sabato 29 dicembre 2012

Lo slalom della Volpe

Tempo fa ero su facebook che navigavo e mi son trovata davanti il link di un articolo sul femminicidio che stava scatenando enormi polemiche sul web e fuori; purtroppo questo articolo illuminato, comparso sul sito di Pontifex, non è più disponibile per la lettura, forse le troppe polemiche l'hanno sommerso.

Senza adesso entrare nei dettagli dell'articolo (che essendo scomparso non può più difendersi), vorrei presentarvi, a mero scopo di riflessione, un nuovo scenario che la mia fervida immaginazione ha appena partorito: immaginiamo un tempo futuro, una buia notte di dicembre in cui il Signor Volpe Bruno, autore dell'articolo in questione, mentre torna a casa in macchina viene sorpreso da una navicella spaziale e da essa rapito, come pare capiti a tanti di questi tempi. 
Gli alieni in questione sono turisti spaziali per i quali il nostro pianeta è come Roma per i giapponesi, son venuti a fare un giro, a rilassarsi e divertirsi.
Proprio a questo scopo decidono che il Sig. Volpe Bruno così com'è non gli piace e, grazie ai loro alieni macchinari, procedono a cambiargli sesso senza battere ciglio. Una volta terminata l'operazione, osservando il risultato, pur essendone soddisfatti, non lo sono abbastanza da voler portare a casa questo simpatico souvenir terrestre e quindi, sempre senza battere ciglio, scaricano la nuova arrivata Sig.ra Volpe Bruna a pochi metri dal luogo del rapimento per poi dirigersi verso Saturno, dove pare che l'ultima moda sia fare lo slalom tra gli anelli.
A questo punto la neonata signora torna a casa, comprensibilmente sconvolta dall'evento ma tutto sommato in  buona salute (la medicina aliena sa evidentemente il fatto suo); il problema si pone all'indomani, quando tenta di far capire al mondo che in realtà dentro la signora Bruna c'è lui, Bruno. Peccato che quella terza abbondante di reggiseno non deponga a suo favore. 
Una volta rassegnatasi al suo nuovo destino, per Volpe Bruna già Volpe Bruno si rende inevitabile un processo di adattamento alla nuova situazione e non è cosa facile: prima di tutto la signora dovrà smettere di credersi autosufficiente poiché, in quanto donna, questo la farebbe cadere nell'arroganza e, non essendo più geneticamente predisposta all'autosufficienza (boia gli alieni e il loro strano senso dell'umorismo), dovrà cercarsi un uomo che provveda a lei; ovvio che a questo scopo dovrà frequentare un corso di formazione per imparare a svolgere le faccende domestiche che, in quanto donna, saranno sua responsabilità.
Ci auguriamo che la signora sia particolarmente esigente nella scelta dei formatori perché la sua stessa sopravvivenza dipenderà dal fatto che la sua performance come donna delle pulizie, cuoca e bambinaia sia ineccepibile, in caso contrario suo marito potrebbe essere costretto a esagerare e, che ne so, ucciderla.
E non dimentichiamo che la nostra Volpe Bruna dovrà anche fare estrema attenzione a ciò che indossa quando mette piede fuori di casa perché, a seconda delle persone che incontrerà, qualcuno potrebbe trovare sconveniente il suo abbigliamento e trovarsi suo malgrado costretto a esagerare, cedendo ai propri comprensibili impulsi, magari stuprandola o uccidendola.
Le auguriamo sinceramente di farcela.

