano portare via le montagne di neve e che avrebbero rimosso le macchine in sosta, invitando caldamente chiunque avesse la macchina lì a correre a spostarla. Io, pur essendo parcheggiata in una via parallela, ho passato tutto il resto della serata con un tarlo nel cervello “E se me la rimuovono? Oddio e se decidono di fare una via in più e la rimuovono? Come ci torno a casa?”  Un’ansia di quelle da manuale.
Nel corso della presentazione abbiamo visto anche alcuni video del gruppo:                                                                                                                                                                     


e mi vedo costretta a confessare che, la prima volta che ho posato gli occhi su Black Francis il dubbio che in realtà si tratasse dell’attore di Little Britain è stato forte (anch’io ho i miei problemi); ho apprezzato molto la performance dal vivo di The Rock’n’Roll Kamikazes che hanno reso perfettamente l’energia e la potenza dei Pixies, pur essendo solo in due e non vedendo praticamente una cippa, causa buio totale in sala e faretto di luce rossa che qualcuno aveva astutamente puntato in faccia a entrambi. Passando al documentario la situazione si è fatta più spinosa, mi è presa una tristezza infinita vedendoli sbattersi in giro per le città incapaci di comunicare tra loro e a volte spaesati di fronte a folle osannanti che avrebbero applaudito qualsiasi cosa avessero fatto; immagino che in quei casi ti venga il dubbio che in realtà stiano applaudendo non te ma un’idea di te che si sono fatti e che non ha niente a che vedere con chi tu sia in realtà, son cose che possono far venire un po’, solo  un po’, di panico. Però quando iniziavano a suonare erano veramente trascinanti, un’energia che ti si attaccava addosso e ti portava dove voleva lei.
Con mia grande soddisfazione, il documentario era in lingua originale, corredato dai sottotitoli in italiano per chi magari non riusciva a seguire proprio tutto. Solo a fine documentario, guardando i titoli di coda (sottotitoli: Antonio Babini e Concetta Barbera), ho scoperto che in realtà il documentario in questione non è sottotitolato ma il buon Totonno, mosso dalla sua passione per i Pixies, aveva deciso di sobbarcarsi aggratiss il lavoro di sottotitolaggio, schiavizzando la povera Concetta, sera dopo sera, per chissà quanti giorni. Santi subito.


Normalmente alla fine della proiezione si cazzeggia un po’ nel foyer del cinema, chiacchierando e bevendo qualcosa cullati dalla musica del diggei; in questo caso però non era cosa, io ero preda dei timori per l’incolumità della mia voiture per cui mi sono dileguata rapidamente, non senza prima aver chiesto all’Albertini di tenere il cellulare acceso nel caso mi avessero portato via la macchina e necessitassi un passaggio.
Fortunatamente la mia fiesta era ancora lì, un po’ ammaccata ma incolume, accoccolata tra due montagne di neve.
Mentre mettevo in moto potevo vedere, nella strada a fianco, il lampeggiante del camion che avanzava minaccioso raccogliendo la neve.


P.S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica l'Angolo dell'Estrema Riluttanza su stonehand.it: http://www.stonehand.it/wordpress/?cat=271