giovedì 13 dicembre 2012

Il pitone di jeans e le calze contenitive

Recentemente mi sono resa conto di un cambiamento significativo nel mio modo di affrontare la lettura di una qualsiasi rivista di quelle cosiddette "femminili"; se prima le sfogliavo rilassata, tra un sorso di tè e una fetta di pane e nutella, oggi la situazione è decisamente cambiata.
Mi sento un po' come quei cercatori d'oro che passavano le giornate sulla riva del torrente setacciando il fondale alla ricerca dell'ambita pepita, anche se, innegabilmente, il mio compito è parecchio più facile: sono seduta al caldo e spesso l'oro mi cade in grembo, quasi un dono del cielo.
La pepita di oggi consiste in una pubblicità di jeans che promettono di "modellare e slanciare le forme dei glutei e delle gambe" grazie a "un'esclusiva tecnologia brevettata". C'è pure un disegnino a lato con un sacco di frecce colorate puntate verso l'alto, presumibilmente a indicare l'azione slanciante del magico brevetto. In questo caso però non è la pubblicità in sè a interessarmi (anche se la presenza del pitone di jeans già da sola varrebbe un post intero) quanto piuttosto il messaggio affidatole.
Partiamo con ordine: l'immagine in questione sostanzialmente ci comunica che indossando questi miracolosi e tecnologicissimi pantaloni ci troveremo ad avere i glutei attaccati alla nuca e l'equivalente delle gambe di Barbie.  Se osservate da vicino la foto noterete che i pantaloni hanno un'etichetta rosa proprio là di dietro, nonché una discretissima croce rosa in vita, giusto per non farsi notare.
Mi chiedo se quelli del marketing si siano resi conto del potenziale effetto boomerang della faccenda; sì perché, essendo i pantaloni riconoscibilissimi, appena vedi una tizia inzampata in quei robi, la prima cosa che pensi è che evidentemente l'indossatora (evito indossatrice per ovvi motivi) deve averne proprio bisogno. Sostanzialmente il pantalone Freddy mi diventa l'equivalente di un'enorme freccia al neon con sopra scritto Attenzione caduta glutei. O forse sono troppo catastrofista, chissà. Ai dati vendita l'ardua sentenza.
A questo punto allarghiamo il campo d'indagine e tentiamo di valutare la situazione nel suo complesso: abbiamo il reggiseno con l'imbottitura di silicone così se sei piatta diventi Pamela Anderson, il body che ti fa il vitino di vespa e appiattisce quella pancia che proprio non si guarda, le mutande imbottite se hai il sedere piatto e i pantaloni che tirano su i glutei se hai il perimetro in caduta libera.
Dimenticato niente? Ah, sì, il mantra che ci sgardella gli zebedei da anni: l'importante è accettarsi per come si è.  Auguri.



P.S. Comunque, tornando alla pubblicità, quei pantaloni sembrano dipinti sulla modella tanto sono stretti quindi, non so se realmente tirano su più di un argano come sostiene il fabbricante, però son sicura che alla circolazione non faranno un gran bene; vedo profilarsi all'orizzonte una possibile collaborazione tra Freddy e qualche nota azienda produttrice di calze contenitive.

P.P.S. In dialetto romagnolo, gardella = griglia.

sabato 8 dicembre 2012

Il Faro di Alessandra

Quella che state per leggere è la rivelazione di un terribile segreto il quale però, come tutti i terribili segreti, se poi non lo riveli a qualcuno che gusto c'è?
Dovete sapere che, da un po' di tempo a questa parte, la tribù a cui appartengo si ritrova puntualmente ogni anno per condividere un momento di comicità irresistibile, una di quelle esperienze che ti riconciliano col mondo e ti permettono di guardare al futuro con rinnovato entusiasmo pensando che, in effetti, a questo punto non si può che migliorare.
Come da tradizione, anche quest'anno ci siamo ritrovati davanti al cinema all'ora X e ci siamo messi in fila per acquistare i biglietti. La scelta del mercoledì era obbligata: va bene la terapia del buonumore ma spendere più di 6,5 euri non era proprio pensabile; per dirla tutta, io e la Piraccia avevamo proposto di aspettare qualche settimana e andare al cinema a Gambettola dove, essendo la pellicola in seconda visione, avremmo pagato solo 3,5 euri, potendo quindi scialacquare il resto in loverie (niente popcorn né patatine però, in casi come questo i dialoghi sono sacri) ma la folla ci aveva ributtato a valle, c'era forte bisogno di comicità, non si poteva attendere oltre.
Ci tengo a precisare che la Piraccia si univa a noi per vivere questa esperienza per la prima volta  ma ho come avuto l'impressione che non fosse particolarmente elettrizzata all'idea. Con il senno di poi mi dico che, forse, avremmo dovuto facilitarle le cose e organizzarci in modo da non lasciarla seduta proprio di fianco alla Zoffoli che notoriamente al cinema passa la metà del tempo a chattare col cellulare e tu nel buio della sala ti ritrovi accanto il Faro di Alessandria (ribattezzato Faro di Alessandra) ma confesso che, presi da mille piccoli imprevisti, non ci abbiamo proprio pensato.

* Prima di procedere, un amichevole avviso a chiunque non abbia ancora visto le varie puntate della saga di Twilight (e per ragioni sue le voglia vedere): non proseguite a meno che non siate come mia mamma che legge prima la fine dei libri così dopo può continuare senza avere l'ansia di sapere come va a finire.
Tornando al film, concordo sul fatto che nella visione di qualsiasi opera lo spettatore gioca un ruolo fondamentale e deve metterci del suo (per esempio lavorando sodo sulla sospensione dell'incredulità); però quando quelli del casting remano contro, è veramente dura.
Facciamo un esempio: dopo averti martellato il cervello fino alla nausea con sta storia che i vampiri sono bellissimi perché devono attrarre le loro prede umane, ti trovi davanti questa neonata che è per metà vampiro e quindi dovrebbe essere perlomeno emi-gnocca, mentre invece pare la figlia dello Scrondo; di fronte a cotanta evidenza i dubbi spuntano come funghi e, dato che mater semper certa, ti scopri a scambiare occhiate significative con i vicini  mentre dal tuo pugno chiuso s'innalzano indice e mignolo nell'universale gesto. Chiaro che, a questo punto, tutta la tensione romantica è andata a farsi benedire e l'unico obiettivo dei minuti successivi è scoprire chi sia il vero padre della creatura, praticamente una puntata di Beautiful.
Riflettendoci però ti rendi conto che non è la prima volta che quelli del cast si fanno una canna, basta pensare al pater familias (Mr Cullen) il quale, a detta della protagonista, è l'uomo più bello mai comparso sul pianeta, peccato che poi abbia la faccia di Peter Facinelli il quale, lasciatemelo dire, sarà pure un bravo attore ma la coppa del super-fustacchione in questo universo non la vincerà mai.
E' in questi casi che si riconosce lo spettatore flessibile, quello che perdona lo scivolone e tiene duro, d'altra parte è anche vero che la riga da qualche parte la devi pur tirare e gli autori in questo caso non ti rendono le cose facili; nell'ultimo episodio infatti la trama prevede l'entrata in scena di molti vampiri accorsi in aiuto dei nostri eroi minacciati dai temibili Volturi (adesso guardate la foto e ditemi se non sembrano i fratelli poveri di Michael Bolton) solo che tra i marmorei soccorritori si annoveravano purtroppo alcuni parenti stretti di Cip e Ciop e a quel punto la sospensione dell'incredulità è ormai salpata a vele spiegate per i mari del Sud. C'erano pure il vampiro Diavolina che sparava fuoco dalle dita e quello che manipolava gli elementi creando pareti d'acqua, pareva quasi uno spin-off di X-Men, ma con dei truccatori un po' così.
Indimenticabile il momento eroticomico, quando l'uomo lupo di punto in bianco e senza alcuna motivazione logica si è tolto la maglietta (per mostrare i pettorali scolpiti, un'ormai consolidata tradizione della saga) e buona parte del pubblico è scoppiata a ridere, come se fosse stata in attesa proprio di quella gag.
Tra gli altri episodi degni di nota ricordiamo il gran finale con lo scontro vampiresco in cui la terra innevata si squarcia e al di sotto compare la lava incandescente, cosa che però non turba più di tanto la neve la quale persiste tenacemente in barba a ogni legge della fisica, mentre  i vampiri sul campo di battaglia cadono come le mosche, questa volta in barba alla trama del libro; per un attimo le quotazioni dello sceneggiatore schizzano alle stelle ma ovviamente non dura e si scopre che trattasi di una visione della solita vampira che vede il futuro ipotetico, un po' come quella volta che Pamela si sveglia e un'intera serie di Dallas finisce giù per lo sciacquone. Il chiaro e distinto movafangulo! che è risuonato in sala avremmo voluto dirlo tutti.
Non riuscendo a farmi coinvolgere dalla trama per i motivi di cui sopra, ho iniziato a pormi tutta una serie di domande a cui non ho trovato risposta: ma se sei un vampiro millenario, i capelli non ti crescono più? In quel caso, se ti mordono che hai un taglio di capelli che fa orrore te lo tieni per l'eternità? Alla faccia della dannazione, passare tutta l'eternità che ne so, col taglio di Dolly Parton. Certo che se vivi per secoli e secoli puoi anche investire qualche anno e andare a fare un corso professionale da parrucchiere così te li sistemi da solo, tanto cos'altro hai da fare?
La conclusione ha riservato anch'essa qualche perla: una volta sconfitti i cattivi il bello e la sua bella si ritrovano da bravi cuoricioni nel luogo romantico per eccellenza della saga: il prato in fiore. Immaginate l'atmosfera soffusa da sogno fatato, loro due soli, occhiate zuccherose in ogni dove. E' a questo punto che lei lo guarda sognante con gli occhi da Bambi e gli dice: "Ti faccio vedere una bella cosa".
Adesso ditemi voi: era proprio l'unica frase possibile? Nell'intero arsenale della lingua italiana non c'era un'altra opzione?


P.S. A riprova del fatto che viviamo in un mondo molto vario, l'Albertini a fine proiezione mi ha rivelato che la sua vicina di posto a un certo punto si è commossa.

giovedì 29 novembre 2012

Baràtt: loschi figuri ammantati di oscurità

Non so cosa abbiate fatto voi il 10 novembre ma, in caso siate stati sul divano a vegetare broccolo-style, non preoccupatevi, noi ne abbiamo fatta più che a sufficienza per tutti.
Procedo con la narrazione del nostro D-day.
***
E' da più di un mese che ci lavoriamo ed  è finalmente arrivato il momento della verità: oggi pomeriggio alle 16 parte Baràtt, lo spazio di libero scambio fumettoso organizzato dall'associazione MicaPoco di cui faccio parte.
Trattasi di un evento collegato a Cesena Comics, il festival dei fumetti che si tiene a Cesena nella settimana dal 12 al 18 novembre; abbiamo pensato di organizzare un pomeriggio in cui chiunque può presentarsi con fumetti già letti da scambiare gratuitamente con quelli di altri partecipanti, un modo per avere fumetti "nuovi" a costo zero, alla faccia della crisi.
Sono le 9.30 ed è appena suonata la sveglia; sono ancora un po' rintronata ma urge scuotersi, tra un po' passa l'Albertini a prendermi col furgone per andare alla scuola media Anna Frank a ritirare le sagome giganti dei Peanuts che ci prestano per l'evento. Accendo il cell e mi arriva un sms della Ste con un contrordine, passa lei a prendere tutto, appuntamento al bar Roma alle 11.
Mentre scendo a fare colazione squilla il telefono e la conversazione segue all'incirca questo canovaccio:
1 - Ste:"Ciao, qua abbiamo già fatto tutto, è passato a prendermi il babbo di Mirco perché oggi pomeriggio gli serviva il furgone, tu dopo vieni al bar Roma?"
2 - Io:"Sì, vengo alle 11"
3 - Ste:"Ok perché io non ho la macchina quindi se mi puoi dare un passaggio quando abbiamo finito..."
4 - Io:"Nessun problema, ci vediamo dopo"
5 - Ste:"Ok"

Alle 10.30, colazionata e ripulita, mi blindo con il giubbotto pesante e inforco lo scooter (sabato è giorno di mercato quindi parcheggio impossibile); fa un po' freddino ma tanto il viaggio dura solo un quarto d'ora, posso farcela. Arrivo al bar Roma e trovo la Clodia che mi squadra con due occhi così, visto che da programma a quell'ora dovevo essere con l'Albertini a recuperar sagome.
Le spiego brevemente l'accaduto ma, quando arrivo al momento della telefonata, il cielo improvvisamente si oscura e cala su di me il gelo della morte certa: la memoria è tornata alla frase n.3 della conversazione (vedi sopra). Cazzarola, come faccio a dare un passaggio alla Ste in scooter? Non ho mica un altro casco! E adesso chi glielo dice? La sudorazione aumenta esponenzialmente.
Per mia fortuna, una volta illustrato il marone (stupidaggine di proporzioni comunali) che ho combinato, la Rinaldi corre in mio soccorso offrendo i servigi della Tommasoni-mobile come taxi e io ricomincio timidamente a respirare.
Quando poi arriva l'Albertini come prima cosa la informo del servizio taxi Tommasoni, per poi infilare rapidissimamente nel discorso tutto il resto. Alla fine me la cavo con un paio di occhiatacce di quelle che tagliano l'acciaio come fosse burro ma conservo il cuoio capelluto, tutto considerato poteva andare peggio.
Il resto della mattinata scorre via rapidamente mentre l'Ale sistema nelle vetrine le varie tavole di fumetti forniteci dall'associazione Barbablù e noi mettiamo a punto gli ultimi dettagli, tra cui come diavolo vestirci a pomeriggio perché dovremo stare dalle due alle otto all'aperto e la questione è delicata; io propendo per un look ormai consolidato, quello da benzinaio/posteggiatore, per cui sarò il più coperta possibile, magari non proprio un gran bel vedere ma...
L'appuntamento è in galleria Oir per le 14.30 quindi praticamente parto dal bar Roma, arrivo a casa, tocco il muro e riparto, accompagnata da Rico e da una valanghina di fumetti.
L'allestimento dell'area dove si tiene l'evento ci porta via parecchio tempo: ci sono gli scatoloni di fumetti donati da amici e parenti da disporre sul tavolo del baratto, i poster da attaccare ai muri, le sagome dei Peanuts da collocare in giro, insomma, si fan le quattro e non ce ne siamo neanche accorti.
E a questo punto si aprono le danze, o meglio, si aprirebbero se ci fosse qualcuno ma non c'è anima viva! Sento riaffiorare l'ansia degli ultimi giorni, mi torna il mente il sogno fatto un paio di notti fa in cui noi preparavamo tutto ma poi non veniva nessuno. Che fosse profetico? L'Albertini mi ucciderà.

E invece, poco a poco, qualcosa inizia a muoversi; la prima ora in realtà la passiamo chiacchierando, è arrivata anche la Zoffoli col suo carico di Lupo Alberto da donare alla causa e compaiono i primi bambini per partecipare al laboratorio per creare oggetti col sapone, organizzato parallelamente a Baràtt.
Solo verso le 17.30 avvistiamo tra i passanti i primi fumettari, facilmente riconoscibili dagli zainetti o dalle buste di plastica chiaramente carichi di materiale da scambio.
Fortunatamente Rico è dei nostri quindi, oltre a essere ferratissimo sui fumetti che ha donato lui, può anche offrire recensioni su gran parte del materiale disponibile. Io mi pavoneggio lanciando in giro occhiate soddisfatte, come a dire: quello lì, l'esperto, l'ho portato io!
Mi trovo anche spiazzata dalle richieste di alcuni genitori di acquistare i fumetti in mostra; spiego che possiamo solo barattarli perché a fine giornata i fumetti rimasti saranno donati al reparto di pediatria dell'ospedale e vedo qualche faccia di bambino parecchio delusa. Son momenti difficili.
Sono molte le persone che si fermano incuriosite ma, non avendo con sé fumetti da barattare, non è che si possa combinare molto... In diversi chiedono se saremo lì anche il giorno dopo ma mi tocca rispondere picche; provo comunque a suggerire a chi abita nei dintorni di fare un salto a casa a prendere qualche giornaletto ma in realtà non sono molto fiduciosa (andare avanti e indietro con i bambini al seguito è una faticaccia), immaginate quindi la mia faccia quando tre delle famiglie in questione tornano con il loro bel carico di fumetti e ne lasciano addirittura qualcuno in più "per quei bambini in ospedale". Ogni tanto è bello anche sbagliarsi (ogni tanto).
Arrivano le sette di sera e siamo effettivamente distrutti (oltre che quasi ibernati), però tutto sommato contenti (e tonicissimi, o forse è rigor mortis, chissà). Con l'aiuto degli amici sbaracchiamo tutto, sfruttando i nostri baldi uomini (Rico, Tommasoni e Gasperoni) per caricare in macchina gli scatoloni di fumetti che pesano come il piombo ma di cui non possono lamentarsi se non vogliono incrinare irrimediabilmente la loro immagine virile.
Una volta staccati anche i poster e i disegni dalle pareti, restano solo le sagome cartonate dei Peanuts che devono essere collocate in luogo sicuro e asciutto in attesa della restituzione; ci distribuiamo il sagomato carico e si parte.
Immaginatevi un gruppo di loschi figuri, ammantati dell'oscurità della notte e intabarrati fino al naso, che si aggirano per il centro di Cesena portando sotto braccio queste sagomone alte fino a un metro e mezzo.
Lungo la strada abbiamo incrociato molta gente già tirata a balestra e calatissima nel ruolo da sabato sera: donne taccate e paillettate, uomini sempre un po' sottotono (diciamocelo, la moda uomo fa una gran tristezza); i soggetti e le soggette di cui sopra ci squadravano con delle facce che erano uno spettacolo, neanche trasportassimo armi di distruzione di massa
Le persone non sanno come reagire di fronte all'inaspettato.



P.S. Valutazione sintetica post-Baràtt:  tutto considerato direi che sono soddisfatta, non è venuta tantissima gente ma chi è venuto credo tornerà anche l'anno prossimo e alla fine siamo riusciti a raccogliere 220 fumetti e 10 libri per bambini.
P.P.S. I fumetti spaventosi che ha portato Lelli abbiamo pensato di rifilarli a Rico perché in pediatria han già i loro problemi senza che arriviamo noi a terrorizzargli i bambini.

martedì 20 novembre 2012

Tirar tardi e la nobile arte del fissar scarpe

E' domenica  mattina e ho dormito fino a un orario che è meglio non precisare in caso mia mamma legga questo post e svenga; negli anni dell'adolescenza, a casa nostra chi voleva dormire oltre le 10 la domenica mattina si trovava immancabilmente ad affrontare tutto il casino immaginabile: scale spostate, porte sbattute, nonché la lucidatrice (oggetto ormai vintage) che misteriosamente finiva sempre con lo sbattere contro la porta della camera da letto, quasi si trattasse di una potentissima calamita attira-lucidatrici.
La genitrice in questione potrebbe obbiettare che i lavori son da fare e se uno ha solo la domenica non è che possa aspettare i comodi della bella addormentata di turno; tutto vero e tuttavia la disapprovazione per quelle debosciate che osavano poltrire fino a tardi era a dir poco palpabile.
Ma passiamo sopra questi traumi giovanili e arriviamo al punto. Oggi sono a casa da sola e ho deciso di approfittarne per farmi i pancake, ovviamente non per colazione ma al posto del pranzo; potrei tirarmela e dire che è per il brunch ma è inutile ammantare di forestiero la cruda realtà, oggi si stravizia, punto.
La scelta dei pancake è in effetti un po' obbligata, essendo che ho finito il pane da toast e non l'ho ancora rifatto, lo stesso dicasi del pane normale (è un periodo in cui la voglia di fare non mi appartiene).
Dopo aver divorato i primi quattro pancake, debitamente ammantati di nutella o miele e cannella, mi rendo conto che c'è ancora parecchia pastella nella ciotola, peccato che io non abbia la benché minima intenzione di star lì a cuocere altre frittelle quindi butto tutto sulla piastra, originando un simpatico frisbee pastelloso. Certo che una volta fatto non posso mica buttarlo via (a casa Riluttanza non si butta via niente) quindi mi faccio coraggio e lo attacco con la teoria dei piccoli passi, tagliandone delle fette e, poco a poco, il mostro è sconfitto (in compenso io sono tonfa, digerirò forse dopodomani).

Una volta estratta la prima fetta, guardando il piatto mi son trovata davanti un enorme Pac-Man e il pensiero è inevitabilmente corso allo stimatissimo Signor Croci che nella giornata di ieri ha inaugurato a Bologna lo Spazio Tilt, l'avanguardia di quello che sarà il futuro Museo del Flipper a Bologna.

Le mie performance/aberrazioni culinarie erano accompagnate da una colonna sonora radiofonica, inizialmente Per favore parlate al conducente, seguito da Yes weekend, mentre la parte degustativa era corredata dalla lettura dell'immancabile rivista in cui stamattina si sottolineava l'assoluta imprescindibilità del golfino di cachemire e del tubino nero nel guardaroba di qualsiasi donna. Ops!
Mentre lottavo col Godzilla-pancake in radio si parlava di questo fenomeno musicale degli shoe gazers; la mia prima reazione è stata: chi xxx sono sti shoe gazer? Seguita immediatamente da: certo che non so proprio una mazza! Per fortuna altri ascoltatori condividevano le mie difficoltà quindi i conduttori sono corsi in nostro aiuto, rivelandoci che questi fissatori di scarpe venivano così definiti perché durante il concerto, invece di guardare il pubblico, passavano tutto il tempo a fissarsi i piedi. Forse sarà stata l'influenza della rivista che avevo davanti ma è sorto spontaneo il parallelo con quelle fighine che vanno in giro con l'aria annoiata e il broncio, fingendo di non interessarsi a nulla e a nessuno, convinte sostenitrici del Teorema di Ferradini nel quale un tizio sostiene che più te la tiri e prendi a pesci in faccia il prossimo, più questo prossimo ti desidererà. Cosa non troverebbe in lui un buono psichiatra (cit.).
In realtà basta una rapida occhiata a wikipedia per far luce sul mistero: i signori in questione facevano smodato uso di pedalini (effetti per chitarra) per cui gli toccava guardar sempre per terra onde evitare di pestare il pulsante sbagliato e combinare un casino. In effetti mi è capitato in più di un'occasione di osservare il palco intorno ai musicisti e notare quell'ammasso di cavi e accrocchi vari chiedendomi quanto fosse alto il rischio di rimanere fulminati, soprattutto con tutti quei bicchieri pieni nei paraggi.
Adesso mi viene il dubbio che l'espressione assorta e pensierosa che si nota a volte sul volto del musico di turno non sia da attribuire a chissà quali tormenti esistenziali che gli dilaniano l'essere, bensì al più prosaico sforzo di concentrazione richiesto per ricordare quale maledetto pedalino deve pigiare tra i trenta che ha davanti.
Poi qualcuno dovrà anche spiegarmi come mai, nonostante le infinite possibilità che l'italiano ci offre, non abbiamo trovato di meglio che chiamare sti aggeggi pedalini (non è che pretenda proprio una parola nuova di zecca ma fate almeno uno sforzo, anche solo un passettino: magari pedaletti o pedalozzi); la prima volta che ho sentito Rico parlare di un video tutorial per imparare a usare i pedalini confesso che mi ero un po' preoccupata...


P.S. Consiglio vivamente di dare un’occhiata al video di Teorema per l’accurata e azzeccatissima scelta delle immagini. Come sempre le perle le scopri per caso.
P.P.S. Chissà quali pedalini avranno usato…
P.ecc ecc S. Questo articolo è stato scritto per la rubrica L'Angolo dell'Estrema Riluttanza su Stonehand Ex Press